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La FDA dichiara guerra a 23andMe: a rischio il Facebook della genetica

23andme_front_2_110315“Vi preghiamo di comunicare al presente ufficio, entro quindici giorni lavorativi dal ricevimento di questo lettera, le specifiche azioni che avete intrapreso per rispondere alle questioni sollevate più sopra. Includete la documentazione relativa alle azioni correttive che avete intrapreso. Se tali azioni dovessero svolgersi nel tempo, siete pregati di allegare la programmazione per la loro implementazione. Nel caso in cui non fosse possibile completare le azioni correttive richieste entro quindici giorni lavorativi, giustificatene il motivo e dichiarate le tempistiche necessarie per completarle. Qualora non doveste compiere adeguate azioni correttive, la Food and Drug Administration potrebbe prendere provvedimenti nei vostri confronti. Tali provvedimenti includono sequestro, ingiunzione e sanzioni pecuniarie.”

Termina così la lettera ufficiale della Food and Drug Administration indirizzata a 23andMe, l’azienda di Mountain View che dal 2006 offre servizi di analisi genetiche direttamente ai consumatori, meritandosi per questo motivo l’appellativo di “Facebook della genetica” (a questo proposito, consiglio l’ottimo articolo di Sergio Pistoi su Wired). La società californiana è oggetto delle attenzioni della FDA almeno dal 2010, quando l’ente governativo statunitense che si occupa della regolamentazione di farmaci e prodotti alimentari scrisse alle principali aziende di genomica personalizzata, chiedendo informazioni dettagliate sui servizi offerti e sulle basi scientifiche che ne giustificherebbero la commercializzazione. Navigenics, Pathway Genomics e deCODEme – le altre società contattate a quel tempo – hanno nel frattempo abbandonato il mercato dei test genetici direct-to-consumer (DTC), oggi ormai dominato dalla sola 23andMe, che si appresta a tagliare il traguardo del milione di kit venduti. Sempre che la FDA non si arrabbi sul serio.

A differenza delle comunicazioni precedenti, infatti, il tono dell’ultima lettera sembra particolarmente aggressivo e minaccioso, e non a torto. 23andMe aveva risposto alle prime sollecitazioni, inoltrando una domanda formale per ottenere dalla FDA l’autorizzazione a vendere il suo Personal Genome Service (PGS), ma alle richieste dell’ente di fornire ulteriore documentazione a supporto della richiesta, 23andMe non ha mai replicato. Dopo centinaia di email e decine di incontri durante i quali la FDA avrebbe aiutato l’azienda californiana a mettersi in regola con la normativa vigente, fornendo persino consulenze di tipo scientifico e statistico, ad oggi 23andMe non ha ancora regolarizzato la propria posizione. Ciononostante, continua a vendere i suoi servizi da oltre 5 anni, senza essere mai riuscita a dimostrare all’ente la validità analitica e clinica dei propri test genetici, e mostrandosi anche poco collaborativa nei confronti dell’autorità competente.

In seguito a queste considerazioni, la Food and Drug Administration ha quindi intimato a 23andMe di sospendere la vendita del Personal Genome Service fintanto che l’azienda non avrà fornito i chiarimenti richiesti. In attesa di sapere cosa accadrà, consiglio a tutti i clienti di 23andMe di scaricare i raw data personali sul proprio computer: se la FDA dovesse agire in modo pesante nei confronti dell’azienda californiana, tutti i dati genetici custoditi nella sua enorme banca dati potrebbero infatti diventare inaccessibili.

 
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Pubblicato da su 26 novembre 2013 in Business, Genetica personale

 

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Che ne dite di un master in genetica forense?

Ricevo e condivido volentieri con i miei lettori la locandina del nuovo master in genetica forense dell’Università di Roma Tor Vergata. Se volete scoprire la realtà oltre CSI, affrettatevi: il termine per presentare le domande è il 18 novembre!

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Pubblicato da su 17 ottobre 2013 in Scienza, Varie

 

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L’editoria scientifica non funziona? Cambiare si può

The_death_of_the_peer-reviewed_articleIn questi giorni ha fatto molto discutere un articolo pubblicato su Science che sembrerebbe evidenziare dei lati oscuri nel mondo dell’editoria scientifica open-access. L’autore del lavoro, John Bohannon, raccconta di avere mandato a 304 riviste scientifiche ad accesso libero un articolo volutamente infarcito di errori metodologici grossolani, con lo scopo di mettere alla prova il processo di revisione delle riviste suddette: sorprendentemente, ben 157 riviste hanno dichiarato che l’articolo meritava di essere pubblicato. La maggior parte di queste erano riviste già note per essere poco affidabili (comparivano nella blacklist curata dal prof. Jeffrey Beall), ma anche riviste più dignitose hanno abboccato allo scherzetto di Bohannon. Per capire la portata di questo risultato e inquadrarlo nel giusto contesto, occorre fare un passo indietro e spiegare come vengono pubblicati gli articoli scientifici nel mondo accademico. Quando un ricercatore vuole pubblicare un articolo che descrive la sua scoperta, lo manda a una rivista accademica specializzata; questa dà una prima rapida occhiata per capire se il lavoro è sufficientemente interessante per i suoi lettori (riviste molto quotate come Nature e Science richiedono standard molto elevati), dopodiché spedisce la bozza ai reviewer, cioè altri scienziati del settore (spesso due o tre) che hanno il compito di leggere attentamente l’articolo e fornire un parere tecnico. Il responso può essere positivo, e allora l’articolo viene pubblicato, oppure negativo, magari per qualche errore di metodo oppure perché le conclusioni degli autori non sono supportate dai risultati sperimentali. Il più delle volte, si verifica una situazione intermedia: i reviewers segnalano agli autori le correzioni da fare, e dopo un tira e molla più o meno lungo si arriva al responso definitivo. Questo processo, denominato peer-review o revisione tra pari, è o dovrebbe essere il marchio di qualità per una pubblicazione scientifica, ed è proprio questo a non aver funzionato con l’articolo di Bohannon: la maggior parte delle riviste interpellate hanno deciso di accettare l’articolo, dimostrando di non aver effettuato nessuna peer-review o di averla fatta in modo molto superficiale. Non è un problema da poco, perché la revisione tra pari serve anche a togliere dalle spalle dei ricercatori il peso di dover controllare minuziosamente le pubblicazioni scientifiche dei colleghi, che in questo modo sono invece già state approvate dalla comunità scientifica. Per pianificare i loro esperimenti, gli scienziati si basano sui lavori pubblicati da altri: per questo, per evitare l’amplificazione degli errori, è fondamentale che ogni pubblicazione passi il vaglio della peer-review.

produktbilde_science_journalsAssodato che la revisione tra pari è un passaggio essenziale per una rivista scientifica che si rispetti, esistono tuttavia due diversi modelli di business per queste riviste. Alcune sono a pagamento, altre sono ad accesso libero. Le prime sono accessibili solo dopo aver acquistato un costosissimo abbonamento, generalmente pagato dall’università o dall’ente di ricerca presso cui il ricercatore lavora; le altre, invece, sono accessibili gratuitamente da tutti, scienziati e non. Queste ultime sono le cosiddette riviste open-access finite sul banco degli imputati nell’inchiesta di Bohannon. In effetti, benché sembri apparentemente la soluzione migliore, le riviste open-access portano con sé un problema. Se le riviste tradizionali guadagnano dagli abbonamenti, infatti, le riviste open-access tendono invece a rivalersi sui ricercatori che vogliono pubblicare un articolo: quando l’articolo viene accettato, l’autore è costretto a sborsare cifre a volte elevatissime (spesso nell’ordine delle migliaia di euro). La mia sensazione, e credo non solo mia, è che questo possa introdurre un effetto distorsivo: rispetto a una rivista tradizionale, la rivista open-access è – almeno in linea teorica – incentivata ad accettare gli articoli piuttosto che a bocciarli. Se a questo uniamo il costante bisogno dei ricercatori di pubblicare per contare qualcosa nella comunità scientifica (è il famoso “publish or perish“), ecco spiegato il proliferare di riviste scientifiche open-access di dubbia qualità e il rischio di vedere pubblicati articoli spazzatura. Chiariamoci, anche le riviste a pagamento possono prendere delle cantonate (esiste un sito – Retraction Watch – che raccoglie tutti gli articoli pubblicati e poi ritirati), ma a mio avviso l’open-access rischia di esserne toccato in modo particolare. D’altra parte, non possiamo negare ai cittadini la possibilità di leggere gli articoli scientifici: dopotutto, il più delle volte quelle ricerche vengono svolte grazie a fondi pubblici. Il problema vero, secondo me, non è l’open-access, ma l’intero meccanismo dell’editoria accademica e della peer-review, che andrebbe riformato in modo da venire incontro alle esigenze di tutti gli attori in gioco: i cittadini, i ricercatori, lo Stato (che paga) e le riviste scientifiche che operano in modo serio. Prima di descrivere la riforma che ho in mente, vorrei però elencare quelli che a mio giudizio sono i problemi principali del sistema attuale.

Riviste inaffidabili – Per fare carriera, uno scienziato deve pubblicare il più possibile. Le performance dei ricercatori, anche nell’ottica dell’assegnazione dei fondi statali, vengono valutate sulla base del numero di pubblicazioni. Publish or perish. Pubblica o muori (professionalmente, s’intende!). Con questa domanda crescente, c’è il rischio che appaiano dal nulla editori senza scrupoli con l’unico obiettivo di avvantaggiarsi della fame di pubblicazioni.

Revisione inefficiente – Più sopra non ho detto una cosa a proposito dei reviewer: essi forniscono la loro consulenza a titolo gratuito. Come scrive il prof. Greg Hickok sul suo blog, i ricercatori più anziani ed esperti sono spesso sommersi da richieste di review, un lavoro che porta via tempo ed energie. Non avendo neppure un incentivo economico, essi tendono a declinare l’invito, con il risultato che spesso i reviewer sono dei giovani scienziati all’inizio della loro carriera, i quali pur di aggiungere una stelletta al loro curriculum accettano anche di lavorare gratuitamente. Spesso – dice Hickok – questi giovani ricercatori fanno delle ottime revisioni, ma sicuramente peccano di esperienza e possono commettere errori di valutazione. Inoltre, legato a questo problema c’è anche quello delle tempistiche: dal momento che trovare ricercatori disposti a fare review non è facile, spesso passa moltissimo tempo prima che un articolo ottenga un responso definitivo da parte della rivista. Nel caso delle riviste open-access, poi, esiste come dicevo il rischio che un editore chiuda un occhio su un articolo non particolarmente brillante pur di raggranellare qualche migliaio di euro. Tutte queste cose vanno a discapito della qualità degli articoli pubblicati, e allungano le tempistiche.

Trasparenza – I cittadini hanno il diritto di sapere dove vanno a finire le loro tasse, un diritto che – inutile girarci intorno – può essere garantito solo passando a un modello di pubblicazione open-access. Il paywall imposto dalle riviste a pagamento è alto: un abbonamento annuale a Nature costa più di 200 euro, mentre per Science il prezzo è 150 dollari. Indipendentemente dalla cifra, però, si tratta soprattutto di una questione di principio: le ricerche sono finanziate con soldi pubblici, di conseguenza è comprensibile che il privato cittadino pretenda di conoscere i frutti del suo investimento senza che qualcuno gli chieda di sborsare altri soldi.

Costi elevati – Se un abbonamento per un singolo utente costa 200 euro, immaginate quanto possa pagare un’università pubblica o un ente di ricerca per garantire l’accesso a tutti i suoi ricercatori, professori e studenti. Moltiplicate questo numero per tutte le riviste a cui i gruppi di ricerca potrebbero essere interessati ed otterrete una cifra astronomica. Pensate che a volte, persino l’autore dell’articolo stesso è costretto a pagare la rivista per poterne avere una copia, se questa non è coperta dall’abbonamento dell’università. D’altra parte, se anche tutte le riviste si convertissero al modello open-access, le università non smetterebbero di spendere: pubblicare un articolo su PLoS ONE, ad esempio, costa circa 1000 euro ed è anche una delle riviste più economiche.

PeerJSo che il problema dell’editoria scientifica è complesso e non pretendo certo di avere la soluzione. Tuttavia, mi permetto di fare una proposta che a mio avviso potrebbe contribuire a risolvere gran parte dei problemi sopra enunciati. Il modello di riferimento è quello adottato da una nuova rivista di biologia ad accesso libero, PeerJ, che ha scelto un modello di business innovativo: invece di chiedere agli autori di pagare per ogni articolo pubblicato, PeerJ offre loro la possibilità di “abbonarsi” alla rivista (come autore, non come lettore), pagando una cifra ridicola rispetto ai 1000 euro di PLoS ONE: appena 99 dollari. Inoltre, nel momento in cui l’autore paga, automaticamente acquisisce il diritto di pubblicare su PeerJ un articolo all’anno, per sempre (ovviamente devi sempre passare il filtro della peer-review). Certo, anche gli altri autori che hanno collaborato alla stesura dell’articolo dovranno pagare la loro quota (fino a un massimo di 12), ma avere l’opportunità di pubblicare per sempre senza dover sborsare altri soldi offre sicuramente vantaggi enormi sul lungo periodo. Ad esempio, se un team di cinque autori decidesse di pubblicare un articolo all’anno su PeerJ spenderebbe complessivamente 495 dollari, meno di un decimo rispetto a quanto spenderebbe se volesse pubblicare gli stessi lavori su PLoS ONE. Oltre a ridurre i costi, questo sistema porrebbe un freno al proliferare incontrollato e a volte dannoso delle riviste open-access: quando un ricercatore si abbona a una rivista, infatti, è incentivato a pubblicare sempre su quella rivista per mere ragioni economiche, di conseguenza dimunirà la richiesta di nuove riviste. Trattandosi inoltre di riviste ad accesso libero, anche il problema della trasparenza sarebbe risolto. E persino l’incentivo ad accettare articoli che affligge le riviste ad accesso libero viene in questo modo ridimensionato: una volta concesso a un autore l’abbonamento annuale, la rivista non ha più interessi particolari ad accettare i suoi articoli e potrà svolgere una revisione accurata senza condizionamenti. Rimane l’altro problema che inficia la qualità della peer-review: il fatto che i reviewer non siano pagati. Non accade neppure con PeerJ che io sappia, e invece credo proprio che sarebbe il caso di introdurre questa novità. Quando chiediamo una consulenza a un esperto, quello giustamente pretende di essere pagato. Se non lo facessimo, credete che questo si impegnerebbe allo stesso modo? Io penso di no. Trovo francamente sconcertante il fatto che la comunità scientifica accetti questo trattamento come se fosse normale e lecito (si è sempre fatto così!) e non vi si opponga, dal momento che esso rappresenta di fatto uno sfruttamento gratuito di tempo e competenze altrui. Fortunatamente, non sono l’unico a pensarla così. Se le riviste iniziassero a pagare i reviewer, anche con una cifra piccola, simbolica, troverebbero molti più ricercatori disposti a offrire la loro professionalità e probabilmente si dedicherebbero alle revisioni con maggiore impegno e celerità, a tutto vantaggio della qualità della peer-review e dei tempi di pubblicazione.

 
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Pubblicato da su 8 ottobre 2013 in Scienza, Varie

 

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Fecondazione assistita: anche le coppie fertili potranno accedere alla diagnosi pre-impianto

DonatellaGalterioAvevo già raccontato la storia di Rosetta Costa e Walter Pavan, i coniugi romani con un figlio malato di fibrosi cistica che avevano cercato, in vista di una seconda gravidanza, di accedere alla fecondazione assistita con diagnosi pre-impianto, pratica vietata per le coppie fertili in base alla legge 40 del 2004. La coppia si era rivolta alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo, che aveva dato loro ragione, dichiarando che la legge 40 viola gli articoli 8 e 14 della Convenzione Europea per la Salvaguardia dei Diritti dell’Uomo e delle Libertà Fondamentali, che sanciscono rispettivamente il diritto al rispetto della vita privata e familiare, e il divieto di discriminazione: la legge 40, in altre parole, è vista come un’ingerenza dello Stato nella vita di coppia. La stessa legge, inoltre, è stata giudicata incoerente con la legge 194/1978 sull’aborto, la quale consente l’aborto terapeutico quando il feto risulta essere affetto da patologie come, appunto, la fibrosi cistica. Questo pronunciamento della Corte di Strasburgo risale all’estate del 2012. Il governo italiano aveva presentato ricorso, ma quest’ultimo è stato respinto lo scorso febbraio. Pochi giorni fa, il giudice Donatella Dalterio del Tribunale di Roma ha deciso di recepire la sentenza, ritenendo che in caso di normative contrastanti quella europea debba prevalere su quella italiana. Rosetta e Walter, dunque, potranno accedere alla diagnosi pre-impianto e potranno farlo a spese del Servizio Sanitario Nazionale. Oggi i due coniugi possono dire di avere vinto finalmente la loro battaglia, e con loro tutte le coppie fertili che hanno la sfortuna di essere portatrici di malattie genetiche recessive.

 
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Pubblicato da su 1 ottobre 2013 in Medicina, Salute, Scienza, Varie

 

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Svanisce il sogno di Jurassic Park

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Quando uscì al cinema Jurassic Park, nel 1993, ero ancora un bambino, e come molti bambini a quell’epoca (non so se sia vero anche oggi) andavo matto per i dinosauri. In particolare, per qualche strano motivo ero letteralmente estasiato dall’eleganza dell’elasmosauro (che in realtà non era nemmeno classificabile come dinosauro, ma che volete che ne sappia un bimbo di 10 anni!). Inutile dire che il film mi piacque moltissimo, un po’ per l’emozione di vedere muoversi sullo schermo i rettili giganteschi di cui collezionavo figurine, e un po’ per l’idea che fosse possibile resuscitare animali estinti da milioni di anni attraverso una strategia che mi apparve meravigliosamente raffinata. All’inizio del film, l’inventore del parco di divertimenti mostra ai protagonisti un video in cui viene descritta la procedura per estrarre il DNA dei dinosauri da zanzare fossilizzate nell’ambra, e da esso riportare in vita gli antichi rettili.

Era una semplice storia di fantascienza creata dal genio di Michael Chricton, ma non era del tutto campata in aria, e molti scienziati iniziarono a chiedersi se fosse tecnicamente possibile clonare animali preistorici a partire da un reperto fossile, come gli insetti imprigionati nell’ambra, per l’appunto. Un articolo appena pubblicato sulla rivista PLoS ONE si inserisce in questo filone di ricerca, rispondendo forse in modo definitivo a questa domanda. Purtroppo per gli amanti dei dinosauri, la risposta è negativa.

10630_largeIl paleontologo David Penney dell’Università di Manchester, insieme al professor Terry Brown, esperto di DNA antico, hanno analizzato il DNA contenuto in due api senza pungiglione fossilizzate in copale (il copale è come l’ambra, ma molto più giovane). L’insetto più antico aveva circa 10000 anni, quello più recente risaliva appena agli anni ’50. I ricercatori hanno usato le tecniche più all’avanguardia per sciogliere il copale, isolare l’insetto, estrarre il DNA e analizzarlo con un sequenziatore di nuova generazione, eppure non sono riusciti a trovare tracce di DNA di ape. Confrontando le sequenze ottenute dall’insetto più giovane con quelle depositate nelle banche dati, infatti, sono riusciti a trovare un solo match con una specie di bombo asiatico, insieme a qualche traccia di DNA batterico e fungino. Nel caso dell’insetto più antico, invece, le cose sono andate persino peggio: le poche sequenze di DNA che gli autori sono riusciti a tirare fuori erano artifatti sperimentali generati durante le procedure di laboratorio.

L’esito di questo esperimento è abbastanza deludente, e per mettersi al riparo da eventuali critiche, i ricercatori si mettono sulla difensiva. Scrivono infatti: “We do not believe that our negative results, from two sequencing libraries prepared from four extracts, can be ascribed entirely to technical incompetence.” Gli autori non sono un branco di imbecilli, insomma, e credono piuttosto che di DNA sano, in quei reperti, non ce ne fosse proprio. Spiegano che la degradazione del DNA può essere influenzata da molti fattori diversi, tra cui l’ossigeno, l’umidità, la temperatura e il tempo trascorso dalla morte dell’organismo, e poiché sappiamo poco di ciò che accade agli insetti durante il processo di amberizzazione (il fenomeno chimico che trasforma la resina in copale e quindi in ambra), non sappiamo come questo processo influisca sulla degradazione del DNA. Una cosa, però, è certa: se il DNA di un insetto di sessant’anni fa è ridotto in queste pessime condizioni, molto difficilmente sarà possibile estrarre DNA di dinosauro dall’ambra di origine preistorica.

Quello di Penney e Brown è solo l’ultimo colpo inferto al sogno di Jurassic Park. Nell’ottobre 2012 un altro articolo pubblicato su Proceedings of the Royal Society aveva calcolato l’emivita del DNA, cioè il tempo di degradazione necessario per dimezzarne una certa quantità. Si tratta di appena 521 anni, troppo poco per poter sperare di ricavare delle sequenze leggibili da campioni vecchi di milioni di anni. E se qualcuno sperava che l’ambra potesse conservare meglio il DNA, proteggendolo in qualche modo dalla degradazione, oggi è rimasto deluso. Ma niente paura, la speranza di vedere i dinosauri camminare nuovamente sulla terra non è ancora morta: la prossima estate esce Jurassic Park 4!

 
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Pubblicato da su 12 settembre 2013 in Scienza, Varie

 

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Eugenetica alla rovescia

Non è certamente la prima volta che leggo di conflitti tra etica e scienza. Si sa, quando si passa dalla teoria alla pratica, la scienza pone spesso dei dilemmi morali. Ma quello che ho letto ieri mi ha davvero spiazzato. Si parla di fecondazione assistita, e in particolare di diagnosi pre-impianto, una cosa che in Italia è vietata ma che in altre parti del mondo può essere praticata. Chi la critica vede in essa lo spettro dell’eugenetica, chi è favorevole invece la considera un’opportunità per evitare ai propri figli la sfortuna di essere affetti da qualche grave malattia invalidante. Ebbene, secondo questo articolo, nel 3% delle cliniche statunitensi per la fecondazione assistita, ci sono alcuni genitori che praticano la diagnosti pre-impianto alla rovescia: in pratica, selezionano appositamente embrioni malati.

Peter DinklageIl giornalista Andrew Solomon ha raccolto nel suo ultimo libro “Far from the tree” alcune di queste esperienze. Ci sono genitori sordi che vogliono avere figli sordi, o genitori affetti da nanismo che vogliono figli nani. Lo fanno perché desiderano rispecchiarsi nei propri figli, dice Solomon. Siete stupiti? Non siete gli unici. L’idea che un genitore possa volontariamente imporre a un proprio figlio una disabilità che potrebbe condizionarne la vita mi spiazza parecchio, lo ammetto. Sono contrario a uno Stato etico che ti impone cosa è moralmente giusto fare e cosa non lo è, ma in questo caso specifico riconosco di avere delle difficoltà. Non tutti i nani hanno la fortuna di diventare come Peter Dinklage, che a dispetto della sua malattia è diventato una star del cinema: perché mettere sulle spalle di tuo figlio un peso che lo accompagnerà per sempre e che potrebbe condizionarne la vita affettiva e lavorativa, specie in una società come la nostra ancora così carica di pregiudizi?

A quanto pare, dobbiamo aggiornare la definizione di diagnosi pre-impianto, che può quindi essere utilizzata – almeno in via teorica – per tre ragioni: avere un figlio sano; avere un figlio con determinate caratteristiche non legate alla salute (ad esempio l’aspetto fisico o l’intelligenza); avere un figlio affetto da una particolare malattia. Ora, posto che la prima opzione non dovrebbe essere vietata e che sulla seconda si può discutere, sulla terza ho qualche riserva. Voi che ne dite?

 
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Pubblicato da su 5 settembre 2013 in Senza categoria

 

Schiaffo alla scienza: il Parlamento delle larghissime intese dice no agli OGM

OGM freeSui media generalisti non se n’è parlato moltissimo, ma chi frequenta il mondo della comunicazione scientifica online o gruppi come Dibattito Scienza, è sicuramente a conoscenza di ciò che hanno combinato pochi giorni fa in Parlamento. La Camera ha approvato all’unanimità (neanche un voto contrario) una mozione che impegna il governo a chiedere all’Unione Europea la possibilità di adottare la clausola di salvaguardia per la coltivazione di OGM sul territorio italiano (impegno già mantenuto). Quando l’Unione Europea dà il suo via libera per la coltivazione e il commercio di una coltura OGM, lo fa dopo attente valutazioni a cura dell’EFSA, e solo in presenza di nuove evidenze scientifiche che dimostrino qualche rischio associato alla coltivazione di quel prodotto, uno Stato membro può ottenere la clausola di salvaguardia. Queste nuove evidenze scientifiche, però, non ci sono, anche perché lo studio di Séralini et al. citato anche nella mozione è stato smontato dalla comunità scientifica internazionale, e addirittura è già stato bocciato dalla stessa EFSA. Benché consapevoli di avere poche possibilità di successo, i nostri parlamentari hanno deciso di provarci comunque, spinti dalle ragioni più diverse, ma tutte quante in contrasto con la razionalità e il parere della scienza. Come Dibattito Scienza abbiamo provato a sollecitare almeno i parlamentari con una formazione scientifica (qui trovate il testo del nostro appello), ma senza nessun risultato.

La presa di posizione unanime del nostro Parlamento in materia di OGM suscita interessanti interrogativi. Perché, da sinistra a destra, tutti si sono trovati d’accordo nel mettere al bando le colture geneticamente modificate? Perché la sinistra, che dovrebbe essere portatrice dei valori dell’ambientalismo, finge di non sapere che le colture OGM possono portare a una riduzione nell’uso dei pesticidi? E perché la destra, che dovrebbe difendere in primo luogo la libertà individuale e la competitività dei nostri agricoltori, sceglie di sostenere una misura illiberale e retrograda? In altre parole, perché la scienza e la razionalità non interessano a nessuno? Da quando è nato il gruppo Dibattito Scienza, mi sono ritrovato diverse volte a pensare al rapporto tra scienza e politica, e più in generale a quali fossero i valori di riferimento di sinistra e destra. L’articolo di Silvia Bencivelli sul suo blog mi ha dato modo di mettere insieme i miei pensieri sull’argomento. La conclusione a cui sono arrivato è che la razionalità non è qualcosa che caratterizza l’una o l’altra fazione politica: può essere più o meno accentuata a seconda dello specifico partito, ma in nessun caso è un valore imprescindibile. E non essendo un valore di riferimento, non deve essere perseguita ad ogni costo, ma al contrario può essere sfruttata per appoggiare quelli che invece sono davvero i princìpi fondanti delle due ideologie.

Per la sinistra il bene della collettività viene prima del bene dell’individuo. Per questa ragione, essa cerca di ottenere l’uguaglianza sociale, spesso attraverso un maggiore intervento dello Stato, volto a riequilibrare le ingiustizie e a impedire che qualcuno si appropri di maggiore ricchezza o di più diritti rispetto a tutti gli altri. Questa ricerca dell’uguaglianza si associa naturalmente al femminismo, e contrasta ogni forma di razzismo; ma non si limita alla specie umana. Per la sinistra, i diritti degli animali, e anche – perdonate la forzatura – i diritti dell’ambiente devono essere in egual modo tutelati. Per questo la sinistra è terreno fertile per l’ambientalismo e l’animalismo. La destra, al contrario, predilige una gerarchia di valori per così dire centripeta, dove i diritti e le libertà aumentano andando dall’esterno verso l’interno: il singolo individuo gode di maggior libertà e ha più diritti rispetto alla comunità locale in cui vive, che a sua volta gode di maggiori diritti rispetto alla Nazione che la ospita, e analogamente gli stranieri sono meno tutelati rispetto ai cittadini italiani. Va da sé che, nell’ottica antropocentrica di destra, i diritti degli animali e quelli dell’ambiente sono secondari rispetto alle esigenze umane. Infine, proprio perché la visione individualista della destra è più appetibile da parte di chi già gode di una buona condizione sociale, i partiti di destra finiscono per essere definiti partiti conservatori, o i partiti dei ricchi, perché portavoce di quella parte di popolazione maggiormente interessata a mantenere lo status quo. Quindi come si inseriscono la scienza (e in senso lato la razionalità) in queste due visioni del mondo? Detto molto banalmente, la sinistra e la destra prendono dalla scienza ciò che fa loro comodo. Se gli scienziati denunciano il riscaldamento globale, ecco che i politici di sinistra accettano ben volentieri questo fatto e lo fanno proprio, perché consente di giustificare la loro battaglia contro il capitalismo industriale, che inquina l’ambiente e accelera il fenomeno del global warming. Al contrario, se la scienza dice che la sperimentazione animale è essenziale per la ricerca biomedica, è la destra ad appropriarsi di questo concetto. E non sto parlando della Brambilla, ma di quella che personalmente ritengo in questo momento la destra più autentica, cioè i liberisti di Giannino(*), che alla relativa domanda postagli da Dibattito Scienza rispose così: “Oggi i successi della ricerca medico-scientifica rappresentano la ragione singolarmente più importante per l’allungamento dell’aspettativa e della qualità di vita. È dunque necessario creare condizioni che siano favorevoli all’avanzamento della scienza. La sperimentazione su animali è una parte fondamentale di questo processo.”. Alla politica, insomma, interessa soltanto il fine da perseguire. La razionalità e il metodo scientifico sono semplicemente degli strumenti come tanti altri per dare sostegno e plausibilità alla visione del mondo in cui si crede.

Che cos’è accaduto allora con gli OGM? Beh, io credo che, per la politica, l’OGM sia una tecnologia problematica sotto una serie di aspetti. Alcune colture OGM consentono di utilizzare meno pesticidi, a tutto vantaggio dell’ambiente: il MON810, ad esempio, necessita di meno insetticida, perché in grado di produrre da solo la tossina che lo protegge dagli attacchi di alcuni lepidotteri come la piralide. Ma se è meno dannoso per l’ambiente, perché la sinistra lo ha osteggiato? D’altra parte, sempre lo stesso MON810 permette agli agricoltori di ottenere rese maggiori e incrementare i guadagni. Ma se aumenta la competitività e la produttività delle aziende agricole, perché anche la destra lo ha contrastato? La risposta è diversa per le due fazioni politiche. Quando un politico di sinistra vede una pannocchia di mais MON810 pensa immediatamente alle multinazionali e ai brevetti, dimenticando che è stata proprio l’avversione ideologica nei confronti degli OGM ad aprire la strada alle multinazionali (cioè gli unici soggetti ad avere la forza economica di superare le barriere ideologiche e normative che sono state imposte a questa tecnologia). Quando un politico di destra pensa agli OGM, invece, prova irritazione al pensiero del cambiamento (tendenzialmente la destra è conservatrice), e ci vede un pericolo per il buon vecchio Made in Italy che tanto apprezzano all’estero. Per favore, qualcuno può dire a questi politici che gran parte della carne e dei formaggi italiani derivano da animali alimentati con mangimi OGM? E che è possibile migliorare geneticamente anche prodotti tipici locali come il San Marzano? Leggete questa scheda, ad esempio. Esistono quindi sentimenti contrastanti e valutazioni di senso opposto, che potrebbero far pendere l’ago della bilancia verso un sì o verso un no agli OGM, sia per la sinistra sia per la destra. Ma ecco che nel sistema irrompono due variabili determinanti, che improvvisamente annullano qualsiasi disquisizione sui pro e i contro degli OGM. La prima è il consenso elettorale, che interessa tanto alla sinistra tanto alla destra (e la maggior parte degli italiani è contraria agli OGM). La seconda variabile sono le lobby anti-OGM, che hanno il potere di far cambiare idea a qualsiasi politico, di qualsiasi natura politica, nel momento stesso in cui entra in Parlamento. E con due fattori così forti a spingere contro gli OGM, ogni altra considerazione viene meno.

Sinceramente non so se la mia analisi sia giusta o sbagliata. Non sono un esperto di politica, potrei aver sottovalutato o sopravvalutato degli elementi. Quel che è certo, però, è che i nostri Parlamentari hanno deciso di prendere una posizione senza considerare minimamente l’opinione della scienza, e anzi utilizzando argomentazioni prive di fondamento scientifico per sostenere le proprie tesi. Ora, per coerenza con il loro “no”, i nostri politici non dovrebbero limitarsi a proibire la coltivazione di OGM, ma dovrebbero anche proibirne l’importazione dall’estero, o almeno pretendere che le aziende alimentari segnalino sui loro prodotti l’eventuale utilizzo di mangime geneticamente modificato. Lo faranno? Io ne dubito.

* = per dovere di cronaca, Giannino e i Radicali sono stati gli unici a esprimersi in modo favorevole agli OGM. D’altra parte sono forze politiche che godono di un consenso elettorale limitato, probabilmente anche per questi punti di vista un po’ scomodi.

 
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Pubblicato da su 15 luglio 2013 in Business, Nutrizione, Salute, Scienza, Tecnologia, Varie

 

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