Dialogo sulla complessità

qpkoap2quxts6eftkrs5“Hai visto la pubblicità a favore dell’olio di palma? Accidenti, ci vuole un bel coraggio, eh?”

“In che senso?”

“Ci stanno vendendo un veleno e hanno addirittura la faccia tosta di spiattellarcelo in faccia, nemmeno la dignità di nasconderlo!”

“Non esagerare, veleno addirittura?”

“Ma certo, l’olio di palma provoca il cancro, il diabete, e non so cos’altro. Ma dove sei stato negli ultimi mesi? Le merendine e i dolci che compri al supermercato sono tutti pieni di questa schifezza.”

“Ne sei sicuro? No, perché l’Istituto Superiore di Sanità ha appena pubblicato un rapporto in cui si dice che non è vero niente.”

“Certo, allora è stato alzato tutto questo polverone per nulla? Stai a vedere che ora l’olio di palma è diventato un prodotto nutriente e salutare! Magari inizieranno a venderlo anche in farmacia.”

“Un attimo, non passare da un estremo all’altro. L’olio di palma non è certo la cosa più salutare al mondo, ma non è nemmeno un veleno. Il problema dell’olio di palma è che è ricco di grassi saturi, se ne assumi troppi aumenta il rischio di malattie cardiovascolari.”

“Vedi allora che fa male? Bisognerebbe boicottare le aziende che ne fanno uso, così magari inizierebbero a usare ingredienti più sani.”

“Beh, fa male come tutti i cibi che contengono grassi saturi. Se la mettiamo su questo piano, il burro fa malissimo! Eppure non vedo in giro campagne allarmistiche contro il burro.”

“Va beh, che c’entra, basta non esagerare.”

“Appunto! Basta non esagerare. Le calorie derivanti da grassi saturi devono essere meno del 10% rispetto alle calorie giornaliere totali, che arrivino dall’olio di palma, dal burro, dal latte o da qualsiasi altro cibo. Questo dicono i medici.”

“Mmm. E va bene. Ma la sostenibilità dell’olio di palma dove la metti? Ho sentito che nel sudest asiatico stanno bruciando le foreste per coltivarci le palme. Non ti interessa la salvaguardia dell’ambiente?”

“Veramente l’olio di palma è quello con la resa più alta: significa che serve meno terreno per produrre la stessa quantità di olio. La colza e il girasole hanno una resa di 5-6 volte più bassa! Cosa succederebbe se le aziende fossero costrette a smettere di coltivare palme da olio? Chissà, magari inizierebbero a coltivare colza o girasole, e per le tue amate foreste sarebbe molto peggio!”

“In effetti hai ragione. Ma cosa ne so io di cosa combinano nel sudest asiatico? Mica voglio incentivare i disboscamenti.”

“Per questo esiste una certificazione apposita, la RSPO. Se vai sul loro sito trovi tutti i nomi delle aziende che coltivano palma da olio in modo sostenibile, e i produttori che lo usano. Persino il WWF ne ha parlato bene!”

“Sarà.. Certo che di quello che gira intorno all’agricoltura ne sappiamo proprio poco, eh? Ad esempio, quella storia degli ulivi pugliesi! Li stanno bruciando perché c’è un batterio che li fa ammalare e vogliono fermare l’epidemia. In realtà, questo è quello che vogliono farci credere. La Procura ha messo sotto sequestro gli ulivi, pare che non sia il batterio la causa della malattia. E ci sono pure dei ricercatori indagati!”

“Ah sì, la Xylella. Perché dici che non è il batterio la causa dell’epidemia?”

“Dicono che in Puglia ci siano nove ceppi diversi di questo batterio! Vuol dire che è lì da chissà quanti anni, ormai si è adattato. Non può essere quella la causa!”

“Forse non sei aggiornato sulle ultime novità. Il CNR di Bari ha appena pubblicato uno studio che dimostra che il ceppo di Xylella è in realtà uno solo: hanno prelevato campioni un po’ ovunque, e tutti rimandano a un unico ceppo insediatosi nel Salento e proveniente dal Costarica.”

“Ok ma questo non dimostra che il colpevole sia per forza Xylella.”

“No, è vero. In effetti nessuno ha ancora dimostrato in modo inequivocabile che sia il batterio a provocare la malattia degli ulivi, anche se molti indizi lasciano pensare che sia proprio così. (*)”

“Vedi? Stiamo devastando l’economia della Puglia senza neanche conoscere la causa della malattia!”

“Beh, vedila in un altro modo. Se non eliminiamo le piante infette, e il responsabile fosse davvero il batterio, l’epidemia si diffonderà sempre più velocemente. Rischiamo di devastare l’economia italiana ed europea, non solo quella pugliese! Nel dubbio, meglio non rischiare. Non credi?”

“Effettivamente.. Ma nulla mi toglie dalla testa che dietro ci sia lo zampino di Monsanto. A proposito, che ne pensi degli OGM?”

“Quali OGM?”

“Come quali OGM? Quelli che fa Monsanto, no? Quelli che hanno i semi sterili, che bisogna pagare i brevetti e i contadini indiani si ammazzano.”

“Aspetta, aspetta. Una cosa alla volta. Gli OGM non sono sterili, questa è una vecchia leggenda senza fondamento. Ci sono gli ibridi come il mais i cui semi devono essere ricomprati ogni volta per avere le stesse caratteristiche, ma questo non c’entra con gli OGM: è un problema di tutti gli ibridi, OGM e non OGM. E anche quella storia dei contadini indiani, è una bufala. Sui brevetti invece hai ragione, ma non è un problema che riguarda solo gli OGM. Tutte le nuove varietà possono essere tutelate e protette come proprietà intellettuale, cerca su Google “mela Pink Lady”. Se sei contro i brevetti, va bene, ne parliamo. Ma è un altro discorso, con gli OGM non c’entra.”

“Sì ma lo studio che dice che gli OGM provocano il cancro non l’hai letto?”

“Quello di Séralini? Maddai, è stato ritirato da un pezzo. Aveva fatto un sacco di errori sperimentali, giusto per dimostrare che gli OGM erano pericolosi e per promuovere il documentario che sarebbe uscito dopo la pubblicazione dell’articolo.”

“Sì, ma finché non dimostrano che gli OGM sono sicuri io non mi fido.”

“Gli americani li mangiano da vent’anni e non hanno mai avuto problemi. Comunque qui il punto è un altro: non sono “gli” OGM a essere sicuri o non sicuri, bisogna valutare ogni singolo OGM! In Europa lo fa l’EFSA, e quelli autorizzati a livello europeo sono molto pochi. Per questo ti ho chiesto quali OGM poco fa: esistono un sacco di OGM diversi, ognuno con caratteristiche diverse.”

“Sì, ma – guarda caso! – sono venduti tutti dalle grandi multinazionali. Dai, è solo un grande business!”

“Forse ti stupirà sapere che anche la ricerca pubblica italiana ha lavorato sugli OGM, e non per fare enormi distese di monocolture che danneggiano la biodiversità. No, lo scopo era salvare i nostri prodotti tipici, come il pomodoro San Marzano o il riso Carnaroli. Leggi il libro Contro Natura, di Bressanini/Mautino, scoprirai tante cose interessanti! Se non hai tempo va bene anche questa puntata di Presa Diretta.”

“E perché non sono in commercio tutti questi prodotti?”

“Per due motivi. Primo, l’EFSA chiede un sacco di controlli per dare il via libera a un nuovo OGM. Questi controlli costano, e solo le multinazionali possono permettersi di farli. Il secondo motivo, che riguarda in particolare l’Italia, è molto semplice: qui non si può fare ricerca in campo aperto, è vietato per legge. Ma se non puoi fare ricerca, come puoi capire se un OGM è sicuro oppure no? Che peccato, vero? Pensare che potremmo anche ridurre l’uso di pesticidi, grazie alle colture OGM!”

“A proposito di pesticidi, ho sentito che in Italia usano un erbicida che provoca il cancro, il glifosato. Dovrebbe essere vietato! Che infami, ci stanno avvelenando.”

“Ehm. Un momento. Che il glifosato sia probabilmente cancerogeno lo ha detto l’OMS, ma l’EFSA non è d’accordo. Ma anche se lo fosse, sai che anche la carne rossa è probabilmente cancerogena? E quindi dovremmo forse vietarla?”

“Sì, va beh, che c’entra? Dipende da quanta ne mangi. Se segui una dieta equilibrata non c’è pericolo!”

“Appunto, il rischio – se esiste – dipende dalla dose! Se vale per la carne, perché non deve valere per il glifosato?”

“Sì ok, ma che ti costa eliminare il glifosato? Almeno siamo più tranquilli, no?”

“Ti darei ragione se avessimo un altro diserbante più sicuro e altrettanto efficace. Ma al momento non esiste, a sentire gli agricoltori! Vuoi strappare le erbacce a mano?”

“Ok, ok. Ma non voglio veleni in quello che mangio! Ho letto che hanno trovato glifosato in diverse marche di birra. Dovrebbero aumentare i controlli!”

“Su questo siamo d’accordo! Infatti bisogna stabilire delle soglie di sicurezza e soprattutto farle rispettare, non vietare l’uso del glifosato! Vedo che finalmente stai iniziando a ragionare. Sono questioni complesse, non si può cavarsela con un sì o con un no. Ogni nostra scelta ha delle conseguenze di cui dobbiamo tenere conto. Che succede se vieto la ricerca pubblica sugli OGM? Che le multinazionali si arricchiscono. Se tolgo il glifosato dal commercio verrà sostituito da un altro erbicida, magari più pericoloso. Se boicotto l’olio di palma sostituiranno le palme con qualcos’altro di meno redditizio, e le foreste spariranno più velocemente. Se non elimino gli ulivi malati, rischio di peggiorare l’epidemia di Xylella. Non dare retta a chi ti vende verità semplici, non ti fidare degli slogan.”

“E va bene. Mi hai quasi convinto. Quasi. Ma tu comunque non mi piaci, non mi piaci per niente. Per me nascondi qualcosa. Chi ti paga?”

*Il rapporto di causalità tra Xylella e malattia degli ulivi è stato confermato da uno studio dell’EFSA pubblicato il 22 marzo 2016.

Ci vediamo al Festival!

Informazione di servizio per genovesi e non: domani pomeriggio, ore 16, sarò al Galata Museo del Mare di Genova per parlare di metafore del DNA insieme a Ivo Silvestro. Lui filosofo, io bioinformatico, sarà interessante scoprire cosa ne uscirà! Il Festival della Scienza di quest’anno ha per tema l’equilibrio, e come sempre sarà ricchissimo di ospiti straordinari. Non mi riferivo a me, maligni! Tanto per fare un nome, io non vedo l’ora di assistere alla conferenza di Jared Diamond, domani sera. In ogni caso, ci vediamo al Festival!

Nell’Europa di Juncker c’è ancora spazio per la scienza?

JunckerÈ sicuramente troppo presto per giudicare l’operato di Jean-Claude Juncker, da poche settimane alla guida della Commissione Europea. Ma per la comunità scientifica, il nuovo Presidente è partito con il piede sbagliato: sono infatti diversi, ormai, i segnali che fanno capire che difficilmente le rinnovate istituzioni europee saranno particolarmente favorevoli alla ricerca e alla scienza.

Il primo segnale è arrivato l’11 novembre, quando la Commissione Ambiente ha approvato con un’ampia maggioranza la nuova normativa in merito all’autorizzazione di coltivazioni OGM sul territorio europeo. Quando le nuove regole diventeranno ufficiali, i Paesi membri saranno liberi di vietare la coltivazione di varietà geneticamente modificate entro i propri confini, anche di quelle approvate a livello europeo. Mentre finora era necessario dimostrare, dati scientifici alla mano, che le varietà fossero pericolose per l’ambiente o la salute umana, con la nuova normativa sarà sufficiente addurre motivazioni di tipo socio-economico. Ovviamente, l’EFSA continuerà a svolgere il suo lavoro di valutazione scientifica, e se una varietà sarà ritenuta non sicura non verrà autorizzata. Da questo punto di vista, quindi, niente di nuovo: la voce della scienza sarà comunque ascoltata. Tuttavia, se rigiriamo il discorso, significa anche che sarà possibile bandire dal commercio un prodotto definito sicuro, e vanificare di conseguenza il parere degli esperti. Non sono in grado di valutare gli effetti distorsivi che queste nuove misure avranno sul mercato comune europeo, ma di sicuro si trasmette il messaggio che non devono essere necessariamente le evidenze scientifiche a guidare le scelte europee. Le critiche degli scienziati non si sono fatte attendere. Intervistato da Science, il professor Stefan Jansson, docente di biologia vegetale presso l’Università di Umea in Svezia, ha dichiarato in modo molto efficace che “Se si dimostra che un prodotto è sicuro lo usiamo, se non è sicuro non lo usiamo”. Continua Jansson: “Se iniziamo a dire che ci sono altri motivi per bandire un prodotto, mettiamo in pericolo le basi scientifiche di tutto il sistema”.

Quasi a confermare questi timori, è arrivata il giorno dopo la notizia che il ruolo di Chief Scientific Advisor non sarà più presente nell’organigramma della Commissione Europea. La posizione di consulente scientifico, voluta dal predecessore di Juncker Manuel Barroso, è stata ricoperta dalla biologa scozzese Anne Glover, che lascerà quindi l’incarico a fine gennaio. A nulla sono serviti gli appelli di svariate associazioni di scienziati e giornalisti scientifici, che hanno chiesto a Juncker di mantenere questo ruolo così essenziale per i processi decisionali europei: il presidente della Commissione ha deciso diversamente. E non sono rassicuranti le parole della portavoce Lucia Caudet, secondo cui “Il presidente Juncker crede nell’importanza di una consulenza scientifica indipendente, ma non ha ancora deciso in che modo istituzionalizzare questa consulenza”. Un triste epilogo per la Glover, che – contestata da Greenpeace per le sue dichiarazioni sugli OGM – ha finito per perdere il suo posto dopo essersi battuta per una politica evidence-based. Nel racconto dei suoi 1000 giorni come consulente scientifico, la scienziata scozzese ha evidenziato le notevoli difficoltà incontrate durante il suo incarico, sostenendo che invece di essere utilizzate per orientare le politiche della Commissione, molto spesso le evidenze scientifiche erano strumentalizzate per dare sostegno a questa o quella decisione. Certo non una novità per noi italiani, abituati a questo genere di strumentalizzazioni, ma per una anglosassone come la Glover deve essere stato frustrante.

Inquadrata in questo contesto, anche la recente decisione di tagliare una quota dei fondi previsti per Horizon 2020 desta preoccupazione. Nell’annunciare il nuovo piano di investimenti per la crescita da 315 miliardi di euro, Juncker ha rivelato che intende sottrarne 2,7 al programma di ricerca settenale coordinato dall’Unione Europea. Si tratta di una piccola percentuale rispetto al totale previsto per il programma (70 miliardi), e Juncker sostiene che grazie agli investimenti degli Stati membri e dei privati, questo taglio sarà ricompensato abbondantemente. “Ogni singolo euro che entra nel nuovo fondo per la crescita genererà 15 euro per gli stessi progetti di ricerca. – ha rassicurato Juncker davanti al Parlamento Europeo – Non stiamo spostando soldi da un posto all’altro, stiamo facendo un investimento”. Sarà, ma i ricercatori europei storcono il naso, e lo scetticismo è giustificato: degli oltre 300 miliardi che si spera di ottenere, solo 21 sono già pronti sul piatto. Tutti auspicano che il fondo crescerà, ma non ci sono garanzie: i soldi sottratti a Horizon 2020, purtroppo, sono invece molto reali.

Articolo pubblicato su iMille.org

Gli OGM di Repubblica

Lectio magistralis di Elena Cattaneo sulle cellule staminaliA volte ritornano. In questi ultimi giorni, grazie a una serie di articoli e interviste pubblicati su Repubblica, si è riacceso il dibattito attorno agli OGM, quegli Organismi Geneticamente Modificati che in Italia e in gran parte dell’Europa continuano a dividere l’opinione pubblica. Le schermaglie tra pro- e anti-OGM sono iniziate con un pezzo pubblicato il 24 settembre che sembrava mostrare finalmente un approccio serio e razionale al tema (pdf), con interventi di Dario Bressanini e Roberto Defez. Venerdì c’è stata l’intervista di Federico Rampini a Vandana Shiva, a cui ha replicato il giorno dopo la senatrice Elena Cattaneo. Immediata la risposta di Carlo Petrini, fondatore di Slow Food, e anche oggi non ci siamo fatti mancare la nostra dose quotidiana di OGM, con un appello firmato da Umberto Veronesi. Prima di entrare nel merito, permettetemi di esprimere la mia perplessità sulle scelte del quotidiano. Ben venga il dibattito, ma qual è il senso di questo botta e risposta continuo, che in uno schizofrenico alternarsi di opinioni dice tutto e il contrario di tutto? Personalmente credo che un quotidiano debba seguire una linea editoriale, dando voce certamente a punti di vista diversi, ma guidando in qualche modo il dibattito, controllando almeno la veridicità di certe affermazioni. L’impressione è invece che Repubblica sia diventata in questa circostanza una sorta di bacheca su cui chiunque può pubblicare i propri pensieri sull’argomento; non sono certo un esperto di comunicazione, ma penso che così facendo si perda la funzione informativa che un quotidiano dovrebbe svolgere nei confronti dei propri lettori, e si finisca per fare da megafono a quelle che appaiono come schermaglie personali incidentalmente diventate di dominio pubblico.

Visto che però il dibattito c’è stato, proviamo a capire almeno come è stato affrontato. Inizialmente volevo concentrarmi sull’intervento della Cattaneo, ma l’articolo di oggi di Veronesi offre l’occasione per mettere a confronto due stili di comunicazione differenti. Gli scienziati sono spesso accusati di sbagliare approccio, di mettersi su un piedistallo e sottolineare l’enorme distanza che separa loro – gente “studiata” – dalla plebe ignorante, vittima dell’emotività. Proviamo ad analizzare l’intervento della senatrice Cattaneo, per capire se anche questa volta è stato commesso questo errore. La prima cosa che colpisce, e in positivo, è il fatto che la senatrice non si limiti ad affermare che gli OGM non sono pericolosi, ma ammetta con umiltà di stare studiando l’argomento. Dice infatti la Cattaneo: “Sono ancora in cerca di prove contro l’impiego di OGM (mais, soia, cotone). Li sto studiando uno a uno. E’ un impegno.” Questa, a mio avviso, è un’ottima partenza. Non c’è nessun piedistallo qui, nessun principio di autorità: la ricercatrice di fama internazionale studia prima di esprimere giudizi, e così dovrebbero fare tutti. Subito dopo arriva un’altra mossa vincente: la Cattaneo riconosce infatti che per alcuni OGM (la colza) non esistono ancora prove convincenti che ne dimostrino la salubrità per l’ambiente e la sicurezza per la salute umana. Distinguere caso per caso, dire che un OGM è buono ma l’altro chissà, sottolinea l’importanza di valutare la singola varietà in relazione alla letteratura scientifica disponibile, e di nuovo mostra l’umiltà dello scienziato che si piega di fronte all’evidenza e non porta avanti battaglie ideologiche. La senatrice si merita un altro applauso per aver spostato il dibattito su un tema, quello dei prodotti tipici italiani, che notoriamente è l’arma preferita degli oppositori degli OGM. La Cattaneo sa che OGM e “Made in Italy” non sono affatto in contrapposizione tra loro, e sfida gli avversari sul loro stesso terreno, colpendoli in contropiede. Infine, la ricerca pubblica: le multinazionali cattive sono l’altro grande cavallo di battaglia nella retorica di Slow Food e compagnia, ribadire che gli OGM sono una tecnologia che appartiene a tutti e non a poche grandi aziende straniere è un’altra tattica efficace. Non me ne voglia il professor Veronesi, di cui ho grande stima e ammirazione, ma la strategia comunicativa che egli usa nel suo articolo odierno è secondo me molto meno efficace di quella adottata dalla senatrice Cattaneo, la quale dimostra di aver capito quali corde toccare per provare a convincere gli scettici. Lo spettro della fame del mondo risolta dagli OGM non funziona più, professor Veronesi. Andiamo, stavo per fare l’esame di maturità quando dicevano che gli OGM avrebbero sfamato il mondo (mi iscrissi a biotecnologie anche per questo!). Se non ha funzionato allora, dubito possa sortire qualche effetto oggi: viviamo in un’epoca in cui gli egoismi nazionalistici spingono all’autarchia e all’odio verso gli immigrati, sfamare i bambini del terzo mondo è un nobile obiettivo che tuttavia è percepito come non prioritario. Oggi ci stanno più a cuore i nostri prodotti locali, le “eccellenze agroalimentari che all’estero ci invidiano”: è questa la retorica che funziona oggi, e fa bene la Cattaneo a inserirsi in questo discorso parlando del recupero di varietà quasi scomparse come il San Marzano, proprio grazie alle biotecnologie.

L’approccio di Elena Cattaneo può funzionare, secondo me. Ci stiamo avvicinando al bersaglio, e la replica di Petrini, vaga e non priva di imprecisioni, dimostra che forse abbiamo colpito nei punti giusti. Bisogna insistere su questa strada, mostrando al pubblico che il “modello di agricoltura, alimentazione, ecologia, solidarietà, sviluppo, cultura ed economia” di cui parla Petrini non è affatto in antitesi con gli OGM, i quali possono anzi essere una via per realizzarlo. Tutto bene quindi? Non completamente. Resto convinto infatti che il dibattito a distanza sui quotidiani serva a ben poco, oltre a scaldare gli animi dei più interessati all’argomento. La strategia più efficace è quella del confronto diretto, in un piccolo auditorium davanti a poche centinaia di persone o in uno studio televisivo in prima serata. Lo hanno fatto Dario Bressanini e Beatrice Mautino qualche tempo fa, e i risultati sono stati sorprendenti.

Articolo pubblicato su iMille.org

Soddisfazioni

I miei lettori più affezionati si saranno accorti che, rispetto a una volta, scrivo molto meno. Esattamente un anno fa ho trovato un nuovo lavoro che mi piace e mi appassiona, ma al tempo stesso mi lascia poco tempo per scrivere di scienza. Ogni tanto, però, capita l’occasione della vita a cui è impossibile dire di no. Sul numero di Le Scienze in edicola c’è un lungo articolo che porta la mia firma, e che descrive il sequenziamento del genoma del frumento tenero, pubblicato quest’estate su Science. Vi invito a leggerlo e a comunicarmi le vostre impressioni. Sapete, non è stato facile trovare lo stile giusto per una rivista di alto profilo come Le Scienze. Troppo tecnico? Troppo divulgativo? Sono curioso di scoprire se ho indovinato, fatemi sapere.😉

genomagrano

Conservatori, estropici e tecnoprogressisti

human-robot-hands2Leggendo i giornali e assistendo ai dibattiti in TV, il cittadino razionale e informato resta spesso sconcertato da un fatto evidente: quando si parla di scienza, destra e sinistra non esistono più. Nel momento in cui si affrontano questioni scientificamente rilevanti, come gli OGM o la sperimentazione animale, entrambe le categorie politiche che hanno caratterizzato il Novecento sembrano comportarsi come un’unica entità monolitica. La posizione comune che i nostri politici hanno deciso di assumere è quella del rifiuto, della fuga: per motivi comunque diversi a seconda dell’orientamento politico, si finisce quasi sempre per entrare in contrasto con la scienza. L’impressione è che sinistra e destra siano spaventate dagli incredibili progressi della tecnoscienza, che sta smontando un pezzo alla volta tutti gli schemi del passato. La scienza avanza senza soste e in tutte le direzioni, investendo il modo in cui lavoriamo, viviamo il tempo libero, pensiamo alla salute e alla famiglia, in pratica sta rivoluzionando il modo in cui organizziamo le nostre vite. Davanti a questi stravolgimenti, i nostri governanti sembrano smarriti, incapaci di aggiornare i rispettivi obiettivi politici e di adattarli al presente. Se da un lato la scienza ha prodotto la fecondazione artificiale e la diagnosi pre-impianto, invise alla destra conservatrice, dall’altro con la robotica sta automatizzando i processi produttivi, un fenomeno temuto dalla sinistra progressista. La perdita dei valori tradizionali e il relativismo etico sta spiazzando le destre, la trasformazione radicale del lavoro trovano impreparate le sinistre. Viene dunque da chiedersi se queste due categorie ancorate al passato continueranno nel loro atteggiamento luddista e anti-scientifico, o se invece sapranno evolversi. E se riusciranno a trasformarsi, cosa diventeranno?

Per capire se esista la possibilità di aggiornare i concetti di sinistra e destra all’era post-industriale, senza con questo perdere le rispettive identità, può essere utile porre sul tavolo della discussione un movimento dal nome vagamente inquietante: il transumanesimo. Ideato e definito negli anni 70 dal filosofo iraniano Fereidoun Esfandiary (altrimenti noto come FM-2030), fu successivamente sviluppato dal futurista Max More negli anni 90. Il transumanesimo si pone come obiettivo il potenziamento fisico e mentale dell’essere umano. Vuole sconfiggere ogni malattia, allungare illimitatamente la vita media, aumentare la nostra intelligenza e le nostre capacità fisiche: in pratica, il suo scopo è passare dall’essere umano all’essere post-umano, onnisciente, onnipotente e immortale. Se in questo momento avete inarcato le sopracciglia non preoccupatevi: non sto parlando di una setta di esaltati (forse alcuni lo sono!), ma di persone che – a differenza di molti nostri politici – hanno semplicemente constatato e accettato la straordinaria rapidità dei cambiamenti che hanno investito la nostra società. Ne hanno una percezione molto chiara, e in virtù di questa percezione si spingono a fare previsioni su quello che accadrà in futuro. Dopotutto, molte cose che oggi ci sembrano perfettamente normali erano pura fantascienza solo cinquant’anni fa, altre non potevano essere neppure concepite, e quelle persone che oggi vengono compatite o derise perché parlano di cyborg o di mind-uploading tra cinquant’anni potrebbero affermare con orgoglio “noi ve lo avevamo detto”. Ad ogni modo, ciò che conta ai fini del mio discorso è che questo passaggio dall’essere umano a un essere nei fatti molto simile a Dio potrà essere realizzato soltanto con il progresso scientifico e tecnologico. Proprio per questo, i transumanisti hanno una fiducia totale nella scienza: abbiamo quindi qualche speranza di trovare proprio qui la risposta alla nostra domanda iniziale.

Ebbene, si dà il caso che anche all’interno del movimento transumanista convivano diversi modi di vedere la società. A differenza dei conservatori a cui purtroppo siamo abituati, nessun transumanista si oppone alla rivoluzione in corso (che anzi va assecondata e accelerata), ma come questi cambiamenti debbano impattare sulla società è oggetto di discussione. Fondamentalmente, le maggiori correnti di pensiero sono due: i tecnoprogressisti, dall’impostazione più vicina a quella della sinistra tradizionale, e i cosiddetti estropici, che sono la naturale evoluzione della destra liberista e dei libertari (*). Le differenze tra questi due gruppi sono state ben delineate dall’Institute for Ethics and Emerging Technologies, che le ha raccolte in una esaustiva tabella. In sostanza, ciò che distingue tecnoprogressisti ed estropici è il medesimo dualismo che caratterizza la sinistra e la destra che tutti conosciamo: i primi vogliono un intervento dello Stato per mitigare i rischi delle nuove tecnologie e per assicurare che tutti i cittadini ne godano i vantaggi, i secondi al contrario rifiutano l’intervento statale perché lo vedono come un freno al progresso. All’atto pratico, questa diversa impostazione si traduce in modi alternativi di affrontare problemi specifici. Qualche esempio? Pensiamo al lavoro. Quando ogni lavoro manuale e intellettuale potrà essere svolto da robot, come fronteggeremo la crisi occupazionale? A questa domanda, un estropico risponderebbe che gli uomini inventeranno nuovi lavori, perciò il problema non si pone nemmeno; il tecnoprogressista, invece, pensa di risolvere la questione con un reddito di cittadinanza e la riduzione dell’orario di lavoro. E quando le tecnologie potenzianti saranno finalmente disponibili, non ci sarà il rischio che a goderne saranno solo i ricchi? Il problema non interessa all’estropico, che in fondo non è altro che un liberista un po’ nerd. Per i tecnoprogressisti è invece importante affrontare il problema, perché tutti dovrebbero avere accesso a queste tecnologie. Che dire invece dei cambiamenti climatici e dei danni all’ambiente? L’estropico, affidandosi totalmente al libero mercato, si limiterà a un’alzatina di spalle, mentre il tecnoprogressista si batterà per lo sviluppo di tecnologie ecosostenibili, e vedrà con favore interventi di geoingegneria per il controllo del clima.

Non mi interessa in questa sede descrivere i punti di forza e i limiti delle idee transumaniste, per chi fosse interessato esiste moltissimo materiale online in italiano (oltre al sito dell’AIT c’è anche l’ottimo Estropico), e soprattutto in inglese. Ho chiamato in causa questo movimento e le sue diverse declinazioni semplicemente per dire che sinistra e destra non sono per forza destinate a sparire, travolte dalla modernità; possono assecondare il cambiamento ed evolversi, accettando le sfide del ventunesimo secolo senza perdere per questo la propria identità. Invece di opporsi a ogni nuova innovazione che mette in crisi i loro punti di riferimento, sinistra e destra dovrebbero riscoprire la loro vera natura, scrollarsi di dosso gli schemi novecenteschi e mettere di nuovo al centro le loro due priorità: l’uguaglianza per i primi e la libertà per i secondi. Da qui sarà possibile ricostruire un nuovo bipolarismo al passo coi tempi. Purtroppo siamo ben lontani da questa trasformazione, con i progressisti nostrani affascinati dalle sirene del populismo e dell’ecologismo da quattro soldi, e con una destra conservatrice spaventata da tutto ciò che mina i “valori non negoziabili”. Non so cosa accadrà alle ideologie politiche del Novecento, ma una cosa è certa: se non sapranno aggiornarsi, cesseranno di esistere.

NOTA DEL 12/09/14 – Benché sia stato utilizzato da alcuni per indicare i transumanisti libertari, oggi la connotazione politica del termine “estropico” è controversa e secondo molti non più attuale. In realtà, il concetto di “estropia” non ha nulla a che vedere con la politica, come ben spiegato in questo articolo di Kevin Kelly. Esistono ovviamente transumanisti di destra e di sinistra, perciò il senso dell’articolo resta intatto, tuttavia la terminologia utilizzata potrebbe essere impropria. Attualmente, infatti, non esistono etichette universalmente riconosciute per indicare le diverse correnti politiche del transumanesimo.

Articolo pubblicato su iMille.org

Vi presento il genoma del frumento

scienceWheatGenomePrima di approdare all’azienda dove lavoro attualmente, ho trascorso quattro anni e mezzo presso un centro di ricerca specializzato in genomica vegetale. L’istituto in questione si trova a Fiorenzuola d’Arda, nel piacentino, e fa parte del Consiglio per la Ricerca e la sperimentazione in Agricoltura (C.R.A.), un ente istituito nel 1997 che ha 15 sedi sparse in tutta Italia, ognuna con competenze e obiettivi specifici. A Fiorenzuola si sperimentano nuove varietà di cereali, si studia la resistenza a malattie e, in particolar modo negli ultimi anni, si studiano i genomi delle specie vegetali più interessanti dal punto di vista agronomico. I ricercatori che lavorano nel campo umano possono contare oggi su enormi quantità di informazioni, anche in ambito genomico, ma la situazione è molto diversa per chi lavora con le piante. Basti pensare che a distanza di 14 anni dal sequenziamento del genoma umano, ancora mancano delle sequenze genomiche complete per diverse colture.

ResearchBlogging.orgHo fatto questa lunga premessa perché oggi è stato compiuto un passo importantissimo per la genomica vegetale e per l’agricoltura in genere, e anche io posso vantare un piccolo contributo in questo grande risultato. Sul numero odierno di Science è stata infatti pubblicata la prima bozza del genoma del frumento tenero (Triticum aestivum), per intenderci quello che si usa per fare il pane (pdf). Il frumento tenero è un vero e proprio incubo per chi si occupa di genomica: innanzitutto – a differenza di noi umani che ne abbiamo due – il genoma del frumento ha 6 copie di ciascun cromosoma, eredità di antichi incroci tra tre diverse piante selvatiche; in secondo luogo è pieno di sequenze di DNA ripetute (la percentuale si aggira attorno all’80%), cosa che ha complicato notevolmente e quindi ritardato l’assemblaggio di un’unica sequenza genomica; infine, il genoma del frumento ha delle dimensioni mostruose (17 miliardi di paia di basi, cinque volte il genoma umano). Il consorzio internazionale che si occupa di sequenziare Triticum aestivum ha dovuto seguire una strategia un po’ laboriosa per tentare di superare questi ostacoli: con una apposita tecnica sono stati separati i 21 (7×3) cromosomi che compongono il suo genoma, e ogni cromosoma è stato poi sequenziato e assemblato in modo indipendente. Dopodiché è iniziato il lungo lavoro di annotazione: geni codificanti proteine, elementi ripetuti, microRNA. Ed è qui che entro in gioco io: i microRNA sono stati il mio pane quotidiano per tutto il mio dottorato.

plantmicrornasNon vi tedierò con i dettagli tecnici, vi basti sapere che queste molecole svolgono una importante funzione di regolazione, spegnendo all’occorrenza i ben più famosi geni che codificano proteine. Sappiamo che molti microRNA svolgono una funzione importante in condizioni di stress della pianta, come siccità o infezioni da patogeni, ma è soprattutto per il loro ruolo durante lo sviluppo che sono diventati celebri. Purtroppo i microRNA hanno un aspetto abbastanza anonimo: li riconosci perché si ripiegano a formare una struttura simile a una forcina per capelli, ma ahimé di possibili forcine per capelli se ne trovano a milioni in un genoma. Distinguere un vero microRNA da una sequenza che per puro caso può assumere quella particolare conformazione è insomma un’impresa ardua. Alla fine si è deciso di farci aiutare dai microRNA noti in altre specie: isolare sequenze simili a microRNA già conosciuti è un ottimo punto di partenza quando non sai da dove cominciare. A quel punto abbiamo usato un software basato su un modello probabilistico che, in base alle caratteristiche strutturali della molecola, decide se si tratta di un microRNA oppure no. Così facendo abbiamo selezionato un set di poco meno di 100mila sequenze che avevano le carte in regola per essere potenziali microRNA.

Il frumento tenero sembra avere quindi un enorme arsenale di microRNA, benché sia attualmente poco sfruttato. Dai dati a nostra disposizione infatti, solo una piccola frazione di queste sequenze risulta essere espressa e quindi attiva: la gran parte di esse sembra essere per così dire dormiente, almeno nelle condizioni biologiche che sono state studiate finora. Non escludiamo tuttavia che in particolari situazioni di stress, anche questi microRNA possano “risvegliarsi” e fornire il loro contributo. Ma c’è un altro aspetto che emerge in modo molto forte da questa analisi. I microRNA che abbiamo trovato sono in gran parte sovrapposti ai cosiddetti trasposoni o elementi trasponibili, cioè sequenze di DNA che hanno la capacità di spostarsi o duplicarsi nei genomi. Questo fatto sembra confermare una teoria molto interessante, secondo la quale sono proprio i trasposoni che, con il loro girovagare, hanno consentito l’evoluzione di nuovi microRNA. Ma non è tutto. L’affascinante storia evolutiva del frumento ha lasciato ampie tracce nel suo genoma, descritto con dovizia di particolari nell’articolo appena uscito su Science. Un articolo frutto di anni di lavoro, portato avanti con determinazione dal consorzio internazionale IWGSC.

CRA-GPGCerto il mio è stato un piccolo (ma importante) contributo, tuttavia è comunque piacevole leggere il proprio nome su una delle riviste scientifiche più quotate al mondo. Inoltre, questo articolo servirà a ricordarmi la bellissima esperienza che ho vissuto con i colleghi e amici di Fiorenzuola d’Arda: lavoro e studio, ma anche tante risate in compagnia. Soprattutto mi ricorderà Primetta, una persona davvero fantastica che ho avuto la fortuna di avere al mio fianco mentre compivo i primi passi da giovane ricercatore. Sarei felice di festeggiare con tutti loro questa pubblicazione su Science, magari davanti a un piatto di chisolini e a un buon bicchiere di Gutturnio.


La vignetta “Plant microRNAs – The birth of the regulators” è una creazione di Pablo Manavella (Conceptual Design) e Nicolas Cinquegrani (Artwork).


Mayer, K., Rogers, J., Dole el, J., Pozniak, C., Eversole, K., Feuillet, C., Gill, B., Friebe, B., Lukaszewski, A., Sourdille, P., Endo, T., Kubalakova, M.,  ihalikova, J., Dubska, Z., Vrana, J.,  perkova, R.,  imkova, H., Febrer, M., Clissold, L., McLay, K., Singh, K., Chhuneja, P., Singh, N., Khurana, J., Akhunov, E., Choulet, F., Alberti, A., Barbe, V., Wincker, P., Kanamori, H., Kobayashi, F., Itoh, T., Matsumoto, T., Sakai, H., Tanaka, T., Wu, J., Ogihara, Y., Handa, H., Maclachlan, P., Sharpe, A., Klassen, D., Edwards, D., Batley, J., Olsen, O., Sandve, S., Lien, S., Steuernagel, B., Wulff, B., Caccamo, M., Ayling, S., Ramirez-Gonzalez, R., Clavijo, B., Wright, J., Pfeifer, M., Spannagl, M., Martis, M., Mascher, M., Chapman, J., Poland, J., Scholz, U., Barry, K., Waugh, R., Rokhsar, D., Muehlbauer, G., Stein, N., Gundlach, H., Zytnicki, M., Jamilloux, V., Quesneville, H., Wicker, T., Faccioli, P., Colaiacovo, M., Stanca, A., Budak, H., Cattivelli, L., Glover, N., Pingault, L., Paux, E., Sharma, S., Appels, R., Bellgard, M., Chapman, B., Nussbaumer, T., Bader, K., Rimbert, H., Wang, S., Knox, R., Kilian, A., Alaux, M., Alfama, F., Couderc, L., Guilhot, N., Viseux, C., Loaec, M., Keller, B., & Praud, S. (2014). A chromosome-based draft sequence of the hexaploid bread wheat (Triticum aestivum) genome Science, 345 (6194), 1251788-1251788 DOI: 10.1126/science.1251788