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Al via il Premio Grande Ippocrate

ippocratePrende il via la sesta edizione del Premio Grande Ippocrate, prestigioso riconoscimento destinato ai ricercatori italiani che, oltre a eccellere nel lavoro scientifico, hanno saputo comunicare efficacemente al grande pubblico temi e risultati dei propri studi. Fino al 7 aprile 2014 chi lo desidera potrà segnalare ricercatori a suo giudizio meritevoli del premio inviando una mail a info@grandeippocrateunamsi-novartis.it.

Nelle precedenti edizioni il Premio Grande Ippocrate è stato assegnato a ricercatori di fama e prestigio internazionale.

  • 2008: Sen. Elena Cattaneo, Senatrice a vita, Ordinario del Dipartimento di Bioscienze e Direttore del Centro Ricerche sulle cellule staminali Università degli Studi di Milano;
  • 2009: On. Ilaria Capua, parlamentare, Direttore del Dipartimento di Scienze Biomediche Comparate dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie di Legnaro (PD);
  • 2010: Roberto Cingolani, Direttore dell’Istituto Tecnologico di Genova;
  • 2011: Paolo Gasparini, genetista medico, Università di Trieste/IRCCS Burlo Garofolo;
  • 2012: Antonio Giordano, Presidente del comitato scientifico del CROM, Centro Ricerche Oncologiche di Mercogliano, Direttore dello Sbarro Institute for Cancer Research and Molecular Medicine e Direttore del Centro di Biotecnologia College of Science and Technology –Temple University- Philadelfia.

Oltre alle proposte che perverranno dalla rete, la giuria del premio, composta da giornalisti scientifici UNAMSI-Unione Nazionale Medico Scientifica d’Informazione e da esponenti del mondo accademico, valuterà quei ricercatori che, in base al curriculum e alle attività di divulgazione svolte, si siano distinti per la loro capacità di comunicare con il grande pubblico, attraverso i media. Nato nel 2008 dalla collaborazione tra UNAMSI e Novartis, il Premio Grande Ippocrate si pone l’obiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica sul valore della ricerca, in particolare nell’ambito delle scienze biomediche, e sul lavoro dei ricercatori. Consiste in un riconoscimento in denaro del valore di 10.000 euro, che viene consegnato al vincitore nel corso di una cerimonia di premiazione, alla quale prendono parte personalità del mondo universitario, economico e dei media.

Il Premio Grande Ippocrate 2014 è anche sui social network. Per proporre candidature, rimanere aggiornati sulla loro evoluzione e per ogni ulteriore informazione sono infatti disponibili anche i profili Facebook, Linkedin e Twitter.

 
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Pubblicato da su 18 marzo 2014 in Medicina, Salute, Scienza, Varie

 

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La comunicazione della scienza nell’era dei social: emozionare o informare?

Con l’articolo che ripubblico qui sotto inizia per me una nuova collaborazione con il sito “I Mille – Le cose cambiano”. Scriverò di ricerca, scienza e società. Venitemi a trovare anche qui ogni tanto! ;-)


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Organismi geneticamente modificati, metodo Stamina, sperimentazione animale: il dibattito pubblico su temi scientifici è più acceso che mai. Incalzata dai media e dai gruppi di pressione, la politica si è trovata ad affrontare – spesso con scarsi risultati – problemi complessi, in cui l’aspetto scientifico e quello sociale si sono mescolati a tal punto da risultare molte volte indistinguibili. E se alla classe politica possiamo rimproverare di non aver affrontato razionalmente questi problemi, concedendo troppo alla demagogia, d’altra parte non si può dire che la popolazione avesse gli strumenti per valutare lucidamente le questioni che di volta in volta venivano sollevate: raramente i media hanno scelto di spiegare, quasi sempre hanno preferito scandalizzare, commuovere o spaventare. Impostare un dibattito sui binari dell’emotività è il modo più semplice per muovere le coscienze, soprattutto in un Paese come il nostro, dove la cultura scientifica è da sempre trattata con supponenza e sospetto. Parte di questa strategia ha a che fare con l’uso delle immagini. Puoi fare un discorso perfettamente logico e convincente, puoi presentare numeri e tabelle, ma il castello della razionalità crolla miseramente se dall’altra parte c’è un’immagine vincente. Con le immagini è tutto più facile: basta una foto per far scattare a piacimento sentimenti come la rabbia, l’indignazione, la paura, la pietà. E i tre temi menzionati all’inizio di questo articolo, in effetti, hanno tutti un denominatore comune: in tutti questi casi l’opinione pubblica è stata condizionata e plasmata anche grazie all’uso di immagini forti. Immagini che passano in TV e sui giornali, ma che diventano virali soprattutto sui social network, Facebook in particolare.

Nel caso degli OGM si è voluto spaventare. Basta cercare “OGM” su Google per rendersene conto: le immagini neutrali o favorevoli agli organismi geneticamente modificati sono una minima parte rispetto ai mostruosi fotomontaggi che hanno accompagnato questa tecnologia fin dalla sua nascita. Pensiamo alla fragola-pesce, una creatura mitologica che è ormai entrata a far parte dell’immaginario collettivo. Una vera e propria leggenda metropolitana che si è rivelata essere lo strumento perfetto per allontanare l’interlocutore dal sentiero della razionalità e spingerlo verso le pulsioni più istintive, che ci portano a fuggire da tutto ciò che è nuovo e sconosciuto, invitandoci ad approdare al porto sicuro della tradizione e dei bei tempi andati. Ovviamente non è mai esistita nessuna fragola-pesce, ma l’immagine era così evocativa da resistere ancora oggi, a distanza di anni dalla sua comparsa sui media. Cosa dire invece del metodo Stamina? Il caso è diventato di pubblico dominio grazie alle Iene, il cui messaggio è passato in gran parte attraverso la strumentalizzazione di immagini di bambini malati e sofferenti. Gli scienziati, dal canto loro, hanno dovuto subire l’accusa infamante di essere persone insensibili, fredde macchine razionali impossibili da scalfire persino con la più straziante delle tragedie umane. Eppure è esclusivamente con la razionalità e la lucidità che si può fare scienza, e trasformare le nuove conoscenze in soluzioni terapeutiche concrete ed efficaci. Ma quando dall’altra parte c’è il dolore di un bambino sbattuto in prima pagina (o in prima serata), qualunque considerazione ancorché giusta svanisce istantaneamente. Infine, la questione più scottante e attuale, quella relativa alla sperimentazione animale. Anche qui, la battaglia tra le due fazioni (perché di guerra si tratta, in molti casi) si è combattuta a suon di immagini. I movimenti animalisti hanno fatto abbondante uso di fotografie terribili, con animali costretti a subire tremende torture, ma non hanno disdegnato nemmeno sapienti fotomontaggi volti a screditare quei ricercatori che avevano difeso pubblicamente l’utilità della vivisezione (come viene impropriamente chiamata). Poco importa se le immagini cruente di animali straziati non corrispondano alla realtà, almeno non qui in Europa, e ancor meno importa il fatto che circa il 92% degli scienziati ritenga che purtroppo non si possa fare a meno della sperimentazione animale. L’impatto emotivo di quelle foto e di quei camici insanguinati è semplicemente devastante.

Le immagini sono uno strumento potentissimo all’interno di una discussione, specie se gli interlocutori non sono molto informati sul tema. Spesso raggiungono l’obiettivo, muovendo le masse verso una posizione piuttosto che un’altra. E ad avvantaggiarsene sono stati anche coloro che stanno dalla parte della scienza, come dimostra la recente vicenda di Caterina Simonsen, suo malgrado divenuta nel giro di poche settimane una celebrità della rete. Il coinvolgimento emotivo è un’arma micidiale, che può essere usato sia dagli oppositori della scienza, sia da quelli che dovrebbero esserne i paladini. Ma è davvero la strategia migliore? Dal punto di vista etico, sfruttare immagini di persone sofferenti per portare avanti una causa non sembra certo il massimo della correttezza. Tuttavia, non è a questo che mi riferisco, quanto piuttosto all’efficacia di questo approccio nel lungo periodo. Le immagini scioccanti sono perfette per orientare l’opinione pubblica in merito al singolo episodio (i movimenti animalisti hanno obiettivamente accusato il colpo dopo la vicenda di Caterina), ma hanno il difetto di mancare il bersaglio grosso, quello che un amante della scienza dovrebbe considerare come l’obiettivo prioritario: insegnare a valutare un problema in modo razionale, informandosi e pesando pro e contro. In teoria, viviamo in una democrazia moderna, relativamente colta e istruita. Dovremmo quindi smetterla di trattare le persone come un gregge da guidare da una valle all’altra ogni volta che si presenta un nuovo argomento di discussione. Oggi è la sperimentazione animale, domani potrebbe essere qualcos’altro. La verità è che esiste soltanto una bussola che permette di trovare sempre, in ogni circostanza, la via giusta: è la bussola del pensiero critico, della logica e della corretta informazione. Educare le persone a usarla le renderà cittadini liberi, e realmente consapevoli delle proprie opinioni. Fare informazione corretta paga. Prendiamo ad esempio il recentissimo sondaggio IPSOS sulla sperimentazione animale: la percentuale di favorevoli saliva dal 49% al 57% se agli intervistati venivano fornite informazioni di base sull’argomento. In modo analogo, all’ultimo Festival della Letteratura di Mantova, il ricercatore Dario Bressanini e la giornalista Beatrice Mautino erano riusciti a vincere un confronto Oxford-style sul tema degli OGM, convincendo molti scettici a passare dalla loro parte. Comunicare la scienza in modo pacato, chiaro e oggettivo rimane ancora la strategia vincente. Anche nell’era di Twitter e Facebook.

 
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Pubblicato da su 23 gennaio 2014 in Medicina, Salute, Scienza, Varie

 

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La dieta del gruppo sanguigno non funziona

ResearchBlogging.orgAvrete sicuramente sentito parlare della dieta del gruppo sanguigno. Inventata dal naturopata Peter D’Adamo nel 1996, raggiunse un successo planetario grazie al libro “Eat right for your type” che ha venduto oltre 7 milioni di copie. Secondo la teoria sviluppata da D’Adamo e poi ripresa anche da alcuni nutrizionisti italiani, l’alimentazione di ciascun individuo dovrebbe essere personalizzata in relazione al gruppo sanguigno: il gruppo 0 è considerato il gruppo più antico, perciò i suoi possessori dovrebbero seguire una dieta ricca di proteine di origine animale, come quella dei nostri antenati cacciatori-raccoglitori; il gruppo A invece è associato alla nascita dell’agricoltura, ne consegue che queste persone dovrebbero seguire una dieta vegetariana; chi è del gruppo B dovrebbe mangiare più latticini; gli AB, invece, possono mangiare un po’ di tutto, con moderazione. Gli autori dello studio che commento in questo post hanno realizzato un grafico che descrive molto bene la proporzione dei diversi alimenti nei quattro casi.

Blood Type Diet

Nei confronti di questa bizzarra teoria c’è sempre stato molto scetticismo. Comprensibile: sembra improbabile che il solo gruppo sanguigno di una persona possa influenzare in modo così forte le sue necessità nutrizionali. Gli studi di nutrigenetica ci insegnano che il DNA ha un peso in questo senso, ma le variazioni genetiche che contano sono numerose, interagiscono tra loro e soprattutto sono spesso a carico di enzimi del metabolismo. Nel caso del gruppo sanguigno, si tratta invece di due SNP (rs8176719 e rs8176746) all’interno di un unico gene, il gene ABO. E benché il gruppo sanguigno sia stato in passato associato a varie malattie, in letteratura non si trova quasi nulla riguardo al suo ipotetico effetto sulla risposta dell’organismo alla dieta seguita. D’altra parte, risulta difficile pensare che esistano solo quattro diete ottimali per tutta la popolazione, quando le componenti di una sana alimentazione sono moltissime e tutte potenzialmente legate a fattori genetici.

bloodtypefoodSe prima era lecito sospettare che questa dieta non funzionasse, oggi ne abbiamo la dimostrazione. Lo prova uno studio pubblicato sulla rivista PLoS ONE e condotto dal gruppo di Ahmed El-Sohemy, dell’Università di Toronto. Come prima cosa, i ricercatori hanno compilato, per ognuna delle quattro diete, una tabella dove a ciascun alimento era associato un punteggio positivo se questo era previsto dalla dieta e un punteggio negativo se era invece in contrasto con essa (pdf). Dopodiché, hanno chiesto a circa 1500 persone di descrivere la loro alimentazione nel corso di un mese, e hanno quindi calcolato con l’aiuto della tabella un punteggio che descrivesse in che misura la dieta del singolo partecipante fosse in linea con ciascuno dei quattro regimi alimentari proposti da Peter D’Adamo. Infine, hanno misurato una serie di parametri quali l’indice di massa corporea, la pressione, il colesterolo o la glicemia, tutti fattori di rischio cardiometabolico. I risultati hanno mostrato che seguire la dieta di tipo A o di tipo AB può avere effetti benefici per quasi tutti i valori considerati. La dieta di tipo 0 riduce i trigliceridi, mentre la dieta di tipo B è quella meno vantaggiosa. La cosa interessante, però, è che questi vantaggi si verificano indipendentemente dal gruppo sanguigno. Classificando i partecipanti in funzione del loro gruppo, infatti, non emergevano particolari differenze tra chi seguiva la “propria” dieta e chi no. Questo accadeva con tutte e quattro le diete considerate.

Questo studio boccia definitivamente una teoria fantasiosa, che in realtà era già stata messa in discussione da altri lavori precedenti. Ad esempio, a D’Adamo è stato contestato il fatto di aver considerato come gruppo sanguigno ancestrale il gruppo 0, quando invece analisi filogenetiche sembrano propendere per il gruppo A. Ovviamente, tra i miei lettori ci sarà anche qualcuno che dirà: “Eppure con me ha funzionato!”. La spiegazione è semplice: come dimostrato dal lavoro di El-Sohemy, gli effetti positivi di queste diete ci sono (soprattutto per quelle di tipo A e AB), ma non hanno niente a che vedere con il gruppo sanguigno di chi decide di seguirle.


Jingzhou Wang, Bibiana García-Bailo, Daiva E. Nielsen, & Ahmed El-Sohemy (2014). ABO Genotype, ‘Blood-Type’ Diet and Cardiometabolic Risk Factors PLoS ONE : 10.1371/journal.pone.0084749

 
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Pubblicato da su 17 gennaio 2014 in Business, Genetica personale, Nutrizione, Salute, Scienza

 

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Fecondazione assistita: anche le coppie fertili potranno accedere alla diagnosi pre-impianto

DonatellaGalterioAvevo già raccontato la storia di Rosetta Costa e Walter Pavan, i coniugi romani con un figlio malato di fibrosi cistica che avevano cercato, in vista di una seconda gravidanza, di accedere alla fecondazione assistita con diagnosi pre-impianto, pratica vietata per le coppie fertili in base alla legge 40 del 2004. La coppia si era rivolta alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo, che aveva dato loro ragione, dichiarando che la legge 40 viola gli articoli 8 e 14 della Convenzione Europea per la Salvaguardia dei Diritti dell’Uomo e delle Libertà Fondamentali, che sanciscono rispettivamente il diritto al rispetto della vita privata e familiare, e il divieto di discriminazione: la legge 40, in altre parole, è vista come un’ingerenza dello Stato nella vita di coppia. La stessa legge, inoltre, è stata giudicata incoerente con la legge 194/1978 sull’aborto, la quale consente l’aborto terapeutico quando il feto risulta essere affetto da patologie come, appunto, la fibrosi cistica. Questo pronunciamento della Corte di Strasburgo risale all’estate del 2012. Il governo italiano aveva presentato ricorso, ma quest’ultimo è stato respinto lo scorso febbraio. Pochi giorni fa, il giudice Donatella Dalterio del Tribunale di Roma ha deciso di recepire la sentenza, ritenendo che in caso di normative contrastanti quella europea debba prevalere su quella italiana. Rosetta e Walter, dunque, potranno accedere alla diagnosi pre-impianto e potranno farlo a spese del Servizio Sanitario Nazionale. Oggi i due coniugi possono dire di avere vinto finalmente la loro battaglia, e con loro tutte le coppie fertili che hanno la sfortuna di essere portatrici di malattie genetiche recessive.

 
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Pubblicato da su 1 ottobre 2013 in Medicina, Salute, Scienza, Varie

 

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Schiaffo alla scienza: il Parlamento delle larghissime intese dice no agli OGM

OGM freeSui media generalisti non se n’è parlato moltissimo, ma chi frequenta il mondo della comunicazione scientifica online o gruppi come Dibattito Scienza, è sicuramente a conoscenza di ciò che hanno combinato pochi giorni fa in Parlamento. La Camera ha approvato all’unanimità (neanche un voto contrario) una mozione che impegna il governo a chiedere all’Unione Europea la possibilità di adottare la clausola di salvaguardia per la coltivazione di OGM sul territorio italiano (impegno già mantenuto). Quando l’Unione Europea dà il suo via libera per la coltivazione e il commercio di una coltura OGM, lo fa dopo attente valutazioni a cura dell’EFSA, e solo in presenza di nuove evidenze scientifiche che dimostrino qualche rischio associato alla coltivazione di quel prodotto, uno Stato membro può ottenere la clausola di salvaguardia. Queste nuove evidenze scientifiche, però, non ci sono, anche perché lo studio di Séralini et al. citato anche nella mozione è stato smontato dalla comunità scientifica internazionale, e addirittura è già stato bocciato dalla stessa EFSA. Benché consapevoli di avere poche possibilità di successo, i nostri parlamentari hanno deciso di provarci comunque, spinti dalle ragioni più diverse, ma tutte quante in contrasto con la razionalità e il parere della scienza. Come Dibattito Scienza abbiamo provato a sollecitare almeno i parlamentari con una formazione scientifica (qui trovate il testo del nostro appello), ma senza nessun risultato.

La presa di posizione unanime del nostro Parlamento in materia di OGM suscita interessanti interrogativi. Perché, da sinistra a destra, tutti si sono trovati d’accordo nel mettere al bando le colture geneticamente modificate? Perché la sinistra, che dovrebbe essere portatrice dei valori dell’ambientalismo, finge di non sapere che le colture OGM possono portare a una riduzione nell’uso dei pesticidi? E perché la destra, che dovrebbe difendere in primo luogo la libertà individuale e la competitività dei nostri agricoltori, sceglie di sostenere una misura illiberale e retrograda? In altre parole, perché la scienza e la razionalità non interessano a nessuno? Da quando è nato il gruppo Dibattito Scienza, mi sono ritrovato diverse volte a pensare al rapporto tra scienza e politica, e più in generale a quali fossero i valori di riferimento di sinistra e destra. L’articolo di Silvia Bencivelli sul suo blog mi ha dato modo di mettere insieme i miei pensieri sull’argomento. La conclusione a cui sono arrivato è che la razionalità non è qualcosa che caratterizza l’una o l’altra fazione politica: può essere più o meno accentuata a seconda dello specifico partito, ma in nessun caso è un valore imprescindibile. E non essendo un valore di riferimento, non deve essere perseguita ad ogni costo, ma al contrario può essere sfruttata per appoggiare quelli che invece sono davvero i princìpi fondanti delle due ideologie.

Per la sinistra il bene della collettività viene prima del bene dell’individuo. Per questa ragione, essa cerca di ottenere l’uguaglianza sociale, spesso attraverso un maggiore intervento dello Stato, volto a riequilibrare le ingiustizie e a impedire che qualcuno si appropri di maggiore ricchezza o di più diritti rispetto a tutti gli altri. Questa ricerca dell’uguaglianza si associa naturalmente al femminismo, e contrasta ogni forma di razzismo; ma non si limita alla specie umana. Per la sinistra, i diritti degli animali, e anche – perdonate la forzatura – i diritti dell’ambiente devono essere in egual modo tutelati. Per questo la sinistra è terreno fertile per l’ambientalismo e l’animalismo. La destra, al contrario, predilige una gerarchia di valori per così dire centripeta, dove i diritti e le libertà aumentano andando dall’esterno verso l’interno: il singolo individuo gode di maggior libertà e ha più diritti rispetto alla comunità locale in cui vive, che a sua volta gode di maggiori diritti rispetto alla Nazione che la ospita, e analogamente gli stranieri sono meno tutelati rispetto ai cittadini italiani. Va da sé che, nell’ottica antropocentrica di destra, i diritti degli animali e quelli dell’ambiente sono secondari rispetto alle esigenze umane. Infine, proprio perché la visione individualista della destra è più appetibile da parte di chi già gode di una buona condizione sociale, i partiti di destra finiscono per essere definiti partiti conservatori, o i partiti dei ricchi, perché portavoce di quella parte di popolazione maggiormente interessata a mantenere lo status quo. Quindi come si inseriscono la scienza (e in senso lato la razionalità) in queste due visioni del mondo? Detto molto banalmente, la sinistra e la destra prendono dalla scienza ciò che fa loro comodo. Se gli scienziati denunciano il riscaldamento globale, ecco che i politici di sinistra accettano ben volentieri questo fatto e lo fanno proprio, perché consente di giustificare la loro battaglia contro il capitalismo industriale, che inquina l’ambiente e accelera il fenomeno del global warming. Al contrario, se la scienza dice che la sperimentazione animale è essenziale per la ricerca biomedica, è la destra ad appropriarsi di questo concetto. E non sto parlando della Brambilla, ma di quella che personalmente ritengo in questo momento la destra più autentica, cioè i liberisti di Giannino(*), che alla relativa domanda postagli da Dibattito Scienza rispose così: “Oggi i successi della ricerca medico-scientifica rappresentano la ragione singolarmente più importante per l’allungamento dell’aspettativa e della qualità di vita. È dunque necessario creare condizioni che siano favorevoli all’avanzamento della scienza. La sperimentazione su animali è una parte fondamentale di questo processo.”. Alla politica, insomma, interessa soltanto il fine da perseguire. La razionalità e il metodo scientifico sono semplicemente degli strumenti come tanti altri per dare sostegno e plausibilità alla visione del mondo in cui si crede.

Che cos’è accaduto allora con gli OGM? Beh, io credo che, per la politica, l’OGM sia una tecnologia problematica sotto una serie di aspetti. Alcune colture OGM consentono di utilizzare meno pesticidi, a tutto vantaggio dell’ambiente: il MON810, ad esempio, necessita di meno insetticida, perché in grado di produrre da solo la tossina che lo protegge dagli attacchi di alcuni lepidotteri come la piralide. Ma se è meno dannoso per l’ambiente, perché la sinistra lo ha osteggiato? D’altra parte, sempre lo stesso MON810 permette agli agricoltori di ottenere rese maggiori e incrementare i guadagni. Ma se aumenta la competitività e la produttività delle aziende agricole, perché anche la destra lo ha contrastato? La risposta è diversa per le due fazioni politiche. Quando un politico di sinistra vede una pannocchia di mais MON810 pensa immediatamente alle multinazionali e ai brevetti, dimenticando che è stata proprio l’avversione ideologica nei confronti degli OGM ad aprire la strada alle multinazionali (cioè gli unici soggetti ad avere la forza economica di superare le barriere ideologiche e normative che sono state imposte a questa tecnologia). Quando un politico di destra pensa agli OGM, invece, prova irritazione al pensiero del cambiamento (tendenzialmente la destra è conservatrice), e ci vede un pericolo per il buon vecchio Made in Italy che tanto apprezzano all’estero. Per favore, qualcuno può dire a questi politici che gran parte della carne e dei formaggi italiani derivano da animali alimentati con mangimi OGM? E che è possibile migliorare geneticamente anche prodotti tipici locali come il San Marzano? Leggete questa scheda, ad esempio. Esistono quindi sentimenti contrastanti e valutazioni di senso opposto, che potrebbero far pendere l’ago della bilancia verso un sì o verso un no agli OGM, sia per la sinistra sia per la destra. Ma ecco che nel sistema irrompono due variabili determinanti, che improvvisamente annullano qualsiasi disquisizione sui pro e i contro degli OGM. La prima è il consenso elettorale, che interessa tanto alla sinistra tanto alla destra (e la maggior parte degli italiani è contraria agli OGM). La seconda variabile sono le lobby anti-OGM, che hanno il potere di far cambiare idea a qualsiasi politico, di qualsiasi natura politica, nel momento stesso in cui entra in Parlamento. E con due fattori così forti a spingere contro gli OGM, ogni altra considerazione viene meno.

Sinceramente non so se la mia analisi sia giusta o sbagliata. Non sono un esperto di politica, potrei aver sottovalutato o sopravvalutato degli elementi. Quel che è certo, però, è che i nostri Parlamentari hanno deciso di prendere una posizione senza considerare minimamente l’opinione della scienza, e anzi utilizzando argomentazioni prive di fondamento scientifico per sostenere le proprie tesi. Ora, per coerenza con il loro “no”, i nostri politici non dovrebbero limitarsi a proibire la coltivazione di OGM, ma dovrebbero anche proibirne l’importazione dall’estero, o almeno pretendere che le aziende alimentari segnalino sui loro prodotti l’eventuale utilizzo di mangime geneticamente modificato. Lo faranno? Io ne dubito.

* = per dovere di cronaca, Giannino e i Radicali sono stati gli unici a esprimersi in modo favorevole agli OGM. D’altra parte sono forze politiche che godono di un consenso elettorale limitato, probabilmente anche per questi punti di vista un po’ scomodi.

 
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Pubblicato da su 15 luglio 2013 in Business, Nutrizione, Salute, Scienza, Tecnologia, Varie

 

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Medicina genomica: successi, sfide e opportunità (Parte 2 – La cura dei tumori)

ResearchBlogging.orgEccoci alla seconda puntata della serie di post sulla medicina genomica (qui potete leggere la prima). Come ha influito la rivoluzione genomica sulla cura e la prevenzione della salute? Quali applicazioni cliniche sono ora possibili grazie ai risultati conseguiti dalla ricerca del DNA? Ebbene, se c’è un settore della medicina che è stato influenzato in modo determinante da queste scoperte è sicuramente l’oncologia. Non solo la cura dei tumori è oggi sempre più personalizzata, ciò che stiamo vivendo è un vero e proprio cambio di prospettiva per quanto riguarda l’approccio alla terapia. Si inizia infatti a classificare i tumori non più in base al tessuto malato, ma in funzione delle caratteristiche molecolari del tumore stesso: una mutazione nel genoma o l’espressione alterata di un gene diventano spesso fattori determinanti per caratterizzare un tumore e, di conseguenza, per scegliere la terapia più efficace.

herceptinAd essere onesti, l’idea che un tumore potesse essere curato in modo personalizzato risale a parecchi anni fa, molti anni prima che il genoma umano fosse sequenziato. Già negli anni 80, infatti, si era scoperto che il gene HER-2 era iperattivo nel 30% dei tumori al seno ed era associato a un peggioramento della prognosi. Nel 1998 l’azienda biotech Genentech (poi acquisita dalla Roche) lanciò sul mercato il trastuzumab (nome commerciale Herceptin®), un anticorpo che andava a colpire proprio HER-2. Fu in quel momento che la prospettiva della medicina personalizzata iniziò a farsi strada.

zelborafQualche anno dopo, furono introdotti i test per le mutazioni del gene EGFR, utili nella cura di un tipo di carcinoma polmonare: per i pazienti che presentavano queste mutazioni, infatti, la terapia a base di gefitinib (Iressa®) era più efficace. In modo speculare, si scoprì che i pazienti affetti da carcinoma metastatico del colon-retto che presentavano mutazioni nel gene KRAS erano più resistenti alle terapie con cetuximab (Erbitux®). Oggi, con il sequenziamento NGS (Next-Generation Sequencing) è possibile analizzare contemporaneamente più mutazioni in vari geni, e prescrivere la terapia con la maggior probabilità di successo. Tra l’altro, alcuni farmaci pensati per un tipo di tumore si stanno rivelando efficaci anche per tumori di altri tessuti: il vemurafenib (nome commerciale Zelboraf®), inizialmente progettato per i melanomi con una mutazione nel gene BRAF, sembra funzionare anche con un tipo particolare di leucemia.

Un’altra applicazione molto promettente che però necessita di ulteriori messe a punto è l’uso del sequenziamento NGS per la diagnosi precoce o per il monitoraggio di eventuali recidive: la cosa interessante, in questo caso, è il fatto che tutto questo si farà partendo da un semplice campione di sangue. Nella battaglia contro il cancro, la genomica si sta dimostrando sempre più un’arma straordinaria. Ma non c’è solo l’oncologia: nella prossima puntata vedremo come la genomica sta dando il suo prezioso contributo anche nella diagnosi delle malattie rare.


Jeanette J. McCarthy, Howard L. McLeod, & Geoffrey S. Ginsburg (2013). Genomic Medicine: A Decade of Successes, Challenges, and Opportunities Science Translational Medicine, 5 (189) : 10.1126/scitranslmed.3005785

 

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Tutta la verità sugli OGM: intervista al biotecnologo Federico Baglioni

fedebaglioniOggi parliamo di un argomento che non ho affrontato praticamente mai (abbastanza disonorevole per un blog che si chiama myGenomiX): gli organismi geneticamente modificati. Per rimediare a questa terribile mancanza, ho pensato di rivolgermi a qualcuno che sicuramente ne sa molto più di me, uno che non avrà anni di ricerca alle spalle, ma che sugli OGM si è informato parecchio. Federico Baglioni è un giovane biotecnologo attivo su molti fronti: ha un blog molto seguito, Fedebiotech, e soprattutto è stato in prima fila nell’organizzazione di Italia unita per la corretta informazione scientifica, un evento che ha coinvolto diverse città italiane e ha fatto parlare di sè persino su Science (con tanto di intervista al nostro Federico). Ho deciso di parlare di OGM dopo aver letto l’ultima intervista della ministra Nunzia De Girolamo, rilasciata al Corriere della Sera pochi giorni fa. La nostra ministra delle Politiche Agricole è così convinta che gli OGM siano pericolosi per il sistema agroalimentare italiano che è intenzionata a scrivere un decreto che ne vieti la coltivazione nel nostro Paese, esponendo deliberatamente l’Italia a una procedura di infrazione dell’Unione Europea. Con Federico Baglioni parliamo anche di questo.

Rompiamo il ghiaccio parlando subito di un argomento “scottante”. Gli OGM sono pericolosi per la salute umana? In base alle evidenze scientifiche attualmente disponibili, possiamo dire che non esistono rischi di alcun tipo relativi al consumo di OGM?
Iniziamo col dire che per la legge è OGM qualsiasi organismo non umano modificato con tecniche di ingegneria genetica; dunque dal punto di vista legislativo non vengono contemplate le caratteristiche dei prodotti OGM, siano essi piante o meno, e per questo motivo ogni OGM andrebbe analizzato caso per caso. Ad ogni modo tutti gli OGM commercializzati finora hanno passato severi controlli di sicurezza che non sono richiesti per i prodotti “convenzionali” e da più di dieci anni vengono costantemente utilizzati sia nell’alimentazione umana che, soprattutto, nella zootecnia, senza che sia stato riscontrato alcun problema correlabile specificatamente agli OGM. Nonostante questi dati confortanti non esiste il concetto di rischio zero né per gli OGM, dove l’unico caso di reazione allergica è avvenuto prima della commercializzazione e ha decretato l’abbandono di quel prodotto, né tanto meno per prodotti di cui giornalmente ci cibiamo e che consideriamo “tradizionali”. Questi ultimi, infatti, oltre ad essere frutto di modifiche grossolane e spesso più invadenti di quelle provocate con l’ingegneria genetica, contengono composti tossici noti (prezzemolo, caffè ecc.) e causano in individui sensibili reazioni allergiche accertate (noci, nocciole, fragole..). In conclusione, come confermato da centinaia di studi effettuati nell’ultimo decennio, i prodotti OGM commercializzati finora sono da considerarsi sicuri almeno quanto quelli convenzionali. Poiché ogni nuovo prodotto OGM messo in commercio richiede opportuni controlli, che non vengono effettuati sulle nuove varietà convenzionali, si può concludere che possiamo stare sufficientemente tranquilli. L’opposizione agli OGM è dunque sproporzionata al reale rischio.

Una delle obiezioni poste dai detrattori degli OGM si riferisce all’effettiva utilità di questa tecnologia per l’agricoltura italiana. Secondo molti esponenti politici, gli OGM non ci servono, e anzi potrebbero danneggiare l’immagine all’estero del settore agroalimentare italiano, fatto di eccellenze e prodotti locali. Tu cosa ne pensi?
Intanto un fatto di realtà: ad oggi importiamo milioni di tonnellate di derrate alimentari per la zootecnia, provenienti principalmente dal Sud America, che sono per la gran parte OGM. Dunque dire che “non ci servono” significa non sapere quanto siamo dipendenti da questi prodotti. Il made in Italy, di cui ci facciamo vanto all’estero, deriva proprio dall’utilizzo di questi mangimi e conferma la buona qualità dei prodotti OGM utilizzati. Dunque non solo abbiamo bisogno di OGM, ma sarebbe molto più sensato utilizzare la filiera italiana, e produrre gli OGM qui, valorizzando il settore tecnologico e i cervelli italiani, piuttosto che dover importare il prodotto finale dall’estero, pagando anche tutti i costi di filiera straniera. La paura che l’agricoltura italiana possa venir danneggiata dagli OGM ha origine da due questioni di fondo. La prima è quella per cui gli OGM sarebbero sinonimo di prodotti di scarsa qualità e di monocoltura; questo fa credere che l’uso di OGM renderebbe l’Italia un recipiente di prodotti standardizzati e omologati a quelli esteri. Questa correlazione è però sballata, sia perché l’utilizzo ad oggi è limitato al settore zootecnico, sia perché un OGM è tale per via della tecnica utilizzata e non per le caratteristiche del prodotto: ciò significa che un OGM non deve corrispondere per forza a quello coltivato su larga scala, ma può venire incontro alle esigenze del coltivatore italiano. E’ chiaro, quindi, che l’utilità delle colture transgeniche dovrà essere considerata caso per caso: un OGM costruito su varietà locali per resistere a infestazioni da un insetto specifico della pianura padana sarà molto più interessante di una pianta transgenica progettata in Nord America. La seconda questione, intimamente legata alla prima, riguarda la credenza che l’“inquinamento genetico” possa danneggiare le altre colture, o addirittura che basti un singolo seme OGM per trasformare tutti i campi convenzionali o biologici in transgenici. Diciamo subito che ogni coltura ha un grado di contaminazione inevitabile con altre varietà e altre colture non OGM e che sono spesso tollerati valori fino al 2 o al 4%, senza che se ne consideri pregiudicata la “qualità”. Dunque la soglia dello 0,9% fissata per gli OGM, non solo è facilmente rispettabile seguendo appositi protocolli di confinamento, ma è già molto più restrittiva di quanto consideriamo accettabile normalmente. E, generalmente, la coltura OGM differisce da quella convenzionale solo per la resistenza a un insetto o un erbicida, non per le caratteristiche organolettiche: un pomodoro San Marzano OGM che resiste a un virus è sempre un pomodoro San Marzano! In altre parole il problema della “contaminazione” è fittizio perché non riguarda un problema di qualità, ma una questione di immagine ed etichetta dove, a causa della confusione e dei luoghi comuni perpetuati e diffusi da chi osteggia la tecnologia, è la sigla stessa OGM a rappresentare un prodotto di seconda categoria, che non andrebbe quindi in alcun modo mischiato con i prodotti “di qualità” del made in Italy.

fidenatoRecentemente abbiamo assistito alla storia di Fidenato, agricoltore italiano che si sta battendo per poter coltivare del mais GM. Puoi riassumerci le tappe principali di questa vicenda? Chi decide cosa può essere coltivato nell’Unione Europea?
In un paese normale la storia non avrebbe niente di clamoroso: Fidenato è un normale agricoltore che nel 2010 ha semplicemente seminato una varietà OGM autorizzata in Europa (MON810) sui suoi campi. Fine della storia. Quello a cui abbiamo assistito qui in Italia è, invece, una guerra, cominciata con la distruzione dei campi seminati e proseguita con sedute nei tribunali e ricorsi al TAR con lo scopo di condannare l’agricoltore per aver causato ipotetiche contaminazioni irreversibili dei campi vicini, avere infranto le leggi nazionali e aver messo a rischio le tipicità italiane. Per quanto riguarda le contaminazioni, come già detto, senza un’opposizione così cieca non vi sarebbero particolari problemi di coesistenza: ad esempio per il mais bastano meno di 50 metri per avere una contaminazione minore dello 0,9% e, considerato che la stragrande maggioranza del mais è ibrido (il mais “naturale” in Europa di fatto non esiste) e viene utilizzato per lo più in aziende che già fanno uso di mangimi OGM, è un rischio di davvero poca rilevanza. Per quanto riguarda le infrazioni, invece, è bene ricordare che secondo le normative europee uno stato membro non può vietare la coltivazione di un prodotto OGM, a meno che non vi siano danni ambientali o sanitari conclamati che, nel caso degli OGM, e in particolare del MON810, non sono mai stati osservati. I singoli paesi, semmai, devono impegnarsi a rendere noti i protocolli di coesistenza tra colture OGM e non OGM per rendere più serena la convivenza tra agricoltori che vogliono fare scelte diverse. L’Italia, invece, non solo non ha rispettato le leggi europee, ma ha anche volutamente tardato nella definizione di quei protocolli, in modo che questa mancanza potesse essere usata come motivo per bloccare ulteriori semine. Dopo più di due anni in cui Fidenato ha rischiato seriamente di dover pagare multe molto salate gli è stata riconosciuta la legittimità di coltivazione grazie alla recente sentenza della corte di giustizia europea. Forte di questo consenso, Fidenato ha recentemente seminato nuovamente mais MON810. Nell’Unione Europea una nuova varietà “convenzionale” può essere commercializzata senza che si incontrino particolari resistenze, mentre l’approvazione di un OGM è lunga e laboriosa. Sono necessari innanzitutto degli studi costosi per verificare la sicurezza del prodotto e l’effetto eventuale su organismi non target, ambiente ecc. A questo punto l’EFSA ha il compito di fornire un parere scientifico e solo in caso positivo la commissione formulerà una bozza da inviare al Comitato Permanente per la Catena Alimentare e la Salute degli Animali, comitato di tecnici dei vari paesi. Finora, però, non si è mai raggiunta una maggioranza qualificata (e cioè i 2/3 favorevoli o contrari) e quindi la decisione è sempre dovuta passare attraverso il Consiglio dei Ministri competenti dei diversi stati membri. Qualora non si trovi un accordo nemmeno in questo caso, la decisione spetta nuovamente alla Commissione Europea che, in genere, si rimette a quanto affermato in precedenza dall’EFSA. A questo punto, se tutto va bene, si potrà venderlo e coltivarlo per 10 anni, sempre sotto stretto controllo e sempre che nel frattempo non sia cambiato il Ministro!

Fino a questo momento quali colture OGM sono state autorizzate dall’Europa? Quali vantaggi offrono rispetto alle colture tradizionali?
A livello mondiale sono parecchie le colture ingegnerizzate e le caratteristiche inserite e tantissimi i prodotti in fase di sperimentazione, ma attualmente l’unica pianta transgenica approvata e commercializzata in Europa di una certa rilevanza è il mais MON810. L’unica altra coltura approvata, utile solo a livello industriale, era la patata Amflora che la BASF ha recentemente ritirato dal commercio (in Europa). Il mais MON810 ha la caratteristica di resistere alle infestazioni di una specifica classe di insetti (in particolare la Piralide). Questo è possibile grazie all’inserimento in pianta di un gene batterico (Cry1Ab) proveniente dal Bacillus Thuringensis, batterio le cui spore sono comunemente usate anche in agricoltura biologica. La tossina che viene espressa è innocua per l’uomo perché specificatamente attivata dalla digestione basica di questi insetti. Queste colture permettono di ridurre le perdite dovute alle infestazioni che, normalmente, possono anche azzerare i raccolti e limitare l’utilizzo di insetticidi con conseguenti minori costi e minor impatto su ambiente e sulla salute degli agricoltori. Essendo la resistenza all’insetto l’unica caratteristica specifica di questo OGM, la sua efficacia dipenderà dal livello di infestazione zona per zona e sarà compito dell’agricoltore, quindi, valutare se e quanto la sua adozione sarà conveniente.

monsantoUn’altra critica mossa dagli oppositori degli OGM ha a che fare con lo strapotere delle multinazionali in questo settore. Esiste davvero questo problema? Come rispondi a chi fa questo genere di obiezioni?
Lo strapotere delle multinazionali è un dato di fatto, ma va affrontato in maniera razionale e coerente: gran parte dei prodotti di cui disponiamo provengono da multinazionali e la stragrande maggioranza anche dei prodotti agricoli in commercio, siano essi OGM o meno, sono venduti da multinazionali (a volte in competizione con quelle biotech, a volte le stesse). Dunque stupisce che venga riservata tale feroce opposizione solo nei confronti degli OGM e non verso tutti gli altri prodotti. C’è poi la tendenza, sbagliata, ad accomunare gli OGM alle multinazionali, dimenticandosi che ci sono tantissimi enti ed università pubbliche che fanno ricerca sugli OGM e hanno sviluppato in tempi passati e recenti prodotti transgenici di indubbio interesse, sia a livello commerciale che a livello umanitario. Per quale motivo, allora, a parte la papaya hawaiiana resistente a un virus, nessun prodotto di origine pubblica è stato messo in commercio? I motivi sono molteplici: innanzitutto la normativa è terribilmente sbilanciata poiché pretende, solo per gli OGM e non per le nuove varietà ottenute per modifiche di tipo “convenzionale”, una quantità di studi, tempo e soldi esagerata. Solo questo rende infattibili gran parte dei progetti di ricerca pubblica, e consegna di fatto il monopolio a chi, come le multinazionali, ha i soldi per potersi permettere studi e costi normativi. L’ingente quantità di risorse necessaria per le regolamentazioni spinge, inoltre, a sviluppare colture che possano essere coltivate su terreni estesi, che abbiano un mercato redditizio e consolidabile. Prodotti di nicchia come il pomodoro tipico San Marzano resistente al virus che lo sta facendo scomparire, sono però molto più adatti a realtà locali e frammentarie come quelle italiane; questi prodotti, però, avendo un bassissimo ritorno economico, nonostante siano stati sviluppati da tempo, non hanno mai visto la luce per via dei costi di approvazione smisurati (il San Marzano OGM è stato sviluppato dall’azienda Metapontum Agrobios, in Basilicata). Un secondo importante motivo sta nell’opposizione ideologica alla tecnologia, che in Italia è particolarmente forte. Una multinazionale riesce a mantenere ed espandere il proprio mercato, nonostante forti opposizioni, grazie a proprie risorse finanziarie che le consente di mettere in commercio e promuovere prodotti che sono molto competitivi e redditizi. Un’università pubblica, specie se carente di risorse come quella italiana, si trova a dover abbandonare progetti dai fini più nobili per via dei costi troppi elevati e per la mancanza di sostegno da parte di istituzioni, aziende e consumatori. In altre parole un prodotto OGM, anche laddove presenti caratteristiche eccezionali e inattaccabili, è decisamente sfavorito solo per il fatto di essere OGM. Questa paura pregiudiziale non fa che rendere le università, gli enti pubblici e le piccole aziende sempre meno incentivate a spendere le poche risorse in una tecnologia che, seppur valida e promettente, rischia di risultare fallimentare a livello di mercato e di immagine per i boicottaggi che seguirebbero. Dunque è proprio la mala informazione e la cattiva abitudine di associare una tecnologia a un singolo prodotto o, peggio ancora, a un singolo produttore, che limita enormemente le potenzialità della tecnologia stessa. Cattiva abitudine che sono soliti utilizzare coloro che si oppongono agli OGM per via delle multinazionali e che non si rendono conto che è proprio questo atteggiamento ad aver spianato loro la strada.

In Italia si fa ricerca pubblica sugli OGM? E con che risultati? La situazione è diversa negli altri Paesi Europei?
Certamente. Anche se poca rispetto alle potenzialità. Nonostante gli indubbi problemi di risorse dell’università e degli enti pubblici, vi sono numerosi progetti di ricerca che vanno dallo sviluppo di biofuels, allo studio di colture arricchite. Esistono diversi gruppi che lavorano sulle principali colture italiane come frumento, riso, pomodoro, melo ecc. Gran parte di questi progetti, purtroppo, per via dei motivi descritti sopra, son stati parzialmente o totalmente abbandonati perché non se ne vede un futuro: i prodotti che eventualmente verranno sviluppati, infatti, difficilmente potranno essere testati in campo, non potranno probabilmente venir commercializzati e, qualora ci fossero industrie disposte a farsi carico delle spese, non troverebbero un mercato che li accoglierebbe. All’estero c’è probabilmente maggior ricerca per via dei maggiori investimenti, ma vi sono problemi simili. Ad esempio in Austria le prove di campo sono impossibili e in altri paesi come la Germania alcuni campi son stati distrutti. In generale, comunque, i costi di autorizzazione e regolamentazione sono un’arma formidabile per inibire in modo significativo la sperimentazione e anche le prove di laboratorio. Questo clima è, purtroppo, la ricetta migliore per affossare ulteriormente la ricerca pubblica: le università sono sempre meno stimolate a investire in ricerche che sono di fatto ostacolate e il clima di sfiducia stronca ulteriormente le speranze di quei pochi giovani che ancora credono di poter fare ricerca in Italia, senza dover fuggire all’estero.

AGRICOLTURA:GIOVANI CIA A DE GIROLAMO, DATECI TERRE DEMANIOSecondo te, per quale motivo l’opposizione ideologica agli OGM è così trasversale dal punto di vista politico?
La risposta è molto complessa. Trovo che nel caso degli OGM l’opposizione, così radicata da destra a sinistra, abbia origine da un lato dalla necessità di soddisfare i corrispondenti elettori e, dall’altro, dalla varietà delle questioni in gioco: una persona “di sinistra” è generalmente attenta al dramma sociale del piccolo agricoltore indiano contro la multinazionale simbolo del capitalismo occidentale e mostra una certa superiorità nel professarsi contro il sistema, contro i poteri forti e i dogmi della scienza (qualsiasi cosa voglia dire). Poco importa se gli agricoltori indiani ricomprano i semi ogni anno perché conviene o se gli ipotetici suicidi indiani non c’entrano nulla con il kiwi resistente alle malattie sviluppato dall’Università pubblica della Tuscia. Gli OGM sono simbolo del potente Golia e, in quanto tali, vanno osteggiati. Una persona di “destra”, invece, è facile che trovi sacro il legame con la propria terra, con la natura e reputi imprescindibile e immutabile la tradizione dei prodotti agricoli, in quanto simbolo della propria cultura e del proprio popolo. Non importa che tutti questi prodotti siano stati originati da mutazioni profonde e incroci con specie di altri continenti, non importa se quello che oggi è tradizione una volta era tecnologia a sua volta osteggiata e magari ripudiata. Gli OGM sono simbolo della distruzione della propria storia e origine e non possono venire accettati. Credo che queste due visioni, per quanto volutamente estreme e non per forza fedeli alla realtà, abbiano dei punti in comune, tali per cui la battaglia contro gli OGM pare non avere colore politico. Anche per questo in politica non esiste un vero dibattito sulla questione OGM. Questo atteggiamento rassicura da un lato chi non ha conoscenze in materia (ed è timoroso a prescindere), ma al tempo stesso, essendoci un unico coro, costringe chi di scienza si interessa a escludere la scienza stessa (e in questo caso gli OGM) dall’essere ago della bilancia per la scelta del proprio candidato e del proprio partito. Questo pare essere, purtroppo, coerente con il poco interesse della politica nei confronti della scienza e della cultura scientifica (ma anche la cultura in generale); cultura scientifica, infatti, significa anche non vivere di luoghi comuni, pregiudizi e dogmi; è un mezzo che consente di verificare le fonti, ovvero quello che le persone, politici compresi, dicono.

 
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Pubblicato da su 28 giugno 2013 in Nutrizione, Salute, Scienza, Tecnologia, Varie

 

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