Genetica in tribunale – Una riflessione

L’altro giorno ho letto questa notizia, in cui si parla di una donna italiana che due anni fa uccise e bruciò la sorella. Nel processo che ne è seguito, l’imputata – Stefania Albertani – è stata condannata a venti anni di carcere. La cosa che ha fatto scalpore, e che è stata segnalata persino su un blog di Nature, è che il giudice Luisa Lo Gatto, per emettere la sentenza, ha tenuto in considerazione i risultati di un’analisi genetica e di neuroimaging. La donna avrebbe tre alleli statisticamente associati a comportamento violento, e un’alterazione della struttura cerebrale in aree legate all’aggressività e vari disturbi mentali. Questi due fattori hanno portato di fatto a una riduzione della pena, perché all’assassina è stato riconosciuto un “vizio parziale di mente”, ed è stata quindi considerata biologicamente predisposta per compiere atti violenti.

Nei prossimi giorni pubblicherò un post focalizzato sull’analisi genetica che è stata eseguita, ma nel frattempo vorrei che mi aiutaste a rispondere a questa domanda: a che cosa serve il carcere? Se il carcere rappresenta una punizione nei confronti di chi infrange la legge, allora l’infermità mentale è da considerarsi certamente un’attenuante: una persona mentalmente disturbata è “meno colpevole” rispetto a chi invece è sano di mente, e che uccide magari razionalmente e con premeditazione. Ma siamo sicuri che il carcere serva a questo? L’opzione alternativa è che esso serva a proteggere gli altri cittadini da persone pericolose: serve a tutelare cioè la sicurezza di una società. Se però vale questa seconda motivazione, allora l’infermità mentale diventa un’aggravante e non un’attenuante: immagino infatti che soggetti affetti da disturbi mentali siano potenzialmente più pericolosi. Qual è dunque il senso del carcere? E’ giusto che le neuroscienze e la genetica abbiano voce in capitolo durante un processo? La palla passa a voi.

PS: il mio dubbio, postato inizialmente su Google Plus, è stato ripreso anche su un sito americano (Genomes are us) grazie alla mitica Mary Mangan. Chissà se italiani e americani la pensano allo stesso modo!

Annunci

5 pensieri su “Genetica in tribunale – Una riflessione

  1. Sarebbe utile il parere di un avvocato e di un giudice.
    In fondo il carcere è una istituzione che segna un cambio di cultura rispetto a “occhio per occhio, dente per dente”. Si sconta un reato per aver infranto la legge relativa. Poi ogni paese e cultura adottano le rispettive ideologie nell’impostare la sequenza legge, reato, pena. Pensiamo alla differenza tra un sistema garantista come quello liberale rispetto ad uno (finto)giustizialista di un paese totalitario.
    Io dal mio canto opterei per una concezione del carcere più riabilitativo, che non significa la riduzione della pena, ma un aiuto a persone che per una serie di condizioni complicate hanno commesso un reato. Se a monte vi sia un disturbo mentale od organico, a maggior ragione vale il principio di salvaguardare le persone che possono essere danneggiate ma anche la stessa persona che non nel pieno dalla propria coscienza può procurare danni.
    Ritengo che l’aver riconosciuto l’infermità mentale come attenuante di un reato commesso sia una conquista per la società, piuttosto che la concezione in cui viene esclusa la vulnerabilità “privata” della mente umana.
    Un solo appunto: il disturbo mentale non è causalmente connesso con un comportamento criminale. Ma, spero, vorrei leggere molte altre osservazioni in merito. Post complesso il tuo.

  2. A me pare OVVIO che se uno commette dei crimini è perché c’è una ragione (principio di causa ed effetto). Se questa sia biologica o sociale, poco importa, c’è stato un errore, qualche cosa di sbagliato che non funziona da assistere PREVENTIVAMENTE e se è il caso correggere … ma questo vale se si sapesse tutto!

    La legge deve barcamenarsi in una condizione di inconsapevolezza e impossibilità di garantire socialità e biologia perfetta a tutti e quindi si adatta via via alle condizioni di consapevolezza di vita che sono sia di punta che diffuse nella popolazione.
    QUINDI non c’è una visione “giusta” e una “sbagliata”, c’è quello che si riesce a fare … non sono avvocato ma sono stato “giudice popolare” in un processo di omicidio plurimo di una povera disgraziata vissuta sempre in condizioni ASSURDE già rilasciata per attenuanti e di nuovo omicida, mi sono reso conto che due BRAVISSIMI giudici (quella che conduceva il processo e il giudice a latere) cercavano coscientemente, realisticamente e legalmente il meno peggio che si potesse fare per tutti!

    NOTA:
    ho là scoperto che alcolizzato = malato di dipendenza è un attenuante, invece ubriaco = consapevolmente ottundente la propria mente è un aggravante … vi rendete conto della soglia labilissima fra i due?

  3. @Neuromancer Sì è un post complesso tanto quanto il problema in sé! Ci sono veramente tantissimi aspetti coinvolti.. Le domande che ci si potrebbe fare sull’argomento sono tantissime e forse solo per poche abbiamo una risposta certa. Ad esempio, qualcuno mi ha fatto notare che potrebbe essere applicato anche qui il principio di non discriminazione genetica alla base della legge americana GINA, secondo la quale assicurazioni e datori di lavoro non possono discriminare le persone sulla base del loro profilo genetico. Se questa legge fosse applicata anche nei processi penali, allora un’analisi genetica come questa non dovrebbe essere presa neppure in considerazione per stabilire la sentenza. E’ un problema complesso, sì! Sarei felice anche io di conoscere il parere di qualcuno che ha studiato giurisprudenza!

    @albe Hai perfettamente ragione, il mestiere del giudice è difficilissimo.. Devi valutare il peso di tantissime componenti, e immagino che tante volte la legge scritta in sé non sia sufficiente per aiutarti a prendere la decisione più giusta e più saggia. Però ecco, come in tutte le cose anche qui penso si possa sempre migliorare, perciò credo che una riflessione del genere non sia del tutto inutile..

  4. La domanda che ti fai è molto interessante, ma molto complessa. Ritengo che una persona che commette un reato per via di un disturbo mentale è una persona che deve essere aiutata. Certo ha commesso un reato, e certo per questo deve rendere conto alla società. Dovrebbe poi, una volta scontata la pena ritenuta adeguata al suo caso, o magari anche contemporaneamente, essere aiutata in strutture apposite. In Italia (correggetemi se sbaglio) non esistono strutture adeguate (per competenze, numero di operatori, presenza sul territorio, risorse ecc ecc..). Quindi stiamo qui a chiederci: il disturbo mentale è un’attenuante o un’aggravante? Dovrebbe essere un’attenuante.. ma allora questa persona uscirà di galera prima.. e non ci sarà nessuno a prendersene cura nel giusto modo..e siamo certi che non lo rifarà? A parer mio è un circolo vizioso da cui non si può uscirne bene.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...