Il potere nutrigenomico della vitamina D

Che la vitamina D facesse bene lo sapevamo già, soprattutto per la mineralizzazione delle ossa. Quello che non sapevamo, ma che forse gli studiosi di nutrigenomica sospettavano, è che questa molecola potesse influire sull’espressione di un numero così elevato di geni, molti dei quali coinvolti in importanti patologie.

Il recettore della vitamina D (VDR) è un fattore di trascrizione che si trova nel nucleo delle nostre cellule e che ha la capacità, una volta attivato, di legarsi al DNA e di accendere (o spegnere) i geni vicini. Gli autori del lavoro pubblicato su Genome Research volevano capire in quali punti del genoma umano si andasse a legare questo recettore, e per farlo hanno eseguito un esperimento di ChIP-seq: utilizzando come esca un anticorpo specifico per VDR, gli scienziati sono riusciti a “catturare” il fattore di trascrizione e a leggere la sequenza di DNA su cui esso si era legato (vedi illustrazione).

Ebbene, si è scoperto che questa proteina si lega al DNA in 2776 punti diversi, modificando l’espressione di più di 200 geni! I ricercatori hanno inoltre dimostrato che molti dei siti di legame trovati corrispondono a posizioni del genoma che in passato erano state associate a malattie autoimmuni (sclerosi multipla, diabete di tipo 1, malattia di Crohn, artrite reumatoide). Non è finita: la vitamina D sembrerebbe interagire anche con tratti di DNA collegati ad alcuni tumori, come la leucemia e il cancro del colon-retto.

Si tratta di una grande scoperta, che dimostra lo straordinario potere nutrigenomico di questa vitamina: è una piccola molecola, ma ha la capacità di intervenire in moltissime condizioni patologiche, più di quanto fosse lecito aspettarsi. Assumere dosi corrette di vitamina D diventa quindi fondamentale per il nostro organismo, anche se ancora non è chiaro in che modo essa eserciti la sua influenza in tutti i casi che sono stati individuati. Si sa ad esempio che la carenza di vitamina D provoca il rachitismo nei neonati, e una ridotta densità minerale ossea negli adulti. Tuttavia, bisogna ricordare che lo stesso recettore VDR presenta dei polimorfismi funzionali: la scarsa mineralizzazione delle ossa in mancanza di vitamina D è infatti più accentuata nei soggetti che hanno una C al posto di una T nello SNP rs731236. Una volta stabilita la dose ottimale (cosa non semplice dato il grande numero di processi in cui essa sembra intervenire), bisognerà poi ottimizzarla per il singolo individuo, sulla base del suo profilo genetico. Il discorso è quindi complesso: questo studio rappresenta solo l’inizio di un lungo lavoro di ricerca che aiuterà a chiarire meglio l’infinità di modi in cui la vitamina D influenza il nostro organismo.

Ramagopalan SV et al. “A ChIP-seq defined genome-wide map of vitamin D receptor binding: Associations with disease and evolution” Genome Research, published online 24 August 2010

Image Credit: Anthony Fejes

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