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Obesità: la prevenzione inizia ancora prima della nascita

27 apr

Secondo le stime dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, nel mondo ci sono 400 milioni di obesi, e 1,6 miliardi di persone sono sovrappeso. Alla base dell’obesità c’è la mancanza di equilibrio tra l’energia che introduciamo e quella che consumiamo, con un conseguente accumulo di tessuto adiposo nell’organismo. Quest’ultimo, in realtà, svolge un ruolo fondamentale in questo senso, dal momento che agisce come un bacino di attrazione per gli acidi grassi circolanti nel sangue, e impedisce che questi vadano in massa verso altri tessuti, dove quantità eccessive potrebbero avere effetti tossici. E’ stato ipotizzato che le conseguenze più gravi dell’obesità siano dovute proprio alla saturazione di questo sistema tamponante: è bene ricordare, infatti, che l’obesità non è solo un difetto estetico, ma una condizione a cui spesso sono associati disturbi molto seri, come il diabete di tipo II e le malattie cardiache.

Grazie agli studi di associazione su scala genomica (GWAS), molte variazioni genetiche sono state collegate al rischio obesità. Tra di esse la più famosa è senz’altro quella relativa allo SNP rs9939609 nel gene FTO: uno studio del 2007 che ha coinvolto quasi 40mila europei ha rivelato che avere una A in questo polimorfismo produceva in media un incremento di 1,2 chili nei soggetti eterozigoti (cioè con una sola copia della variante) e di 3 chili in quelli omozigoti (due copie). In alcuni casi le varianti sono intimamente legate all’ambiente e alla nostra nutrizione: il gene PLIN4, ad esempio, può presentarsi in una forma che predispone all’obesità, ma questa stessa variazione è in grado di portare, al contrario, a una riduzione del peso in seguito all’assunzione di acidi grassi Omega-3.

ResearchBlogging.org

Non sempre, però, il rischio obesità è scritto nei nostri geni, delle volte si trova “al di sopra” di essi (è questo infatti il significato letterale della parola “epigenetica”). Le alterazioni epigenetiche sono delle modifiche chimiche che accendono o spengono i geni senza cambiare la sequenza sottostante, regolando in questo modo la quantità di proteine prodotte. L’esempio più classico è quello della metilazione del DNA, cioè l’aggiunta di un gruppo metile alle citosine (C) che si trovano immediamente prima di una guanina (G). In un recente lavoro pubblicato sulla rivista Diabetes, ricercatori inglesi hanno scoperto che una modificazione di questo tipo davanti al gene RXRA può alzare il rischio obesità. Non solo: questa metilazione avviene prima ancora della nascita, nel ventre materno, e sembra sia determinata dalla dieta della madre durante la gravidanza.

Gli scienziati hanno analizzato il DNA estratto dai cordoni ombelicali di 78 neonati, al fine di individuare eventi di metilazione nelle regioni a monte di cinque geni candidati. Successivamente, quando i bambini avevano ormai 9 anni, hanno misurato la loro massa grassa, nel tentativo di evidenziare qualche correlazione con le modificazioni epigenetiche registrate alla nascita. Ebbene, per il gene RXRA questa correlazione c’era ed era anche piuttosto significativa: circa il 26% della variabilità nella massa grassa dei bimbi poteva essere spiegata da un evento di metilazione davanti a questo gene. I ricercatori hanno individuato anche un’altra sorprendente correlazione, quella che legava lo stato di RXRA all’alimentazione della madre durante la gravidanza, e in modo particolare alla quantità di carboidrati ingeriti con la dieta. Le mamme che avevano una dieta più povera in carboidrati tendevano ad avere figli con la metilazione del gene RXRA, e quest’ultima a sua volta portava i bambini ad essere più grassi una volta cresciuti.

Questa scoperta rientra in quella teoria secondo la quale il feto è in grado di percepire il mondo esterno attraverso i messaggi biochimici che provengono dalla madre, e risintonizzarsi di conseguenza: in effetti, fin dagli anni 70 si sa che la scarsità di cibo in gravidanza aumenta il rischio obesità da adulti. E’ come se il nostro organismo calibrasse il proprio metabolismo sulla base delle informazioni che riceve nel grembo materno, informazioni che potrebbero però contrastare con ciò che incontrerà una volta venuto al mondo e diventato adulto.

Certo questo studio è limitato, ma suggerisce un concetto forte e chiaro: la dieta e lo stile di vita tenuti da una mamma in dolce attesa possono influire sul proprio bambino in modo significativo, anche con effetti a lungo termine. Un embrione che si sviluppa può seguire “traiettorie” leggermente diverse a seconda dei segnali e dei messaggi che riceve dall’esterno, e queste traiettorie possono manifestare il proprio effetto fenotipico persino a distanza di anni. Se sapessimo di più dell’intimo legame che unisce una madre e il suo bambino, anche a livello (epi)genetico, avremmo tra le mani un formidabile strumento di prevenzione: lo stile di vita e l’alimentazione in gravidanza potrebbero infatti essere ottimizzati in modo da regalare al nascituro una vita più sana possibile.

Fonte: M.Colaiacovo – Estropico Blog

Image credit: Bekah267, skyseeker


Godfrey, K., Sheppard, A., Gluckman, P., Lillycrop, K., Burdge, G., McLean, C., Rodford, J., Slater-Jefferies, J., Garratt, E., Crozier, S., Emerald, B., Gale, C., Inskip, H., Cooper, C., & Hanson, M. (2011). Epigenetic Gene Promoter Methylation at Birth Is Associated With Child’s Later Adiposity Diabetes DOI: 10.2337/db10-0979

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9 commenti

Pubblicato da su 27 aprile 2011 in Medicina, Nutrizione, Salute, Scienza

 

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9 risposte a “Obesità: la prevenzione inizia ancora prima della nascita

  1. Neuromancer

    28 aprile 2011 at 10:47

    @avremmo tra le mani un formidabile strumento di prevenzione: lo stile di vita e l’alimentazione in gravidanza potrebbero infatti essere ottimizzati in modo da regalare al nascituro una vita più sana possibile

    Prenotare la gravidanza con preselezione… ci manca solo questo scenario per le mamme con cui ho a che fare ogni giorno nella scuole. Sono formidabili slogan che bene si abbinano a quelli cristiano/americani: Dio creò l’uomo e lo creò in forma…

    Ma perchè regalare “una vita più sana possibile” in base alla statistica genetica o a prescrizioni salutiste decise da medici e cosmetici senza tenere conto che le persone vivono dentro relazioni familiari e culture e geografie e storie ect ect….?

    Magari, quel 50% di pazienti che si presentano in terapia potessero essere preventivamente aiutati nelle pance (sic!) delle loro madri!

    Che guaio che la genetica sia troppo lungimirante da perdersi di vista la realtà a medio e breve raggio “corporeo”….

     
    • emmecola

      28 aprile 2011 at 11:11

      Non sono sicuro di aver capito la tua critica.. L’obesità è un problema di salute serio! La cultura e la geografia non c’entrano in questo caso..

       
  2. Neuromancer

    28 aprile 2011 at 12:15

    Ti faccio un esempio: sino a qualche tempo fa e ancora oggi in molte parti della Sicilia un figlio magro era ritenuto “malato”. Oggi chi è come minimo in sovrappeso, per non dire di costituzione media, è ritenuto alla meglio “fuori forma”.
    Ma a parte la cultura profondamente influente nella dimensione dei significati attribuiti al cibo (e quindi anche l’importanza della storia e della geografia del paese), i disturbi alimentari sono non solo un problema serio che tratto quotidianamente in psicoterapia, ma sono un problema strettamente connesso con il contesto familiare/psicologico di chi organizza la sua vita in termini “alimentari”.
    Per il resto, più volte ho cercato di farti notare quanto sia delicato il tema del rapporto tra genetica e problematiche psicologiche, come sia rischioso ad essere manipolato perfino ad incrementare ideali condizioni di salute stabiliti non so da chi (statistiche? medici? teorici del benessere?).
    Evidentemente non riesco a spiegarmi molto bene. :-)

     
    • emmecola

      28 aprile 2011 at 12:49

      Ah ma io sono profondamente convinto che ci sia uno stretto legame tra genetica e psicologia, che va preso in seria considerazione soprattutto quando si parla di test genetici.
      I problemi però non riguardano i risultati scientifici in sé, bensì la loro divulgazione e applicazione nella vita di tutti i giorni. Generalmente io cerco di esporre i fatti in modo equilibrato, sottolineando quando una scoperta scientifica è già applicabile e quando no. Se non è così dimmelo, che cerco di cambiare stile!
      Come tutte le malattie complesse, anche l’obesità e le gravi patologie ad essa connesse dipendono da moltissimi fattori, sia genetici sia ambientali. C’è dunque anche un fattore comportamentale e familiare che va sempre tenuto in considerazione..
      Qual è la tua paura? Che un risultato scientifico possa essere male interpretato dalle persone e indurre in loro cambiamenti di stile di vita? Questi cambiamenti, se supportati dalla scienza, sono consigliabili sicuramente. Se invece non lo sono, tocca a chi comunica la scienza fare le dovute distinzioni. Io provo a farlo, nel mio piccolo!

       
  3. Sabrina

    28 aprile 2011 at 13:45

    @Neuromancer: è chiaro che l’alimentazione e il cibo più in generale portino in sè una serie di valenze e significati simbolici tali per cui spesso diventano strumento di comunicazione/manifestazione di “altro”. Tuttavia non sempre problematiche legate al peso sono da ricondursi esclusivamente a questioni psicologiche o emozionali. Esistono casi in cui ci si trova di fronte a problematiche che hanno (almeno in parte) cause fisiologiche. Suggerire alle future mamme di alimentarsi in maniera sana ed equilibrata non può che essere una buona idea, soprattutto visto quanto è diffuso nella nostra società il problema dei disturbi alimentari: perchè anche senza arrivare a casi estremi molte persone hanno nei confronti del cibo un rapporto poco sano.

     
  4. Neuromancer

    28 aprile 2011 at 14:17

    @Sabrina @Emmecola

    Siete stati chiari e ve ne sono grato (non a caso seguo questo blog con molto interesse).
    Una piccola notazione: alle future mamme dal mio punto di vista psicoterapeutico non riuscirei ma a suggerire una dieta equilibrata (ci mancherebbe: non sono un dietologo!) a prescindere dal ruolo giocato da cibo e corpo nelle loro relazioni e nei loro significati personali.
    E’ un punto che ci tengo a sottolineare e che ritengo differenzi le nostre discipline: in psicoterapia si tende ad essere il meno prescrittivi possibile (non ho la formula magica), nonostante i successi scientifici di molta letteratura psicologica (di cui sono fiero). Forse la genetica corre il rischio di utilizzare la previsione (statistica), fondata scientificamente, come una certezza centrata su persone idealizzate al di fuori del loro contesto. Forse. Qui, in questo spazio, c’è (meno male) la possibilità di discuterne.

     
    • emmecola

      28 aprile 2011 at 14:43

      Non conosco abbastanza la psicologia per esprimermi sulla questione, però sicuramente i metodi sono diversi..
      Ok, forse ho capito un po’ meglio cosa intendi.. Il rischio di cui parli c’è, purtroppo però l’utilizzo della statistica è l’unica strada che può dare idee e spunti per condurre poi delle ricerche mirate e approfondire i meccanismi biologici, in modo da passare dagli studi di popolazione alla personalizzazione individuale.. I geni interagiscono tra loro e con l’ambiente, e con l’arrivo dell’epigenetica le cose si sono complicate ancora di più; purtroppo siamo ancora lontani dall’avere una visione complessiva di queste relazioni, ma ci stiamo lavorando! Quando avremo una conoscenza completa di tutto ciò allora avremo una conoscenza perfetta delle dinamiche psicofisiche di un essere umano! E forse nemmeno allora.. Ma insomma, la strada è quella!
      A ogni modo io guardo con molto interesse allo studio dell’epigenetica, che secondo me potrebbe essere in futuro il link che unirà le nostre due discipline. :-)

       
  5. Sabrina

    28 aprile 2011 at 19:16

    @Neuromancer: forse non mi sono spiegata benissimo. Quando dico che “molte persone hanno nei confronti del cibo un rapporto poco sano.” intendo dire che, anche senza arrivare a disturbi alimentari veri e propri una rapporto sano ed equilibrato col cibo non è così semplice, perchè manca un po’ in generale una corretta educazione alimentare tante volte, e chissà mai che la gravidanza possa in certi casi essere un’occasione per migliorare in questo senso. Inoltre invitare ad inserire nella dieta una giusto quantitativo di carboidrati durante la gravidanza(ammesso che i risultati siano confermati e validati) sarebbe un’indicazione per favorire il benessere del nascituro al pari di tante altre, come per esempio non fumare, non certo un dictat.

    Quanto alla genetica, almeno quella di cui si parla in questo post..è una scienza giovane..diamole il tempo di esplorare il suo potenziale e crescere..poi vedremo come farne buon uso. =)

     

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