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Elezioni europee: politica e scienza a confronto

DS_sfondochiaroManca pochissimo alle elezioni europee, e i leader dei principali partiti politici si fronteggiano ormai quotidianamente nelle piazze e sui media, lanciandosi frecciatine velenose e tentando di screditare l’avversario con polemiche spesso sterili. Come da tradizione, infatti, anche questa campagna elettorale vive più di attacchi personali tra i leader che non di un confronto serio sui programmi e sulle strategie europee delle diverse forze politiche. Fortunatamente, c’è qualcuno che prova a dare un senso a queste elezioni. Il sondaggio “Voi siete qui” dell’associazione Open Polis, ad esempio, è un’iniziativa pregevole, perché consente di avere un’idea precisa dei posizionamenti delle varie liste su temi di rilevanza nazionale ed europea, annullando il rumore di fondo e dando pari dignità a tutti gli attori in gioco. Al netto delle polemiche, tu elettore, con le tue idee e le tue convinzioni, da che parte stai? Con il quiz di Open Polis è possibile scoprirlo.

Se invece sei maggiormente interessato a questioni riguardanti la scienza e la ricerca, non hai molte alternative. I partiti parlano pochissimo di queste cose, non hanno presa sull’elettorato e non portano voti. Un cittadino particolarmente volenteroso ha passato in rassegna tutti i candidati delle diverse circoscrizioni, alla ricerca di personaggi interessanti per le posizioni espresse in merito a biotecnologie e sperimentazione animale. Ma se volete conoscere il punto di vista ufficiale dei partiti in gara su temi di rilevanza scientifica, non potete che rivolgervi a Dibattito Scienza (e qui mi faccio un po’ di pubblicità, in quanto fondatore e coordinatore di questa iniziativa). Come alle ultime elezioni politiche, il gruppo nato due anni fa ha posto alcune domande a tutti i partiti candidati, interrogandoli su OGM, ambiente, energia, sperimentazione animale e vaccini. Trovate tutte le domande e le risposte pervenute sul sito di Dibattito Scienza e su quello della rivista Le Scienze, che promuove il progetto fin dalle origini. In questa sede (sperando di non annoiarvi) vorrei fare alcune considerazioni generali e qualche commento più specifico entrando nel merito delle diverse risposte.

Da un punto di vista generale, è interessante notare che ancora una volta – era già successo con le elezioni politiche – il centro-destra di matrice berlusconiana è il grande assente. Né Forza Italia, né gli ex alleati di Nuovo Centro Destra, UDC, Lega Nord e Fratelli d’Italia hanno risposto al questionario, che riguardava la normativa sugli OGM, le politiche ambientali ed energetiche, la sperimentazione animale e il programma europeo sui vaccini. Altro grande assente è il Movimento Cinque Stelle, che decide di non aderire all’iniziativa dopo il pasticcio delle ultime politiche. Insomma, gli unici a non mancare mai all’appello sono il PD e Fare per Fermare il Declino, ai quali questa volta si aggiunge la lista dei Green Italia – Verdi Europei. Il successo dell’iniziativa dipende in gran parte dal numero di risposte ricevute, ovviamente, ma credo sia importante sottolineare che in casi come questo, una non-risposta vale come una risposta. Denota scarso interesse nei confronti della scienza, se non in assoluto quanto meno rispetto ad altre questioni ritenute prioritarie. So bene che le campagne elettorali sono impegnative per chi vi partecipa in prima linea, ma non riesco a credere che partiti con una struttura e un’organizzazione consolidata non riescano a trovare il tempo e le persone per rispondere a cinque domande tutto sommato neanche troppo difficili. Perciò, la prima cosa da dire è: bravi PD, Fare e Verdi, indipendentemente da tutto. Ma entriamo nel merito delle risposte.

La prima domanda riguardava la normativa vigente sulle colture OGM, e l’opportunità o meno di modificarla ampliando l’autonomia degli Stati Membri. Cominciamo dicendo che nelle risposte non si rilevano castronerie scientifiche evidenti (niente fragola-pesce, per intenderci). L’avversione nei confronti degli OGM da parte di PD e Verdi sembra motivata più da ragioni economico-sociali e dalla volontà di venire incontro ai bisogni dei cittadini, che non da motivazioni più o meno strampalate di natura ambientale o sanitaria. Certo, non si può dire che la popolazione europea sia stata correttamente informata sull’argomento in tutti questi anni, ma sorvoliamo. Una cosa però è sicura: chiedere addirittura che l’intera Europa sia OGM-free, come fanno i Verdi, è francamente esagerato e ingiustificato da un punto di vista scientifico. Al contrario, la risposta di Fare per Fermare il Declino – favorevole agli OGM – è ben documentata e articolata, anche se perde clamorosamente in chiarezza proprio sul finale. Risulta infatti poco comprensibile la volontà, in ottica federalista, di dare libertà di scelta agli Stati Membri, quando fino a poche righe prima si elogiava la normativa attualmente in vigore, che prevede una gestione “centralizzata” della questione OGM.

La domanda sulle emissioni di CO2 mette tutti d’accordo su un punto: ridurre le emissioni è cosa buona e giusta. Non mancano ovviamente le sfumature: il PD sembra soddisfatto della linea intrapresa dall’Europa, i Verdi vorrebbero imporre obiettivi ancora più ambiziosi, mentre Fare è più cauta e ritiene che i produttori di automobili dovrebbero comunque avere voce in capitolo sulla questione. Tutti e tre i partiti sono convinti della necessità di spostare il traffico merci da gomma a rotaia, anche se poi, nel caso dei Verdi, questo obiettivo contrasta un po’ con l’opposizione nei confronti della TAV. In generale, sembra che PD e Verdi considerino il tema ambientale come prioritario, mentre Fare è più attento alle ripercussioni che le misure anti-CO2 (positive e negative) stanno avendo sull’industria e sull’economia del continente.

Considerando più globalmente la strategia energetica europea, il PD e i Verdi sono concordi nel chiedere obiettivi più ambiziosi rispetto a quelli proposti dalla Commissione. Fare, al contrario, frena bruscamente sulle energie rinnovabili: da buoni liberisti, ritengono che non si debba forzare il mercato verso un tipo di fonte energetica piuttosto che un’altra, e preferiscono misure meno invadenti come una carbon tax onnicomprensiva. Sull’argomento sarebbe interessante assistere a un confronto tra il partito di Boldrin e i Verdi, che nella loro risposta attaccano in modo molto diretto i “difensori dello status quo”, accusati di essersi avvantaggiati per anni degli stessi sussidi che ora sono rinfacciati ai produttori di rinnovabili. Un altro punto importante che differenzia i partiti è la consapevolezza di avere a che fare con un problema mondiale: il PD sa di dover andare a trattare con Stati Uniti, Cina e gli altri grandi produttori di gas serra; un po’ come Fare per Fermare il Declino, che però pone addirittura questo accordo come conditio sine qua non per perseguire la strategia energetica europea.

Sulla quarta domanda, la risposta dei Verdi farà la felicità delle associazioni animaliste. Con il richiamo all’iniziativa Stop Vivisection e la richiesta di assegnare i fondi europei soltanto ai progetti di ricerca che non fanno uso di animali, la lista ecologista non lascia proprio dubbi sulla sua posizione. Altrettanto netta, ma in senso opposto, è la posizione di Fare, mentre il PD appare incerto e timoroso di sbilanciarsi troppo. D’altra parte, in occasione delle precedenti domande di Dibattito Scienza, il candidato premier Pierluigi Bersani si era schierato decisamente a favore della sperimentazione animale, poi però il partito non oppose molta resistenza davanti alle restrizioni introdotte dal Parlamento nel recepimento della direttiva UE. Insomma, su questo punto pare che il PD non abbia ancora deciso da che parte stare. Infine, i vaccini. Mentre i Verdi hanno preferito non rispondere, non avendo una posizione unitaria sul tema, PD e Fare danno risposte molto simili e fortunatamente vicine al punto di vista della comunità scientifica.

In conclusione, siamo di fronte a una politica ancora distante dal mondo della scienza, come confermano le poche risposte ricevute. E anche tra chi ha risposto, si percepisce l’esistenza di “forze” che i partiti sentono come prioritarie rispetto alla razionalità e alle evidenze scientifiche: la demagogia tende a prendere il sopravvento nei partiti di sinistra, soprattutto per quanto riguarda gli OGM e la sperimentazione animale; l’economia sembra essere invece la priorità assoluta per i liberisti, talvolta anche a costo di danneggiare l’ambiente. In altre parole, benché in alcune risposte si intravedano razionalità e buon senso, resta forte la sensazione che la scienza sia troppo spesso strumentalizzata per dare credito a questa o quella ideologia politica. Si può migliorare questa situazione? Forse sì, ma il cambiamento deve partire innanzitutto da noi cittadini, che dobbiamo essere più esigenti nei confronti della classe politica, iniziare a fare domande scomode e a pretendere risposte precise e puntuali. Forse allora anche i politici capiranno che la scienza va presa sul serio.

Articolo pubblicato su iMille.org

 
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Pubblicato da su 21 maggio 2014 in Scienza, Varie

 

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I saggi e la scienza

20130412_saggi1023Ricordate l’iniziativa Dibattito Scienza? Prima delle elezioni politiche il gruppo fondato da me e dal giornalista Marco Ferrari aveva posto dieci domande su temi scientifici ai principali candidati alla Presidenza del Consiglio. Ebbene, sfogliando la corposa relazione redatta dai famosi “dieci saggi” convocati dal Presidente Napolitano, ho scoperto che una parte non irrilevante del documento (qui la versione integrale) risponde proprio ad alcune delle dieci domande che a suo tempo avevamo posto ai candidati premier. A quanto pare, le diverse forze politiche che i saggi erano chiamati a rappresentare hanno trovato dei punti di convergenza anche sui temi tanto cari a noi di Dibattito Scienza. Pensando di fare cosa gradita, ho estratto dalla relazione del gruppo di lavoro in materia economico-sociale ed europea, quei passaggi che potremmo considerare a tutti gli effetti come le risposte della politica ad alcune delle nostre dieci domande. Il testo è molto lungo, ma d’altra parte un vero saggio sa bene quanto la scienza e la ricerca siano importanti per lo sviluppo di un Paese!

Investimenti, meritocrazia, trasparenza: quali provvedimenti intende adottare per il rilancio di università e ricerca pubblica?

La mobilità sociale si è drasticamente ridotta, al punto che le generazioni nate negli anni ’80 hanno molte meno opportunità di evolvere nella scala sociale rispetto alle generazioni precedenti. La condizione della famiglia di origine condiziona pesantemente l’esito scolastico e i percorsi di vita. Si iscrive all’università solo il 14 per cento dei figli di operai, a fronte di un valore pari al 59 per cento per i figli della borghesia. Parallelamente, i finanziamenti per il “diritto allo studio” sono stati drasticamente ridotti negli ultimi anni.

Questa tendenza va immediatamente invertita. Si suggerisce, quindi, che la Conferenza Stato-Regioni vari, quanto prima, il decreto sulla definizione dei livelli essenziali delle prestazioni e dei requisiti di eleggibilità per il diritto allo studio universitario. Inoltre, il Fondo Integrativo Statale delle borse di studio, recentemente ridotto a livelli minimi, va aumentato in modo consistente, anche per sottolineare che lo Stato intende offrire reali opportunità verso gli studenti meritevoli provenienti da famiglie meno abbienti. Per questo, tale Fondo deve essere portato a 250 milioni di euro annui, il che corrisponde ad un raddoppio della posta dedicata a questa materia prima dei drastici tagli operati per il biennio 2013-2014.

L’attuale sistema degli enti pubblici di ricerca rappresenta, insieme al sistema universitario, un’infrastruttura essenziale per lo sviluppo del Paese. Uno sviluppo che non può che avvenire attraverso l’avanzamento e la diffusione della conoscenza, il miglioramento del contenuto qualitativo delle produzioni di beni e servizi, la creazione continua di capitale umano di eccellenza. Tuttavia, l’efficacia e l’efficienza del sistema degli enti pubblici di ricerca appare limitata da un insieme di regole che, ideate per la generalità della pubblica amministrazione, mal si adattano a disciplinare l’attività di ricerca. Il rafforzamento del controllo della buona amministrazione deve essere accompagnato da una pianificazione certa a medio termine delle risorse umane e finanziarie. Inoltre, l’attuale limite per le nuove assunzioni (20% delle uscite, un valore identico a quello imposto su tutte le altre pubbliche amministrazioni), unito all’allungamento della vita lavorativa, sta già determinando un invecchiamento precoce delle risorse impegnate negli enti di ricerca, condizionando la capacità di innovazione. Di conseguenza, si propone di:

  • definire un nuovo sistema di assegnazione da parte dello Stato delle risorse agli enti pubblici di ricerca, basato su: a) budget pluriennali specifici per ciascun ente basati su piani di attività dettagliati e discussi non solo con i ministeri vigilanti, ma anche con le competenti commissioni parlamentari; b) un monitoraggio continuo dell’attività, i cui risultati siano resi disponibili al pubblico; c) rendicontazione finale da parte dell’ente;
  • aumentare la quota del turn-over per i ricercatori, tecnologi e le altre figure tecniche degli enti pubblici di ricerca e delle università, conservando per queste ultime il limite delle disponibilità finanziarie già disponibili (il che vorrebbe dire che solo gli atenei più virtuosi potrebbero procedere a reclutamenti aggiuntivi rispetto alla situazione attuale);
  • prevedere una maggiore flessibilità e autonomia nella definizione della struttura interna degli enti, selezionando i dirigenti delle strutture di ricerca con procedure pubbliche, sulla base delle migliori pratiche disponibili a livello internazionale;
  • consentire una totale mobilità (anche temporanea) dei ricercatori tra enti di ricerca e università, all’interno dei vincoli di bilancio predefiniti. Anche in questa prospettiva, che consentirebbe di creare, in analogia a quanto già avviene in altri paesi europei, un “sistema nazionale della ricerca”, sarebbe importante ridefinire lo stato giuridico dei ricercatori degli enti di ricerca.

Quali provvedimenti concreti intende adottare per favorire l’innovazione e l’investimento in ricerca delle imprese private?

La spesa in Ricerca e Sviluppo (R&S) delle imprese italiane è, in rapporto al PIL, più bassa del 50% rispetto alla media europea, pari alla metà di quella francese e a poco più di un terzo di quella tedesca. Inoltre, gran parte delle innovazioni realizzate dalla moltitudine di piccole imprese italiane che dichiarano di non svolgere attività esplicita di R&S tendono a essere marginali: queste imprese sono meno capaci di brevettare, registrare disegni industriali, marchi o diritti di autore rispetto a quelle che fanno R&S; anche la loro quota di fatturato da prodotti innovativi per il mercato è decisamente più bassa. Per accrescere il potenziale innovativo delle imprese si può agire su almeno due fronti, nel rispetto delle regole UE sugli aiuti statali alle imprese: promuovere una finanza ad hoc, stabilire agevolazioni dirette.

Finanza per l’innovazione e la crescita delle imprese

Numerose analisi mostrano come l’incidenza del capitale di rischio nella struttura finanziaria delle imprese e la loro attività innovativa siano variabili positivamente correlate. Lo strumento elettivo per sospingere, tramite questa relazione, i processi innovativi è il sistema dei fondi di private equity e di venture capital. Questo sistema è nettamente sottodimensionato in Italia rispetto agli altri paesi avanzati: in rapporto al PIL vale circa un terzo della media europea e un decimo di quella nord-americana. Sono già stati compiuti passi per cercare di colmare questo divario, modificando gli incentivi fiscali a favore di un aumento della capitalizzazione delle imprese. Con l’ACE (Aiuto alla Crescita Economica) dal 2011 è consentito dedurre dal reddito d’impresa il rendimento figurativo associato a un dato apporto di capitale. Sono previsti anche incentivi fiscali per chi investe in fondi di venture capital e nel capitale di rischio di imprese start-up innovative, il che avvicinerebbe l’Italia alla normativa di altri paesi europei. Purtroppo, però, non sono stati ancora emanati i decreti attuativi; inoltre, la definizione di start-up è probabilmente troppo restrittiva: aver posto un limite temporale ravvicinato alla vigenza dell’incentivo (2015) rende la misura poco efficace, perché incoerente con gli orizzonti temporali necessariamente più lunghi di imprenditori e investitori. Queste sono altrettante linee d’intervento urgente per rendere la misura più incisiva. L’esperienza di altri paesi indica come il mercato del venture capital possa beneficiare di una azione pubblica volta a rendere più “spesso” il mercato, a condizione che essa poggi su prassi virtuose: in particolare, è essenziale che la selezione degli investimenti sia lasciata agli intermediari finanziari specializzati, ai quali deve essere richiesta una diretta partecipazione ai rischi. Una opportuna modalità di intervento nel caso italiano può consistere nella costituzione di un Fondo di investimento a compartecipazione pubblica e privata (sul modello del Fondo Italiano di Investimento) che operi come fondo di fondi nel settore del venture capital. Oltre che fra capitalizzazione e innovatività, un’altra correlazione forte empiricamente verificata è fra dimensione aziendale e innovatività. In Italia, com’è noto, le piccole imprese sono di gran lunga più diffuse che negli altri paesi avanzati e tendono a persistere nel tempo nella piccola dimensione con più probabilità che in altri paesi. Tra le ragioni di questo fenomeno vi è la carenza di risorse manageriali e organizzative, spesso legata alla natura prevalentemente familiare delle imprese italiane. Le imprese familiari non sono da noi più diffuse che in altri paesi: ciò che differenzia il caso italiano è la bassa propensione della famiglia proprietaria a ricorrere a dirigenti di provenienza esterna: nella manifattura le imprese familiari in cui il management è interamente espresso della famiglia sono due terzi in Italia, un terzo in Spagna, un quarto in Francia e in Germania, soltanto il 10 per cento nel Regno Unito. Vi si associano pratiche manageriali inefficienti (scarsa propensione alla delega e a sistemi di remunerazione individuale incentivanti) e minore propensione all’innovazione e all’internazionalizzazione. Pur consapevoli delle radici profonde della cultura imprenditoriale che sostiene questo assetto, è necessaria un’azione pubblica per cercare di cambiarlo. Il private equity è una risposta a questa esigenza, ma va sospinto sia dal lato dell’offerta sia da quello della domanda. Il Fondo Italiano di Investimento e il Fondo Strategico Italiano, istituiti presso CDP, sono nati proprio con la vocazione di facilitare l’incontro fra una domanda riottosa da parte delle imprese e un’offerta svogliata da parte dei grandi fondi multinazionali, poco interessati all’Italia per l’insufficiente dimensione del business potenziale. La loro operatività può essere rafforzata, rimuovendo alcuni vincoli normativi e regolamentari.

Politiche di incentivazione della R&S

L’attività innovativa delle imprese va promossa anche per via diretta, riducendo la frammentazione delle politiche di incentivazione attualmente in vigore e migliorandone il disegno con meccanismi tendenzialmente automatici, che implichino semplicità e stabilità nel tempo delle norme, rapida erogazione dei fondi in tempi certi, monitoraggio e valutazione da parte di soggetti indipendenti. In particolare, si propone l’introduzione di un credito di imposta alla spesa in R&S che preveda: a) una quota di investimento da portare in detrazione del 30-40 per cento (come nel Regno Unito), più alta del 10-15 per cento previsto da norme passate; b) spese ammissibili iscritte a bilancio secondo gli appropriati principi contabili, così da disincentivarne l’utilizzo per progetti poco connessi con gli obiettivi. Si ricorda che, per non pesare sui conti pubblici, almeno in un’ottica pluriennale, occorre che il credito d’imposta stimoli spese che altrimenti non sarebbero state effettuate, ad esempio applicandolo solo alla parte di spesa in eccesso rispetto al livello medio realizzato dall’impresa nei tre anni precedenti.

Migliorare la capacità di accesso ai fondi erogati dall’Unione europea

Da sempre le imprese e i centri di ricerca italiani risultano vincitori di gare per i fondi UE per la ricerca e lo sviluppo tecnologico in misura inferiore alla teorica quota cui potrebbero aspirare. Non di rado, ciò dipende dalle difficoltà che incontrano con i bandi di gara UE le realtà di piccola, media e micro dimensione, frequenti nel nostro Paese. Strutture di specifica assistenza vanno rapidamente attivate, per non continuare a perdere fondi e importanti occasioni di collaborazione internazionale. Il Governo e le Regioni possono valutare se istituirle direttamente a livello centrale e regionale ovvero se promuovere a tale scopo forme di partenariato pubblico-privato, coinvolgendo le associazioni di categoria.

Migliorare la capacità di accesso ai fondi erogati dall’Unione europea

Da sempre le imprese e i centri di ricerca italiani risultano vincitori di gare per i fondi UE per la ricerca e lo sviluppo tecnologico in misura inferiore alla teorica quota cui potrebbero aspirare. Non di rado, ciò dipende dalle difficoltà che incontrano con i bandi di gara UE le realtà di piccola, media e micro dimensione, frequenti nel nostro Paese. Strutture di specifica assistenza vanno rapidamente attivate, per non continuare a perdere fondi e importanti occasioni di collaborazione internazionale. Il Governo e le Regioni possono valutare se istituirle direttamente a livello centrale e regionale ovvero se promuovere a tale scopo forme di partenariato pubblico-privato, coinvolgendo le associazioni di categoria.

Le direttive 20-20-20 definiscono le politiche energetiche europee. Quali azioni concrete intende adottare per garantire all’Italia un piano energetico in grado di migliorare l’efficienza e minimizzare l’impatto ambientale e il costo dell’energia?

Il settore energetico è cruciale per lo sviluppo del Paese. Tra le varie priorità c’è quella di ridurre i costi dell’energia, in un contesto di salvaguardia ambientale. Il mercato elettrico è un mercato liberalizzato, ma nel settore della vendita al dettaglio esiste ancora un grado di concorrenza modesto. I nuovi operatori nel mercato libero si contendono meno del 6 per cento del mercato. Occorre, quindi, perseguire interventi di forte impatto, finalizzati allo sviluppo del mercato libero retail. Ad esempio, dovrebbe essere definita per via normativa la data oltre la quale uscire definitivamente dal regime di maggior tutela ed affidare alla sole forze di mercato il sistema delle offerte di vendita al dettaglio.

Sul versante della generazione, esiste una forte capacità produttiva di operatori termoelettrici, che hanno investito negli ultimi dieci anni circa 25 miliardi di euro per l’ammodernamento del parco centrali. Di fronte alla stagnazione della domanda ed al crescente ingresso nel mercato di impianti alimentati da fonti rinnovabili, si stanno registrando forti sofferenze finanziarie che spingono alcuni operatori a mettere in conservazione parte della loro capacità produttiva, con la conseguenza che il mercato elettrico potrebbe tornare a concentrarsi. Questa situazione può essere trasformata in opportunità, sfruttando la maggiore flessibilità che caratterizza il sistema italiano rispetto a quella di altri Paesi europei come Francia e Germania, dove prevalgono forme rigide di produzione basate sul nucleare e il carbone. Emerge nell’Unione europea una carenza di capacità e di flessibilità della generazione di energia elettrica che per l’Italia deve tradursi in un’opportunità economica, diventando un esportatore netto dei servizi di flessibilità.

Il mercato del gas soffre delle gravi carenze di flessibilità dei sistemi di approvvigionamento. Il nostro Paese è fortemente dipendente dalla fornitura via condotte, e quindi dai produttori esteri. La rigidità dell’offerta di gas “a monte” mantiene i prezzi alti e ostacola la concorrenza nei mercati “a valle”. Ne risente il prezzo dell’energia, stante la prevalenza nel mix produttivo di centrali a gas, e la possibilità che la concorrenza nei mercati all’ingrosso e al dettaglio – rafforzata dalla recente separazione della rete dall’Eni – possa dispiegare i suoi effetti benefici. Pertanto, andrebbero attuati subito gli indirizzi contenuti nella Strategia Energetica Nazionale, che insiste sulla necessità di creare abbondanza di offerta di gas, attraverso i terminali di rigassificazione già costruiti o autorizzati. E’ da sottolineare, inoltre, che l’uso di tali tecnologie permetterebbe di massimizzare i benefici derivanti dalla crescente diffusione di gas non convenzionale.

Il settore energetico è uno di quelli in cui è possibile coniugare meglio salvaguardia ambientale e crescita. La Strategia Energetica Nazionale, approvata l’8 marzo 2013, ha indicato la promozione dell’efficienza energetica e lo sviluppo sostenibile delle energie rinnovabili tra le priorità d’azione che devono essere adottate. L’accrescimento dell’efficienza energetica può consentire di abbassare il costo dell’energia, di migliorare la qualità dell’ambiente e di attivare una massa di investimenti che potrebbero stimolare la crescita, soprattutto delle economie locali. Per raggiungere questi obiettivi si propone di:

  • rivedere il rapporto tra incentivi all’efficienza energetica e quelli allo sviluppo di energie rinnovabili: nel 2012 in Italia si sono spesi solamente 500 milioni di euro per incentivi all’efficienza energetica, a fronte dei 6,5 miliardi di euro impiegati per incentivare le fonti energetiche rinnovabili;
  • mantenere la detrazione fiscale del 55 per cento accordata agli investimenti effettuati nella riqualificazione energetica degli edifici. Tale detrazione, che è vicina alla scadenza, dovrebbe essere quantomeno prorogata o, meglio, resa permanente;
  • introdurre o rafforzare standard qualitativi minimi degli edifici in termini di efficienza energetica;
  • definire direttive precise per aumentare l’efficienza energetica degli edifici pubblici e promuovere politiche di green-government, alle quali collegare incentivi, ad esempio consentendo di reimpiegare parte dei risparmi conseguiti nel sistema premiale del personale;
  • sviluppare il sistema dei “titoli di efficienza energetica” (noti come “Certificati bianchi”), il quale prevede che i distributori di energia elettrica e di gas naturale debbano raggiungere annualmente determinati obiettivi di risparmio di energia primaria e che possano adempiere tale obbligo anche acquistando “certificati bianchi” da altri soggetti nell’apposito mercato organizzato dal Gestore del mercato elettrico.

Perseguire il risparmio energetico non significa certamente abbandonare la promozione ed il sostegno delle energie rinnovabili, i cui meccanismi di incentivazione andrebbero però razionalizzati. Infatti, la forte incentivazione ha comportato notevoli oneri per gli utenti finali. Se quindi è opportuna una revisione delle voci di bolletta costituite da “altri oneri di sistema”, occorre però evitare la retroattività di tali revisioni che comprometterebbe l’equilibrio finanziario di investimenti già effettuati. La profonda revisione degli incentivi andrebbe controbilanciata dalla semplificazione delle procedure e dalla contestuale riduzione degli oneri burocratici sopportati attualmente dalle imprese nel processo di autorizzazione per i nuovi impianti. In ogni caso, va assicurata la piena integrazione degli impianti da fonte rinnovabile nel sistema elettrico complessivo. Il conseguimento di tale obiettivo passa attraverso lo sviluppo delle infrastrutture di rete ed il miglioramento delle modalità di dispacciamento.

Come intende occuparsi della produzione, gestione e smaltimento dei rifiuti solidi urbani, per migliorare l’impatto su ambiente e qualità della vita?

Se la promozione della raccolta differenziata costituisce il presupposto per la trasformazione del rifiuto in merce dotata di valore economico, si potrebbe prevedere la destinazione di una parte dei ricavi derivanti dalla vendita del materiale differenziato all’abbattimento del costo della raccolta dei rifiuti pagato dai cittadini e dalle imprese. Questo provvedimento aumenterebbe gli incentivi a comportamenti virtuosi, favorendo lo sviluppo di una cultura diffusa orientata al riciclo dei rifiuti.

D’altra parte, si dovrebbe procedere ad una liberalizzazione di tutte le fasi della filiera della gestione dei rifiuti, che non devono essere necessariamente svolte in regime di privativa: in pratica, tutte le fasi che si situano a valle delle attività collegate alla raccolta urbana dei rifiuti dovrebbero essere liberalizzate. Inoltre, un impulso all’utilizzo dei materiali provenienti dal recupero e riciclaggio dei rifiuti potrebbe derivare dall’imposizione alle pubbliche amministrazioni dell’obbligo di acquistare prodotti realizzati con materiale riciclato.

Infine, non può essere taciuto che nell’ultimo anno è stato impresso un deciso impulso sulla strada del definitivo smantellamento delle centrali nucleari nel nostro Paese. Tuttavia, occorre implementare un programma di interventi sulle centrali esistenti, completare il trasporto di rifiuti nucleari per essere riprocessati all’estero, definendo con chiarezza il cronoprogramma ed i costi, così da giustificare la relativa quota prevista in bolletta a carico dei cittadini. E’ altresì da affrontare la sistemazione definitiva e condivisa della generalità dei rifiuti radioattivi sul territorio nazionale.

Quali misure concrete intende adottare per la messa in sicurezza del territorio nazionale dal punto di vista sismico e idrogeologico? E quali per stimolare il settore edilizio conciliandolo con la salvaguardia del territorio e la lotta alla criminalità organizzata?

L’ambiente non è solo qualcosa da proteggere. Va migliorato continuamente. In questo modo non solo si eleva la qualità della vita dei cittadini, ma si rafforzano le opportunità di far crescere l’Italia sul piano economico e sociale, rendendolo un Paese attraente nel panorama mondiale, dove vivere bene e di cui apprezzare i prodotti e i servizi. Per questo, si deve puntare a realizzare le possibilità offerte dalla cosiddetta green economy e assicurare la messa in sicurezza e la tutela del territorio e del paesaggio.

In Italia si verificano mediamente sette eventi disastrosi all’anno, con vittime, feriti, migliaia di senzatetto e danni economici ingentissimi, connessi anche alla distruzione di beni culturali ed ambientali. Lo Stato spende in media circa un miliardo all’anno per riparare i danni causati dal dissesto, mentre per la prevenzione vengono spesi in media 400 milioni di euro all’anno. Il Ministero dell’Ambiente ha stimato che, per mitigare il dissesto idrogeologico e idraulico, sarebbero necessari investimenti pari a 40 miliardi di euro in 15 anni (circa 2,7 miliardi all’anno).

Questi dati mostrano come solo integrando la dimensione economica dello sviluppo e quella ambientale si possa promuovere un salto culturale e una maggiore sinergia tra interventi infrastrutturali e di politica industriale e quelli di natura ambientale, nell’ottica del perseguimento di quello sviluppo sostenibile sostenuta a livello globale, su cui l’Italia ha assunto impegni precisi anche nella recente Conferenza dell’ONU “Rio+20”.

Rivedere la normativa sul consumo del suolo

Negli ultimi dieci anni l’Italia ha consumato molto più territorio rispetto agli altri paesi europei. La spinta ad arrestare questa tendenza è apparsa evidente nella scorsa legislatura, con la risoluzione della Commissione territorio e ambiente del Senato e due disegni di legge, il primo approvato dal Governo in materia di valorizzazione delle aree agricole e di contenimento del consumo di suolo, il secondo dall’Intergruppo parlamentare per l’Agenda urbana.

Si raccomanda, quindi, di ripartire da tali testi per affrontare con decisione e urgentemente la questione, al fine di fissare e conseguire obiettivi pluriennali di contenimento quantitativo del consumo di suolo attraverso la pianificazione territoriale e urbanistica, da fissare d’intesa tra lo Stato e le Regioni sulla base di un Rapporto annuale al Parlamento. In particolare, la proposta prevede l’introduzione di un contributo per la tutela del suolo e la rigenerazione urbana legato alla perdita di valore ecologico, ambientale e paesaggistico determinato dal consumo di suolo, contributo che si dovrebbe aggiungere agli obblighi di pagamento connessi con gli oneri di urbanizzazione e con il costo di costruzione. Il contributo esistente per interventi su aree edificate o comunque utilizzate ad usi urbani e da riqualificare andrebbe contestualmente ridotto o soppresso.

Vanno poi rafforzate le condizionalità previste dalla politica agricola comune, garantendo lo scambio tra aiuti comunitari e manutenzione idraulico forestale e dei reticoli idrografici minori delle superfici agricole che generano l’aiuto stesso. Priorità di accesso ai fondi e incentivi per la produzione elettrica da fonti rinnovabili potrebbero essere assicurati alle aziende agricole che si impegnano nella manutenzione del territorio di propria pertinenza.

Infine, da più parti è stata proposta l’introduzione di un sistema assicurativo misto pubblico-privato di cui lo Stato dovrebbe garantire l’equilibrio, il controllo, la riassicurazione e l’intervento di ultima istanza. Nella valutazione del premio dovrebbe essere considerata anche l’esposizione al rischio, così favorendo la percezione di quest’ultimo tra i cittadini e le amministrazioni locali, in modo da stimolare un percorso virtuoso per la costruzione di comunità resilienti. Il Gruppo di lavoro non ha avuto modo di analizzare in dettaglio tale proposta, ma ritiene utile suggerire un approfondimento della questione.

La tutela delle acque e l’economia dei servizi idrici

La tutela delle acque e l’economia dei servizi idrici vanno realizzate salvaguardando le aspettative ed i diritti delle generazioni future a fruire di un integro patrimonio idrico e ambientale. Peraltro, l’acqua è un bene scarso, di rilevanza economica e sociale, da preservare anche attraverso la cura del territorio, la manutenzione dei bacini idrografici, la tutela dei corpi idrici e delle aree di salvaguardia.

I servizi idrici relativi al consumo di acqua per uso umano devono avere carattere di accesso universale, ma devono anche realizzare il proprio equilibrio economico e la propria sostenibilità ambientale attraverso gestioni definite su ambiti territoriali ottimali. La realizzazione e la manutenzione straordinaria delle opere e degli impianti può essere sostenuta da risorse pubbliche nazionali o comunitarie e da una quota della tariffa, ambedue concorrenti alla dotazione di un Fondo pubblico costituito a tal fine.

Qual è la sua opinione sull’Agenda Digitale approvata dal precedente governo e quali sono le sue proposte concrete per la diffusione della banda larga in tutto il Paese?

… E’ necessaria la diffusione delle tecnologie digitali. Esse riducono i costi, favoriscono la semplificazione e, facendo dell’amministrazione una “casa di vetro”, agevolano il controllo e la partecipazione dei cittadini. Pertanto, va data sollecita attuazione all’Agenda digitale nelle pubbliche amministrazioni secondo quanto previsto alla fine della scorsa legislatura dal d.l. 179/2012 convertito nella legge 221/2012.

Il cambiamento della scuola passa anche attraverso la capacità di sfruttare quello che le nuove tecnologie offrono, soprattutto per la costruzione degli ambienti di apprendimento. Per far questo è indispensabile il miglioramento dell’infrastruttura di rete delle scuole, attualmente dimensionata per la gestione amministrativa, anche in vista dell’adozione dei libri digitali, prevista progressivamente dal 2014, la quale stimolerà una forte domanda di formazione e di innovazione attraverso i linguaggi digitali.

Inoltre, con il miglioramento dell’accesso ai dati va sviluppata una nuova cultura della decisione basata sui dati, che superi le barriere disciplinari e apra la strada agli approcci sistemici e quantitativi che sono ora possibili e necessari. Ogni cittadino può oggi contribuire a piattaforme partecipative per la raccolta dei dati, fungendo come sensore volontario per la creazione di osservatori digitali della società, dell’economia, e della salute pubblica, così generando quelli che si chiamano i Big Data. La capacità di questi osservatori di coinvolgere i cittadini come partecipanti attivi dipende dallo sviluppo, a partire dal livello scolastico, di una cultura attiva del dato, che predisponga i cittadini di domani ad un ruolo attivo nei confronti del proprio ambiente e delle proprie condizioni socio-economiche.

 
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Pubblicato da su 13 aprile 2013 in Scienza, Tecnologia, Varie

 

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Scienza e politica, un dialogo è possibile!

dibattitosiSono state da poco pubblicate le risposte dei leader politici alle domande di Dibattito Scienza, il gruppo di cui sono cofondatore e coordinatore che vuole portare la scienza e la ricerca nel dibattito politico. Le domande erano state scelte tramite un sondaggio e discussioni in rete, e sono state poste ai leader delle principali forze politiche che parteciperanno alle prossime elezioni. Dei sei politici interpellati, soltanto tre hanno risposto entro il termine previsto, cosa che mi ha un po’ deluso: venti giorni mi sembravano un tempo sufficiente anche in un periodo impegnativo come la campagna elettorale, soprattutto perché ricerca, innovazione, ambiente, bioetica non sono affatto dei temi secondari. Hanno risposto all’appello Pierluigi Bersani, Oscar Giannino e Antonio Ingroia: trovate le loro risposte in questa fantastica grafica interattiva realizzata da Alessio Cimarelli. Ci ho messo parecchio a leggere tutto (Ingroia è stato molto sintetico, ma gli altri due non si sono risparmiati). In questo post commenterò le risposte dei tre leader secondo le mie competenze, e lo farò a titolo personale, in quanto Dibattito Scienza ha scelto di non commentare né giudicare le dichiarazioni dei politici.

1) Investimenti, meritocrazia, trasparenza: quali provvedimenti intende adottare per il rilancio di università e ricerca pubblica?

oscargianninoQuello che si chiede in questa domanda è di fondamentale importanza: chi si candida a governare un Paese come l’Italia, che investe in ricerca poco più dell’1% del PIL (fonte ISTAT), deve avere le idee chiare su come rilanciare ricerca e innovazione. Purtroppo non è questo il caso di Ingroia, che espone dei princìpi anche condivisibili (“vogliamo affermare il valore universale di scuola, università e ricerca”), ma non va oltre lo slogan. Fanno meglio Bersani e soprattutto Giannino. Bersani vuole “riattivare gli investimenti”, ma non specifica quanto vuole investire, anche perché dice che prima bisogna “conoscere in dettaglio i dati della finanza pubblica”. Giannino intende “aumentare la dotazione finanziaria per l’università”, tagliando spesa pubblica in altri settori e agevolando fiscalmente chi investe in ricerca. Anche lui, però, non si sbilancia troppo sui numeri. Sul capitolo meritocrazia, Bersani sembra quasi spaventarsi e dice che “Il merito per noi è la necessità di entrare nel merito dei problemi”. Beh? Io ho l’impressione che molti uomini politici (soprattutto di sinistra) preferiscano sorvolare su questo argomento, alcuni sono addirittura infastiditi dalla parola stessa “meritocrazia”. Cionostante, Bersani propone di istituire un non meglio precisato “Programma per il merito e il diritto allo studio”. Giannino si scaglia contro la proliferazione delle sedi universitarie e dei corsi di laurea, e propone di ridurne il numero agendo sulla selezione e la valorizzazione degli istituti più meritevoli. Su questo aspetto il leader di Fare per Fermare il Declino sembra avere le idee chiare e presenta diversi criteri che potrebbero essere adottati per rendere più meritocratica la distribuzione delle risorse, sia a livello di università e istituti, sia a livello individuale del singolo docente o ricercatore. Per come la vedo io, quello di Giannino è l’approccio corretto: gli sforzi vanno concentrati sull’elaborazione di efficaci metodi di valutazione, non su prese di posizione ideologiche (merito sì, merito no). In altre parole, non dobbiamo temere la meritocrazia, quanto piuttosto riflettere su quale sia la strategia migliore e più equa per ottenerla. Un altro punto interessante del discorso di Giannino riguarda il valore legale del titolo di studio: lui vorrebbe abolirlo, io non mi sono ancora fatto un’opinione precisa.

2) Quali provvedimenti concreti intende adottare per favorire l’innovazione e l’investimento in ricerca delle imprese private?

pierluigibersaniL’investimento in ricerca delle imprese private è un altro punto cruciale, perché la ricerca produce innovazione, che a sua volta migliora la qualità dei prodotti e rimette in moto l’economia. Un aspetto importante di cui spesso ci si dimentica è il fatto che, a differenza di altri Paesi europei, in Italia la maggior parte delle aziende sono di piccole dimensioni, o addirittura appartengono alla categoria delle micro-imprese (fonte ISTAT). In questo contesto risulta chiaramente più complicato investire in ricerca e sviluppo, per questo era interessante conoscere le opinioni dei candidati. Bersani sostiene (giustamente, a mio avviso) che il sostegno pubblico è necessario per aiutare le piccole aziende italiane a investire in ricerca, e occorre mobilitare risorse pubbliche e private per spingere su settori strategici quali digitale, green economy, made in Italy, cultura e scienze della vita. Il leader del PD vorrebbe eliminare gli incentivi tradizionali per sostituirli con aiuti mirati a chi investe in ricerca, attraverso strumenti finanziari misti pubblico-privato. Giannino sottolinea altri aspetti del problema, come la normativa italiana ostile all’innovazione, la mentalità antiscientifica del nostro Paese e la scarsa collaborazione tra pubblico e privato. Stupisce l’invito di Giannino a puntare sulle biotecnologie, invito che stona con le parole pronunciate dal suo socio Zingales poco tempo fa (“L’Italia non ha un futuro nelle biotecnologie”). Ingroia propone di introdurre agevolazioni fiscali per le imprese che investono in ricerca. Personalmente, credo che tutte queste misure sarebbero benefiche per le imprese che scelgono di innovare, mi auguro di vederne realizzata almeno qualcuna.

3) Le direttive 20-20-20 definiscono le politiche energetiche europee. Quali azioni concrete intende adottare per garantire all’Italia un piano energetico in grado di migliorare l’efficienza e minimizzare l’impatto ambientale e il costo dell’energia?

pierluigibersaniLe risposte dei tre candidati hanno un denominatore comune: l’efficienza energetica. Ingroia vuole un Piano Energetico Nazionale Sostenibile che tracci la road map di uscita dai combustibili fossili, mentre Bersani, pur riconoscendo l’importanza delle fonti rinnovabili, ricorda che le fonti fossili sono ancora indispensabili e si propone di risanarne il mercato con un mix di liberalizzazioni e nuove infrastrutture. Non stupisce che Giannino si opponga all’intervento dello Stato: basta con gli incentivi discrezionali – dice – introduciamo una carbon tax onnicomprensiva e lasciamo che sia il mercato a scegliere il giusto mix di tecnologie energetiche. Ecco, in questo caso, pur apprezzando l’attenzione all’efficienza energetica dei tre leader e il realismo di Bersani, mi dispiace non aver trovato in nessuna delle risposte una visione precisa sul futuro energetico del Paese. Mi spiego meglio. Secondo quanto scrive Jeremy Rifkin nel suo libro “La terza rivoluzione industriale”, sul fronte delle rinnovabili l’Europa è molto più avanti rispetto agli Stati Uniti; proprio per questo motivo, mi aspettavo che i candidati avrebbero delineato un progetto più chiaro in questa direzione, in modo da sfruttare questo vantaggio. Nella visione di Rifkin, diversi fattori concorrono a determinare un futuro sostenibile, fatto di efficienza energetica, rinnovabili, impianti di microgenerazione e quella che lui chiama “internet dell’energia”. Ecco, mi sarebbe piaciuto intravedere la visione di Rifkin nelle risposte dei politici, ma forse avevo aspettative esagerate.

4) Come intende occuparsi della produzione, gestione e smaltimento dei rifiuti solidi urbani, per migliorare l’impatto su ambiente e qualità della vita?

pierluigibersaniSu questo punto ogni candidato ha le sue priorità. Per Giannino, la soluzione sta tutta nel libero mercato: sia per quanto riguarda lo smaltimento, sia per quanto riguarda la raccolta, lo Stato deve stare in un angolo e limitarsi a un ruolo di controllore, punendo chi non rispetta le norme di sicurezza e ambientali. Ingroia dice che bisogna puntare sul riciclo e ridurre la produzione di rifiuti, estendendo la responsabilità estesa del produttore al settore alimentare e a quello delle costruzioni; ricorda inoltre il pericolo dell’infiltrazione mafiosa nell’affare rifiuti. Dimentica però di spiegare come smaltire i rifiuti non riciclabili. La risposta di Bersani, infine, è molto articolata e prevede tutta una serie di misure volte a costruire la “società del riciclaggio” prefigurata dalla Direttiva Europea 2008/98/CE: al leader del PD non sfugge nulla, persino la lotta allo spreco alimentare entra nel suo progetto. Quanto allo smaltimento, Bersani si dichiara favorevole all’incenerimento, tecnologia ritenuta consolidata e in grado di ridurre l’uso delle discariche. In conclusione, il candidato premier del centrosinistra sembra avere una visione a 360 gradi sul problema, e risulta nel complesso più convincente.

5) Quali misure concrete intende adottare per la messa in sicurezza del territorio nazionale dal punto di vista sismico e idrogeologico? E quali per stimolare il settore edilizio conciliandolo con la salvaguardia del territorio e la lotta alla criminalità organizzata?

pierluigibersaniIl famoso slogan “Prevenire è meglio che curare” trova una perfetta rappresentazione nella risposta di Bersani, che ricorda l’importanza di “spendere i soldi prima delle tragedie, non provare a farlo dopo, sempre in una situazione di emergenza”. Bersani cita i soldi (pochi) investiti finora per la difesa del suolo, e quelli (tanti) spesi per rimediare alle emergenze che si sono verificate negli ultimi decenni. Si scaglia contro i condoni edilizi varati da Berlusconi, e propone diverse misure per la messa in sicurezza del territorio, tra cui, ad esempio, l’istituzione di un fondo pluriennale per la difesa del suolo, la trasparenza e la semplificazione nelle procedure di appalto per combattere le infiltrazioni della criminalità organizzata. Bersani e Ingroia sono d’accordo sul voler bloccare il consumo di suolo e sul voler puntare piuttosto sulla riqualificazione degli edifici esistenti, migliorandone ad esempio l’efficienza energetica. Secondo i due politici di sinistra sarebbe questa la strada da seguire anche per rilanciare il settore dell’edilizia. Di diverso avviso Oscar Giannino, che se la prende con la normativa vigente e i vincoli urbanistici troppo restrittivi. Per Giannino questo ha provocato la crisi del settore delle costruzioni e l’aumento dei prezzi dei terreni. Da buon liberista, si oppone alla logica pianificatoria, e suggerisce ad esempio di offrire uno sconto IMU per le abitazioni con alta efficienza energetica, in modo da stimolare risorse private nella riqualificazione degli edifici. Su questo argomento i tre leader sembrano piuttosto preparati, ma la logica di Giannino non mi convince: la qualità delle nostre città è un bene comune troppo importante, e non può essere lasciata al libero mercato.

6) Qual è la sua opinione sull’Agenda Digitale approvata dal precedente governo e quali sono le sue proposte concrete per la diffusione della banda larga in tutto il Paese?

pierluigibersaniCome nella domanda precedente, anche qui si nota la distanza che separa la sinistra (Bersani e Ingroia) dal liberista Giannino. Tutti riconoscono il limite dell’infrastruttura di rete italiana, soprattutto Bersani che snocciola numeri e statistiche sul digital divide, ma mentre lui e Ingroia parlano di “infrastruttura strategica di interesse nazionale” e pensano a un intervento dello Stato per indirizzare i singoli operatori, Giannino ribadisce che lo Stato dovrebbe limitarsi a controllare che non si creino situazioni di monopolio, e a creare un clima “amichevole” per le aziende che vogliono investire. Un altro punto importante che sta a cuore sia di Bersani sia di Giannino è la digitalizzazione della Pubblica Amministrazione, un tema che secondo il leader di Fare meritava maggiore attenzione da parte del governo Monti. Ancora una volta Bersani si dimostra molto preparato, è infatti l’unico a sottolineare come l’infrastruttura di rete sia fondamentale per il rilancio delle PMI, che senza accesso alla rete sono tagliate fuori dal mercato. Sempre Bersani è l’unico a evidenziare la scarsa alfabetizzazione digitale degli italiani.

7) La legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita è stata messa in discussione più volte negli ultimi mesi, con diverse sentenze tra cui quella della Corte di Strasburgo. Si impegnerà ad adeguare questa legge alla giurisprudenza italiana ed europea? Qual è invece la sua posizione a proposito del testamento biologico?

antonioingroiaLa risposta di Ingroia inizia con una frase lapidaria che non lascia alcun dubbio sulle intenzioni dell’ex magistrato: “La laicità dello Stato, le libertà individuali e collettive sono un punto cardine del nostro programma di governo.” Il che fa pensare che in materia di bioetica l’approccio di Rivoluzione Civile sarà molto liberale, e non condizionato da considerazioni religiose. Anche Giannino, pur ricordando che per il suo movimento la priorità è l’economia e che all’interno di Fare convivono diverse sensibilità, riconosce la necessità di adeguare la legge 40 ai princìpi del diritto europeo; inoltre, sul testamento biologico si chiede un “passo indietro” del legislatore, che restituisca questa materia al rapporto diretto tra medico e paziente. Stranamente, il più cauto dei tre sembra essere Bersani, che si dichiara contrario a una eutanasia con un ruolo attivo da parte del medico e che, pur promettendo di cambiare la legge 40 per porre fine al “turismo procreativo”, non dice chiaramente ad esempio se è favorevole o meno alla diagnosi pre-impianto. Nessuno dei tre è chiarissimo su quest’ultimo punto, a dire il vero, tuttavia l’impostazione di Ingroia e quella di Giannino mi sembrano più marcatamente laiche rispetto a quella di Bersani.

8) Data l’importanza della scienza e della tecnologia nella società contemporanea, quali misure intende adottare, anche a livello scolastico, per favorirne lo sviluppo e contrastare anche il diffuso analfabetismo scientifico e matematico?

oscargianninoA mio modo di vedere, questa domanda era molto utile per capire la considerazione della scienza che hanno in generale i tre candidati. Bersani dice una cosa fondamentale, che gli fa sicuramente guadagnare punti agli occhi della comunità scientifica: “In ogni idea di sviluppo portata avanti da un governo autorevole, il primo punto all’ordine del giorno deve essere la ricerca, perché scienza e ricerca sono la base essenziale della competitività del Paese”. Il leader del Partito Democratico si impegnerà a contrastare l’analfabetismo scientifico-matematico fin dalle giovani generazioni, e in modo molto intelligente sottolinea l’importanza della multidisciplinarietà, che deve essere perseguita rimuovendo le barriere didattiche e permettendo di costruire curricula flessibili. Giannino intende promuovere la cultura scientifica puntando sulla divulgazione (festival, riviste, programmi TV); poi amplia il discorso criticando la qualità del sistema educativo italiano in generale, e punta il dito contro una scuola che a suo modo di vedere “è stata costruita attorno agli insegnanti e non attorno agli studenti”. Nella sua visione, meritocrazia e autonomia degli istituti sono le parole d’ordine. Vanno poi rivalutati gli istituti professionali e rivisti i programmi scolastici, per insegnare ai bambini ad applicare fin da piccoli il metodo scientifico. Ingroia ribadisce il valore della scuola pubblica, promette di cancellare la riforma Gelmini e di portare a 18 anni l’obbligo scolastico. In pratica, non ha nessuna risposta specifica a proposito dell’analfabetismo scientifico. Per questa domanda il mio punto va a Oscar Giannino, sicuramente più concreto e sul pezzo rispetto altri due.

9) Come pensa che il suo governo si debba occupare di modifiche climatiche causate dall’uomo? Quali interventi metterà in atto per la mitigazione e/o prevenzione dell’innalzamento dei gas serra?

pierluigibersaniPierluigi Bersani si conferma anche in questa domanda particolarmente preparato, e mostra una notevole sensibilità ambientale: le sue politiche climatiche prevedono l’uso sempre più massiccio delle fonti rinnovabili (dall’elettrico al termico), l’efficienza energetica degli edifici e la mobilità sostenibile. Per Ingroia occorre ridurre le emissioni e istituire una carbon tax a livello europeo. Giannino ricorda che la sfida al cambiamento climatico non si vince da soli: l’Italia deve giocare con le regole europee, che tuttavia finora non lo hanno soddisfatto. Secondo Giannino, porsi obiettivi di breve termine serve a poco, bisogna piuttosto concentrarsi su obiettivi di medio termine relativi all’intensità carbonica dell’economia, promuovendo innovazione e sviluppo.

10) Qual è la sua posizione in merito all’uso di animali nella ricerca biomedica? Pensa sia corretto limitare l’uso di alcune specie animali a scopo di ricerca?

oscargianninoSu questo tema, Ingroia è il più animalista di tutti. Il leader di Rivoluzione Civile sottolinea che “ogni essere vivente merita rispetto”. Bersani e Giannino sono meno ideologici e più realisti, e ricordano che senza sperimentazione animale la ricerca biomedica non va da nessuna parte. C’è però una differenza significativa tra i due approcci: Bersani si limita a constatare che non si può fare a meno della sperimentazione animale, ma non dà molto peso alla ricerca di metodi alternativi. Giannino, al contrario, dice chiaramente che un obiettivo da perseguire è la riduzione del numero di animali sacrificati per il bene della scienza. Sono d’accordo con lui: se è vero come è vero che la sperimentazione animale è un elemento essenziale nella ricerca biomedica, dobbiamo sempre trattare gli animali con rispetto e investire nello studio di metodologie alternative. Anche questa, dopotutto, è ricerca scientifica.

Vorrei concludere dicendo alcune cose. La prima è che dobbiamo essere grati a tutti e tre i candidati che hanno deciso di rispondere alle domande di Dibattito Scienza: non importa quanto avete scritto, o come avete risposto, il solo fatto di aver preso in considerazione la nostra iniziativa merita stima e rispetto. Viceversa, i tre politici che mancano all’appello sono stati una grande delusione. Eravamo molto curiosi di conoscere le opinioni di tutti e tre, ma personalmente ero molto curioso di leggere le risposte di Beppe Grillo, che in passato con la scienza ha avuto un rapporto per così dire conflittuale. Riguardo alle risposte ricevute, invece, a mio giudizio personale Bersani ha dimostrato una visione piuttosto completa sulle diverse questioni (principalmente sull’ambiente e sulle infrastrutture), il che mi conforta dal momento che la sua coalizione è quella con maggiori chance di vittoria alle prossime elezioni. Tuttavia, non mi ha convinto completamente sul tema ricerca e università, sulla bioetica e sulla sperimentazione animale. Su quest’ultima mi è piaciuto di più Giannino, che mi ha convinto anche sul rilancio di università e ricerca pubblica, soprattutto perché ha dimostrato di voler parlare di meritocrazia in modo serio e non propagandistico. Ingroia è stato molto sintetico (poteva oggettivamente sforzarsi di più), mostra di avere buone idee ma non le sviluppa adeguatamente, e finisce per mancare di concretezza; ad ogni modo, il suo approccio laico e liberale in materia di bioetica è quello più convincente.

Permettemi in chiusura giusto due parole come coordinatore di Dibattito Scienza. E’ stata un’esperienza fantastica, che ha coinvolto centinaia di persone (siamo oltre 1500 nel gruppo Facebook) tutte accomunate dalla passione per la scienza. E’ stata proprio questa la cosa meravigliosa: ognuna di queste persone aveva idee politiche diverse, a volte inconciliabili tra loro, eppure ci siamo ritrovati tutti a fare fronte comune per raggiungere il nostro obiettivo. Poteva andare meglio, potevano rispondere tutti i candidati ad esempio, ma è solo il primo passo del nostro cammino, un cammino che ci porterà un giorno a vedere finalmente riconosciuto – anche in Italia – il valore straordinario della scienza e della ricerca scientifica. Dibattito Scienza continuerà a portare avanti la sua battaglia anche dopo le elezioni, agendo da sentinella delle promesse fatte. Seguiteci sul nostro sito internet, su Facebook e su Twitter! Vi aspettiamo!

ps: benché fossi molto impegnato con Dibattito Scienza, sono riuscito a trovare una mezzoretta per discutere la mia tesi di dottorato. Ora vediamo se avete il coraggio di contestare i commenti di un Dottore di Ricerca! :-)

 
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Pubblicato da su 7 febbraio 2013 in Scienza, Tecnologia, Varie

 

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Dibattito Scienza riparte: partecipate al sondaggio!

dibattitoscienzaIl 2013 che è appena iniziato ci regalerà, tra le altre cose, una nuova chiamata alle urne per decidere il prossimo governo. Dibattito Scienza, l’iniziativa lanciata qualche settimana fa in occasione delle primarie del centrosinistra, vuole farsi trovare pronta. I coordinatori hanno raccolto tutti i suggerimenti pervenuti al sito internet e hanno realizzato una lista di argomenti a carattere scientifico da sottoporre ai candidati Premier. Siete tutti invitati a partecipare cliccando su dibattitoscienza.it e selezionando i 10 argomenti secondo voi più interessanti (avete tempo fino al 6 gennaio). I dieci argomenti che riceveranno il maggior numero di voti saranno quelli sui quali i candidati dovranno confrontarsi. Votate numerosi!

ps: buon anno!

 
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Pubblicato da su 2 gennaio 2013 in Scienza, Varie

 

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Chi ha paura della scienza?

Tra le domande che insieme al gruppo Dibattito Scienza abbiamo sottoposto ai candidati delle primarie del centrosinistra ce n’erano due che per il loro impatto sociale erano molto importanti: una riguardava gli OGM e la possibilità di fare ricerca in campo su questa tecnologia; l’altra riguardava la fecondazione assistita. I candidati hanno dato le loro risposte (potete leggerle qui), ma qual è invece l’opinione degli italiani su questi argomenti? Oggi leggo gli esiti di due sondaggi che sembrano proprio rispondere a questo interrogativo.

Il primo, realizzato da Futuragra, riguarda la percezione che hanno i cittadini degli organismi geneticamente modificati e l’opportunità o meno di fare ricerca su di essi. Benché dal report (qui il PDF) emerga una certa ignoranza sul tema (ad esempio solo il 42% degli 800 intervistati sa che i geni sono presenti in tutte le piante), i risultati sono da un certo punto di vista piuttosto incoraggianti. Il 55% ritiene che sia utile fare ricerca scientifica sugli OGM e il 62% pensa che gli scienziati italiani abbiano il diritto di fare ricerca alle stesse condizioni degli altri Paesi. Inoltre, il 52% dice che potrebbe anche prendere in considerazione l’acquisto di alimenti OGM, soprattutto se questi fossero più salutari o caratterizzati da una maggiore sostenibilità ambientale. La maggioranza degli intervistati (52%) ritiene infine che se la legge italiana permette la vendita di prodotti OGM, allora dovrebbe anche consentirne la coltivazione.

Il secondo sondaggio è stato realizzato dal Censis e ha indagato, oltre alla fecondazione assitita, anche il tema dell’interruzione di gravidanza (qui il PDF). Su questo terreno, gli italiani mostrano generalmente una posizione laica, soprattutto le persone giovani e laureate. Il 60% è favorevole all’interruzione volontaria di gravidanza, mentre il 26% è contrario. Per quanto riguarda l’utilizzo della pillola Ru486, il 52% si mostra favorevole a fronte di un 29% di contrari. La percentuale di antiabortisti è più alta negli over 65 (34%) e più bassa negli under 30 (18%), e rapporti analoghi si riscontrano anche nelle opinioni sulla Ru486. Se andiamo a guardare i risultati relativi alla fecondazione assistita, invece, il 69% è favorevole. Abbastanza elevato è anche il numero di coloro che approvano la fecondazione eterologa (50%) e la diagnosi pre-impianto (52%). La selezione del sesso del nascituro, al contrario, non è ben vista: il 75% degli intervistati si dichiara contrario. Qui però le percentuali divergono moltissimo se si va a considerare il titolo di studio dei partecipanti: tra i laureati, l’82% è favorevole alla fecondazione assistita, mentre il numero scende al 33% per chi ha la licenza elementare. Degno di nota è anche il 78% di persone che si dichiara favorevole all’uso terapeutico delle cellule staminali embrionali.

In conclusione, sembrerebbe che gli italiani siano molto più interessati ad utilizzare i prodotti della scienza rispetto a come vengono dipinti dai media e dai politici che li governano. A dispetto della cattiva informazione che è stata fatta in questi anni sugli OGM, i cittadini – sebbene un po’ confusi sull’argomento – si mostrano aperti all’innovazione e all’impiego delle biotecnologie in agricoltura. Anche sulle questioni di bioetica gli italiani sono intenzionati a cogliere liberamente le opportunità offerte dal progresso scientifico-tecnologico: sì all’aborto, sì alla fecondazione assistita, sì all’uso terapeutico delle cellule embrionali. Invito i nostri politici a meditare su questi risultati, e a essere più coraggiosi quando affrontano certe questioni: gli italiani non hanno paura della scienza.

 
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Pubblicato da su 28 novembre 2012 in Medicina, Nutrizione, Salute, Scienza, Tecnologia, Varie

 

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