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Conservatori, estropici e tecnoprogressisti

human-robot-hands2Leggendo i giornali e assistendo ai dibattiti in TV, il cittadino razionale e informato resta spesso sconcertato da un fatto evidente: quando si parla di scienza, destra e sinistra non esistono più. Nel momento in cui si affrontano questioni scientificamente rilevanti, come gli OGM o la sperimentazione animale, entrambe le categorie politiche che hanno caratterizzato il Novecento sembrano comportarsi come un’unica entità monolitica. La posizione comune che i nostri politici hanno deciso di assumere è quella del rifiuto, della fuga: per motivi comunque diversi a seconda dell’orientamento politico, si finisce quasi sempre per entrare in contrasto con la scienza. L’impressione è che sinistra e destra siano spaventate dagli incredibili progressi della tecnoscienza, che sta smontando un pezzo alla volta tutti gli schemi del passato. La scienza avanza senza soste e in tutte le direzioni, investendo il modo in cui lavoriamo, viviamo il tempo libero, pensiamo alla salute e alla famiglia, in pratica sta rivoluzionando il modo in cui organizziamo le nostre vite. Davanti a questi stravolgimenti, i nostri governanti sembrano smarriti, incapaci di aggiornare i rispettivi obiettivi politici e di adattarli al presente. Se da un lato la scienza ha prodotto la fecondazione artificiale e la diagnosi pre-impianto, invise alla destra conservatrice, dall’altro con la robotica sta automatizzando i processi produttivi, un fenomeno temuto dalla sinistra progressista. La perdita dei valori tradizionali e il relativismo etico sta spiazzando le destre, la trasformazione radicale del lavoro trovano impreparate le sinistre. Viene dunque da chiedersi se queste due categorie ancorate al passato continueranno nel loro atteggiamento luddista e anti-scientifico, o se invece sapranno evolversi. E se riusciranno a trasformarsi, cosa diventeranno?

Per capire se esista la possibilità di aggiornare i concetti di sinistra e destra all’era post-industriale, senza con questo perdere le rispettive identità, può essere utile porre sul tavolo della discussione un movimento dal nome vagamente inquietante: il transumanesimo. Ideato e definito negli anni 70 dal filosofo iraniano Fereidoun Esfandiary (altrimenti noto come FM-2030), fu successivamente sviluppato dal futurista Max More negli anni 90. Il transumanesimo si pone come obiettivo il potenziamento fisico e mentale dell’essere umano. Vuole sconfiggere ogni malattia, allungare illimitatamente la vita media, aumentare la nostra intelligenza e le nostre capacità fisiche: in pratica, il suo scopo è passare dall’essere umano all’essere post-umano, onnisciente, onnipotente e immortale. Se in questo momento avete inarcato le sopracciglia non preoccupatevi: non sto parlando di una setta di esaltati (forse alcuni lo sono!), ma di persone che – a differenza di molti nostri politici – hanno semplicemente constatato e accettato la straordinaria rapidità dei cambiamenti che hanno investito la nostra società. Ne hanno una percezione molto chiara, e in virtù di questa percezione si spingono a fare previsioni su quello che accadrà in futuro. Dopotutto, molte cose che oggi ci sembrano perfettamente normali erano pura fantascienza solo cinquant’anni fa, altre non potevano essere neppure concepite, e quelle persone che oggi vengono compatite o derise perché parlano di cyborg o di mind-uploading tra cinquant’anni potrebbero affermare con orgoglio “noi ve lo avevamo detto”. Ad ogni modo, ciò che conta ai fini del mio discorso è che questo passaggio dall’essere umano a un essere nei fatti molto simile a Dio potrà essere realizzato soltanto con il progresso scientifico e tecnologico. Proprio per questo, i transumanisti hanno una fiducia totale nella scienza: abbiamo quindi qualche speranza di trovare proprio qui la risposta alla nostra domanda iniziale.

Ebbene, si dà il caso che anche all’interno del movimento transumanista convivano diversi modi di vedere la società. A differenza dei conservatori a cui purtroppo siamo abituati, nessun transumanista si oppone alla rivoluzione in corso (che anzi va assecondata e accelerata), ma come questi cambiamenti debbano impattare sulla società è oggetto di discussione. Fondamentalmente, le maggiori correnti di pensiero sono due: i tecnoprogressisti, dall’impostazione più vicina a quella della sinistra tradizionale, e i cosiddetti estropici, che sono la naturale evoluzione della destra liberista e dei libertari. Le differenze tra questi due gruppi sono state ben delineate dall’Institute for Ethics and Emerging Technologies, che le ha raccolte in una esaustiva tabella. In sostanza, ciò che distingue tecnoprogressisti ed estropici è il medesimo dualismo che caratterizza la sinistra e la destra che tutti conosciamo: i primi vogliono un intervento dello Stato per mitigare i rischi delle nuove tecnologie e per assicurare che tutti i cittadini ne godano i vantaggi, i secondi al contrario rifiutano l’intervento statale perché lo vedono come un freno al progresso. All’atto pratico, questa diversa impostazione si traduce in modi alternativi di affrontare problemi specifici. Qualche esempio? Pensiamo al lavoro. Quando ogni lavoro manuale e intellettuale potrà essere svolto da robot, come fronteggeremo la crisi occupazionale? A questa domanda, un estropico risponderebbe che gli uomini inventeranno nuovi lavori, perciò il problema non si pone nemmeno; il tecnoprogressista, invece, pensa di risolvere la questione con un reddito di cittadinanza e la riduzione dell’orario di lavoro. E quando le tecnologie potenzianti saranno finalmente disponibili, non ci sarà il rischio che a goderne saranno solo i ricchi? Il problema non interessa all’estropico, che in fondo non è altro che un liberista un po’ nerd. Per i tecnoprogressisti è invece importante affrontare il problema, perché tutti dovrebbero avere accesso a queste tecnologie. Che dire invece dei cambiamenti climatici e dei danni all’ambiente? L’estropico, affidandosi totalmente al libero mercato, si limiterà a un’alzatina di spalle, mentre il tecnoprogressista si batterà per lo sviluppo di tecnologie ecosostenibili, e vedrà con favore interventi di geoingegneria per il controllo del clima.

Non mi interessa in questa sede descrivere i punti di forza e i limiti delle idee transumaniste, per chi fosse interessato esiste moltissimo materiale online in italiano e soprattutto in inglese. Ho chiamato in causa questo movimento e le sue diverse declinazioni semplicemente per dire che sinistra e destra non sono per forza destinate a sparire, travolte dalla modernità; possono assecondare il cambiamento ed evolversi, accettando le sfide del ventunesimo secolo senza perdere per questo la propria identità. Invece di opporsi a ogni nuova innovazione che mette in crisi i loro punti di riferimento, sinistra e destra dovrebbero riscoprire la loro vera natura, scrollarsi di dosso gli schemi novecenteschi e mettere di nuovo al centro le loro due priorità: l’uguaglianza per i primi e la libertà per i secondi. Da qui sarà possibile ricostruire un nuovo bipolarismo al passo coi tempi. Purtroppo siamo ben lontani da questa trasformazione, con i progressisti nostrani affascinati dalle sirene del populismo e dell’ecologismo da quattro soldi, e con una destra conservatrice spaventata da tutto ciò che mina i “valori non negoziabili”. Non so cosa accadrà alle ideologie politiche del Novecento, ma una cosa è certa: se non sapranno aggiornarsi, cesseranno di esistere.

Articolo pubblicato su iMille.org

 
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Pubblicato da su 20 agosto 2014 in Scienza, Tecnologia, Varie

 

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La scienza nel governo Renzi

governorenzi

Non facciamoci illusioni: prima che uomini di scienza, siamo uomini di mondo, e sappiamo benissimo che all’insediamento di un nuovo governo le priorità per il Paese sono sempre altre. Facciamo però uno sforzo, e proviamo a immaginare che cosa potrebbe riservarci il governo di Matteo Renzi dal punto di vista della scienza, della ricerca e della razionalità. Il Presidente del Consiglio ha sottolineato in più occasioni che punterà forte sulla scuola e sulla formazione, un impegno sicuramente condivisibile in un Paese come l’Italia, dove si registrano performance linguistiche, matematiche e scientifiche piuttosto deludenti sia da parte dei ragazzi che degli adulti, come dimostrano rispettivamente i risultati dei test PISA e l’ultimo rapporto dell’OCSE. Investire sull’istruzione è quindi un primo importante passo. Ma la scienza e il metodo scientifico investono tutti gli aspetti della società, e un’efficace azione di governo dovrebbe tenerli sempre ben presenti. Dovranno farci i conti un po’ tutti i dicasteri, prima o poi, ma vorrei soffermarmi su quelli che – in base alle esperienze passate – potrebbero incrociare più spesso la scienza e il suo approccio rigoroso, basato sulle evidenze, sui dati e sui numeri. Penso al Ministero della Salute, all’Agricoltura e all’Ambiente. Ma non si può parlare di scienza senza parlare di università e di ricerca scientifica, ed è quindi doveroso un commento sul nuovo Ministro del MIUR.

gianniniIl Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca è stato affidato alla glottologa Stefania Giannini, di Scelta Civica. Qualcuno l’ha già definita una “estremista della meritocrazia”, e leggendo questa sua intervista al Corriere e le dichiarazioni rilasciate al sito Scienza in Rete, possiamo intuirne il motivo. La Giannini insiste molto sulla valorizzazione del ruolo degli insegnanti, anche dal punto di vista della retribuzione: “In qualunque mestiere – dice – chi lavora meglio e lavora di più deve essere premiato. Sia in termini di stima, che economicamente.”. Secondo importante aspetto, il ministro non sembra gradire i concorsi pubblici, ed è lecito aspettarsi misure a favore dell’autonomia scolastica, con i dirigenti degli istituti chiamati a selezionare direttamente e responsabilmente il proprio corpo docente. L’attenzione al merito e all’autonomia si ritrova anche nei piani del ministro per l’università e la ricerca. Degno di nota è il progetto messo a punto insieme al professor Andrea Ichino e descritto in modo dettagliato nel libro “Facoltà di scelta”. Ichino immagina la sperimentazione di un meccanismo mediante il quale gli atenei possano attivare dei corsi di eccellenza con docenti di livello internazionale; questi corsi sarebbero finanziati attraverso maggiori tasse universitarie, in parte coperte da prestiti d’onore riservati agli studenti meritevoli. L’obiettivo è quello di incrementare le risorse economiche a disposizione delle università più brave ad attrarre gli studenti, risorse che poi saranno riutilizzate nelle attività di ricerca. Come sempre accade quando si parla di competizione e merito, però, le critiche anche violente sono sempre in agguato: e in effetti le idee di Ichino hanno già incontrato le proteste di alcuni studenti. Non sappiamo se questa specifica proposta entrerà nell’agenda del governo Renzi, ma una cosa è certa: come dimostra il programma di Renzi per le primarie del 2012 (pdf), su università e ricerca il premier e il ministro Giannini troveranno molti punti di contatto.

Beatrice-LorenzinIl Ministero della Salute è ancora guidato da Beatrice Lorenzin (NCD). La sua esperienza nel governo Letta era iniziata con non poco scetticismo, per via del suo curriculum non proprio esaltante: nessuna esperienza nel settore e un diploma di maturità classica apparivano a molti come credenziali inadeguate per un Ministero tanto importante. A onor del vero, i fatti hanno dimostrato il contrario. La gestione della delicatissima vicenda Stamina l’ha messa a dura prova negli scorsi mesi, ma la Lorenzin ne è uscita con dignità, forse grazie anche ai validi consigli dei suoi collaboratori. È quasi commovente sentire un politico italiano affermare che “la politica deve fare la politica, e deve rispettare la scienza e il metodo scientifico”, come ha fatto il ministro intervistato da RaiNews24. Di questi tempi, non è cosa da poco. Alla Lorenzin non mancherà certo il lavoro: la vicenda Stamina continuerà a riempire le pagine dei giornali anche durante il governo Renzi, a cominciare dalla nomina del nuovo comitato di esperti che dovrà valutare la fattibilità della sperimentazione del metodo promosso da Davide Vannoni, dopo che il primo comitato era stato bocciato dal TAR. Sarà senza dubbio un affare complicato, in cui si intrecceranno aspetti umani e scientifici, ma il ministro ha dimostrato di meritare la nostra fiducia.

martinaAll’Agricoltura troviamo Maurizio Martina, del PD. Lui ha sicuramente esperienza nel settore che si troverà a gestire, ma le sue posizioni in materia faranno discutere. In un intervento sul Sole 24 Ore dello scorso novembre, il ministro Martina aveva spiegato perché sugli OGM occorre trovare una terza via tra i sì e i no pregiudiziali. Secondo Martina, “la scelta di un’agricoltura Ogm free può essere uno straordinario valore aggiunto alla distintività della nostra offerta agroalimentare e quindi può pagare in termini economici, commerciali e di sviluppo locale”. Il ministro ricordava tuttavia che “questo punto va sostenuto con argomentazioni che siano, appunto, di politica economica e commerciale. Per il resto si deve lasciare lavorare la scienza e la ricerca”. Cosa esattamente questo significhi è difficile a dirsi (il ministro è favorevole o meno alla sperimentazione in campo aperto?), tuttavia questa presa di posizione è sicuramente un piccolo passo avanti rispetto alle dichiarazioni prive di fondamento scientifico a cui siamo stati abituati. Probabilmente il modello di agricoltura che ha in mente il ministro sarà comunque OGM free (e Renzi lo appoggerà), ma lo sarà in ragione di considerazioni economiche più o meno condivisibili e non di bizzarre teorie pseudoscientifiche sulla presunta pericolosità degli OGM. Un punto che invece suscita più perplessità riguarda l’appoggio del ministro Martina all’iniziativa di Slow Food per 10mila orti in Africa. Per cogliere l’essenza di questo progetto basta leggere quanto dichiarato direttamente dal fondatore Carlo Petrini: “La pressione delle multinazionali, delle monocolture finalizzate all’esportazione, dei pesticidi, dell’urbanizzazione, dell’avanzata del deserto ha stravolto equilibri secolari. Nelle bidonville in crescita violenta si è persa la memoria dei saperi alimentari che consentivano di sopravvivere anche in condizioni molto difficili e i prodotti della tradizione sono stati sostituiti dal fast food”. Domanda: ma se i contadini africani hanno scelto di abbandonare la propria agricoltura tradizionale di sussistenza, non sarà perché hanno trovato vantaggioso passare all’agricoltura moderna, che garantisce loro maggiore reddito? Che diritto abbiamo di scegliere il modello di sviluppo più adatto per popoli che stanno ancora lottando per uscire dalla soglia di povertà? D’accordo, in questo caso la scienza non c’entra, ma la razionalità – che della scienza è lo strumento principale – c’entra eccome. Staremo a vedere quello che accadrà. Di sicuro, con l’EXPO in arrivo, l’operato del ministro Martina sarà costantemente sotto osservazione.

gallettiChe dire invece del nuovo Ministro dell’Ambiente, Gianluca Galletti (UDC)? A quanto pare, il ministro non ha competenze specifiche in materia ambientale, ma questo – come abbiamo visto per il ministro Lorenzin – non è di per sé indicativo delle sue performance future. I temi sul tavolo sono diversi: dissesto idrogeologico, cambiamenti climatici, la Terra dei Fuochi, il caso Ilva e quello della Concordia. Di Galletti però si sa poco. La sua posizione sul nucleare, ad esempio, non è affatto chiara: in passato si era mostrato possibilista, tanto da mettere a disposizione la sua Emilia Romagna per l’apertura di nuovi siti, ma più recentemente ha cambiato idea.

Molte sfide attendono il giovane premier Matteo Renzi. Dovranno essere affrontate con metodo e razionalità, e solo il tempo ci dirà se i membri del suo esecutivo saranno all’altezza del compito. Forse, però, avrebbe dovuto seguire l’esempio di Tony Blair, che nel 1997 con la sua celebre affermazione “What matters is what works” decideva di sposare le politiche evidence-based, fondate sui dati e sulle evidenze scientifiche. Esattamente a questo serve il Government Office for Science, nel Regno Unito. Lo guida Mark Walport, ex direttore del Wellcome Trust, e il suo compito è assicurarsi che il governo inglese sia sempre informato sulle evidenze scientifiche alla base di ogni sua decisione. Spiace dirlo, ma su questo campo noi italiani siamo lontani anni luce.

Articolo pubblicato su iMille.org

 
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Pubblicato da su 8 marzo 2014 in Scienza, Varie

 

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Schiaffo alla scienza: il Parlamento delle larghissime intese dice no agli OGM

OGM freeSui media generalisti non se n’è parlato moltissimo, ma chi frequenta il mondo della comunicazione scientifica online o gruppi come Dibattito Scienza, è sicuramente a conoscenza di ciò che hanno combinato pochi giorni fa in Parlamento. La Camera ha approvato all’unanimità (neanche un voto contrario) una mozione che impegna il governo a chiedere all’Unione Europea la possibilità di adottare la clausola di salvaguardia per la coltivazione di OGM sul territorio italiano (impegno già mantenuto). Quando l’Unione Europea dà il suo via libera per la coltivazione e il commercio di una coltura OGM, lo fa dopo attente valutazioni a cura dell’EFSA, e solo in presenza di nuove evidenze scientifiche che dimostrino qualche rischio associato alla coltivazione di quel prodotto, uno Stato membro può ottenere la clausola di salvaguardia. Queste nuove evidenze scientifiche, però, non ci sono, anche perché lo studio di Séralini et al. citato anche nella mozione è stato smontato dalla comunità scientifica internazionale, e addirittura è già stato bocciato dalla stessa EFSA. Benché consapevoli di avere poche possibilità di successo, i nostri parlamentari hanno deciso di provarci comunque, spinti dalle ragioni più diverse, ma tutte quante in contrasto con la razionalità e il parere della scienza. Come Dibattito Scienza abbiamo provato a sollecitare almeno i parlamentari con una formazione scientifica (qui trovate il testo del nostro appello), ma senza nessun risultato.

La presa di posizione unanime del nostro Parlamento in materia di OGM suscita interessanti interrogativi. Perché, da sinistra a destra, tutti si sono trovati d’accordo nel mettere al bando le colture geneticamente modificate? Perché la sinistra, che dovrebbe essere portatrice dei valori dell’ambientalismo, finge di non sapere che le colture OGM possono portare a una riduzione nell’uso dei pesticidi? E perché la destra, che dovrebbe difendere in primo luogo la libertà individuale e la competitività dei nostri agricoltori, sceglie di sostenere una misura illiberale e retrograda? In altre parole, perché la scienza e la razionalità non interessano a nessuno? Da quando è nato il gruppo Dibattito Scienza, mi sono ritrovato diverse volte a pensare al rapporto tra scienza e politica, e più in generale a quali fossero i valori di riferimento di sinistra e destra. L’articolo di Silvia Bencivelli sul suo blog mi ha dato modo di mettere insieme i miei pensieri sull’argomento. La conclusione a cui sono arrivato è che la razionalità non è qualcosa che caratterizza l’una o l’altra fazione politica: può essere più o meno accentuata a seconda dello specifico partito, ma in nessun caso è un valore imprescindibile. E non essendo un valore di riferimento, non deve essere perseguita ad ogni costo, ma al contrario può essere sfruttata per appoggiare quelli che invece sono davvero i princìpi fondanti delle due ideologie.

Per la sinistra il bene della collettività viene prima del bene dell’individuo. Per questa ragione, essa cerca di ottenere l’uguaglianza sociale, spesso attraverso un maggiore intervento dello Stato, volto a riequilibrare le ingiustizie e a impedire che qualcuno si appropri di maggiore ricchezza o di più diritti rispetto a tutti gli altri. Questa ricerca dell’uguaglianza si associa naturalmente al femminismo, e contrasta ogni forma di razzismo; ma non si limita alla specie umana. Per la sinistra, i diritti degli animali, e anche – perdonate la forzatura – i diritti dell’ambiente devono essere in egual modo tutelati. Per questo la sinistra è terreno fertile per l’ambientalismo e l’animalismo. La destra, al contrario, predilige una gerarchia di valori per così dire centripeta, dove i diritti e le libertà aumentano andando dall’esterno verso l’interno: il singolo individuo gode di maggior libertà e ha più diritti rispetto alla comunità locale in cui vive, che a sua volta gode di maggiori diritti rispetto alla Nazione che la ospita, e analogamente gli stranieri sono meno tutelati rispetto ai cittadini italiani. Va da sé che, nell’ottica antropocentrica di destra, i diritti degli animali e quelli dell’ambiente sono secondari rispetto alle esigenze umane. Infine, proprio perché la visione individualista della destra è più appetibile da parte di chi già gode di una buona condizione sociale, i partiti di destra finiscono per essere definiti partiti conservatori, o i partiti dei ricchi, perché portavoce di quella parte di popolazione maggiormente interessata a mantenere lo status quo. Quindi come si inseriscono la scienza (e in senso lato la razionalità) in queste due visioni del mondo? Detto molto banalmente, la sinistra e la destra prendono dalla scienza ciò che fa loro comodo. Se gli scienziati denunciano il riscaldamento globale, ecco che i politici di sinistra accettano ben volentieri questo fatto e lo fanno proprio, perché consente di giustificare la loro battaglia contro il capitalismo industriale, che inquina l’ambiente e accelera il fenomeno del global warming. Al contrario, se la scienza dice che la sperimentazione animale è essenziale per la ricerca biomedica, è la destra ad appropriarsi di questo concetto. E non sto parlando della Brambilla, ma di quella che personalmente ritengo in questo momento la destra più autentica, cioè i liberisti di Giannino(*), che alla relativa domanda postagli da Dibattito Scienza rispose così: “Oggi i successi della ricerca medico-scientifica rappresentano la ragione singolarmente più importante per l’allungamento dell’aspettativa e della qualità di vita. È dunque necessario creare condizioni che siano favorevoli all’avanzamento della scienza. La sperimentazione su animali è una parte fondamentale di questo processo.”. Alla politica, insomma, interessa soltanto il fine da perseguire. La razionalità e il metodo scientifico sono semplicemente degli strumenti come tanti altri per dare sostegno e plausibilità alla visione del mondo in cui si crede.

Che cos’è accaduto allora con gli OGM? Beh, io credo che, per la politica, l’OGM sia una tecnologia problematica sotto una serie di aspetti. Alcune colture OGM consentono di utilizzare meno pesticidi, a tutto vantaggio dell’ambiente: il MON810, ad esempio, necessita di meno insetticida, perché in grado di produrre da solo la tossina che lo protegge dagli attacchi di alcuni lepidotteri come la piralide. Ma se è meno dannoso per l’ambiente, perché la sinistra lo ha osteggiato? D’altra parte, sempre lo stesso MON810 permette agli agricoltori di ottenere rese maggiori e incrementare i guadagni. Ma se aumenta la competitività e la produttività delle aziende agricole, perché anche la destra lo ha contrastato? La risposta è diversa per le due fazioni politiche. Quando un politico di sinistra vede una pannocchia di mais MON810 pensa immediatamente alle multinazionali e ai brevetti, dimenticando che è stata proprio l’avversione ideologica nei confronti degli OGM ad aprire la strada alle multinazionali (cioè gli unici soggetti ad avere la forza economica di superare le barriere ideologiche e normative che sono state imposte a questa tecnologia). Quando un politico di destra pensa agli OGM, invece, prova irritazione al pensiero del cambiamento (tendenzialmente la destra è conservatrice), e ci vede un pericolo per il buon vecchio Made in Italy che tanto apprezzano all’estero. Per favore, qualcuno può dire a questi politici che gran parte della carne e dei formaggi italiani derivano da animali alimentati con mangimi OGM? E che è possibile migliorare geneticamente anche prodotti tipici locali come il San Marzano? Leggete questa scheda, ad esempio. Esistono quindi sentimenti contrastanti e valutazioni di senso opposto, che potrebbero far pendere l’ago della bilancia verso un sì o verso un no agli OGM, sia per la sinistra sia per la destra. Ma ecco che nel sistema irrompono due variabili determinanti, che improvvisamente annullano qualsiasi disquisizione sui pro e i contro degli OGM. La prima è il consenso elettorale, che interessa tanto alla sinistra tanto alla destra (e la maggior parte degli italiani è contraria agli OGM). La seconda variabile sono le lobby anti-OGM, che hanno il potere di far cambiare idea a qualsiasi politico, di qualsiasi natura politica, nel momento stesso in cui entra in Parlamento. E con due fattori così forti a spingere contro gli OGM, ogni altra considerazione viene meno.

Sinceramente non so se la mia analisi sia giusta o sbagliata. Non sono un esperto di politica, potrei aver sottovalutato o sopravvalutato degli elementi. Quel che è certo, però, è che i nostri Parlamentari hanno deciso di prendere una posizione senza considerare minimamente l’opinione della scienza, e anzi utilizzando argomentazioni prive di fondamento scientifico per sostenere le proprie tesi. Ora, per coerenza con il loro “no”, i nostri politici non dovrebbero limitarsi a proibire la coltivazione di OGM, ma dovrebbero anche proibirne l’importazione dall’estero, o almeno pretendere che le aziende alimentari segnalino sui loro prodotti l’eventuale utilizzo di mangime geneticamente modificato. Lo faranno? Io ne dubito.

* = per dovere di cronaca, Giannino e i Radicali sono stati gli unici a esprimersi in modo favorevole agli OGM. D’altra parte sono forze politiche che godono di un consenso elettorale limitato, probabilmente anche per questi punti di vista un po’ scomodi.

 
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Pubblicato da su 15 luglio 2013 in Business, Nutrizione, Salute, Scienza, Tecnologia, Varie

 

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Chi ha paura della scienza?

Tra le domande che insieme al gruppo Dibattito Scienza abbiamo sottoposto ai candidati delle primarie del centrosinistra ce n’erano due che per il loro impatto sociale erano molto importanti: una riguardava gli OGM e la possibilità di fare ricerca in campo su questa tecnologia; l’altra riguardava la fecondazione assistita. I candidati hanno dato le loro risposte (potete leggerle qui), ma qual è invece l’opinione degli italiani su questi argomenti? Oggi leggo gli esiti di due sondaggi che sembrano proprio rispondere a questo interrogativo.

Il primo, realizzato da Futuragra, riguarda la percezione che hanno i cittadini degli organismi geneticamente modificati e l’opportunità o meno di fare ricerca su di essi. Benché dal report (qui il PDF) emerga una certa ignoranza sul tema (ad esempio solo il 42% degli 800 intervistati sa che i geni sono presenti in tutte le piante), i risultati sono da un certo punto di vista piuttosto incoraggianti. Il 55% ritiene che sia utile fare ricerca scientifica sugli OGM e il 62% pensa che gli scienziati italiani abbiano il diritto di fare ricerca alle stesse condizioni degli altri Paesi. Inoltre, il 52% dice che potrebbe anche prendere in considerazione l’acquisto di alimenti OGM, soprattutto se questi fossero più salutari o caratterizzati da una maggiore sostenibilità ambientale. La maggioranza degli intervistati (52%) ritiene infine che se la legge italiana permette la vendita di prodotti OGM, allora dovrebbe anche consentirne la coltivazione.

Il secondo sondaggio è stato realizzato dal Censis e ha indagato, oltre alla fecondazione assitita, anche il tema dell’interruzione di gravidanza (qui il PDF). Su questo terreno, gli italiani mostrano generalmente una posizione laica, soprattutto le persone giovani e laureate. Il 60% è favorevole all’interruzione volontaria di gravidanza, mentre il 26% è contrario. Per quanto riguarda l’utilizzo della pillola Ru486, il 52% si mostra favorevole a fronte di un 29% di contrari. La percentuale di antiabortisti è più alta negli over 65 (34%) e più bassa negli under 30 (18%), e rapporti analoghi si riscontrano anche nelle opinioni sulla Ru486. Se andiamo a guardare i risultati relativi alla fecondazione assistita, invece, il 69% è favorevole. Abbastanza elevato è anche il numero di coloro che approvano la fecondazione eterologa (50%) e la diagnosi pre-impianto (52%). La selezione del sesso del nascituro, al contrario, non è ben vista: il 75% degli intervistati si dichiara contrario. Qui però le percentuali divergono moltissimo se si va a considerare il titolo di studio dei partecipanti: tra i laureati, l’82% è favorevole alla fecondazione assistita, mentre il numero scende al 33% per chi ha la licenza elementare. Degno di nota è anche il 78% di persone che si dichiara favorevole all’uso terapeutico delle cellule staminali embrionali.

In conclusione, sembrerebbe che gli italiani siano molto più interessati ad utilizzare i prodotti della scienza rispetto a come vengono dipinti dai media e dai politici che li governano. A dispetto della cattiva informazione che è stata fatta in questi anni sugli OGM, i cittadini – sebbene un po’ confusi sull’argomento – si mostrano aperti all’innovazione e all’impiego delle biotecnologie in agricoltura. Anche sulle questioni di bioetica gli italiani sono intenzionati a cogliere liberamente le opportunità offerte dal progresso scientifico-tecnologico: sì all’aborto, sì alla fecondazione assistita, sì all’uso terapeutico delle cellule embrionali. Invito i nostri politici a meditare su questi risultati, e a essere più coraggiosi quando affrontano certe questioni: gli italiani non hanno paura della scienza.

 
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Pubblicato da su 28 novembre 2012 in Medicina, Nutrizione, Salute, Scienza, Tecnologia, Varie

 

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Dibattito Scienza: sei domande per la politica

La scienza interroga la politica. Un gruppo di giornalisti, blogger, ricercatori e appassionati di scienza chiede ai candidati delle primarie del centrosinistra di rispondere a sei domande su temi scientifici chiave come OGM, bioetica, clima e molto altro. Le domande sono state selezionate dai membri del gruppo Facebook “Dibattito Scienza”, e verranno poste anche ai candidati delle primarie del PDL e di tutti i partiti o movimenti che si doteranno di questo strumento per scegliere il loro leader. L’idea è venuta a me e al giornalista Marco Ferrari, ma i contributi sono stati tantissimi e ringrazio tutti coloro che hanno partecipato. L’iniziativa è ora in homepage sul sito di Le Scienze. Vi invitiamo a diffonderla e a partecipare in prima persona, iscrivendovi al gruppo e proponendo le domande da fare ai candidati Premier delle prossime elezioni politiche. Ecco le sei domande:

1. Quali politiche intende perseguire per il rilancio della ricerca in Italia, sia di base sia applicata, e quali provvedimenti concreti intende promuovere a favore dei ricercatori più giovani?

2. Quali misure adotterà per la messa in sicurezza del territorio nazionale dal punto di vista sismico e idrogeologico?

3. Qual è la sua posizione sul cambiamento climatico e quali politiche energetiche si propone di mettere in campo?

4. Quali politiche intende adottare in materia di fecondazione assistita e testamento biologico? In particolare, qual è la sua posizione sulla legge 40?

5.Quali politiche intende adottare per la sperimentazione pubblica in pieno campo di OGM e per l’etichettatura anche di latte, carni e formaggi derivati da animali nutriti con mangimi OGM?

6. Qual è la sua posizione in merito alle medicine alternative, in particolare per quel che riguarda il rimborso di queste terapie da parte del SSN?

I candidati delle primarie del centrosinistra Bersani, Puppato, Renzi, Tabacci e Vendola sono invitati a inviare le loro risposte all’indirizzo redazione@lescienze.it

 
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Pubblicato da su 15 novembre 2012 in Scienza, Varie

 

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