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La dieta del gruppo sanguigno non funziona

ResearchBlogging.orgAvrete sicuramente sentito parlare della dieta del gruppo sanguigno. Inventata dal naturopata Peter D’Adamo nel 1996, raggiunse un successo planetario grazie al libro “Eat right for your type” che ha venduto oltre 7 milioni di copie. Secondo la teoria sviluppata da D’Adamo e poi ripresa anche da alcuni nutrizionisti italiani, l’alimentazione di ciascun individuo dovrebbe essere personalizzata in relazione al gruppo sanguigno: il gruppo 0 è considerato il gruppo più antico, perciò i suoi possessori dovrebbero seguire una dieta ricca di proteine di origine animale, come quella dei nostri antenati cacciatori-raccoglitori; il gruppo A invece è associato alla nascita dell’agricoltura, ne consegue che queste persone dovrebbero seguire una dieta vegetariana; chi è del gruppo B dovrebbe mangiare più latticini; gli AB, invece, possono mangiare un po’ di tutto, con moderazione. Gli autori dello studio che commento in questo post hanno realizzato un grafico che descrive molto bene la proporzione dei diversi alimenti nei quattro casi.

Blood Type Diet

Nei confronti di questa bizzarra teoria c’è sempre stato molto scetticismo. Comprensibile: sembra improbabile che il solo gruppo sanguigno di una persona possa influenzare in modo così forte le sue necessità nutrizionali. Gli studi di nutrigenetica ci insegnano che il DNA ha un peso in questo senso, ma le variazioni genetiche che contano sono numerose, interagiscono tra loro e soprattutto sono spesso a carico di enzimi del metabolismo. Nel caso del gruppo sanguigno, si tratta invece di due SNP (rs8176719 e rs8176746) all’interno di un unico gene, il gene ABO. E benché il gruppo sanguigno sia stato in passato associato a varie malattie, in letteratura non si trova quasi nulla riguardo al suo ipotetico effetto sulla risposta dell’organismo alla dieta seguita. D’altra parte, risulta difficile pensare che esistano solo quattro diete ottimali per tutta la popolazione, quando le componenti di una sana alimentazione sono moltissime e tutte potenzialmente legate a fattori genetici.

bloodtypefoodSe prima era lecito sospettare che questa dieta non funzionasse, oggi ne abbiamo la dimostrazione. Lo prova uno studio pubblicato sulla rivista PLoS ONE e condotto dal gruppo di Ahmed El-Sohemy, dell’Università di Toronto. Come prima cosa, i ricercatori hanno compilato, per ognuna delle quattro diete, una tabella dove a ciascun alimento era associato un punteggio positivo se questo era previsto dalla dieta e un punteggio negativo se era invece in contrasto con essa (pdf). Dopodiché, hanno chiesto a circa 1500 persone di descrivere la loro alimentazione nel corso di un mese, e hanno quindi calcolato con l’aiuto della tabella un punteggio che descrivesse in che misura la dieta del singolo partecipante fosse in linea con ciascuno dei quattro regimi alimentari proposti da Peter D’Adamo. Infine, hanno misurato una serie di parametri quali l’indice di massa corporea, la pressione, il colesterolo o la glicemia, tutti fattori di rischio cardiometabolico. I risultati hanno mostrato che seguire la dieta di tipo A o di tipo AB può avere effetti benefici per quasi tutti i valori considerati. La dieta di tipo 0 riduce i trigliceridi, mentre la dieta di tipo B è quella meno vantaggiosa. La cosa interessante, però, è che questi vantaggi si verificano indipendentemente dal gruppo sanguigno. Classificando i partecipanti in funzione del loro gruppo, infatti, non emergevano particolari differenze tra chi seguiva la “propria” dieta e chi no. Questo accadeva con tutte e quattro le diete considerate.

Questo studio boccia definitivamente una teoria fantasiosa, che in realtà era già stata messa in discussione da altri lavori precedenti. Ad esempio, a D’Adamo è stato contestato il fatto di aver considerato come gruppo sanguigno ancestrale il gruppo 0, quando invece analisi filogenetiche sembrano propendere per il gruppo A. Ovviamente, tra i miei lettori ci sarà anche qualcuno che dirà: “Eppure con me ha funzionato!”. La spiegazione è semplice: come dimostrato dal lavoro di El-Sohemy, gli effetti positivi di queste diete ci sono (soprattutto per quelle di tipo A e AB), ma non hanno niente a che vedere con il gruppo sanguigno di chi decide di seguirle.


Jingzhou Wang, Bibiana García-Bailo, Daiva E. Nielsen, & Ahmed El-Sohemy (2014). ABO Genotype, ‘Blood-Type’ Diet and Cardiometabolic Risk Factors PLoS ONE : 10.1371/journal.pone.0084749

 
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Pubblicato da su 17 gennaio 2014 in Business, Genetica personale, Nutrizione, Salute, Scienza

 

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Schiaffo alla scienza: il Parlamento delle larghissime intese dice no agli OGM

OGM freeSui media generalisti non se n’è parlato moltissimo, ma chi frequenta il mondo della comunicazione scientifica online o gruppi come Dibattito Scienza, è sicuramente a conoscenza di ciò che hanno combinato pochi giorni fa in Parlamento. La Camera ha approvato all’unanimità (neanche un voto contrario) una mozione che impegna il governo a chiedere all’Unione Europea la possibilità di adottare la clausola di salvaguardia per la coltivazione di OGM sul territorio italiano (impegno già mantenuto). Quando l’Unione Europea dà il suo via libera per la coltivazione e il commercio di una coltura OGM, lo fa dopo attente valutazioni a cura dell’EFSA, e solo in presenza di nuove evidenze scientifiche che dimostrino qualche rischio associato alla coltivazione di quel prodotto, uno Stato membro può ottenere la clausola di salvaguardia. Queste nuove evidenze scientifiche, però, non ci sono, anche perché lo studio di Séralini et al. citato anche nella mozione è stato smontato dalla comunità scientifica internazionale, e addirittura è già stato bocciato dalla stessa EFSA. Benché consapevoli di avere poche possibilità di successo, i nostri parlamentari hanno deciso di provarci comunque, spinti dalle ragioni più diverse, ma tutte quante in contrasto con la razionalità e il parere della scienza. Come Dibattito Scienza abbiamo provato a sollecitare almeno i parlamentari con una formazione scientifica (qui trovate il testo del nostro appello), ma senza nessun risultato.

La presa di posizione unanime del nostro Parlamento in materia di OGM suscita interessanti interrogativi. Perché, da sinistra a destra, tutti si sono trovati d’accordo nel mettere al bando le colture geneticamente modificate? Perché la sinistra, che dovrebbe essere portatrice dei valori dell’ambientalismo, finge di non sapere che le colture OGM possono portare a una riduzione nell’uso dei pesticidi? E perché la destra, che dovrebbe difendere in primo luogo la libertà individuale e la competitività dei nostri agricoltori, sceglie di sostenere una misura illiberale e retrograda? In altre parole, perché la scienza e la razionalità non interessano a nessuno? Da quando è nato il gruppo Dibattito Scienza, mi sono ritrovato diverse volte a pensare al rapporto tra scienza e politica, e più in generale a quali fossero i valori di riferimento di sinistra e destra. L’articolo di Silvia Bencivelli sul suo blog mi ha dato modo di mettere insieme i miei pensieri sull’argomento. La conclusione a cui sono arrivato è che la razionalità non è qualcosa che caratterizza l’una o l’altra fazione politica: può essere più o meno accentuata a seconda dello specifico partito, ma in nessun caso è un valore imprescindibile. E non essendo un valore di riferimento, non deve essere perseguita ad ogni costo, ma al contrario può essere sfruttata per appoggiare quelli che invece sono davvero i princìpi fondanti delle due ideologie.

Per la sinistra il bene della collettività viene prima del bene dell’individuo. Per questa ragione, essa cerca di ottenere l’uguaglianza sociale, spesso attraverso un maggiore intervento dello Stato, volto a riequilibrare le ingiustizie e a impedire che qualcuno si appropri di maggiore ricchezza o di più diritti rispetto a tutti gli altri. Questa ricerca dell’uguaglianza si associa naturalmente al femminismo, e contrasta ogni forma di razzismo; ma non si limita alla specie umana. Per la sinistra, i diritti degli animali, e anche – perdonate la forzatura – i diritti dell’ambiente devono essere in egual modo tutelati. Per questo la sinistra è terreno fertile per l’ambientalismo e l’animalismo. La destra, al contrario, predilige una gerarchia di valori per così dire centripeta, dove i diritti e le libertà aumentano andando dall’esterno verso l’interno: il singolo individuo gode di maggior libertà e ha più diritti rispetto alla comunità locale in cui vive, che a sua volta gode di maggiori diritti rispetto alla Nazione che la ospita, e analogamente gli stranieri sono meno tutelati rispetto ai cittadini italiani. Va da sé che, nell’ottica antropocentrica di destra, i diritti degli animali e quelli dell’ambiente sono secondari rispetto alle esigenze umane. Infine, proprio perché la visione individualista della destra è più appetibile da parte di chi già gode di una buona condizione sociale, i partiti di destra finiscono per essere definiti partiti conservatori, o i partiti dei ricchi, perché portavoce di quella parte di popolazione maggiormente interessata a mantenere lo status quo. Quindi come si inseriscono la scienza (e in senso lato la razionalità) in queste due visioni del mondo? Detto molto banalmente, la sinistra e la destra prendono dalla scienza ciò che fa loro comodo. Se gli scienziati denunciano il riscaldamento globale, ecco che i politici di sinistra accettano ben volentieri questo fatto e lo fanno proprio, perché consente di giustificare la loro battaglia contro il capitalismo industriale, che inquina l’ambiente e accelera il fenomeno del global warming. Al contrario, se la scienza dice che la sperimentazione animale è essenziale per la ricerca biomedica, è la destra ad appropriarsi di questo concetto. E non sto parlando della Brambilla, ma di quella che personalmente ritengo in questo momento la destra più autentica, cioè i liberisti di Giannino(*), che alla relativa domanda postagli da Dibattito Scienza rispose così: “Oggi i successi della ricerca medico-scientifica rappresentano la ragione singolarmente più importante per l’allungamento dell’aspettativa e della qualità di vita. È dunque necessario creare condizioni che siano favorevoli all’avanzamento della scienza. La sperimentazione su animali è una parte fondamentale di questo processo.”. Alla politica, insomma, interessa soltanto il fine da perseguire. La razionalità e il metodo scientifico sono semplicemente degli strumenti come tanti altri per dare sostegno e plausibilità alla visione del mondo in cui si crede.

Che cos’è accaduto allora con gli OGM? Beh, io credo che, per la politica, l’OGM sia una tecnologia problematica sotto una serie di aspetti. Alcune colture OGM consentono di utilizzare meno pesticidi, a tutto vantaggio dell’ambiente: il MON810, ad esempio, necessita di meno insetticida, perché in grado di produrre da solo la tossina che lo protegge dagli attacchi di alcuni lepidotteri come la piralide. Ma se è meno dannoso per l’ambiente, perché la sinistra lo ha osteggiato? D’altra parte, sempre lo stesso MON810 permette agli agricoltori di ottenere rese maggiori e incrementare i guadagni. Ma se aumenta la competitività e la produttività delle aziende agricole, perché anche la destra lo ha contrastato? La risposta è diversa per le due fazioni politiche. Quando un politico di sinistra vede una pannocchia di mais MON810 pensa immediatamente alle multinazionali e ai brevetti, dimenticando che è stata proprio l’avversione ideologica nei confronti degli OGM ad aprire la strada alle multinazionali (cioè gli unici soggetti ad avere la forza economica di superare le barriere ideologiche e normative che sono state imposte a questa tecnologia). Quando un politico di destra pensa agli OGM, invece, prova irritazione al pensiero del cambiamento (tendenzialmente la destra è conservatrice), e ci vede un pericolo per il buon vecchio Made in Italy che tanto apprezzano all’estero. Per favore, qualcuno può dire a questi politici che gran parte della carne e dei formaggi italiani derivano da animali alimentati con mangimi OGM? E che è possibile migliorare geneticamente anche prodotti tipici locali come il San Marzano? Leggete questa scheda, ad esempio. Esistono quindi sentimenti contrastanti e valutazioni di senso opposto, che potrebbero far pendere l’ago della bilancia verso un sì o verso un no agli OGM, sia per la sinistra sia per la destra. Ma ecco che nel sistema irrompono due variabili determinanti, che improvvisamente annullano qualsiasi disquisizione sui pro e i contro degli OGM. La prima è il consenso elettorale, che interessa tanto alla sinistra tanto alla destra (e la maggior parte degli italiani è contraria agli OGM). La seconda variabile sono le lobby anti-OGM, che hanno il potere di far cambiare idea a qualsiasi politico, di qualsiasi natura politica, nel momento stesso in cui entra in Parlamento. E con due fattori così forti a spingere contro gli OGM, ogni altra considerazione viene meno.

Sinceramente non so se la mia analisi sia giusta o sbagliata. Non sono un esperto di politica, potrei aver sottovalutato o sopravvalutato degli elementi. Quel che è certo, però, è che i nostri Parlamentari hanno deciso di prendere una posizione senza considerare minimamente l’opinione della scienza, e anzi utilizzando argomentazioni prive di fondamento scientifico per sostenere le proprie tesi. Ora, per coerenza con il loro “no”, i nostri politici non dovrebbero limitarsi a proibire la coltivazione di OGM, ma dovrebbero anche proibirne l’importazione dall’estero, o almeno pretendere che le aziende alimentari segnalino sui loro prodotti l’eventuale utilizzo di mangime geneticamente modificato. Lo faranno? Io ne dubito.

* = per dovere di cronaca, Giannino e i Radicali sono stati gli unici a esprimersi in modo favorevole agli OGM. D’altra parte sono forze politiche che godono di un consenso elettorale limitato, probabilmente anche per questi punti di vista un po’ scomodi.

 
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Pubblicato da su 15 luglio 2013 in Business, Nutrizione, Salute, Scienza, Tecnologia, Varie

 

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Tutta la verità sugli OGM: intervista al biotecnologo Federico Baglioni

fedebaglioniOggi parliamo di un argomento che non ho affrontato praticamente mai (abbastanza disonorevole per un blog che si chiama myGenomiX): gli organismi geneticamente modificati. Per rimediare a questa terribile mancanza, ho pensato di rivolgermi a qualcuno che sicuramente ne sa molto più di me, uno che non avrà anni di ricerca alle spalle, ma che sugli OGM si è informato parecchio. Federico Baglioni è un giovane biotecnologo attivo su molti fronti: ha un blog molto seguito, Fedebiotech, e soprattutto è stato in prima fila nell’organizzazione di Italia unita per la corretta informazione scientifica, un evento che ha coinvolto diverse città italiane e ha fatto parlare di sè persino su Science (con tanto di intervista al nostro Federico). Ho deciso di parlare di OGM dopo aver letto l’ultima intervista della ministra Nunzia De Girolamo, rilasciata al Corriere della Sera pochi giorni fa. La nostra ministra delle Politiche Agricole è così convinta che gli OGM siano pericolosi per il sistema agroalimentare italiano che è intenzionata a scrivere un decreto che ne vieti la coltivazione nel nostro Paese, esponendo deliberatamente l’Italia a una procedura di infrazione dell’Unione Europea. Con Federico Baglioni parliamo anche di questo.

Rompiamo il ghiaccio parlando subito di un argomento “scottante”. Gli OGM sono pericolosi per la salute umana? In base alle evidenze scientifiche attualmente disponibili, possiamo dire che non esistono rischi di alcun tipo relativi al consumo di OGM?
Iniziamo col dire che per la legge è OGM qualsiasi organismo non umano modificato con tecniche di ingegneria genetica; dunque dal punto di vista legislativo non vengono contemplate le caratteristiche dei prodotti OGM, siano essi piante o meno, e per questo motivo ogni OGM andrebbe analizzato caso per caso. Ad ogni modo tutti gli OGM commercializzati finora hanno passato severi controlli di sicurezza che non sono richiesti per i prodotti “convenzionali” e da più di dieci anni vengono costantemente utilizzati sia nell’alimentazione umana che, soprattutto, nella zootecnia, senza che sia stato riscontrato alcun problema correlabile specificatamente agli OGM. Nonostante questi dati confortanti non esiste il concetto di rischio zero né per gli OGM, dove l’unico caso di reazione allergica è avvenuto prima della commercializzazione e ha decretato l’abbandono di quel prodotto, né tanto meno per prodotti di cui giornalmente ci cibiamo e che consideriamo “tradizionali”. Questi ultimi, infatti, oltre ad essere frutto di modifiche grossolane e spesso più invadenti di quelle provocate con l’ingegneria genetica, contengono composti tossici noti (prezzemolo, caffè ecc.) e causano in individui sensibili reazioni allergiche accertate (noci, nocciole, fragole..). In conclusione, come confermato da centinaia di studi effettuati nell’ultimo decennio, i prodotti OGM commercializzati finora sono da considerarsi sicuri almeno quanto quelli convenzionali. Poiché ogni nuovo prodotto OGM messo in commercio richiede opportuni controlli, che non vengono effettuati sulle nuove varietà convenzionali, si può concludere che possiamo stare sufficientemente tranquilli. L’opposizione agli OGM è dunque sproporzionata al reale rischio.

Una delle obiezioni poste dai detrattori degli OGM si riferisce all’effettiva utilità di questa tecnologia per l’agricoltura italiana. Secondo molti esponenti politici, gli OGM non ci servono, e anzi potrebbero danneggiare l’immagine all’estero del settore agroalimentare italiano, fatto di eccellenze e prodotti locali. Tu cosa ne pensi?
Intanto un fatto di realtà: ad oggi importiamo milioni di tonnellate di derrate alimentari per la zootecnia, provenienti principalmente dal Sud America, che sono per la gran parte OGM. Dunque dire che “non ci servono” significa non sapere quanto siamo dipendenti da questi prodotti. Il made in Italy, di cui ci facciamo vanto all’estero, deriva proprio dall’utilizzo di questi mangimi e conferma la buona qualità dei prodotti OGM utilizzati. Dunque non solo abbiamo bisogno di OGM, ma sarebbe molto più sensato utilizzare la filiera italiana, e produrre gli OGM qui, valorizzando il settore tecnologico e i cervelli italiani, piuttosto che dover importare il prodotto finale dall’estero, pagando anche tutti i costi di filiera straniera. La paura che l’agricoltura italiana possa venir danneggiata dagli OGM ha origine da due questioni di fondo. La prima è quella per cui gli OGM sarebbero sinonimo di prodotti di scarsa qualità e di monocoltura; questo fa credere che l’uso di OGM renderebbe l’Italia un recipiente di prodotti standardizzati e omologati a quelli esteri. Questa correlazione è però sballata, sia perché l’utilizzo ad oggi è limitato al settore zootecnico, sia perché un OGM è tale per via della tecnica utilizzata e non per le caratteristiche del prodotto: ciò significa che un OGM non deve corrispondere per forza a quello coltivato su larga scala, ma può venire incontro alle esigenze del coltivatore italiano. E’ chiaro, quindi, che l’utilità delle colture transgeniche dovrà essere considerata caso per caso: un OGM costruito su varietà locali per resistere a infestazioni da un insetto specifico della pianura padana sarà molto più interessante di una pianta transgenica progettata in Nord America. La seconda questione, intimamente legata alla prima, riguarda la credenza che l’“inquinamento genetico” possa danneggiare le altre colture, o addirittura che basti un singolo seme OGM per trasformare tutti i campi convenzionali o biologici in transgenici. Diciamo subito che ogni coltura ha un grado di contaminazione inevitabile con altre varietà e altre colture non OGM e che sono spesso tollerati valori fino al 2 o al 4%, senza che se ne consideri pregiudicata la “qualità”. Dunque la soglia dello 0,9% fissata per gli OGM, non solo è facilmente rispettabile seguendo appositi protocolli di confinamento, ma è già molto più restrittiva di quanto consideriamo accettabile normalmente. E, generalmente, la coltura OGM differisce da quella convenzionale solo per la resistenza a un insetto o un erbicida, non per le caratteristiche organolettiche: un pomodoro San Marzano OGM che resiste a un virus è sempre un pomodoro San Marzano! In altre parole il problema della “contaminazione” è fittizio perché non riguarda un problema di qualità, ma una questione di immagine ed etichetta dove, a causa della confusione e dei luoghi comuni perpetuati e diffusi da chi osteggia la tecnologia, è la sigla stessa OGM a rappresentare un prodotto di seconda categoria, che non andrebbe quindi in alcun modo mischiato con i prodotti “di qualità” del made in Italy.

fidenatoRecentemente abbiamo assistito alla storia di Fidenato, agricoltore italiano che si sta battendo per poter coltivare del mais GM. Puoi riassumerci le tappe principali di questa vicenda? Chi decide cosa può essere coltivato nell’Unione Europea?
In un paese normale la storia non avrebbe niente di clamoroso: Fidenato è un normale agricoltore che nel 2010 ha semplicemente seminato una varietà OGM autorizzata in Europa (MON810) sui suoi campi. Fine della storia. Quello a cui abbiamo assistito qui in Italia è, invece, una guerra, cominciata con la distruzione dei campi seminati e proseguita con sedute nei tribunali e ricorsi al TAR con lo scopo di condannare l’agricoltore per aver causato ipotetiche contaminazioni irreversibili dei campi vicini, avere infranto le leggi nazionali e aver messo a rischio le tipicità italiane. Per quanto riguarda le contaminazioni, come già detto, senza un’opposizione così cieca non vi sarebbero particolari problemi di coesistenza: ad esempio per il mais bastano meno di 50 metri per avere una contaminazione minore dello 0,9% e, considerato che la stragrande maggioranza del mais è ibrido (il mais “naturale” in Europa di fatto non esiste) e viene utilizzato per lo più in aziende che già fanno uso di mangimi OGM, è un rischio di davvero poca rilevanza. Per quanto riguarda le infrazioni, invece, è bene ricordare che secondo le normative europee uno stato membro non può vietare la coltivazione di un prodotto OGM, a meno che non vi siano danni ambientali o sanitari conclamati che, nel caso degli OGM, e in particolare del MON810, non sono mai stati osservati. I singoli paesi, semmai, devono impegnarsi a rendere noti i protocolli di coesistenza tra colture OGM e non OGM per rendere più serena la convivenza tra agricoltori che vogliono fare scelte diverse. L’Italia, invece, non solo non ha rispettato le leggi europee, ma ha anche volutamente tardato nella definizione di quei protocolli, in modo che questa mancanza potesse essere usata come motivo per bloccare ulteriori semine. Dopo più di due anni in cui Fidenato ha rischiato seriamente di dover pagare multe molto salate gli è stata riconosciuta la legittimità di coltivazione grazie alla recente sentenza della corte di giustizia europea. Forte di questo consenso, Fidenato ha recentemente seminato nuovamente mais MON810. Nell’Unione Europea una nuova varietà “convenzionale” può essere commercializzata senza che si incontrino particolari resistenze, mentre l’approvazione di un OGM è lunga e laboriosa. Sono necessari innanzitutto degli studi costosi per verificare la sicurezza del prodotto e l’effetto eventuale su organismi non target, ambiente ecc. A questo punto l’EFSA ha il compito di fornire un parere scientifico e solo in caso positivo la commissione formulerà una bozza da inviare al Comitato Permanente per la Catena Alimentare e la Salute degli Animali, comitato di tecnici dei vari paesi. Finora, però, non si è mai raggiunta una maggioranza qualificata (e cioè i 2/3 favorevoli o contrari) e quindi la decisione è sempre dovuta passare attraverso il Consiglio dei Ministri competenti dei diversi stati membri. Qualora non si trovi un accordo nemmeno in questo caso, la decisione spetta nuovamente alla Commissione Europea che, in genere, si rimette a quanto affermato in precedenza dall’EFSA. A questo punto, se tutto va bene, si potrà venderlo e coltivarlo per 10 anni, sempre sotto stretto controllo e sempre che nel frattempo non sia cambiato il Ministro!

Fino a questo momento quali colture OGM sono state autorizzate dall’Europa? Quali vantaggi offrono rispetto alle colture tradizionali?
A livello mondiale sono parecchie le colture ingegnerizzate e le caratteristiche inserite e tantissimi i prodotti in fase di sperimentazione, ma attualmente l’unica pianta transgenica approvata e commercializzata in Europa di una certa rilevanza è il mais MON810. L’unica altra coltura approvata, utile solo a livello industriale, era la patata Amflora che la BASF ha recentemente ritirato dal commercio (in Europa). Il mais MON810 ha la caratteristica di resistere alle infestazioni di una specifica classe di insetti (in particolare la Piralide). Questo è possibile grazie all’inserimento in pianta di un gene batterico (Cry1Ab) proveniente dal Bacillus Thuringensis, batterio le cui spore sono comunemente usate anche in agricoltura biologica. La tossina che viene espressa è innocua per l’uomo perché specificatamente attivata dalla digestione basica di questi insetti. Queste colture permettono di ridurre le perdite dovute alle infestazioni che, normalmente, possono anche azzerare i raccolti e limitare l’utilizzo di insetticidi con conseguenti minori costi e minor impatto su ambiente e sulla salute degli agricoltori. Essendo la resistenza all’insetto l’unica caratteristica specifica di questo OGM, la sua efficacia dipenderà dal livello di infestazione zona per zona e sarà compito dell’agricoltore, quindi, valutare se e quanto la sua adozione sarà conveniente.

monsantoUn’altra critica mossa dagli oppositori degli OGM ha a che fare con lo strapotere delle multinazionali in questo settore. Esiste davvero questo problema? Come rispondi a chi fa questo genere di obiezioni?
Lo strapotere delle multinazionali è un dato di fatto, ma va affrontato in maniera razionale e coerente: gran parte dei prodotti di cui disponiamo provengono da multinazionali e la stragrande maggioranza anche dei prodotti agricoli in commercio, siano essi OGM o meno, sono venduti da multinazionali (a volte in competizione con quelle biotech, a volte le stesse). Dunque stupisce che venga riservata tale feroce opposizione solo nei confronti degli OGM e non verso tutti gli altri prodotti. C’è poi la tendenza, sbagliata, ad accomunare gli OGM alle multinazionali, dimenticandosi che ci sono tantissimi enti ed università pubbliche che fanno ricerca sugli OGM e hanno sviluppato in tempi passati e recenti prodotti transgenici di indubbio interesse, sia a livello commerciale che a livello umanitario. Per quale motivo, allora, a parte la papaya hawaiiana resistente a un virus, nessun prodotto di origine pubblica è stato messo in commercio? I motivi sono molteplici: innanzitutto la normativa è terribilmente sbilanciata poiché pretende, solo per gli OGM e non per le nuove varietà ottenute per modifiche di tipo “convenzionale”, una quantità di studi, tempo e soldi esagerata. Solo questo rende infattibili gran parte dei progetti di ricerca pubblica, e consegna di fatto il monopolio a chi, come le multinazionali, ha i soldi per potersi permettere studi e costi normativi. L’ingente quantità di risorse necessaria per le regolamentazioni spinge, inoltre, a sviluppare colture che possano essere coltivate su terreni estesi, che abbiano un mercato redditizio e consolidabile. Prodotti di nicchia come il pomodoro tipico San Marzano resistente al virus che lo sta facendo scomparire, sono però molto più adatti a realtà locali e frammentarie come quelle italiane; questi prodotti, però, avendo un bassissimo ritorno economico, nonostante siano stati sviluppati da tempo, non hanno mai visto la luce per via dei costi di approvazione smisurati (il San Marzano OGM è stato sviluppato dall’azienda Metapontum Agrobios, in Basilicata). Un secondo importante motivo sta nell’opposizione ideologica alla tecnologia, che in Italia è particolarmente forte. Una multinazionale riesce a mantenere ed espandere il proprio mercato, nonostante forti opposizioni, grazie a proprie risorse finanziarie che le consente di mettere in commercio e promuovere prodotti che sono molto competitivi e redditizi. Un’università pubblica, specie se carente di risorse come quella italiana, si trova a dover abbandonare progetti dai fini più nobili per via dei costi troppi elevati e per la mancanza di sostegno da parte di istituzioni, aziende e consumatori. In altre parole un prodotto OGM, anche laddove presenti caratteristiche eccezionali e inattaccabili, è decisamente sfavorito solo per il fatto di essere OGM. Questa paura pregiudiziale non fa che rendere le università, gli enti pubblici e le piccole aziende sempre meno incentivate a spendere le poche risorse in una tecnologia che, seppur valida e promettente, rischia di risultare fallimentare a livello di mercato e di immagine per i boicottaggi che seguirebbero. Dunque è proprio la mala informazione e la cattiva abitudine di associare una tecnologia a un singolo prodotto o, peggio ancora, a un singolo produttore, che limita enormemente le potenzialità della tecnologia stessa. Cattiva abitudine che sono soliti utilizzare coloro che si oppongono agli OGM per via delle multinazionali e che non si rendono conto che è proprio questo atteggiamento ad aver spianato loro la strada.

In Italia si fa ricerca pubblica sugli OGM? E con che risultati? La situazione è diversa negli altri Paesi Europei?
Certamente. Anche se poca rispetto alle potenzialità. Nonostante gli indubbi problemi di risorse dell’università e degli enti pubblici, vi sono numerosi progetti di ricerca che vanno dallo sviluppo di biofuels, allo studio di colture arricchite. Esistono diversi gruppi che lavorano sulle principali colture italiane come frumento, riso, pomodoro, melo ecc. Gran parte di questi progetti, purtroppo, per via dei motivi descritti sopra, son stati parzialmente o totalmente abbandonati perché non se ne vede un futuro: i prodotti che eventualmente verranno sviluppati, infatti, difficilmente potranno essere testati in campo, non potranno probabilmente venir commercializzati e, qualora ci fossero industrie disposte a farsi carico delle spese, non troverebbero un mercato che li accoglierebbe. All’estero c’è probabilmente maggior ricerca per via dei maggiori investimenti, ma vi sono problemi simili. Ad esempio in Austria le prove di campo sono impossibili e in altri paesi come la Germania alcuni campi son stati distrutti. In generale, comunque, i costi di autorizzazione e regolamentazione sono un’arma formidabile per inibire in modo significativo la sperimentazione e anche le prove di laboratorio. Questo clima è, purtroppo, la ricetta migliore per affossare ulteriormente la ricerca pubblica: le università sono sempre meno stimolate a investire in ricerche che sono di fatto ostacolate e il clima di sfiducia stronca ulteriormente le speranze di quei pochi giovani che ancora credono di poter fare ricerca in Italia, senza dover fuggire all’estero.

AGRICOLTURA:GIOVANI CIA A DE GIROLAMO, DATECI TERRE DEMANIOSecondo te, per quale motivo l’opposizione ideologica agli OGM è così trasversale dal punto di vista politico?
La risposta è molto complessa. Trovo che nel caso degli OGM l’opposizione, così radicata da destra a sinistra, abbia origine da un lato dalla necessità di soddisfare i corrispondenti elettori e, dall’altro, dalla varietà delle questioni in gioco: una persona “di sinistra” è generalmente attenta al dramma sociale del piccolo agricoltore indiano contro la multinazionale simbolo del capitalismo occidentale e mostra una certa superiorità nel professarsi contro il sistema, contro i poteri forti e i dogmi della scienza (qualsiasi cosa voglia dire). Poco importa se gli agricoltori indiani ricomprano i semi ogni anno perché conviene o se gli ipotetici suicidi indiani non c’entrano nulla con il kiwi resistente alle malattie sviluppato dall’Università pubblica della Tuscia. Gli OGM sono simbolo del potente Golia e, in quanto tali, vanno osteggiati. Una persona di “destra”, invece, è facile che trovi sacro il legame con la propria terra, con la natura e reputi imprescindibile e immutabile la tradizione dei prodotti agricoli, in quanto simbolo della propria cultura e del proprio popolo. Non importa che tutti questi prodotti siano stati originati da mutazioni profonde e incroci con specie di altri continenti, non importa se quello che oggi è tradizione una volta era tecnologia a sua volta osteggiata e magari ripudiata. Gli OGM sono simbolo della distruzione della propria storia e origine e non possono venire accettati. Credo che queste due visioni, per quanto volutamente estreme e non per forza fedeli alla realtà, abbiano dei punti in comune, tali per cui la battaglia contro gli OGM pare non avere colore politico. Anche per questo in politica non esiste un vero dibattito sulla questione OGM. Questo atteggiamento rassicura da un lato chi non ha conoscenze in materia (ed è timoroso a prescindere), ma al tempo stesso, essendoci un unico coro, costringe chi di scienza si interessa a escludere la scienza stessa (e in questo caso gli OGM) dall’essere ago della bilancia per la scelta del proprio candidato e del proprio partito. Questo pare essere, purtroppo, coerente con il poco interesse della politica nei confronti della scienza e della cultura scientifica (ma anche la cultura in generale); cultura scientifica, infatti, significa anche non vivere di luoghi comuni, pregiudizi e dogmi; è un mezzo che consente di verificare le fonti, ovvero quello che le persone, politici compresi, dicono.

 
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Pubblicato da su 28 giugno 2013 in Nutrizione, Salute, Scienza, Tecnologia, Varie

 

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Ecco le domande di Dibattito Scienza per i candidati delle prossime elezioni

Dopo il grande successo ottenuto in occasione delle primarie del centrosinistra, Dibattito Scienza ci riprova con le elezioni politiche. L’iniziativa, nata su Facebook e promossa da Le Scienze, ha scelto dieci domande di natura scientifica per i leader delle principali coalizioni che si affronteranno nelle prossime elezioni politiche. Berlusconi, Bersani, Giannino, Grillo, Ingroia e Monti sono invitati a inviare le loro risposte all’indirizzo info@dibattitoscienza.it entro il 31 gennaio. Per evitare i trattati in stile Tabacci abbiamo imposto un limite di lunghezza alle risposte (6000 battute). :-)

1) Investimenti, meritocrazia, trasparenza: quali provvedimenti intende adottare per il rilancio di università e ricerca pubblica?

2) Quali provvedimenti concreti intende adottare per favorire l’innovazione e l’investimento in ricerca delle imprese private?

3) Le direttive 20-20-20 definiscono le politiche energetiche europee. Quali azioni concrete intende adottare per garantire all’Italia un piano energetico in grado di migliorare l’efficienza e minimizzare l’impatto ambientale e il costo dell’energia?

4) Come intende occuparsi della produzione, gestione e smaltimento dei rifiuti solidi urbani, per migliorare l’impatto su ambiente e qualità della vita?

5) Quali misure concrete intende adottare per la messa in sicurezza del territorio nazionale dal punto di vista sismico e idrogeologico? E quali per stimolare il settore edilizio conciliandolo con la salvaguardia del territorio e la lotta alla criminalità organizzata?

6) Qual è la sua opinione sull’Agenda Digitale approvata dal precedente governo e quali sono le sue proposte concrete per la diffusione della banda larga in tutto il Paese?

7) La legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita è stata messa in discussione più volte negli ultimi mesi, con diverse sentenze tra cui quella della Corte di Strasburgo. Si impegnerà ad adeguare questa legge alla giurisprudenza italiana ed europea? Qual è invece la sua posizione a proposito del testamento biologico?

8) Data l’importanza della scienza e della tecnologia nella società contemporanea, quali misure intende adottare, anche a livello scolastico, per favorirne lo sviluppo e contrastare anche il diffuso analfabetismo scientifico e matematico?

9) Come pensa che il suo governo si debba occupare di modifiche climatiche causate dall’uomo? Quali interventi metterà in atto per la mitigazione e/o prevenzione dell’innalzamento dei gas serra?

10) Qual è la sua posizione in merito all’uso di animali nella ricerca biomedica? Pensa sia corretto limitare l’uso di alcune specie animali a scopo di ricerca?

 
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Pubblicato da su 11 gennaio 2013 in Medicina, Nutrizione, Salute, Scienza, Tecnologia, Varie

 

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Chi ha paura della scienza?

Tra le domande che insieme al gruppo Dibattito Scienza abbiamo sottoposto ai candidati delle primarie del centrosinistra ce n’erano due che per il loro impatto sociale erano molto importanti: una riguardava gli OGM e la possibilità di fare ricerca in campo su questa tecnologia; l’altra riguardava la fecondazione assistita. I candidati hanno dato le loro risposte (potete leggerle qui), ma qual è invece l’opinione degli italiani su questi argomenti? Oggi leggo gli esiti di due sondaggi che sembrano proprio rispondere a questo interrogativo.

Il primo, realizzato da Futuragra, riguarda la percezione che hanno i cittadini degli organismi geneticamente modificati e l’opportunità o meno di fare ricerca su di essi. Benché dal report (qui il PDF) emerga una certa ignoranza sul tema (ad esempio solo il 42% degli 800 intervistati sa che i geni sono presenti in tutte le piante), i risultati sono da un certo punto di vista piuttosto incoraggianti. Il 55% ritiene che sia utile fare ricerca scientifica sugli OGM e il 62% pensa che gli scienziati italiani abbiano il diritto di fare ricerca alle stesse condizioni degli altri Paesi. Inoltre, il 52% dice che potrebbe anche prendere in considerazione l’acquisto di alimenti OGM, soprattutto se questi fossero più salutari o caratterizzati da una maggiore sostenibilità ambientale. La maggioranza degli intervistati (52%) ritiene infine che se la legge italiana permette la vendita di prodotti OGM, allora dovrebbe anche consentirne la coltivazione.

Il secondo sondaggio è stato realizzato dal Censis e ha indagato, oltre alla fecondazione assitita, anche il tema dell’interruzione di gravidanza (qui il PDF). Su questo terreno, gli italiani mostrano generalmente una posizione laica, soprattutto le persone giovani e laureate. Il 60% è favorevole all’interruzione volontaria di gravidanza, mentre il 26% è contrario. Per quanto riguarda l’utilizzo della pillola Ru486, il 52% si mostra favorevole a fronte di un 29% di contrari. La percentuale di antiabortisti è più alta negli over 65 (34%) e più bassa negli under 30 (18%), e rapporti analoghi si riscontrano anche nelle opinioni sulla Ru486. Se andiamo a guardare i risultati relativi alla fecondazione assistita, invece, il 69% è favorevole. Abbastanza elevato è anche il numero di coloro che approvano la fecondazione eterologa (50%) e la diagnosi pre-impianto (52%). La selezione del sesso del nascituro, al contrario, non è ben vista: il 75% degli intervistati si dichiara contrario. Qui però le percentuali divergono moltissimo se si va a considerare il titolo di studio dei partecipanti: tra i laureati, l’82% è favorevole alla fecondazione assistita, mentre il numero scende al 33% per chi ha la licenza elementare. Degno di nota è anche il 78% di persone che si dichiara favorevole all’uso terapeutico delle cellule staminali embrionali.

In conclusione, sembrerebbe che gli italiani siano molto più interessati ad utilizzare i prodotti della scienza rispetto a come vengono dipinti dai media e dai politici che li governano. A dispetto della cattiva informazione che è stata fatta in questi anni sugli OGM, i cittadini – sebbene un po’ confusi sull’argomento – si mostrano aperti all’innovazione e all’impiego delle biotecnologie in agricoltura. Anche sulle questioni di bioetica gli italiani sono intenzionati a cogliere liberamente le opportunità offerte dal progresso scientifico-tecnologico: sì all’aborto, sì alla fecondazione assistita, sì all’uso terapeutico delle cellule embrionali. Invito i nostri politici a meditare su questi risultati, e a essere più coraggiosi quando affrontano certe questioni: gli italiani non hanno paura della scienza.

 
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Pubblicato da su 28 novembre 2012 in Medicina, Nutrizione, Salute, Scienza, Tecnologia, Varie

 

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La politica risponde alle nostre domande: i candidati del centrosinistra alla prese con Dibattito Scienza

I membri del gruppo Facebook “Dibattito Scienza” possono finalmente festeggiare. L’iniziativa lanciata solo pochi giorni fa ha riscosso un enorme successo: il gruppo viaggia spedito verso i mille membri, abbiamo avuto una risonanza mediatica inaspettata (Le Scienze, Il Post, e domani non perdetevi Radio 3 Scienza), ma soprattutto abbiamo ottenuto le risposte che cercavamo. I cinque candidati del centrosinistra hanno infatti accettato la sfida, rispondendo alle sei domande che abbiamo posto in merito a ricerca, sicurezza del territorio, politiche energetiche, bioetica, biotecnologie e medicine alternative. Dalle risposte, che vi invito a leggere sul sito di Le Scienze, emergono certamente differenze stilistiche e di approccio (date un’occhiata alle risposte minuziose di Tabacci, per esempio). Qualcuno (vedi Bersani) si è sicuramente fatto aiutare da un collaboratore scientifico, e non c’è niente di male, anzi. Qualcun’altro (vedi Renzi) ha preferito fare di testa sua, e ovviamente i risultati sono stati diversi. Per confrontare davvero i cinque candidati bisogna allora rimuovere tutto il politichese, i dettagli irrilevanti e ridurre le risposte all’osso (come ha cercato di fare il bravo Emanuele Menietti sul Post). Certo, come ha già ricordato Marco Ferrari sul suo blog, in questa iniziativa ognuno ci ha visto qualcosa di diverso: nel mio caso, lo scopo era conoscere la “vision” dei candidati su questi argomenti, quali schemi mentali adottano per inquadrare i problemi e che tipo di approccio intendono seguire per risolverli. Beh, fatta questa scrematura, sono arrivato ad alcune conclusioni che riporto di seguito. Dimenticavo, ho scelto di commentare solo le risposte alle ultime tre domande (bioetica, biotech e medicine alternative) perché sono quelle in cui sono più competente.

Sulla bioetica il più conservatore è Tabacci, il quale sostiene che “sulla fecondazione assistita occorre trovare un equilibrio tra i diritti degli adulti che desiderano divenire genitori e quello degli embrioni”. Gli altri candidati hanno posizioni più laiche, sia sulla fecondazione assistita sia sul testamento biologico, anche se Bersani appare poco coraggioso. Meglio Renzi, che inoltre vuole istituire un organismo di controllo apposito sul modello inglese della HFEA.

Per quanto riguarda gli OGM, si direbbe proprio che non piacciano a nessuno dei cinque candidati. Vendola è il più categorico su questo punto, anche quando si parla di ricerca: “La sperimentazione – dice il leader di SEL – può avvenire solo in ambienti chiusi e controllati”. Laura Puppato la pensa più o meno allo stesso modo, mentre Bersani mostra una posizione di apertura verso la sperimentazione in campo aperto, proprio come Tabacci che chiede regole e criteri da decidere insieme all’Unione Europea. Renzi su questa domanda mi è parso poco chiaro. In generale, tra i due sfidanti principali ho percepito una differenza di approccio sull’argomento: mentre il segretario del PD pone l’accento sul ritardo del nostro Paese per quanto riguarda la ricerca nel settore OGM e promette di rilanciare la genetica vegetale, il rottamatore fiorentino è più preoccupato degli eventuali effetti dannosi che le colture geneticamente modificate avrebbero sulla nostra agricoltura. Per quanto mi riguarda, Bersani vince il confronto su tutta la linea.

Sul terreno delle medicine alternative, dove la Puppato è maldestramente scivolata promettendo un rimborso da parte del SSN, gli altri quattro candidati sono stati più attenti. Tutti rilevano l’importanza del metodo scientifico nella valutazione dell’efficacia di qualsiasi terapia, e promettono rimborsi solo in caso di cure validate scientificamente. Tabacci e Vendola vedono con favore la ricerca in questo campo, mentre il punto su cui Renzi si distingue riguarda l’intenzione di regolamentare comunque il settore delle cosiddette medicine alternative, anche se la loro efficacia non è pari a quella della medicina tradizionale. Sulla questione il sindaco di Firenze mi trova d’accordo: l’esperienza con la genomica personalizzata e la nutrigenetica mi ha insegnato che non può essere tutto o bianco o nero. In generale, quando si parla di terapie o di strumenti di prevenzione (ad esempio gli integratori), esistono diversi “gradi” di validità scientifica. Penso ai prodotti erboristici, o anche ai test di nutrigenetica. Ecco, io ritengo sia corretto nei confronti del consumatore regolamentare anche questa area grigia di prodotti per la salute, impedendo che al paziente arrivino vere e proprie truffe. Il mio pensiero sui test genetici, ad esempio, l’ho espresso qui.

Per chiudere, riporto le frasi secondo me più significative dei cinque candidati per tutte le sei domande, copiandole pari pari dal mio account Twitter. Ringrazio ancora una volta tutti i membri del gruppo Facebook e in particolare chi ha collaborato alla stesura delle domande e chi è andato a caccia di risposte; un ringraziamento particolare va a Le Scienze e al suo direttore Marco Cattaneo per il grande aiuto che ci ha dato promuovendo la nostra iniziativa. E ora sotto con le primarie del PDL!

Ricerca





Sicurezza del territorio





Clima ed energia





Bioetica





OGM





Medicine alternative





 
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Pubblicato da su 22 novembre 2012 in Medicina, Nutrizione, Salute, Scienza, Tecnologia, Varie

 

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Aziende di genomica in Italia – NEXT Genomics (Firenze)

myGenomiX continua il suo viaggio alla scoperta delle aziende italiane che hanno scelto di puntare sul settore della genomica. Questa volta faccio tappa a Firenze, sede della NEXT Genomics. Ne parlo con il CEO Matteo Cerboneschi, PhD, che ci lavora dal 2009, cioè da quando NEXT Genomics è nata. Essendo uno degli ideatori di NEXT Genomics, Matteo – laureato in Scienze e Tecnologia dell’Alimentazione e dottore di ricerca in Biotecnologie – è sicuramente la persona più adatta per raccontarci la storia e le finalità di questo progetto.

Che cos’è NEXT Genomics? Hai voglia di raccontarmi la vostra storia?
NEXT Genomics è nata in seno a due crude considerazioni: una esclusivamente amara, legata all’incapacità finanziaria dell’Università ad assorbire giovani ricercatori (precari), ed una sconsideratamente visionaria, relativa alla voglia di dimostrare che le idee sono spesso più importanti dei budget e delle raccomandazioni. Quando questo gruppo di ragazzi “terribili”, di cui anche io facevo e faccio parte, decise di mettersi in gioco sfruttando in pieno le sue abilità, non solo tecniche, ma anche organizzative e manageriali, NEXT Genomics non era che una sfumata visione, una qualche idea a cui tutti, più o meno intensamente, credevamo. La possibilità di generare uno spin-off universitario completamente autonomo dalla gerarchia accademica, una sfida contro un sistema poco meritocratico che schiacciava i giovani e ne masticava capacità e sogni. Da questo grande senso di rivalsa, nell’agosto del 2009, un notaio decise di apporre la sua firma, con la sua bella penna stilografica, in calce all’atto di costituzione di NEXT Genomics, quello che in prima battuta fu da noi ribattezzato il primo “spin-out” d’Italia. Oggi, dopo circa tre anni di duro lavoro, frullati dal mercato e dai suoi player (questo termine è uno dei tanti che abbiamo dovuto imparare), NEXT Genomics fa parte dell’incubatore Alimenta, all’interno del Parco Tecnologico Padano di Lodi, motore e sostegno di tantissime idee imprenditoriali. E da Aprile del 2011 spin-off in pre-incubazione presso l’Università degli Studi di Firenze (IUF, Incubatore Universitario Fiorentino). Da Pirati a Corsari in soli tre anni.

Sul sito leggo che vi occupate di service, counseling e problem solving nel settore della genomica, e vi rivolgete sia al pubblico che al privato. Qual è il vostro cliente-tipo e che genere di servizi vi vengono richiesti con maggior frequenza?
Il core business di NEXT Genomics ad oggi è rappresentato dalla progettazione e dallo sviluppo di test genomici. Ma non per i pazienti, bensì per i Medici. Questo è il primo e più importante elemento di demarcazione fra NEXT Genomics e “tutto il resto”. Noi non lavoriamo “mai” con i pazienti, ma solo ed esclusivamente con i medici ed i professionisti del settore (vedi nutrizionista, odontoiatra ed altri). Non è mai esistito un test AIDNA venduto in farmacia o su internet. Abbiamo pensato infatti di sviluppare questo servizio (il famoso service che ti incuriosisce) con il solo obiettivo di creare uno strumento utile, economicamente sostenibile e scevro da qualsiasi fregatura commerciale (vedi linea di prodotti correlati di tante aziende dei nostri giorni). I nostri test sono concepiti con un unico obiettivo: mettere in mano al tuo medico una guida genomica capace di mettere in luce pregi e difetti – sempre e comunque potenziali – del tuo organismo.

I servizi che offrite sono piuttosto vari e richiedono competenze molto diversificate. Quali figure professionali è possibile trovare nel team di Next Genomics?
NEXT Genomics è nata con una connotazione esclusivamente scientifica, non poteva essere diversamente vista l’estrazione dei suoi fondatori. Ad oggi potremmo definirci un contenitore di competenze, una vera e propria rete, un network molecolare che mese dopo mese cresce a dismisura. Il comitato scientifico è stato infatti allestito in base alle migliori competenze disponibili nel settore, con oltre undici professionisti di comprovata esperienza. Inoltre a suggellare il tutto è arrivato il riconoscimento di una associazione scientifica internazionale, completamente indipendente, a nome ReGenera Research Group. Il comitato direttivo e scientifico di ReGenera, visibile su internet, annovera fra le sue fila alcuni dei più grandi medici italiani, in tutti i settori sensibili per la progettazione dei nostri test. Non è un caso che i test AIDNA siano gli unici in Italia ad essere stati “approvati” da un’associazione scientifica indipendente.

Parliamo dei vostri test genomici, i test AIDNA. I pacchetti che offrite sono molto variegati, si va dai test di nutrigenetica a quelli per l’attività sportiva, fino ai test per la calvizie e quelli anti-aging. Come sono stati realizzati i pannelli di SNP che avete scelto? Quali criteri sono stati utilizzati per includere una variazione piuttosto che un’altra?
Spesso nelle mie presentazioni orali quando parlo della metodologia con cui vengono allestiti questi panel cito una proverbiale locuzione latina, hic sunt leones. A dimostrazione che la selezione dei marcatori genomici, assieme alle caratteristiche strumentali, alla professionalità del personale ed alle certificazioni di qualità, determinano nei fatti il potere analitico dei test genomici. Sbagliare marcatore significa sbagliare parametro, come se andando a farvi un’analisi del sangue, alla vostra richiesta del livello di colesterolo totale vi consegnassero il punteggio di glicemia. Un errore che potremmo definire “marchiano”, anche se in realtà è più diffuso di quanto si pensi. I test AIDNA sono stati progettati sulla base delle specifiche competenze dei nostri medici, biologi e professionisti, sulla base delle più recenti pubblicazioni scientifiche. Senza dimenticare che le Linee Guida del Ministero della Salute del 1998 offrono delle indicazioni più che esaustive sul come e sul quando si scelgono determinati parametri genomici.

Nel mondo della genomica personalizzata si discute se sia meglio offrire questi test tramite un professionista medico, piuttosto che venderli online direttamente ai consumatori. Voi che tipo di modalità di distribuzione avete scelto? E quanto costano i vostri test?
Ho già risposto a questa domanda ma ho piacere di rimarcare un concetto descritto nella domanda precedente. Le Linee Guida per i test Genetici redatte dalla European Society of Human Genetics (ESHG) nel 2010 parlano chiaro: nessun test genetico, genomico nel nostro caso, sebbene sia questione di “lana caprina”, al di fuori della rete medica. No internet, no farmacia. Ma soprattutto niente DTC (direct to consumer). Il Medico deve necessariamente fare da filtro, deve offrire quella consulenza in pre-vendita che è necessaria ad orientare il paziente in questa scelta. Quante persone recuperiamo “scontente” dai servizi genomici su internet oppure dall’occasione low cost in farmacia. Una vera piaga per il nostro settore. Chi vuole acquistare un test AIDNA va sul nostro sito, sceglie il medico più vicino o più adatto alla sua problematica, e fissa un appuntamento. Durante il primo incontro viene a conoscenza, direttamente dal medico, delle potenzialità e dei limiti di questo strumento. Per il costo invece posso fare un paragone molto semplice, il nostro pacchetto più ampio, NEXT LIFE Plus, che a novembre conterrà quasi 150 marcatori, scelto da atleti e società sportive professionistiche (anche all’interno della Serie A italiana) per la qualità e quantità delle informazioni genomiche, costa meno di un iPhone e non dura due anni, ma tutta la vita. Ovviamente ci sono anche versioni ridotte a costi “ridicoli”.

Recentemente, insieme a Keith Grimaldi, ho pubblicato un articolo sulla rivista Personalized Medicine (qui un riassunto), in cui denunciamo il problema della trasparenza nel settore dei test genetici. Secondo noi, le aziende di personal genomics dovrebbero rendere accessibili al pubblico, ad esempio, l’elenco degli SNP analizzati, un esempio di referto e i riferimenti bibliografici che supportano la vendita del test. Un comportamento trasparente tutela il consumatore, proteggendolo da test inutili o dannosi. Voi cosa ne pensate?
E’ la strada giusta e questo tipo di problematica si supera anche attraverso la qualità delle risposte, dei report genomici. NEXT Genomics ad oggi non ha eguali nella qualità e quantità di informazioni che mette a disposizione del Medico. I nostri report non dicono solo che tu sei a rischio di diabete, ma identificano patway metabolici, contestualizzano geni e parametri biologici oltre ad applicare algoritmi matematici multi-locus progettati e sviluppati da NEXT Genomics. Oltre all’analisi del problema offrono anche una “soluzione” pratica, in base a quello che abbiamo definito un “approccio a cinque dita”: approfondimenti diagnostici, alimenti, comportamenti, integrazione e terapie. Ogni marcatore e più marcatori in uno stesso ambito applicativo inducono il nostro genetista medico, nella nostra società infatti ogni professionalità è stata selezionata su parametri qualitativi inderogabili, a suggerire una serie di azioni che poi il medico curante deciderà se applicare oppure no.

Sull’homepage del vostro sito c’è un link a un invitante quanto misterioso USB Genome, che però rimanda a una pagina web ancora in costruzione. Puoi darci qualche anticipazione? Cosa state progettando?
Una rivoluzione, partendo da una citazione del mai abbastanza rimpianto Tiziano Terzani, secondo cui “l’unica rivoluzione possibile è quella interiore”. Abbiamo sviluppato dei nuovi chip che permetteranno di analizzare il 100% della parte variabile del nostro genoma, oltre 4 milioni di marcatori, con la possibilità di ricostruire digitalmente i nostri cromosomi, a cifre potenzialmente concorrenti con i nostri test più completi. Il tutto non basato sulle attuali NGS, caratterizzate dal sequenziamento selvaggio, ma su di una struttura logica/informatica estremamente organizzata. Oggi in Italia esistono offerte di sequenziamento del Genoma a prezzi dichiarati “ridotti”. NEXT Genomics uscirà nel 2013 con un chip che costerà in media 1/4 – 1/6 dei concorrenti di mercato con una differenza sostanziale: un conto è acquistare un bel quadro dal tratto marcato e dal colore nitido, il nostro USB-Genome, un conto invece acquistare un puzzle da 1.4 terabyte di pezzi da cui difficilmente se ne verrà a capo. Una nuova frontiera, a disposizione della gente, a cifre realmente sostenibili, una rivoluzione che potrebbe davvero lanciarci tutti nell’Era della Genomica, una speranza a mio avviso per tutte quelle “malattie rare” che ancora oggi affliggono molti dei nostri figli.

 

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