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Gli OGM di Repubblica

Lectio magistralis di Elena Cattaneo sulle cellule staminaliA volte ritornano. In questi ultimi giorni, grazie a una serie di articoli e interviste pubblicati su Repubblica, si è riacceso il dibattito attorno agli OGM, quegli Organismi Geneticamente Modificati che in Italia e in gran parte dell’Europa continuano a dividere l’opinione pubblica. Le schermaglie tra pro- e anti-OGM sono iniziate con un pezzo pubblicato il 24 settembre che sembrava mostrare finalmente un approccio serio e razionale al tema (pdf), con interventi di Dario Bressanini e Roberto Defez. Venerdì c’è stata l’intervista di Federico Rampini a Vandana Shiva, a cui ha replicato il giorno dopo la senatrice Elena Cattaneo. Immediata la risposta di Carlo Petrini, fondatore di Slow Food, e anche oggi non ci siamo fatti mancare la nostra dose quotidiana di OGM, con un appello firmato da Umberto Veronesi. Prima di entrare nel merito, permettetemi di esprimere la mia perplessità sulle scelte del quotidiano. Ben venga il dibattito, ma qual è il senso di questo botta e risposta continuo, che in uno schizofrenico alternarsi di opinioni dice tutto e il contrario di tutto? Personalmente credo che un quotidiano debba seguire una linea editoriale, dando voce certamente a punti di vista diversi, ma guidando in qualche modo il dibattito, controllando almeno la veridicità di certe affermazioni. L’impressione è invece che Repubblica sia diventata in questa circostanza una sorta di bacheca su cui chiunque può pubblicare i propri pensieri sull’argomento; non sono certo un esperto di comunicazione, ma penso che così facendo si perda la funzione informativa che un quotidiano dovrebbe svolgere nei confronti dei propri lettori, e si finisca per fare da megafono a quelle che appaiono come schermaglie personali incidentalmente diventate di dominio pubblico.

Visto che però il dibattito c’è stato, proviamo a capire almeno come è stato affrontato. Inizialmente volevo concentrarmi sull’intervento della Cattaneo, ma l’articolo di oggi di Veronesi offre l’occasione per mettere a confronto due stili di comunicazione differenti. Gli scienziati sono spesso accusati di sbagliare approccio, di mettersi su un piedistallo e sottolineare l’enorme distanza che separa loro – gente “studiata” – dalla plebe ignorante, vittima dell’emotività. Proviamo ad analizzare l’intervento della senatrice Cattaneo, per capire se anche questa volta è stato commesso questo errore. La prima cosa che colpisce, e in positivo, è il fatto che la senatrice non si limiti ad affermare che gli OGM non sono pericolosi, ma ammetta con umiltà di stare studiando l’argomento. Dice infatti la Cattaneo: “Sono ancora in cerca di prove contro l’impiego di OGM (mais, soia, cotone). Li sto studiando uno a uno. E’ un impegno.” Questa, a mio avviso, è un’ottima partenza. Non c’è nessun piedistallo qui, nessun principio di autorità: la ricercatrice di fama internazionale studia prima di esprimere giudizi, e così dovrebbero fare tutti. Subito dopo arriva un’altra mossa vincente: la Cattaneo riconosce infatti che per alcuni OGM (la colza) non esistono ancora prove convincenti che ne dimostrino la salubrità per l’ambiente e la sicurezza per la salute umana. Distinguere caso per caso, dire che un OGM è buono ma l’altro chissà, sottolinea l’importanza di valutare la singola varietà in relazione alla letteratura scientifica disponibile, e di nuovo mostra l’umiltà dello scienziato che si piega di fronte all’evidenza e non porta avanti battaglie ideologiche. La senatrice si merita un altro applauso per aver spostato il dibattito su un tema, quello dei prodotti tipici italiani, che notoriamente è l’arma preferita degli oppositori degli OGM. La Cattaneo sa che OGM e “Made in Italy” non sono affatto in contrapposizione tra loro, e sfida gli avversari sul loro stesso terreno, colpendoli in contropiede. Infine, la ricerca pubblica: le multinazionali cattive sono l’altro grande cavallo di battaglia nella retorica di Slow Food e compagnia, ribadire che gli OGM sono una tecnologia che appartiene a tutti e non a poche grandi aziende straniere è un’altra tattica efficace. Non me ne voglia il professor Veronesi, di cui ho grande stima e ammirazione, ma la strategia comunicativa che egli usa nel suo articolo odierno è secondo me molto meno efficace di quella adottata dalla senatrice Cattaneo, la quale dimostra di aver capito quali corde toccare per provare a convincere gli scettici. Lo spettro della fame del mondo risolta dagli OGM non funziona più, professor Veronesi. Andiamo, stavo per fare l’esame di maturità quando dicevano che gli OGM avrebbero sfamato il mondo (mi iscrissi a biotecnologie anche per questo!). Se non ha funzionato allora, dubito possa sortire qualche effetto oggi: viviamo in un’epoca in cui gli egoismi nazionalistici spingono all’autarchia e all’odio verso gli immigrati, sfamare i bambini del terzo mondo è un nobile obiettivo che tuttavia è percepito come non prioritario. Oggi ci stanno più a cuore i nostri prodotti locali, le “eccellenze agroalimentari che all’estero ci invidiano”: è questa la retorica che funziona oggi, e fa bene la Cattaneo a inserirsi in questo discorso parlando del recupero di varietà quasi scomparse come il San Marzano, proprio grazie alle biotecnologie.

L’approccio di Elena Cattaneo può funzionare, secondo me. Ci stiamo avvicinando al bersaglio, e la replica di Petrini, vaga e non priva di imprecisioni, dimostra che forse abbiamo colpito nei punti giusti. Bisogna insistere su questa strada, mostrando al pubblico che il “modello di agricoltura, alimentazione, ecologia, solidarietà, sviluppo, cultura ed economia” di cui parla Petrini non è affatto in antitesi con gli OGM, i quali possono anzi essere una via per realizzarlo. Tutto bene quindi? Non completamente. Resto convinto infatti che il dibattito a distanza sui quotidiani serva a ben poco, oltre a scaldare gli animi dei più interessati all’argomento. La strategia più efficace è quella del confronto diretto, in un piccolo auditorium davanti a poche centinaia di persone o in uno studio televisivo in prima serata. Lo hanno fatto Dario Bressanini e Beatrice Mautino qualche tempo fa, e i risultati sono stati sorprendenti.

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Pubblicato da su 6 ottobre 2014 in Scienza, Varie

 

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Elezioni europee: politica e scienza a confronto

DS_sfondochiaroManca pochissimo alle elezioni europee, e i leader dei principali partiti politici si fronteggiano ormai quotidianamente nelle piazze e sui media, lanciandosi frecciatine velenose e tentando di screditare l’avversario con polemiche spesso sterili. Come da tradizione, infatti, anche questa campagna elettorale vive più di attacchi personali tra i leader che non di un confronto serio sui programmi e sulle strategie europee delle diverse forze politiche. Fortunatamente, c’è qualcuno che prova a dare un senso a queste elezioni. Il sondaggio “Voi siete qui” dell’associazione Open Polis, ad esempio, è un’iniziativa pregevole, perché consente di avere un’idea precisa dei posizionamenti delle varie liste su temi di rilevanza nazionale ed europea, annullando il rumore di fondo e dando pari dignità a tutti gli attori in gioco. Al netto delle polemiche, tu elettore, con le tue idee e le tue convinzioni, da che parte stai? Con il quiz di Open Polis è possibile scoprirlo.

Se invece sei maggiormente interessato a questioni riguardanti la scienza e la ricerca, non hai molte alternative. I partiti parlano pochissimo di queste cose, non hanno presa sull’elettorato e non portano voti. Un cittadino particolarmente volenteroso ha passato in rassegna tutti i candidati delle diverse circoscrizioni, alla ricerca di personaggi interessanti per le posizioni espresse in merito a biotecnologie e sperimentazione animale. Ma se volete conoscere il punto di vista ufficiale dei partiti in gara su temi di rilevanza scientifica, non potete che rivolgervi a Dibattito Scienza (e qui mi faccio un po’ di pubblicità, in quanto fondatore e coordinatore di questa iniziativa). Come alle ultime elezioni politiche, il gruppo nato due anni fa ha posto alcune domande a tutti i partiti candidati, interrogandoli su OGM, ambiente, energia, sperimentazione animale e vaccini. Trovate tutte le domande e le risposte pervenute sul sito di Dibattito Scienza e su quello della rivista Le Scienze, che promuove il progetto fin dalle origini. In questa sede (sperando di non annoiarvi) vorrei fare alcune considerazioni generali e qualche commento più specifico entrando nel merito delle diverse risposte.

Da un punto di vista generale, è interessante notare che ancora una volta – era già successo con le elezioni politiche – il centro-destra di matrice berlusconiana è il grande assente. Né Forza Italia, né gli ex alleati di Nuovo Centro Destra, UDC, Lega Nord e Fratelli d’Italia hanno risposto al questionario, che riguardava la normativa sugli OGM, le politiche ambientali ed energetiche, la sperimentazione animale e il programma europeo sui vaccini. Altro grande assente è il Movimento Cinque Stelle, che decide di non aderire all’iniziativa dopo il pasticcio delle ultime politiche. Insomma, gli unici a non mancare mai all’appello sono il PD e Fare per Fermare il Declino, ai quali questa volta si aggiunge la lista dei Green Italia – Verdi Europei. Il successo dell’iniziativa dipende in gran parte dal numero di risposte ricevute, ovviamente, ma credo sia importante sottolineare che in casi come questo, una non-risposta vale come una risposta. Denota scarso interesse nei confronti della scienza, se non in assoluto quanto meno rispetto ad altre questioni ritenute prioritarie. So bene che le campagne elettorali sono impegnative per chi vi partecipa in prima linea, ma non riesco a credere che partiti con una struttura e un’organizzazione consolidata non riescano a trovare il tempo e le persone per rispondere a cinque domande tutto sommato neanche troppo difficili. Perciò, la prima cosa da dire è: bravi PD, Fare e Verdi, indipendentemente da tutto. Ma entriamo nel merito delle risposte.

La prima domanda riguardava la normativa vigente sulle colture OGM, e l’opportunità o meno di modificarla ampliando l’autonomia degli Stati Membri. Cominciamo dicendo che nelle risposte non si rilevano castronerie scientifiche evidenti (niente fragola-pesce, per intenderci). L’avversione nei confronti degli OGM da parte di PD e Verdi sembra motivata più da ragioni economico-sociali e dalla volontà di venire incontro ai bisogni dei cittadini, che non da motivazioni più o meno strampalate di natura ambientale o sanitaria. Certo, non si può dire che la popolazione europea sia stata correttamente informata sull’argomento in tutti questi anni, ma sorvoliamo. Una cosa però è sicura: chiedere addirittura che l’intera Europa sia OGM-free, come fanno i Verdi, è francamente esagerato e ingiustificato da un punto di vista scientifico. Al contrario, la risposta di Fare per Fermare il Declino – favorevole agli OGM – è ben documentata e articolata, anche se perde clamorosamente in chiarezza proprio sul finale. Risulta infatti poco comprensibile la volontà, in ottica federalista, di dare libertà di scelta agli Stati Membri, quando fino a poche righe prima si elogiava la normativa attualmente in vigore, che prevede una gestione “centralizzata” della questione OGM.

La domanda sulle emissioni di CO2 mette tutti d’accordo su un punto: ridurre le emissioni è cosa buona e giusta. Non mancano ovviamente le sfumature: il PD sembra soddisfatto della linea intrapresa dall’Europa, i Verdi vorrebbero imporre obiettivi ancora più ambiziosi, mentre Fare è più cauta e ritiene che i produttori di automobili dovrebbero comunque avere voce in capitolo sulla questione. Tutti e tre i partiti sono convinti della necessità di spostare il traffico merci da gomma a rotaia, anche se poi, nel caso dei Verdi, questo obiettivo contrasta un po’ con l’opposizione nei confronti della TAV. In generale, sembra che PD e Verdi considerino il tema ambientale come prioritario, mentre Fare è più attento alle ripercussioni che le misure anti-CO2 (positive e negative) stanno avendo sull’industria e sull’economia del continente.

Considerando più globalmente la strategia energetica europea, il PD e i Verdi sono concordi nel chiedere obiettivi più ambiziosi rispetto a quelli proposti dalla Commissione. Fare, al contrario, frena bruscamente sulle energie rinnovabili: da buoni liberisti, ritengono che non si debba forzare il mercato verso un tipo di fonte energetica piuttosto che un’altra, e preferiscono misure meno invadenti come una carbon tax onnicomprensiva. Sull’argomento sarebbe interessante assistere a un confronto tra il partito di Boldrin e i Verdi, che nella loro risposta attaccano in modo molto diretto i “difensori dello status quo”, accusati di essersi avvantaggiati per anni degli stessi sussidi che ora sono rinfacciati ai produttori di rinnovabili. Un altro punto importante che differenzia i partiti è la consapevolezza di avere a che fare con un problema mondiale: il PD sa di dover andare a trattare con Stati Uniti, Cina e gli altri grandi produttori di gas serra; un po’ come Fare per Fermare il Declino, che però pone addirittura questo accordo come conditio sine qua non per perseguire la strategia energetica europea.

Sulla quarta domanda, la risposta dei Verdi farà la felicità delle associazioni animaliste. Con il richiamo all’iniziativa Stop Vivisection e la richiesta di assegnare i fondi europei soltanto ai progetti di ricerca che non fanno uso di animali, la lista ecologista non lascia proprio dubbi sulla sua posizione. Altrettanto netta, ma in senso opposto, è la posizione di Fare, mentre il PD appare incerto e timoroso di sbilanciarsi troppo. D’altra parte, in occasione delle precedenti domande di Dibattito Scienza, il candidato premier Pierluigi Bersani si era schierato decisamente a favore della sperimentazione animale, poi però il partito non oppose molta resistenza davanti alle restrizioni introdotte dal Parlamento nel recepimento della direttiva UE. Insomma, su questo punto pare che il PD non abbia ancora deciso da che parte stare. Infine, i vaccini. Mentre i Verdi hanno preferito non rispondere, non avendo una posizione unitaria sul tema, PD e Fare danno risposte molto simili e fortunatamente vicine al punto di vista della comunità scientifica.

In conclusione, siamo di fronte a una politica ancora distante dal mondo della scienza, come confermano le poche risposte ricevute. E anche tra chi ha risposto, si percepisce l’esistenza di “forze” che i partiti sentono come prioritarie rispetto alla razionalità e alle evidenze scientifiche: la demagogia tende a prendere il sopravvento nei partiti di sinistra, soprattutto per quanto riguarda gli OGM e la sperimentazione animale; l’economia sembra essere invece la priorità assoluta per i liberisti, talvolta anche a costo di danneggiare l’ambiente. In altre parole, benché in alcune risposte si intravedano razionalità e buon senso, resta forte la sensazione che la scienza sia troppo spesso strumentalizzata per dare credito a questa o quella ideologia politica. Si può migliorare questa situazione? Forse sì, ma il cambiamento deve partire innanzitutto da noi cittadini, che dobbiamo essere più esigenti nei confronti della classe politica, iniziare a fare domande scomode e a pretendere risposte precise e puntuali. Forse allora anche i politici capiranno che la scienza va presa sul serio.

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Pubblicato da su 21 maggio 2014 in Scienza, Varie

 

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Metti un OGM all’EXPO

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Discutere con un oppositore degli OGM è una delle esperienze più estenuanti che possa capitare a un comunicatore scientifico. Anni di disinformazione e propaganda ideologica hanno contaminato il dibattito pubblico con così tanti luoghi comuni e falsi miti che soltanto i divulgatori più pazienti e capaci riescono ad averla vinta. Come prima cosa, devi rispondere all’ambientalista che mette sullo stesso piano OGM e pesticidi. A questa bizzarra critica si può replicare agevolmente, ricordando che alcune colture geneticamente modificate permettono al contrario di ridurre l’uso di insetticidi, perché in grado – per così dire – di difendersi da sé. Ma non appena rispondi al primo contestatore, ecco arrivare un tale con in mano il famigerato studio di Eric Séralini, secondo il quale un particolare mais OGM sarebbe cancerogeno nei topi. Con un po’ di tempo a disposizione, si riuscirà magari a convincere l’interlocutore del fatto che quello studio sia stato duramente criticato dall’intera comunità scientifica internazionale per le sue gravi lacune metodologiche, e che lo scorso novembre sia stato addirittura ritrattato. Ma il duello dialettico non finirà certamente qui, perché – si sa – OGM significa multinazionali, significa i contadini indiani che si suicidano, significa monocolture, significa essere contrari al Made in Italy, e che gli OGM non ci servono, e che noi italiani dobbiamo puntare sulla qualità e sull’eccellenza. E così via, all’infinito.

Il punto è che gli OGM non ci piacciono, e siamo bravissimi a trovare nuove motivazioni e scusanti per dire no a questa tecnologia ormai diffusa in tutto il mondo. Bisognerebbe invece fare esattamente il contrario, e seguire un approccio rigorosamente scientifico: partire dai dati, da ciò che sappiamo, e solo dopo decidere da che parte stare. Non ho intenzione di entrare nel merito della sicurezza degli OGM per la salute umana, anche perché si tratta di una domanda poco sensata. Non possiamo infatti affermare che gli OGM siano in assoluto sicuri, né che siano dannosi: ogni nuova varietà geneticamente modificata deve essere valutata e approvata singolarmente, a livello europeo, ed esiste un ente (l’EFSA) che si occupa proprio di questo. Vorrei invece sfatare un altro mito molto diffuso in Italia, un mito tenuto in vita soprattutto dalle periodiche dichiarazioni dei nostri politici. Sto parlando della presunta incompatibilità tra gli OGM e il Made in Italy.

In occasione delle primarie del centrosinistra del 2012, il gruppo “Dibattito Scienza” chiese ai candidati – tra le altre cose – un parere sugli OGM. A questo proposito, il politico più in voga del momento – Matteo Renzi – risposte così: “Se è vero che molti dei prodotti agricoli che finiscono nelle nostre tavole sono varietà figlie di incroci e selezioni avvenute nei secoli, e che la ricerca in campo agroalimentare è comunque un fattore positivo e una strada da perseguire, altra cosa è aprire l’Italia a produzioni transgeniche che non hanno nulla a che fare con la qualità e la forza economica dei nostri prodotti agricoli.” E ancora: “Va scelta quindi la via dell’eccellenza, della salvaguardia delle nostre eccellenze agroalimentari e della sicurezza alimentare.”. La convinzione che le biotecnologie siano in contrasto con la tradizione agroalimentare italiana è davvero molto radicata, se anche un politico considerato da molti come un innovatore cade ancora in questi luoghi comuni. Sì, perché la salvaguardia delle eccellenze di cui parla Renzi si ottiene anche attraverso le biotecnologie. Non è una provocazione, ma un dato di fatto. È vero, quando si parla di OGM la mente corre subito alla Monsanto, ai grandi appezzamenti di terreno coltivati a mais e soia, ideali per il business di una multinazionale più interessata alla quantità che alla qualità. Ma questa associazione di idee è fuorviante: gli OGM non sono affatto un’invenzione di proprietà esclusiva delle multinazionali (a parte i brevetti su prodotti specifici, ovviamente), bensì una tecnologia a disposizione di tutti, anche della ricerca pubblica italiana. A questo punto, ci si potrebbe legittimamente chiedere: “Ma l’agricoltura italiana ha davvero bisogno degli OGM?”. E la risposta, fatalmente, è sì. Per due motivi, principalmente: innanzitutto, alcuni dei nostri prodotti tipici devono fare i conti con patologie che ne riducono le produzioni a volte in modo drammatico, e le biotecnologie potrebbero essere fondamentali per salvarli; in secondo luogo, proprio in quanto prodotti del territorio, non sono interessanti per le grandi aziende sementiere multinazionali. In altre parole, la responsabilità di salvare queste colture, preservando così la ricchezza del nostro patrimonio agroalimentare, ricade tutta sulle spalle dei nostri ricercatori.

Se l’accostamento tra Made in Italy e OGM suona ancora strano alle vostre orecchie, prendetevi un po’ di tempo per leggere queste schede tecniche (pdf) redatte nel 2003 dall’Università di Milano. Nell’elenco appaiono varietà famose, come il pomodoro San Marzano, il riso Carnaroli o l’uva Barbera, tutte colpite da malattie che incidono a volte in modo drammatico sui raccolti. E non sempre esiste una soluzione efficace. Per risolvere il problema delle larve di maggiolino che attaccano il melo della Val d’Aosta, ad esempio, viene contemplata tra le soluzioni possibili la rimozione manuale delle larve (sì, avete letto bene!); nessuna soluzione, invece – almeno fino a qualche anno fa – per i virus che infettano i carciofi, le zucchine e il Nero d’Avola. In molti altri casi, si riesce a fronteggiare i patogeni solo facendo uso massiccio di insetticidi. Ma non sempre c’è una patologia di mezzo. Prendete il basilico: la tradizione vuole che nel pesto ligure si utilizzino piante giovani, che però sono sfortunatamente ricche di una sostanza cancerogena, il metileugenolo. In tutte queste situazioni potrebbero venirci in soccorso le biotecnologie. In alcuni casi, la soluzione biotecnologica era già a portata di mano nel 2003. Grazie al lavoro svolto da centri pubblici e privati, era stato infatti possibile mettere a punto un San Marzano transgenico resistente ai tre virus che tormentano questa varietà di pomodoro, un tempo molto diffusa in Campania e in altre regioni del Sud Italia. La resistenza ai virus era stata anche verificata in campo, ma la forte opposizione nei confronti degli OGM ne ha di fatto impedito l’ingresso sul mercato. Un discorso analogo si può fare per il riso Carnaroli, attaccato da un fungo, per il quale la ricerca pubblica aveva già sviluppato una varietà resistente più di dieci anni fa. Questi sono gli esempi forse più eclatanti, ma i progetti di ricerca in questa direzione sono moltissimi. Il problema è che sono rimasti chiusi in un cassetto, nei nostri laboratori pubblici e privati.

Se il settore delle biotecnologie agrarie è oggi in mano alle perfide multinazionali, quindi, la colpa è anche nostra. Ne è responsabile la nostra classe politica, colpevole di aver emanato leggi prive di fondamento scientifico che hanno azzoppato la ricerca pubblica frenando la sperimentazione in campo aperto; ne sono responsabili le associazioni ambientaliste, che nelle loro battaglie hanno spesso mescolato la tecnologia degli OGM, i pesticidi e l’agricoltura intensiva, come se fossero la stessa cosa; ne sono responsabili le lobby del Made in Italy, che pensando di tutelare i nostri prodotti ne hanno quasi decretato la scomparsa (vedi il San Marzano). E potremmo continuare: mai come in questo caso il banco degli imputati è stato tanto affollato. Quel che è certo è che, alla fine, questo clima da caccia alle streghe ha danneggiato sia la ricerca pubblica (gli olivi dell’Università della Tuscia gridano ancora vendetta), sia gli stessi agricoltori italiani che hanno coraggiosamente tentato la strada degli OGM (due nomi su tutti: Giorgio Fidenato e Silvano Dalla Libera). Persino le aziende che producono prodotti DOP come il prosciutto San Daniele oggi giustamente protestano, chiedendo alla Regione Lombardia di poter utilizzare mais OGM coltivato sul territorio italiano, invece che importarlo dall’estero.

Paradossalmente, è stata proprio la forte ostilità dell’opinione pubblica nei confronti di questa tecnologia a spianare la strada alle multinazionali. La richiesta di standard di qualità e di sicurezza sempre più elevati (molto più elevati di quelli normalmente richiesti per i cibi “tradizionali”) ha di fatto creato barriere normative insormontabili per le piccole aziende: solo i soggetti più forti economicamente possono sostenere le sperimentazioni e i test richiesti e ottenere l’approvazione dell’EFSA. E mentre continuano le battaglie tra favorevoli e contrari agli OGM, a suon di decreti regolarmente bocciati dall’Europa, l’EXPO di Milano si avvicina. Sono attesi oltre 20 milioni di visitatori, in gran parte stranieri, che arriveranno nel capoluogo lombardo nel periodo che va da maggio a ottobre del 2015. Con un tema come “Nutrire il pianeta”, la manifestazione meneghina avrebbe potuto rappresentare una straordinaria vetrina del genio italico, testimoniato non solo dalle eccellenze del nostro sistema agroalimentare, ma anche dalle capacità dei nostri ricercatori di valorizzarle con strumenti innovativi. Purtroppo, la paura di quel terribile mostro che va sotto il nome di biotecnologie ci costringerà a riproporre i soliti cliché su quanto fosse buono e naturale il cibo di una volta. D’altra parte, uno dei nostri difetti è proprio questo: affascinati dal passato e spaventati dall’innovazione, noi italiani siamo bravissimi a frenare quando tutti gli altri accelerano.

Foto di Francesco SgroiLicenza CC BY 2.0
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Pubblicato da su 12 febbraio 2014 in Scienza, Tecnologia

 

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La comunicazione della scienza nell’era dei social: emozionare o informare?

Con l’articolo che ripubblico qui sotto inizia per me una nuova collaborazione con il sito “I Mille – Le cose cambiano”. Scriverò di ricerca, scienza e società. Venitemi a trovare anche qui ogni tanto! ;-)


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Organismi geneticamente modificati, metodo Stamina, sperimentazione animale: il dibattito pubblico su temi scientifici è più acceso che mai. Incalzata dai media e dai gruppi di pressione, la politica si è trovata ad affrontare – spesso con scarsi risultati – problemi complessi, in cui l’aspetto scientifico e quello sociale si sono mescolati a tal punto da risultare molte volte indistinguibili. E se alla classe politica possiamo rimproverare di non aver affrontato razionalmente questi problemi, concedendo troppo alla demagogia, d’altra parte non si può dire che la popolazione avesse gli strumenti per valutare lucidamente le questioni che di volta in volta venivano sollevate: raramente i media hanno scelto di spiegare, quasi sempre hanno preferito scandalizzare, commuovere o spaventare. Impostare un dibattito sui binari dell’emotività è il modo più semplice per muovere le coscienze, soprattutto in un Paese come il nostro, dove la cultura scientifica è da sempre trattata con supponenza e sospetto. Parte di questa strategia ha a che fare con l’uso delle immagini. Puoi fare un discorso perfettamente logico e convincente, puoi presentare numeri e tabelle, ma il castello della razionalità crolla miseramente se dall’altra parte c’è un’immagine vincente. Con le immagini è tutto più facile: basta una foto per far scattare a piacimento sentimenti come la rabbia, l’indignazione, la paura, la pietà. E i tre temi menzionati all’inizio di questo articolo, in effetti, hanno tutti un denominatore comune: in tutti questi casi l’opinione pubblica è stata condizionata e plasmata anche grazie all’uso di immagini forti. Immagini che passano in TV e sui giornali, ma che diventano virali soprattutto sui social network, Facebook in particolare.

Nel caso degli OGM si è voluto spaventare. Basta cercare “OGM” su Google per rendersene conto: le immagini neutrali o favorevoli agli organismi geneticamente modificati sono una minima parte rispetto ai mostruosi fotomontaggi che hanno accompagnato questa tecnologia fin dalla sua nascita. Pensiamo alla fragola-pesce, una creatura mitologica che è ormai entrata a far parte dell’immaginario collettivo. Una vera e propria leggenda metropolitana che si è rivelata essere lo strumento perfetto per allontanare l’interlocutore dal sentiero della razionalità e spingerlo verso le pulsioni più istintive, che ci portano a fuggire da tutto ciò che è nuovo e sconosciuto, invitandoci ad approdare al porto sicuro della tradizione e dei bei tempi andati. Ovviamente non è mai esistita nessuna fragola-pesce, ma l’immagine era così evocativa da resistere ancora oggi, a distanza di anni dalla sua comparsa sui media. Cosa dire invece del metodo Stamina? Il caso è diventato di pubblico dominio grazie alle Iene, il cui messaggio è passato in gran parte attraverso la strumentalizzazione di immagini di bambini malati e sofferenti. Gli scienziati, dal canto loro, hanno dovuto subire l’accusa infamante di essere persone insensibili, fredde macchine razionali impossibili da scalfire persino con la più straziante delle tragedie umane. Eppure è esclusivamente con la razionalità e la lucidità che si può fare scienza, e trasformare le nuove conoscenze in soluzioni terapeutiche concrete ed efficaci. Ma quando dall’altra parte c’è il dolore di un bambino sbattuto in prima pagina (o in prima serata), qualunque considerazione ancorché giusta svanisce istantaneamente. Infine, la questione più scottante e attuale, quella relativa alla sperimentazione animale. Anche qui, la battaglia tra le due fazioni (perché di guerra si tratta, in molti casi) si è combattuta a suon di immagini. I movimenti animalisti hanno fatto abbondante uso di fotografie terribili, con animali costretti a subire tremende torture, ma non hanno disdegnato nemmeno sapienti fotomontaggi volti a screditare quei ricercatori che avevano difeso pubblicamente l’utilità della vivisezione (come viene impropriamente chiamata). Poco importa se le immagini cruente di animali straziati non corrispondano alla realtà, almeno non qui in Europa, e ancor meno importa il fatto che circa il 92% degli scienziati ritenga che purtroppo non si possa fare a meno della sperimentazione animale. L’impatto emotivo di quelle foto e di quei camici insanguinati è semplicemente devastante.

Le immagini sono uno strumento potentissimo all’interno di una discussione, specie se gli interlocutori non sono molto informati sul tema. Spesso raggiungono l’obiettivo, muovendo le masse verso una posizione piuttosto che un’altra. E ad avvantaggiarsene sono stati anche coloro che stanno dalla parte della scienza, come dimostra la recente vicenda di Caterina Simonsen, suo malgrado divenuta nel giro di poche settimane una celebrità della rete. Il coinvolgimento emotivo è un’arma micidiale, che può essere usato sia dagli oppositori della scienza, sia da quelli che dovrebbero esserne i paladini. Ma è davvero la strategia migliore? Dal punto di vista etico, sfruttare immagini di persone sofferenti per portare avanti una causa non sembra certo il massimo della correttezza. Tuttavia, non è a questo che mi riferisco, quanto piuttosto all’efficacia di questo approccio nel lungo periodo. Le immagini scioccanti sono perfette per orientare l’opinione pubblica in merito al singolo episodio (i movimenti animalisti hanno obiettivamente accusato il colpo dopo la vicenda di Caterina), ma hanno il difetto di mancare il bersaglio grosso, quello che un amante della scienza dovrebbe considerare come l’obiettivo prioritario: insegnare a valutare un problema in modo razionale, informandosi e pesando pro e contro. In teoria, viviamo in una democrazia moderna, relativamente colta e istruita. Dovremmo quindi smetterla di trattare le persone come un gregge da guidare da una valle all’altra ogni volta che si presenta un nuovo argomento di discussione. Oggi è la sperimentazione animale, domani potrebbe essere qualcos’altro. La verità è che esiste soltanto una bussola che permette di trovare sempre, in ogni circostanza, la via giusta: è la bussola del pensiero critico, della logica e della corretta informazione. Educare le persone a usarla le renderà cittadini liberi, e realmente consapevoli delle proprie opinioni. Fare informazione corretta paga. Prendiamo ad esempio il recentissimo sondaggio IPSOS sulla sperimentazione animale: la percentuale di favorevoli saliva dal 49% al 57% se agli intervistati venivano fornite informazioni di base sull’argomento. In modo analogo, all’ultimo Festival della Letteratura di Mantova, il ricercatore Dario Bressanini e la giornalista Beatrice Mautino erano riusciti a vincere un confronto Oxford-style sul tema degli OGM, convincendo molti scettici a passare dalla loro parte. Comunicare la scienza in modo pacato, chiaro e oggettivo rimane ancora la strategia vincente. Anche nell’era di Twitter e Facebook.

 
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Pubblicato da su 23 gennaio 2014 in Medicina, Salute, Scienza, Varie

 

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Schiaffo alla scienza: il Parlamento delle larghissime intese dice no agli OGM

OGM freeSui media generalisti non se n’è parlato moltissimo, ma chi frequenta il mondo della comunicazione scientifica online o gruppi come Dibattito Scienza, è sicuramente a conoscenza di ciò che hanno combinato pochi giorni fa in Parlamento. La Camera ha approvato all’unanimità (neanche un voto contrario) una mozione che impegna il governo a chiedere all’Unione Europea la possibilità di adottare la clausola di salvaguardia per la coltivazione di OGM sul territorio italiano (impegno già mantenuto). Quando l’Unione Europea dà il suo via libera per la coltivazione e il commercio di una coltura OGM, lo fa dopo attente valutazioni a cura dell’EFSA, e solo in presenza di nuove evidenze scientifiche che dimostrino qualche rischio associato alla coltivazione di quel prodotto, uno Stato membro può ottenere la clausola di salvaguardia. Queste nuove evidenze scientifiche, però, non ci sono, anche perché lo studio di Séralini et al. citato anche nella mozione è stato smontato dalla comunità scientifica internazionale, e addirittura è già stato bocciato dalla stessa EFSA. Benché consapevoli di avere poche possibilità di successo, i nostri parlamentari hanno deciso di provarci comunque, spinti dalle ragioni più diverse, ma tutte quante in contrasto con la razionalità e il parere della scienza. Come Dibattito Scienza abbiamo provato a sollecitare almeno i parlamentari con una formazione scientifica (qui trovate il testo del nostro appello), ma senza nessun risultato.

La presa di posizione unanime del nostro Parlamento in materia di OGM suscita interessanti interrogativi. Perché, da sinistra a destra, tutti si sono trovati d’accordo nel mettere al bando le colture geneticamente modificate? Perché la sinistra, che dovrebbe essere portatrice dei valori dell’ambientalismo, finge di non sapere che le colture OGM possono portare a una riduzione nell’uso dei pesticidi? E perché la destra, che dovrebbe difendere in primo luogo la libertà individuale e la competitività dei nostri agricoltori, sceglie di sostenere una misura illiberale e retrograda? In altre parole, perché la scienza e la razionalità non interessano a nessuno? Da quando è nato il gruppo Dibattito Scienza, mi sono ritrovato diverse volte a pensare al rapporto tra scienza e politica, e più in generale a quali fossero i valori di riferimento di sinistra e destra. L’articolo di Silvia Bencivelli sul suo blog mi ha dato modo di mettere insieme i miei pensieri sull’argomento. La conclusione a cui sono arrivato è che la razionalità non è qualcosa che caratterizza l’una o l’altra fazione politica: può essere più o meno accentuata a seconda dello specifico partito, ma in nessun caso è un valore imprescindibile. E non essendo un valore di riferimento, non deve essere perseguita ad ogni costo, ma al contrario può essere sfruttata per appoggiare quelli che invece sono davvero i princìpi fondanti delle due ideologie.

Per la sinistra il bene della collettività viene prima del bene dell’individuo. Per questa ragione, essa cerca di ottenere l’uguaglianza sociale, spesso attraverso un maggiore intervento dello Stato, volto a riequilibrare le ingiustizie e a impedire che qualcuno si appropri di maggiore ricchezza o di più diritti rispetto a tutti gli altri. Questa ricerca dell’uguaglianza si associa naturalmente al femminismo, e contrasta ogni forma di razzismo; ma non si limita alla specie umana. Per la sinistra, i diritti degli animali, e anche – perdonate la forzatura – i diritti dell’ambiente devono essere in egual modo tutelati. Per questo la sinistra è terreno fertile per l’ambientalismo e l’animalismo. La destra, al contrario, predilige una gerarchia di valori per così dire centripeta, dove i diritti e le libertà aumentano andando dall’esterno verso l’interno: il singolo individuo gode di maggior libertà e ha più diritti rispetto alla comunità locale in cui vive, che a sua volta gode di maggiori diritti rispetto alla Nazione che la ospita, e analogamente gli stranieri sono meno tutelati rispetto ai cittadini italiani. Va da sé che, nell’ottica antropocentrica di destra, i diritti degli animali e quelli dell’ambiente sono secondari rispetto alle esigenze umane. Infine, proprio perché la visione individualista della destra è più appetibile da parte di chi già gode di una buona condizione sociale, i partiti di destra finiscono per essere definiti partiti conservatori, o i partiti dei ricchi, perché portavoce di quella parte di popolazione maggiormente interessata a mantenere lo status quo. Quindi come si inseriscono la scienza (e in senso lato la razionalità) in queste due visioni del mondo? Detto molto banalmente, la sinistra e la destra prendono dalla scienza ciò che fa loro comodo. Se gli scienziati denunciano il riscaldamento globale, ecco che i politici di sinistra accettano ben volentieri questo fatto e lo fanno proprio, perché consente di giustificare la loro battaglia contro il capitalismo industriale, che inquina l’ambiente e accelera il fenomeno del global warming. Al contrario, se la scienza dice che la sperimentazione animale è essenziale per la ricerca biomedica, è la destra ad appropriarsi di questo concetto. E non sto parlando della Brambilla, ma di quella che personalmente ritengo in questo momento la destra più autentica, cioè i liberisti di Giannino(*), che alla relativa domanda postagli da Dibattito Scienza rispose così: “Oggi i successi della ricerca medico-scientifica rappresentano la ragione singolarmente più importante per l’allungamento dell’aspettativa e della qualità di vita. È dunque necessario creare condizioni che siano favorevoli all’avanzamento della scienza. La sperimentazione su animali è una parte fondamentale di questo processo.”. Alla politica, insomma, interessa soltanto il fine da perseguire. La razionalità e il metodo scientifico sono semplicemente degli strumenti come tanti altri per dare sostegno e plausibilità alla visione del mondo in cui si crede.

Che cos’è accaduto allora con gli OGM? Beh, io credo che, per la politica, l’OGM sia una tecnologia problematica sotto una serie di aspetti. Alcune colture OGM consentono di utilizzare meno pesticidi, a tutto vantaggio dell’ambiente: il MON810, ad esempio, necessita di meno insetticida, perché in grado di produrre da solo la tossina che lo protegge dagli attacchi di alcuni lepidotteri come la piralide. Ma se è meno dannoso per l’ambiente, perché la sinistra lo ha osteggiato? D’altra parte, sempre lo stesso MON810 permette agli agricoltori di ottenere rese maggiori e incrementare i guadagni. Ma se aumenta la competitività e la produttività delle aziende agricole, perché anche la destra lo ha contrastato? La risposta è diversa per le due fazioni politiche. Quando un politico di sinistra vede una pannocchia di mais MON810 pensa immediatamente alle multinazionali e ai brevetti, dimenticando che è stata proprio l’avversione ideologica nei confronti degli OGM ad aprire la strada alle multinazionali (cioè gli unici soggetti ad avere la forza economica di superare le barriere ideologiche e normative che sono state imposte a questa tecnologia). Quando un politico di destra pensa agli OGM, invece, prova irritazione al pensiero del cambiamento (tendenzialmente la destra è conservatrice), e ci vede un pericolo per il buon vecchio Made in Italy che tanto apprezzano all’estero. Per favore, qualcuno può dire a questi politici che gran parte della carne e dei formaggi italiani derivano da animali alimentati con mangimi OGM? E che è possibile migliorare geneticamente anche prodotti tipici locali come il San Marzano? Leggete questa scheda, ad esempio. Esistono quindi sentimenti contrastanti e valutazioni di senso opposto, che potrebbero far pendere l’ago della bilancia verso un sì o verso un no agli OGM, sia per la sinistra sia per la destra. Ma ecco che nel sistema irrompono due variabili determinanti, che improvvisamente annullano qualsiasi disquisizione sui pro e i contro degli OGM. La prima è il consenso elettorale, che interessa tanto alla sinistra tanto alla destra (e la maggior parte degli italiani è contraria agli OGM). La seconda variabile sono le lobby anti-OGM, che hanno il potere di far cambiare idea a qualsiasi politico, di qualsiasi natura politica, nel momento stesso in cui entra in Parlamento. E con due fattori così forti a spingere contro gli OGM, ogni altra considerazione viene meno.

Sinceramente non so se la mia analisi sia giusta o sbagliata. Non sono un esperto di politica, potrei aver sottovalutato o sopravvalutato degli elementi. Quel che è certo, però, è che i nostri Parlamentari hanno deciso di prendere una posizione senza considerare minimamente l’opinione della scienza, e anzi utilizzando argomentazioni prive di fondamento scientifico per sostenere le proprie tesi. Ora, per coerenza con il loro “no”, i nostri politici non dovrebbero limitarsi a proibire la coltivazione di OGM, ma dovrebbero anche proibirne l’importazione dall’estero, o almeno pretendere che le aziende alimentari segnalino sui loro prodotti l’eventuale utilizzo di mangime geneticamente modificato. Lo faranno? Io ne dubito.

* = per dovere di cronaca, Giannino e i Radicali sono stati gli unici a esprimersi in modo favorevole agli OGM. D’altra parte sono forze politiche che godono di un consenso elettorale limitato, probabilmente anche per questi punti di vista un po’ scomodi.

 
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Pubblicato da su 15 luglio 2013 in Business, Nutrizione, Salute, Scienza, Tecnologia, Varie

 

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Tutta la verità sugli OGM: intervista al biotecnologo Federico Baglioni

fedebaglioniOggi parliamo di un argomento che non ho affrontato praticamente mai (abbastanza disonorevole per un blog che si chiama myGenomiX): gli organismi geneticamente modificati. Per rimediare a questa terribile mancanza, ho pensato di rivolgermi a qualcuno che sicuramente ne sa molto più di me, uno che non avrà anni di ricerca alle spalle, ma che sugli OGM si è informato parecchio. Federico Baglioni è un giovane biotecnologo attivo su molti fronti: ha un blog molto seguito, Fedebiotech, e soprattutto è stato in prima fila nell’organizzazione di Italia unita per la corretta informazione scientifica, un evento che ha coinvolto diverse città italiane e ha fatto parlare di sè persino su Science (con tanto di intervista al nostro Federico). Ho deciso di parlare di OGM dopo aver letto l’ultima intervista della ministra Nunzia De Girolamo, rilasciata al Corriere della Sera pochi giorni fa. La nostra ministra delle Politiche Agricole è così convinta che gli OGM siano pericolosi per il sistema agroalimentare italiano che è intenzionata a scrivere un decreto che ne vieti la coltivazione nel nostro Paese, esponendo deliberatamente l’Italia a una procedura di infrazione dell’Unione Europea. Con Federico Baglioni parliamo anche di questo.

Rompiamo il ghiaccio parlando subito di un argomento “scottante”. Gli OGM sono pericolosi per la salute umana? In base alle evidenze scientifiche attualmente disponibili, possiamo dire che non esistono rischi di alcun tipo relativi al consumo di OGM?
Iniziamo col dire che per la legge è OGM qualsiasi organismo non umano modificato con tecniche di ingegneria genetica; dunque dal punto di vista legislativo non vengono contemplate le caratteristiche dei prodotti OGM, siano essi piante o meno, e per questo motivo ogni OGM andrebbe analizzato caso per caso. Ad ogni modo tutti gli OGM commercializzati finora hanno passato severi controlli di sicurezza che non sono richiesti per i prodotti “convenzionali” e da più di dieci anni vengono costantemente utilizzati sia nell’alimentazione umana che, soprattutto, nella zootecnia, senza che sia stato riscontrato alcun problema correlabile specificatamente agli OGM. Nonostante questi dati confortanti non esiste il concetto di rischio zero né per gli OGM, dove l’unico caso di reazione allergica è avvenuto prima della commercializzazione e ha decretato l’abbandono di quel prodotto, né tanto meno per prodotti di cui giornalmente ci cibiamo e che consideriamo “tradizionali”. Questi ultimi, infatti, oltre ad essere frutto di modifiche grossolane e spesso più invadenti di quelle provocate con l’ingegneria genetica, contengono composti tossici noti (prezzemolo, caffè ecc.) e causano in individui sensibili reazioni allergiche accertate (noci, nocciole, fragole..). In conclusione, come confermato da centinaia di studi effettuati nell’ultimo decennio, i prodotti OGM commercializzati finora sono da considerarsi sicuri almeno quanto quelli convenzionali. Poiché ogni nuovo prodotto OGM messo in commercio richiede opportuni controlli, che non vengono effettuati sulle nuove varietà convenzionali, si può concludere che possiamo stare sufficientemente tranquilli. L’opposizione agli OGM è dunque sproporzionata al reale rischio.

Una delle obiezioni poste dai detrattori degli OGM si riferisce all’effettiva utilità di questa tecnologia per l’agricoltura italiana. Secondo molti esponenti politici, gli OGM non ci servono, e anzi potrebbero danneggiare l’immagine all’estero del settore agroalimentare italiano, fatto di eccellenze e prodotti locali. Tu cosa ne pensi?
Intanto un fatto di realtà: ad oggi importiamo milioni di tonnellate di derrate alimentari per la zootecnia, provenienti principalmente dal Sud America, che sono per la gran parte OGM. Dunque dire che “non ci servono” significa non sapere quanto siamo dipendenti da questi prodotti. Il made in Italy, di cui ci facciamo vanto all’estero, deriva proprio dall’utilizzo di questi mangimi e conferma la buona qualità dei prodotti OGM utilizzati. Dunque non solo abbiamo bisogno di OGM, ma sarebbe molto più sensato utilizzare la filiera italiana, e produrre gli OGM qui, valorizzando il settore tecnologico e i cervelli italiani, piuttosto che dover importare il prodotto finale dall’estero, pagando anche tutti i costi di filiera straniera. La paura che l’agricoltura italiana possa venir danneggiata dagli OGM ha origine da due questioni di fondo. La prima è quella per cui gli OGM sarebbero sinonimo di prodotti di scarsa qualità e di monocoltura; questo fa credere che l’uso di OGM renderebbe l’Italia un recipiente di prodotti standardizzati e omologati a quelli esteri. Questa correlazione è però sballata, sia perché l’utilizzo ad oggi è limitato al settore zootecnico, sia perché un OGM è tale per via della tecnica utilizzata e non per le caratteristiche del prodotto: ciò significa che un OGM non deve corrispondere per forza a quello coltivato su larga scala, ma può venire incontro alle esigenze del coltivatore italiano. E’ chiaro, quindi, che l’utilità delle colture transgeniche dovrà essere considerata caso per caso: un OGM costruito su varietà locali per resistere a infestazioni da un insetto specifico della pianura padana sarà molto più interessante di una pianta transgenica progettata in Nord America. La seconda questione, intimamente legata alla prima, riguarda la credenza che l’“inquinamento genetico” possa danneggiare le altre colture, o addirittura che basti un singolo seme OGM per trasformare tutti i campi convenzionali o biologici in transgenici. Diciamo subito che ogni coltura ha un grado di contaminazione inevitabile con altre varietà e altre colture non OGM e che sono spesso tollerati valori fino al 2 o al 4%, senza che se ne consideri pregiudicata la “qualità”. Dunque la soglia dello 0,9% fissata per gli OGM, non solo è facilmente rispettabile seguendo appositi protocolli di confinamento, ma è già molto più restrittiva di quanto consideriamo accettabile normalmente. E, generalmente, la coltura OGM differisce da quella convenzionale solo per la resistenza a un insetto o un erbicida, non per le caratteristiche organolettiche: un pomodoro San Marzano OGM che resiste a un virus è sempre un pomodoro San Marzano! In altre parole il problema della “contaminazione” è fittizio perché non riguarda un problema di qualità, ma una questione di immagine ed etichetta dove, a causa della confusione e dei luoghi comuni perpetuati e diffusi da chi osteggia la tecnologia, è la sigla stessa OGM a rappresentare un prodotto di seconda categoria, che non andrebbe quindi in alcun modo mischiato con i prodotti “di qualità” del made in Italy.

fidenatoRecentemente abbiamo assistito alla storia di Fidenato, agricoltore italiano che si sta battendo per poter coltivare del mais GM. Puoi riassumerci le tappe principali di questa vicenda? Chi decide cosa può essere coltivato nell’Unione Europea?
In un paese normale la storia non avrebbe niente di clamoroso: Fidenato è un normale agricoltore che nel 2010 ha semplicemente seminato una varietà OGM autorizzata in Europa (MON810) sui suoi campi. Fine della storia. Quello a cui abbiamo assistito qui in Italia è, invece, una guerra, cominciata con la distruzione dei campi seminati e proseguita con sedute nei tribunali e ricorsi al TAR con lo scopo di condannare l’agricoltore per aver causato ipotetiche contaminazioni irreversibili dei campi vicini, avere infranto le leggi nazionali e aver messo a rischio le tipicità italiane. Per quanto riguarda le contaminazioni, come già detto, senza un’opposizione così cieca non vi sarebbero particolari problemi di coesistenza: ad esempio per il mais bastano meno di 50 metri per avere una contaminazione minore dello 0,9% e, considerato che la stragrande maggioranza del mais è ibrido (il mais “naturale” in Europa di fatto non esiste) e viene utilizzato per lo più in aziende che già fanno uso di mangimi OGM, è un rischio di davvero poca rilevanza. Per quanto riguarda le infrazioni, invece, è bene ricordare che secondo le normative europee uno stato membro non può vietare la coltivazione di un prodotto OGM, a meno che non vi siano danni ambientali o sanitari conclamati che, nel caso degli OGM, e in particolare del MON810, non sono mai stati osservati. I singoli paesi, semmai, devono impegnarsi a rendere noti i protocolli di coesistenza tra colture OGM e non OGM per rendere più serena la convivenza tra agricoltori che vogliono fare scelte diverse. L’Italia, invece, non solo non ha rispettato le leggi europee, ma ha anche volutamente tardato nella definizione di quei protocolli, in modo che questa mancanza potesse essere usata come motivo per bloccare ulteriori semine. Dopo più di due anni in cui Fidenato ha rischiato seriamente di dover pagare multe molto salate gli è stata riconosciuta la legittimità di coltivazione grazie alla recente sentenza della corte di giustizia europea. Forte di questo consenso, Fidenato ha recentemente seminato nuovamente mais MON810. Nell’Unione Europea una nuova varietà “convenzionale” può essere commercializzata senza che si incontrino particolari resistenze, mentre l’approvazione di un OGM è lunga e laboriosa. Sono necessari innanzitutto degli studi costosi per verificare la sicurezza del prodotto e l’effetto eventuale su organismi non target, ambiente ecc. A questo punto l’EFSA ha il compito di fornire un parere scientifico e solo in caso positivo la commissione formulerà una bozza da inviare al Comitato Permanente per la Catena Alimentare e la Salute degli Animali, comitato di tecnici dei vari paesi. Finora, però, non si è mai raggiunta una maggioranza qualificata (e cioè i 2/3 favorevoli o contrari) e quindi la decisione è sempre dovuta passare attraverso il Consiglio dei Ministri competenti dei diversi stati membri. Qualora non si trovi un accordo nemmeno in questo caso, la decisione spetta nuovamente alla Commissione Europea che, in genere, si rimette a quanto affermato in precedenza dall’EFSA. A questo punto, se tutto va bene, si potrà venderlo e coltivarlo per 10 anni, sempre sotto stretto controllo e sempre che nel frattempo non sia cambiato il Ministro!

Fino a questo momento quali colture OGM sono state autorizzate dall’Europa? Quali vantaggi offrono rispetto alle colture tradizionali?
A livello mondiale sono parecchie le colture ingegnerizzate e le caratteristiche inserite e tantissimi i prodotti in fase di sperimentazione, ma attualmente l’unica pianta transgenica approvata e commercializzata in Europa di una certa rilevanza è il mais MON810. L’unica altra coltura approvata, utile solo a livello industriale, era la patata Amflora che la BASF ha recentemente ritirato dal commercio (in Europa). Il mais MON810 ha la caratteristica di resistere alle infestazioni di una specifica classe di insetti (in particolare la Piralide). Questo è possibile grazie all’inserimento in pianta di un gene batterico (Cry1Ab) proveniente dal Bacillus Thuringensis, batterio le cui spore sono comunemente usate anche in agricoltura biologica. La tossina che viene espressa è innocua per l’uomo perché specificatamente attivata dalla digestione basica di questi insetti. Queste colture permettono di ridurre le perdite dovute alle infestazioni che, normalmente, possono anche azzerare i raccolti e limitare l’utilizzo di insetticidi con conseguenti minori costi e minor impatto su ambiente e sulla salute degli agricoltori. Essendo la resistenza all’insetto l’unica caratteristica specifica di questo OGM, la sua efficacia dipenderà dal livello di infestazione zona per zona e sarà compito dell’agricoltore, quindi, valutare se e quanto la sua adozione sarà conveniente.

monsantoUn’altra critica mossa dagli oppositori degli OGM ha a che fare con lo strapotere delle multinazionali in questo settore. Esiste davvero questo problema? Come rispondi a chi fa questo genere di obiezioni?
Lo strapotere delle multinazionali è un dato di fatto, ma va affrontato in maniera razionale e coerente: gran parte dei prodotti di cui disponiamo provengono da multinazionali e la stragrande maggioranza anche dei prodotti agricoli in commercio, siano essi OGM o meno, sono venduti da multinazionali (a volte in competizione con quelle biotech, a volte le stesse). Dunque stupisce che venga riservata tale feroce opposizione solo nei confronti degli OGM e non verso tutti gli altri prodotti. C’è poi la tendenza, sbagliata, ad accomunare gli OGM alle multinazionali, dimenticandosi che ci sono tantissimi enti ed università pubbliche che fanno ricerca sugli OGM e hanno sviluppato in tempi passati e recenti prodotti transgenici di indubbio interesse, sia a livello commerciale che a livello umanitario. Per quale motivo, allora, a parte la papaya hawaiiana resistente a un virus, nessun prodotto di origine pubblica è stato messo in commercio? I motivi sono molteplici: innanzitutto la normativa è terribilmente sbilanciata poiché pretende, solo per gli OGM e non per le nuove varietà ottenute per modifiche di tipo “convenzionale”, una quantità di studi, tempo e soldi esagerata. Solo questo rende infattibili gran parte dei progetti di ricerca pubblica, e consegna di fatto il monopolio a chi, come le multinazionali, ha i soldi per potersi permettere studi e costi normativi. L’ingente quantità di risorse necessaria per le regolamentazioni spinge, inoltre, a sviluppare colture che possano essere coltivate su terreni estesi, che abbiano un mercato redditizio e consolidabile. Prodotti di nicchia come il pomodoro tipico San Marzano resistente al virus che lo sta facendo scomparire, sono però molto più adatti a realtà locali e frammentarie come quelle italiane; questi prodotti, però, avendo un bassissimo ritorno economico, nonostante siano stati sviluppati da tempo, non hanno mai visto la luce per via dei costi di approvazione smisurati (il San Marzano OGM è stato sviluppato dall’azienda Metapontum Agrobios, in Basilicata). Un secondo importante motivo sta nell’opposizione ideologica alla tecnologia, che in Italia è particolarmente forte. Una multinazionale riesce a mantenere ed espandere il proprio mercato, nonostante forti opposizioni, grazie a proprie risorse finanziarie che le consente di mettere in commercio e promuovere prodotti che sono molto competitivi e redditizi. Un’università pubblica, specie se carente di risorse come quella italiana, si trova a dover abbandonare progetti dai fini più nobili per via dei costi troppi elevati e per la mancanza di sostegno da parte di istituzioni, aziende e consumatori. In altre parole un prodotto OGM, anche laddove presenti caratteristiche eccezionali e inattaccabili, è decisamente sfavorito solo per il fatto di essere OGM. Questa paura pregiudiziale non fa che rendere le università, gli enti pubblici e le piccole aziende sempre meno incentivate a spendere le poche risorse in una tecnologia che, seppur valida e promettente, rischia di risultare fallimentare a livello di mercato e di immagine per i boicottaggi che seguirebbero. Dunque è proprio la mala informazione e la cattiva abitudine di associare una tecnologia a un singolo prodotto o, peggio ancora, a un singolo produttore, che limita enormemente le potenzialità della tecnologia stessa. Cattiva abitudine che sono soliti utilizzare coloro che si oppongono agli OGM per via delle multinazionali e che non si rendono conto che è proprio questo atteggiamento ad aver spianato loro la strada.

In Italia si fa ricerca pubblica sugli OGM? E con che risultati? La situazione è diversa negli altri Paesi Europei?
Certamente. Anche se poca rispetto alle potenzialità. Nonostante gli indubbi problemi di risorse dell’università e degli enti pubblici, vi sono numerosi progetti di ricerca che vanno dallo sviluppo di biofuels, allo studio di colture arricchite. Esistono diversi gruppi che lavorano sulle principali colture italiane come frumento, riso, pomodoro, melo ecc. Gran parte di questi progetti, purtroppo, per via dei motivi descritti sopra, son stati parzialmente o totalmente abbandonati perché non se ne vede un futuro: i prodotti che eventualmente verranno sviluppati, infatti, difficilmente potranno essere testati in campo, non potranno probabilmente venir commercializzati e, qualora ci fossero industrie disposte a farsi carico delle spese, non troverebbero un mercato che li accoglierebbe. All’estero c’è probabilmente maggior ricerca per via dei maggiori investimenti, ma vi sono problemi simili. Ad esempio in Austria le prove di campo sono impossibili e in altri paesi come la Germania alcuni campi son stati distrutti. In generale, comunque, i costi di autorizzazione e regolamentazione sono un’arma formidabile per inibire in modo significativo la sperimentazione e anche le prove di laboratorio. Questo clima è, purtroppo, la ricetta migliore per affossare ulteriormente la ricerca pubblica: le università sono sempre meno stimolate a investire in ricerche che sono di fatto ostacolate e il clima di sfiducia stronca ulteriormente le speranze di quei pochi giovani che ancora credono di poter fare ricerca in Italia, senza dover fuggire all’estero.

AGRICOLTURA:GIOVANI CIA A DE GIROLAMO, DATECI TERRE DEMANIOSecondo te, per quale motivo l’opposizione ideologica agli OGM è così trasversale dal punto di vista politico?
La risposta è molto complessa. Trovo che nel caso degli OGM l’opposizione, così radicata da destra a sinistra, abbia origine da un lato dalla necessità di soddisfare i corrispondenti elettori e, dall’altro, dalla varietà delle questioni in gioco: una persona “di sinistra” è generalmente attenta al dramma sociale del piccolo agricoltore indiano contro la multinazionale simbolo del capitalismo occidentale e mostra una certa superiorità nel professarsi contro il sistema, contro i poteri forti e i dogmi della scienza (qualsiasi cosa voglia dire). Poco importa se gli agricoltori indiani ricomprano i semi ogni anno perché conviene o se gli ipotetici suicidi indiani non c’entrano nulla con il kiwi resistente alle malattie sviluppato dall’Università pubblica della Tuscia. Gli OGM sono simbolo del potente Golia e, in quanto tali, vanno osteggiati. Una persona di “destra”, invece, è facile che trovi sacro il legame con la propria terra, con la natura e reputi imprescindibile e immutabile la tradizione dei prodotti agricoli, in quanto simbolo della propria cultura e del proprio popolo. Non importa che tutti questi prodotti siano stati originati da mutazioni profonde e incroci con specie di altri continenti, non importa se quello che oggi è tradizione una volta era tecnologia a sua volta osteggiata e magari ripudiata. Gli OGM sono simbolo della distruzione della propria storia e origine e non possono venire accettati. Credo che queste due visioni, per quanto volutamente estreme e non per forza fedeli alla realtà, abbiano dei punti in comune, tali per cui la battaglia contro gli OGM pare non avere colore politico. Anche per questo in politica non esiste un vero dibattito sulla questione OGM. Questo atteggiamento rassicura da un lato chi non ha conoscenze in materia (ed è timoroso a prescindere), ma al tempo stesso, essendoci un unico coro, costringe chi di scienza si interessa a escludere la scienza stessa (e in questo caso gli OGM) dall’essere ago della bilancia per la scelta del proprio candidato e del proprio partito. Questo pare essere, purtroppo, coerente con il poco interesse della politica nei confronti della scienza e della cultura scientifica (ma anche la cultura in generale); cultura scientifica, infatti, significa anche non vivere di luoghi comuni, pregiudizi e dogmi; è un mezzo che consente di verificare le fonti, ovvero quello che le persone, politici compresi, dicono.

 
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Pubblicato da su 28 giugno 2013 in Nutrizione, Salute, Scienza, Tecnologia, Varie

 

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Italia unita per la corretta informazione scientifica

italiaunitaSono tempi difficili per quelli che – come me – amano la scienza. Sembra infatti che, negli ultimi mesi, in Italia ci si diverta a smontare pezzo per pezzo tutto quello che di buono la ricerca scientifica ha costruito negli anni. I terremoti non sono prevedibili, dice la scienza. Invece sì, risponde il tribunale dell’Aquila. Prima di somministrarla ai pazienti, una terapia, pur sperimentale, deve soddisfare certi requisiti di sicurezza e basarsi su un minimo di pubblicazioni scientifiche, dice la scienza. Invece no, risponde il Parlamento (anzi, merita di ricevere 3 milioni di euro pubblici). E che dire dell’irruzione degli animalisti nei laboratori dell’Università di Milano? O della distruzione dei campi sperimentali di OGM dell’Università della Tuscia? Sono tutti eventi in apparenza scollegati, ma hanno un comune denominatore: nessuno sembra minimamente interessato ad ascoltare le ragioni della scienza. Si dirà che la scienza non ha tutte le risposte, ma il bello sta proprio qui: è l’ignoranza che guida noi scienziati, e che ci permette di ampliare le nostre conoscenze. Questo, però, non significa che, in ragione di questa ignoranza, accettiamo per buone le teorie più strampalate, soltanto perché “potrebbero” essere vere: abbiamo scelto di seguire delle regole ben precise, che vanno sotto il nome di metodo scientifico e di revisione tra pari (peer review). Se una terapia non ha un protocollo riproducibile, non è scienza. Se una scoperta non è pubblicata su riviste scientifiche peer-reviewed, non è scienza. Ma evidentemente, a giudicare dai fatti, in Italia tutto ciò ha poca importanza.

Fortunatamente, arriva ora una boccata d’aria fresca. Questo sabato 8 giugno, in diverse città italiane si terrà l’evento Italia unita per la corretta informazione scientifica. In tutta Italia ci saranno conferenze, fiaccolate, e addirittura un flash-mob che avranno l’obiettivo di sensibilizzare la gente su temi importanti, temi che negli ultimi mesi sono stati sotto l’obiettivo dei media: OGM, sperimentazione animale, staminali, vaccini, terremoti. Ce n’è davvero per tutti i gusti: non vi resta che andare sul sito internet dell’iniziativa e trovare la città più vicina a voi. Sperando che serva a qualcosa.

 
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Pubblicato da su 5 giugno 2013 in Educational, Medicina, Salute, Scienza, Varie

 

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