Elezioni 2018, torna Dibattito Scienza

La lista “W la fisica” non è riuscita a raccogliere le firme e quindi non sarà presente alle elezioni, ma gli scienziati non si arrendono. Dalle pagine di Nature, denunciano il pessimo stato della ricerca italiana e chiedono alla politica di intervenire, da un lato aumentando i fondi, dall’altro valorizzando maggiormente il lavoro degli scienziati e l’importanza del metodo scientifico. Vorrei tranquillizzare l’ingegnere Mattia Butta, che con la sua lista voleva “portare il metodo scientifico in Parlamento”, e gli scienziati che si sono rivolti a Nature per lanciare il proprio appello: non siete soli! Dal 2012, infatti, coordino il progetto Dibattito Scienza, un’iniziativa nata proprio con lo scopo di portare la scienza nel dibattito politico. In occasione delle elezioni, il nostro gruppo Facebook (che oggi conta più di cinquemila iscritti) interroga i partiti e i movimenti che si candidano a governare il Paese, invitandoli a pronunciarsi su temi come ricerca, istruzione, salute, ambiente e politiche energetiche. Temi importanti, anzi fondamentali per la crescita di una nazione e il benessere dei suoi abitanti, ma troppo spesso trascurati in campagna elettorale. Sollecitando i politici a rivelare le loro idee e i loro progetti su queste tematiche, crediamo quindi di offrire – nell’immediato – un servizio utile agli elettori, che in questo modo potranno esprimere un voto maggiormente informato, e sul lungo termine (speriamo!) anche alla politica stessa.

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In vista delle elezioni del 4 marzo, Dibattito Scienza ha rivolto dieci domande a tutte le liste candidate. Le domande sono state inizialmente proposte dal gruppo Facebook e sono state infine selezionate tramite un sondaggio sul nostro sito. I partiti avevano sei settimane di tempo per consegnare le loro risposte, ma nonostante numerosi solleciti via mail, social network e contatti diretti, alla scadenza del 16 febbraio avevano risposto solo cinque liste. Tra queste figurava anche il Movimento Cinque Stelle, unica tra le forze politiche maggiori a partecipare all’iniziativa nei tempi stabiliti: hanno risposto solo a tre quesiti su dieci, ma almeno sono stati puntuali. Il Partito Democratico è arrivato con qualche giorno di ritardo, insieme alla lista Liberi e Uguali. Manca all’appello tutto il centrodestra, nonostante Forza Italia avesse promesso di inviarci le risposte (purtroppo mai arrivate). Dalle prime reazioni nel gruppo, sembra che le risposte più apprezzate siano state quelle della lista +Europa con Emma Bonino e quelle dei giovani startupper di 10 volte meglio. Vediamo nel dettaglio cosa hanno risposto.

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Scienza e razionalità – La prima domanda, quella sulle politiche basate sulla scienza, è forse la più importante, perché rivela l’approccio dei partiti nei confronti dei dati e delle evidenze scientifiche. Come atteso, tutte le liste si dichiarano grandi amiche della scienza e dei suoi metodi. Nella maggior parte dei casi ritengono che la scienza debba “informare il processo legislativo”, come dice +Europa, mentre la lista 10 volte meglio si spinge a dire che per elaborare politiche di governo efficaci dovremmo analizzare i dati raccolti negli ultimi 70 anni con algoritmi di intelligenza artificiale. Il Partito Democratico gioca subito la carta delle vaccinazioni obbligatorie, per dimostrare che loro, la scienza, la ascoltano per davvero. La risposta più curiosa, però, arriva dal Partito Repubblicano, il quale, dopo aver ricordato come la scienza sia a tutti gli effetti parte del suo DNA, essendo nato dall’Illuminismo francese, sostiene però che la politica non dovrebbe fondare le sue dottrine su di essa. Per i Repubblicani, quindi, la scienza serve alla crescita culturale dei popoli, ma non all’elaborazione di proposte politiche. A proposito di cultura scientifica, anche qui le liste sono tutte concordi nell’indicare la scuola e l’istruzione come le principali questioni da affrontare. Cambiano ovviamente le soluzioni proposte: +Europa sottolinea il valore del merito, sia a livello individuale (borse di studio per i meritevoli) sia a livello di istituti (le università migliori dovrebbero ricevere più fondi); il PD punta il dito contro la dispersione scolastica e pensa a misure specifiche per recuperare le aree geografiche più a rischio; per Liberi e Uguali la gratuità dell’istruzione è la priorità, anche a livello universitario; 10 volte meglio, infine, pensa che la soluzione sia riformare i programmi scolastici, introducendo il bilinguismo obbligatorio, filosofia e programmazione.

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Ricerca e innovazione – Secondo gli ultimi dati Eurostat, l’Italia investe in ricerca e sviluppo l’1,29% del PIL, contro una media europea del 2,03%. Abbiamo chiesto alle liste candidate quale impegno pensano di potersi assumere da questo punto di vista, e naturalmente tutte hanno dichiarato di voler aumentare gli investimenti. I più ambiziosi sono +Europa e 10 volte meglio, che puntano al 3%, mentre PD e Liberi e Uguali si “accontentano” di raggiungere la media UE. Particolarmente interessante è la posizione di +Europa, che, coerentemente con la sua spiccata vocazione europeista, immagina un continente europeo in cui si faccia ricerca utilizzando per un terzo fondi federali, contro il 4% attuale. Si fa notare anche 10 volte meglio, che prevede di intervenire sul sistema della ricerca italiana con una serie di misure dai costi contenuti e con rapidi effetti espansionistici sull’economia; colpiscono il livello di dettaglio della risposta e i continui riferimenti a esperienze di successo di altri Paesi, come i “Jeunes decteurs” francesi. Tutti vogliono investire, quindi, ma con quali coperture finanziarie? Qui le risposte, quando ci sono, sono piuttosto vaghe: Liberi e Uguali e il Partito Comunista taglierebbero le spese militari e riformerebbero il fisco, il Partito Repubblicano snellirebbe la burocrazia, mentre il PD dice che “le risorse vanno trovate in ogni caso”. Per quanto riguarda la ricerca e l’innovazione delle nostre imprese private, invece, +Europa pensa sia necessario proseguire con Industria 4.0 e accelerare su Competence Center e Digital Innovation Hub, mentre 10 volte meglio e Partito Repubblicano puntano sulle defiscalizzazioni. Il Partito Democratico parla di un’Agenzia nazionale per la ricerca e l’innovazione, e annuncia l’intenzione di creare nel Sud Italia un polo scientifico-tecnologico sulla falsariga dello Human Technopole. Sorprendente (ma forse non troppo, visto l’autore) è la risposta del Partito Comunista, per il quale, molto semplicemente, il problema non si pone: la ricerca deve essere fatta solo con soldi pubblici! C’è poi una questione delicata, un tema che regolarmente appare nelle domande di Dibattito Scienza e che in un certo senso ha a che fare sia con la ricerca sia con l’innovazione: gli OGM. La sfida tra favorevoli e contrari finisce in parità: tra i primi +Europa, 10 volte meglio e Partito Repubblicano, tra i secondi il Movimento 5 Stelle, Liberi e Uguali e il Partito Comunista. Le motivazioni dei contrari sono simili, e hanno a che fare principalmente con il problema dei brevetti e della proprietà intellettuale. Il PD si arrampica sugli specchi, esibendosi in quella che tecnicamente dicesi “supercazzola”, e di fatto non risponde alla domanda.

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Medicina e salute – In questa sezione il piatto forte erano ovviamente i vaccini. Nessuno, fortunatamente, ha detto che sono pericolosi, ma non sono comunque mancate le critiche al decreto Lorenzin. Il Movimento 5 Stelle non lo ha votato perché basato su un obbligo incentrato sull’esclusione scolastica: i pentastellati non sono d’accordo e preferirebbero invece un approccio basato sulla raccomandazione attiva. Anche Liberi e Uguali nutre dei dubbi sulla strategia della vaccinazione obbligatoria legata all’accesso scolastico, mentre 10 volte meglio contesta le scadenze troppo brevi e il fatto che la legge sia stata imposta senza la consulenza di un gruppo di esperti indipendenti. Quasi tutti concordano nel ritenere essenziale la diffusione di informazioni corrette sul tema. Sempre parlando di salute, abbiamo chiesto ai partiti se il nostro Sistema Sanitario sia tenuto a offrire ai cittadini anche terapie prive di fondamento scientifico. A parte il Partito Repubblicano, che non si esprime chiaramente, la risposta è unanime, ed è negativa. Più morbido è l’approccio verso i prodotti omeopatici: tutte le liste sono disposte infatti ad accettare che siano venduti nelle farmacie, ad eccezione della lista 10 volte meglio, per la quale questi prodotti dovrebbero addirittura essere banditi alla vendita nel caso fossero commercializzati con una dicitura che li assimilasse a un farmaco. Colpisce la posizione di Liberi e Uguali, secondo cui i prodotti omeopatici dovrebbero essere assunti sotto controllo medico.

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Ambiente ed energia – La domanda sullo smog ha messo un po’ tutti d’accordo, ad eccezione del Partito Repubblicano, che sostiene di non essersi mai espresso sul tema. Le altre risposte sono tutte molto simili: mobilità elettrica, trasporto pubblico, ferrovie. Si distingue 10 volte meglio, che propone di investire in tecnologie per la cattura delle polveri sottili, mentre +Europa e Liberi e Uguali convergono su carbon tax ed eliminazione dei sussidi dannosi per l’ambiente. Quanto al consumo di suolo, si tratta evidentemente di una priorità per tutte le liste, esclusi i Repubblicani che dicono di non conoscere la materia. Il Partito Democratico, in particolare, dice di voler proseguire con il piano Casa Italia per la messa in sicurezza di tutto il territorio nazionale, mentre il Partito Comunista propone l’esproprio degli immobili sfitti per risolvere l’emergenza case senza ulteriore consumo di suolo. L’ultima domanda, infine, era quella sulle politiche energetiche: mentre il Partito Repubblicano ricorda, quasi con nostalgia, l’occasione perduta del nucleare, le altre liste si dichiarano pronte a investire sulle energie pulite e rinnovabili. Si fa notare Liberi e Uguali, l’unica lista a parlare di autoproduzione e “democrazia energetica”.

Dopo le primarie del centrosinistra del 2012, le politiche del 2013 e le europee del 2014, si chiude quindi un nuovo capitolo per Dibattito Scienza. Ancora una volta il centrodestra non ci ha risposto, dimostrando di avere evidentemente altre priorità in questa campagna elettorale che ormai volge al termine. È un vero peccato, perché, al di là delle convinzioni di ciascuno, stiamo parlando di una forza politica che rappresenta più di un terzo degli elettori, e – sondaggi alla mano – l’unica potenzialmente in grado di governare da sola dopo le elezioni del 4 marzo. Ma come ha detto qualcuno, anche una non risposta è, a suo modo, una risposta. Buon voto a tutti!

UPDATE: il 27 febbraio sono arrivate anche le risposte della lista Potere al Popolo. Per rilanciare la ricerca pubblica italiana, PaP propone da un lato di tagliare le spese militari e i costi delle grandi opere, dall’altro di recuperare risorse dall’evasione fiscale. Anche questa lista difende il metodo scientifico e la medicina evidence-based, ma non risponde sui vaccini e scivola clamorosamente sugli OGM (che “producono frutti senza semi”). Per quanto riguarda le politiche energetiche, Potere al Popolo punta sulle rinnovabili e offre il suo sostegno ai gruppi no TRIV e no TAP.

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La meningite in Toscana (e perché non viene dall’Africa)

Chi ha portato la meningite in Toscana? Nelle ultime settimane se ne è parlato moltissimo sui social network. A volte in modo pacato, altre volte con toni molto accesi, in ogni caso non sempre con la necessaria precisione. Se avete seguito il dibattito, è possibile che vi siate già fatti la vostra idea sull’argomento, ma forse alcuni di voi sono ancora confusi. Chi ha un minimo di dimestichezza con i social sa che le discussioni online sono spesso difficili da seguire, e in mezzo al caotico inseguirsi dei commenti e dei “mi piace” capita che alla fine non si riesca più a distinguere i fatti dalle opinioni. Lo scopo di questo post è cercare di rispondere, dati alla mano, alla domanda di partenza, evidenziando alcuni aspetti che nei dibattiti di questi giorni sono stati trascurati. Se avrete la pazienza di leggere fino in fondo, forse imparerete anche voi, come me, qualcosa di nuovo e interessante (anche nel caso in cui una risposta ce l’abbiate già).

La meningite è un’infiammazione delle meningi, cioè le membrane che rivestono e proteggono il cervello e il midollo spinale. Ne esistono forme lievi, come quelle di origine virale, e forme più gravi e addirittura letali, perlopiù batteriche. Sono diversi i batteri in grado di causare la meningite. I principali sono Neisseria meningitis (meningococco), Streptococcus pneumoniae (pneumococco) e Haemophilus influenzae (emofilo) di tipo B. Fino agli anni 90, era quest’ultimo a causare la maggior parte dei casi di meningite nei bambini con meno di cinque anni, ma in seguito all’introduzione del vaccino esavalente i numeri si sono notevolmente ridotti. Al giorno d’oggi, la maggior parte delle meningiti in Italia sono da pneumococco, mentre le meningiti da meningocco sono più rare. I casi di meningite riscontrati in Toscana negli ultimi due anni appartengono a quest’ultima categoria, e destano particolare preoccupazione perché si stanno presentando in numero più alto rispetto ai casi registrati in questa regione negli anni precedenti. Al fine di sgombrare subito il campo da ogni dubbio, in Italia non esiste nessuna epidemia di meningite: a livello nazionale, infatti, i numeri sono in linea con quelli rilevati in passato (1479 nel 2014, 1815 nel 2015, 1376 nel 2016). L’anomalia riguarda esclusivamente la regione Toscana, per la quale si può parlare, tecnicamente, di focolai epidemici. La peculiare situazione toscana è ben illustrata da questa figura, che riporta l’incidenza del meningococco come numero di casi su 100000 abitanti (figura estratta da Stefanelli et al, 2016). Nello specifico, il batterio coinvolto in questo caso è un meningococco di tipo C.

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Il meningococco Neisseria meningitis, infatti, può essere classificato in diversi sierogruppi, a seconda delle molecole (antigeni) che il batterio presenta sulla sua capsula polisaccaridica, cioè il rivestimento esterno protettivo che è considerato il suo maggiore fattore di virulenza. L’identificazione degli antigeni presenti sulla capsula del batterio può essere fatta con tecniche standard di microbiologia come i saggi di agglutinazione, dove si usano vari anticorpi per “sondare” la superficie della cellula batterica, oppure tramite PCR, in cui si sequenziano direttamente i geni della capsula. I sierogruppi in grado di causare epidemie sono A, B, C, X, Y, W. Ognuno di questi ha una diffusione geografica caratteristica: in Italia, ad esempio, prevalgono il tipo B e il tipo C. Lo evidenzia molto bene la tabella seguente, estratta dagli ultimi dati di sorveglianza sulle malattie batteriche invasive (aggiornati a novembre 2016). Si nota, tra l’altro, il sorpasso del sierogruppo C sul B, avvenuto nel 2015 in concomitanza con l’anomalia toscana.

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L’identificazione del sierogruppo è sicuramente un passaggio fondamentale, utilissimo ad esempio per capire quale vaccino utilizzare per arrestare eventuali epidemie. Possiamo però fare molto di più: un ceppo di meningococco, infatti, può anche essere classificato in modo più preciso grazie a una tecnica molto usata in microbiologia, il sequenziamento MLST (Multi Locus Sequence Typing). In pratica, si vanno a sequenziare delle piccole porzioni di sette diversi geni, che nell’insieme forniscono una sorta di identikit del ceppo batterico. Una classificazione così fine permette di monitorare in modo molto preciso la diffusione di un patogeno, e in alcuni casi di ipotizzarne la sua origine geografica. Proprio grazie alla tecnica MLST è stato possibile identificare con precisione il ceppo responsabile dei casi di meningite in Toscana: si tratta di ST-11, un ceppo batterico che circola in Europa ormai da diversi anni.

Sembrerà incredibile, ma le discussioni che in questi giorni hanno infiammato i social network ruotavano attorno a questo concetto molto tecnico dei ceppi batterici. Una questione per addetti ai lavori, si direbbe, ma che in questa circostanza ha provocato accesi dibattiti e che alla fine si è allargata, commento dopo commento, fino a trasformarsi nell’eterna domanda: la scienza è democratica? Tranquilli, non parlerò di questo argomento, altri più competenti di me lo hanno già fatto e rischierei solo di annoiarvi. Quello che mi preme sottolineare è il vero motivo per cui gli immigrati africani non possono essere ritenuti in alcun modo responsabili dei casi di meningite che si sono verificati in Toscana, una tesi che è circolata per diversi giorni in rete, ma – come vedremo – priva di ogni fondamento. Alcuni esperti, tra cui il noto medico Roberto Burioni, hanno tentato subito di smontare questa teoria, affermando sostanzialmente che gli immigrati non c’entrano nulla con questa storia perché il sierogruppo C (responsabile dei casi in Toscana) non è fra quelli diffusi in Africa. Per molti queste parole hanno chiuso definitivamente la questione, e la verità unanimemente accettata da giornali e TV è diventata questa: il meningococco C in Africa non esiste. Il problema è che, forse per esigenze di semplificazione, gli esperti avevano omesso un’informazione importante, che essendo reperibile in rete su siti affidabili come quello dell’OMS è venuta inevitabilmente a galla senza timore di essere smentita: il meningococco C, in Africa, esiste eccome. In particolare, secondo un bollettino dell’OMS, il meningococco di tipo C è stato, nel 2015, la prima causa di meningite batterica nella cosiddetta “meningitis belt”, ossia la fascia di Paesi subsahariani che va dal Senegal all’Etiopia. Fino a qualche anno fa, come dimostra il grafico seguente (preso dal sito dell’OMS), il meningococco A era il sierogruppo dominante nell’Africa subsahariana, mentre il tipo C era praticamente inesistente, esattamente come si diceva all’inizio. Nel 2010, però, è partita una vaccinazione di massa per il meningococco A che ha modificato radicalmente il panorama della meningite in Africa: il meningococco A (in rosso) è progressivamente scomparso (sì, perché i vaccini funzionano!), lasciando il posto ad altri sierogruppi come il W (in blu), o alle meningiti da pneumococco (in verde). L’anomalia del 2015 è dovuta essenzialmente a grandi epidemie avvenute in Niger e in Nigeria, che hanno fatto salire alle stelle le statistiche del meningococco C (nel grafico in azzurro).

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I numeri sono inequivocabili, comprensibile quindi che a molti sia venuto il dubbio: ma siamo proprio sicuri che i migranti non c’entrino nulla? Ebbene, la risposta ancora una volta è sì: i migranti non c’entrano nulla. E non perché il tipo C in Africa non esista, ma perché il meningococco C africano è completamente diverso da quello toscano. La risposta che cerchiamo, infatti, ce la fornisce la classificazione fine, quella ottenuta con la tecnica MLST: mentre il ceppo toscano è denominato ST-11, il ceppo responsabile delle grandi epidemie africane del 2015 è stato chiamato ST-10217 ed è un ceppo completamente nuovo, mai rilevato in precedenza. Stiamo parlando quindi sempre di meningite, e sempre da meningococco di tipo C; quando si va a guardare l’identikit più preciso, però, risulta evidente che siamo di fronte a due ceppi batterici differenti. Questi casi di meningite, meglio ripeterlo ancora una volta, non hanno nessuna relazione con le epidemie africane.

L’epidemiologia è una faccenda complicata. I batteri si spostano insieme a noi: salgono sui barconi dei migranti e sugli aerei dei turisti, si moltiplicano sui treni del mattino affollati di pendolari, e a volte – come nel caso del meningococco – viaggiano in incognito, trasportati da inconsapevoli portatori sani. Come spesso accade, per conoscere la verità tocca andare in fondo alle questioni. È un processo faticoso che a volte ti porta ad affrontare questioni tecniche molto complesse e ti costringe a mettere in discussione i tuoi preconcetti, ma alla fine ne vale la pena.

 


 

Ringrazio Roberta Villa, Riccardo Gallina e il professor Pier Luigi Lopalco per i preziosi suggerimenti, le informazioni e i link che hanno condiviso con me.

Informazioni generali sulla meningite:

Risorse utili sulla situazione italiana:

Risorse utili sulla situazione africana:

 

Dialogo sulla complessità

qpkoap2quxts6eftkrs5“Hai visto la pubblicità a favore dell’olio di palma? Accidenti, ci vuole un bel coraggio, eh?”

“In che senso?”

“Ci stanno vendendo un veleno e hanno addirittura la faccia tosta di spiattellarcelo in faccia, nemmeno la dignità di nasconderlo!”

“Non esagerare, veleno addirittura?”

“Ma certo, l’olio di palma provoca il cancro, il diabete, e non so cos’altro. Ma dove sei stato negli ultimi mesi? Le merendine e i dolci che compri al supermercato sono tutti pieni di questa schifezza.”

“Ne sei sicuro? No, perché l’Istituto Superiore di Sanità ha appena pubblicato un rapporto in cui si dice che non è vero niente.”

“Certo, allora è stato alzato tutto questo polverone per nulla? Stai a vedere che ora l’olio di palma è diventato un prodotto nutriente e salutare! Magari inizieranno a venderlo anche in farmacia.”

“Un attimo, non passare da un estremo all’altro. L’olio di palma non è certo la cosa più salutare al mondo, ma non è nemmeno un veleno. Il problema dell’olio di palma è che è ricco di grassi saturi, se ne assumi troppi aumenta il rischio di malattie cardiovascolari.”

“Vedi allora che fa male? Bisognerebbe boicottare le aziende che ne fanno uso, così magari inizierebbero a usare ingredienti più sani.”

“Beh, fa male come tutti i cibi che contengono grassi saturi. Se la mettiamo su questo piano, il burro fa malissimo! Eppure non vedo in giro campagne allarmistiche contro il burro.”

“Va beh, che c’entra, basta non esagerare.”

“Appunto! Basta non esagerare. Le calorie derivanti da grassi saturi devono essere meno del 10% rispetto alle calorie giornaliere totali, che arrivino dall’olio di palma, dal burro, dal latte o da qualsiasi altro cibo. Questo dicono i medici.”

“Mmm. E va bene. Ma la sostenibilità dell’olio di palma dove la metti? Ho sentito che nel sudest asiatico stanno bruciando le foreste per coltivarci le palme. Non ti interessa la salvaguardia dell’ambiente?”

“Veramente l’olio di palma è quello con la resa più alta: significa che serve meno terreno per produrre la stessa quantità di olio. La colza e il girasole hanno una resa di 5-6 volte più bassa! Cosa succederebbe se le aziende fossero costrette a smettere di coltivare palme da olio? Chissà, magari inizierebbero a coltivare colza o girasole, e per le tue amate foreste sarebbe molto peggio!”

“In effetti hai ragione. Ma cosa ne so io di cosa combinano nel sudest asiatico? Mica voglio incentivare i disboscamenti.”

“Per questo esiste una certificazione apposita, la RSPO. Se vai sul loro sito trovi tutti i nomi delle aziende che coltivano palma da olio in modo sostenibile, e i produttori che lo usano. Persino il WWF ne ha parlato bene!”

“Sarà.. Certo che di quello che gira intorno all’agricoltura ne sappiamo proprio poco, eh? Ad esempio, quella storia degli ulivi pugliesi! Li stanno bruciando perché c’è un batterio che li fa ammalare e vogliono fermare l’epidemia. In realtà, questo è quello che vogliono farci credere. La Procura ha messo sotto sequestro gli ulivi, pare che non sia il batterio la causa della malattia. E ci sono pure dei ricercatori indagati!”

“Ah sì, la Xylella. Perché dici che non è il batterio la causa dell’epidemia?”

“Dicono che in Puglia ci siano nove ceppi diversi di questo batterio! Vuol dire che è lì da chissà quanti anni, ormai si è adattato. Non può essere quella la causa!”

“Forse non sei aggiornato sulle ultime novità. Il CNR di Bari ha appena pubblicato uno studio che dimostra che il ceppo di Xylella è in realtà uno solo: hanno prelevato campioni un po’ ovunque, e tutti rimandano a un unico ceppo insediatosi nel Salento e proveniente dal Costarica.”

“Ok ma questo non dimostra che il colpevole sia per forza Xylella.”

“No, è vero. In effetti nessuno ha ancora dimostrato in modo inequivocabile che sia il batterio a provocare la malattia degli ulivi, anche se molti indizi lasciano pensare che sia proprio così. (*)”

“Vedi? Stiamo devastando l’economia della Puglia senza neanche conoscere la causa della malattia!”

“Beh, vedila in un altro modo. Se non eliminiamo le piante infette, e il responsabile fosse davvero il batterio, l’epidemia si diffonderà sempre più velocemente. Rischiamo di devastare l’economia italiana ed europea, non solo quella pugliese! Nel dubbio, meglio non rischiare. Non credi?”

“Effettivamente.. Ma nulla mi toglie dalla testa che dietro ci sia lo zampino di Monsanto. A proposito, che ne pensi degli OGM?”

“Quali OGM?”

“Come quali OGM? Quelli che fa Monsanto, no? Quelli che hanno i semi sterili, che bisogna pagare i brevetti e i contadini indiani si ammazzano.”

“Aspetta, aspetta. Una cosa alla volta. Gli OGM non sono sterili, questa è una vecchia leggenda senza fondamento. Ci sono gli ibridi come il mais i cui semi devono essere ricomprati ogni volta per avere le stesse caratteristiche, ma questo non c’entra con gli OGM: è un problema di tutti gli ibridi, OGM e non OGM. E anche quella storia dei contadini indiani, è una bufala. Sui brevetti invece hai ragione, ma non è un problema che riguarda solo gli OGM. Tutte le nuove varietà possono essere tutelate e protette come proprietà intellettuale, cerca su Google “mela Pink Lady”. Se sei contro i brevetti, va bene, ne parliamo. Ma è un altro discorso, con gli OGM non c’entra.”

“Sì ma lo studio che dice che gli OGM provocano il cancro non l’hai letto?”

“Quello di Séralini? Maddai, è stato ritirato da un pezzo. Aveva fatto un sacco di errori sperimentali, giusto per dimostrare che gli OGM erano pericolosi e per promuovere il documentario che sarebbe uscito dopo la pubblicazione dell’articolo.”

“Sì, ma finché non dimostrano che gli OGM sono sicuri io non mi fido.”

“Gli americani li mangiano da vent’anni e non hanno mai avuto problemi. Comunque qui il punto è un altro: non sono “gli” OGM a essere sicuri o non sicuri, bisogna valutare ogni singolo OGM! In Europa lo fa l’EFSA, e quelli autorizzati a livello europeo sono molto pochi. Per questo ti ho chiesto quali OGM poco fa: esistono un sacco di OGM diversi, ognuno con caratteristiche diverse.”

“Sì, ma – guarda caso! – sono venduti tutti dalle grandi multinazionali. Dai, è solo un grande business!”

“Forse ti stupirà sapere che anche la ricerca pubblica italiana ha lavorato sugli OGM, e non per fare enormi distese di monocolture che danneggiano la biodiversità. No, lo scopo era salvare i nostri prodotti tipici, come il pomodoro San Marzano o il riso Carnaroli. Leggi il libro Contro Natura, di Bressanini/Mautino, scoprirai tante cose interessanti! Se non hai tempo va bene anche questa puntata di Presa Diretta.”

“E perché non sono in commercio tutti questi prodotti?”

“Per due motivi. Primo, l’EFSA chiede un sacco di controlli per dare il via libera a un nuovo OGM. Questi controlli costano, e solo le multinazionali possono permettersi di farli. Il secondo motivo, che riguarda in particolare l’Italia, è molto semplice: qui non si può fare ricerca in campo aperto, è vietato per legge. Ma se non puoi fare ricerca, come puoi capire se un OGM è sicuro oppure no? Che peccato, vero? Pensare che potremmo anche ridurre l’uso di pesticidi, grazie alle colture OGM!”

“A proposito di pesticidi, ho sentito che in Italia usano un erbicida che provoca il cancro, il glifosato. Dovrebbe essere vietato! Che infami, ci stanno avvelenando.”

“Ehm. Un momento. Che il glifosato sia probabilmente cancerogeno lo ha detto l’OMS, ma l’EFSA non è d’accordo. Ma anche se lo fosse, sai che anche la carne rossa è probabilmente cancerogena? E quindi dovremmo forse vietarla?”

“Sì, va beh, che c’entra? Dipende da quanta ne mangi. Se segui una dieta equilibrata non c’è pericolo!”

“Appunto, il rischio – se esiste – dipende dalla dose! Se vale per la carne, perché non deve valere per il glifosato?”

“Sì ok, ma che ti costa eliminare il glifosato? Almeno siamo più tranquilli, no?”

“Ti darei ragione se avessimo un altro diserbante più sicuro e altrettanto efficace. Ma al momento non esiste, a sentire gli agricoltori! Vuoi strappare le erbacce a mano?”

“Ok, ok. Ma non voglio veleni in quello che mangio! Ho letto che hanno trovato glifosato in diverse marche di birra. Dovrebbero aumentare i controlli!”

“Su questo siamo d’accordo! Infatti bisogna stabilire delle soglie di sicurezza e soprattutto farle rispettare, non vietare l’uso del glifosato! Vedo che finalmente stai iniziando a ragionare. Sono questioni complesse, non si può cavarsela con un sì o con un no. Ogni nostra scelta ha delle conseguenze di cui dobbiamo tenere conto. Che succede se vieto la ricerca pubblica sugli OGM? Che le multinazionali si arricchiscono. Se tolgo il glifosato dal commercio verrà sostituito da un altro erbicida, magari più pericoloso. Se boicotto l’olio di palma sostituiranno le palme con qualcos’altro di meno redditizio, e le foreste spariranno più velocemente. Se non elimino gli ulivi malati, rischio di peggiorare l’epidemia di Xylella. Non dare retta a chi ti vende verità semplici, non ti fidare degli slogan.”

“E va bene. Mi hai quasi convinto. Quasi. Ma tu comunque non mi piaci, non mi piaci per niente. Per me nascondi qualcosa. Chi ti paga?”

*Il rapporto di causalità tra Xylella e malattia degli ulivi è stato confermato da uno studio dell’EFSA pubblicato il 22 marzo 2016.

Ci vediamo al Festival!

Informazione di servizio per genovesi e non: domani pomeriggio, ore 16, sarò al Galata Museo del Mare di Genova per parlare di metafore del DNA insieme a Ivo Silvestro. Lui filosofo, io bioinformatico, sarà interessante scoprire cosa ne uscirà! Il Festival della Scienza di quest’anno ha per tema l’equilibrio, e come sempre sarà ricchissimo di ospiti straordinari. Non mi riferivo a me, maligni! Tanto per fare un nome, io non vedo l’ora di assistere alla conferenza di Jared Diamond, domani sera. In ogni caso, ci vediamo al Festival!

Nell’Europa di Juncker c’è ancora spazio per la scienza?

JunckerÈ sicuramente troppo presto per giudicare l’operato di Jean-Claude Juncker, da poche settimane alla guida della Commissione Europea. Ma per la comunità scientifica, il nuovo Presidente è partito con il piede sbagliato: sono infatti diversi, ormai, i segnali che fanno capire che difficilmente le rinnovate istituzioni europee saranno particolarmente favorevoli alla ricerca e alla scienza.

Il primo segnale è arrivato l’11 novembre, quando la Commissione Ambiente ha approvato con un’ampia maggioranza la nuova normativa in merito all’autorizzazione di coltivazioni OGM sul territorio europeo. Quando le nuove regole diventeranno ufficiali, i Paesi membri saranno liberi di vietare la coltivazione di varietà geneticamente modificate entro i propri confini, anche di quelle approvate a livello europeo. Mentre finora era necessario dimostrare, dati scientifici alla mano, che le varietà fossero pericolose per l’ambiente o la salute umana, con la nuova normativa sarà sufficiente addurre motivazioni di tipo socio-economico. Ovviamente, l’EFSA continuerà a svolgere il suo lavoro di valutazione scientifica, e se una varietà sarà ritenuta non sicura non verrà autorizzata. Da questo punto di vista, quindi, niente di nuovo: la voce della scienza sarà comunque ascoltata. Tuttavia, se rigiriamo il discorso, significa anche che sarà possibile bandire dal commercio un prodotto definito sicuro, e vanificare di conseguenza il parere degli esperti. Non sono in grado di valutare gli effetti distorsivi che queste nuove misure avranno sul mercato comune europeo, ma di sicuro si trasmette il messaggio che non devono essere necessariamente le evidenze scientifiche a guidare le scelte europee. Le critiche degli scienziati non si sono fatte attendere. Intervistato da Science, il professor Stefan Jansson, docente di biologia vegetale presso l’Università di Umea in Svezia, ha dichiarato in modo molto efficace che “Se si dimostra che un prodotto è sicuro lo usiamo, se non è sicuro non lo usiamo”. Continua Jansson: “Se iniziamo a dire che ci sono altri motivi per bandire un prodotto, mettiamo in pericolo le basi scientifiche di tutto il sistema”.

Quasi a confermare questi timori, è arrivata il giorno dopo la notizia che il ruolo di Chief Scientific Advisor non sarà più presente nell’organigramma della Commissione Europea. La posizione di consulente scientifico, voluta dal predecessore di Juncker Manuel Barroso, è stata ricoperta dalla biologa scozzese Anne Glover, che lascerà quindi l’incarico a fine gennaio. A nulla sono serviti gli appelli di svariate associazioni di scienziati e giornalisti scientifici, che hanno chiesto a Juncker di mantenere questo ruolo così essenziale per i processi decisionali europei: il presidente della Commissione ha deciso diversamente. E non sono rassicuranti le parole della portavoce Lucia Caudet, secondo cui “Il presidente Juncker crede nell’importanza di una consulenza scientifica indipendente, ma non ha ancora deciso in che modo istituzionalizzare questa consulenza”. Un triste epilogo per la Glover, che – contestata da Greenpeace per le sue dichiarazioni sugli OGM – ha finito per perdere il suo posto dopo essersi battuta per una politica evidence-based. Nel racconto dei suoi 1000 giorni come consulente scientifico, la scienziata scozzese ha evidenziato le notevoli difficoltà incontrate durante il suo incarico, sostenendo che invece di essere utilizzate per orientare le politiche della Commissione, molto spesso le evidenze scientifiche erano strumentalizzate per dare sostegno a questa o quella decisione. Certo non una novità per noi italiani, abituati a questo genere di strumentalizzazioni, ma per una anglosassone come la Glover deve essere stato frustrante.

Inquadrata in questo contesto, anche la recente decisione di tagliare una quota dei fondi previsti per Horizon 2020 desta preoccupazione. Nell’annunciare il nuovo piano di investimenti per la crescita da 315 miliardi di euro, Juncker ha rivelato che intende sottrarne 2,7 al programma di ricerca settenale coordinato dall’Unione Europea. Si tratta di una piccola percentuale rispetto al totale previsto per il programma (70 miliardi), e Juncker sostiene che grazie agli investimenti degli Stati membri e dei privati, questo taglio sarà ricompensato abbondantemente. “Ogni singolo euro che entra nel nuovo fondo per la crescita genererà 15 euro per gli stessi progetti di ricerca. – ha rassicurato Juncker davanti al Parlamento Europeo – Non stiamo spostando soldi da un posto all’altro, stiamo facendo un investimento”. Sarà, ma i ricercatori europei storcono il naso, e lo scetticismo è giustificato: degli oltre 300 miliardi che si spera di ottenere, solo 21 sono già pronti sul piatto. Tutti auspicano che il fondo crescerà, ma non ci sono garanzie: i soldi sottratti a Horizon 2020, purtroppo, sono invece molto reali.

Articolo pubblicato su iMille.org

Gli OGM di Repubblica

Lectio magistralis di Elena Cattaneo sulle cellule staminaliA volte ritornano. In questi ultimi giorni, grazie a una serie di articoli e interviste pubblicati su Repubblica, si è riacceso il dibattito attorno agli OGM, quegli Organismi Geneticamente Modificati che in Italia e in gran parte dell’Europa continuano a dividere l’opinione pubblica. Le schermaglie tra pro- e anti-OGM sono iniziate con un pezzo pubblicato il 24 settembre che sembrava mostrare finalmente un approccio serio e razionale al tema (pdf), con interventi di Dario Bressanini e Roberto Defez. Venerdì c’è stata l’intervista di Federico Rampini a Vandana Shiva, a cui ha replicato il giorno dopo la senatrice Elena Cattaneo. Immediata la risposta di Carlo Petrini, fondatore di Slow Food, e anche oggi non ci siamo fatti mancare la nostra dose quotidiana di OGM, con un appello firmato da Umberto Veronesi. Prima di entrare nel merito, permettetemi di esprimere la mia perplessità sulle scelte del quotidiano. Ben venga il dibattito, ma qual è il senso di questo botta e risposta continuo, che in uno schizofrenico alternarsi di opinioni dice tutto e il contrario di tutto? Personalmente credo che un quotidiano debba seguire una linea editoriale, dando voce certamente a punti di vista diversi, ma guidando in qualche modo il dibattito, controllando almeno la veridicità di certe affermazioni. L’impressione è invece che Repubblica sia diventata in questa circostanza una sorta di bacheca su cui chiunque può pubblicare i propri pensieri sull’argomento; non sono certo un esperto di comunicazione, ma penso che così facendo si perda la funzione informativa che un quotidiano dovrebbe svolgere nei confronti dei propri lettori, e si finisca per fare da megafono a quelle che appaiono come schermaglie personali incidentalmente diventate di dominio pubblico.

Visto che però il dibattito c’è stato, proviamo a capire almeno come è stato affrontato. Inizialmente volevo concentrarmi sull’intervento della Cattaneo, ma l’articolo di oggi di Veronesi offre l’occasione per mettere a confronto due stili di comunicazione differenti. Gli scienziati sono spesso accusati di sbagliare approccio, di mettersi su un piedistallo e sottolineare l’enorme distanza che separa loro – gente “studiata” – dalla plebe ignorante, vittima dell’emotività. Proviamo ad analizzare l’intervento della senatrice Cattaneo, per capire se anche questa volta è stato commesso questo errore. La prima cosa che colpisce, e in positivo, è il fatto che la senatrice non si limiti ad affermare che gli OGM non sono pericolosi, ma ammetta con umiltà di stare studiando l’argomento. Dice infatti la Cattaneo: “Sono ancora in cerca di prove contro l’impiego di OGM (mais, soia, cotone). Li sto studiando uno a uno. E’ un impegno.” Questa, a mio avviso, è un’ottima partenza. Non c’è nessun piedistallo qui, nessun principio di autorità: la ricercatrice di fama internazionale studia prima di esprimere giudizi, e così dovrebbero fare tutti. Subito dopo arriva un’altra mossa vincente: la Cattaneo riconosce infatti che per alcuni OGM (la colza) non esistono ancora prove convincenti che ne dimostrino la salubrità per l’ambiente e la sicurezza per la salute umana. Distinguere caso per caso, dire che un OGM è buono ma l’altro chissà, sottolinea l’importanza di valutare la singola varietà in relazione alla letteratura scientifica disponibile, e di nuovo mostra l’umiltà dello scienziato che si piega di fronte all’evidenza e non porta avanti battaglie ideologiche. La senatrice si merita un altro applauso per aver spostato il dibattito su un tema, quello dei prodotti tipici italiani, che notoriamente è l’arma preferita degli oppositori degli OGM. La Cattaneo sa che OGM e “Made in Italy” non sono affatto in contrapposizione tra loro, e sfida gli avversari sul loro stesso terreno, colpendoli in contropiede. Infine, la ricerca pubblica: le multinazionali cattive sono l’altro grande cavallo di battaglia nella retorica di Slow Food e compagnia, ribadire che gli OGM sono una tecnologia che appartiene a tutti e non a poche grandi aziende straniere è un’altra tattica efficace. Non me ne voglia il professor Veronesi, di cui ho grande stima e ammirazione, ma la strategia comunicativa che egli usa nel suo articolo odierno è secondo me molto meno efficace di quella adottata dalla senatrice Cattaneo, la quale dimostra di aver capito quali corde toccare per provare a convincere gli scettici. Lo spettro della fame del mondo risolta dagli OGM non funziona più, professor Veronesi. Andiamo, stavo per fare l’esame di maturità quando dicevano che gli OGM avrebbero sfamato il mondo (mi iscrissi a biotecnologie anche per questo!). Se non ha funzionato allora, dubito possa sortire qualche effetto oggi: viviamo in un’epoca in cui gli egoismi nazionalistici spingono all’autarchia e all’odio verso gli immigrati, sfamare i bambini del terzo mondo è un nobile obiettivo che tuttavia è percepito come non prioritario. Oggi ci stanno più a cuore i nostri prodotti locali, le “eccellenze agroalimentari che all’estero ci invidiano”: è questa la retorica che funziona oggi, e fa bene la Cattaneo a inserirsi in questo discorso parlando del recupero di varietà quasi scomparse come il San Marzano, proprio grazie alle biotecnologie.

L’approccio di Elena Cattaneo può funzionare, secondo me. Ci stiamo avvicinando al bersaglio, e la replica di Petrini, vaga e non priva di imprecisioni, dimostra che forse abbiamo colpito nei punti giusti. Bisogna insistere su questa strada, mostrando al pubblico che il “modello di agricoltura, alimentazione, ecologia, solidarietà, sviluppo, cultura ed economia” di cui parla Petrini non è affatto in antitesi con gli OGM, i quali possono anzi essere una via per realizzarlo. Tutto bene quindi? Non completamente. Resto convinto infatti che il dibattito a distanza sui quotidiani serva a ben poco, oltre a scaldare gli animi dei più interessati all’argomento. La strategia più efficace è quella del confronto diretto, in un piccolo auditorium davanti a poche centinaia di persone o in uno studio televisivo in prima serata. Lo hanno fatto Dario Bressanini e Beatrice Mautino qualche tempo fa, e i risultati sono stati sorprendenti.

Articolo pubblicato su iMille.org

Soddisfazioni

I miei lettori più affezionati si saranno accorti che, rispetto a una volta, scrivo molto meno. Esattamente un anno fa ho trovato un nuovo lavoro che mi piace e mi appassiona, ma al tempo stesso mi lascia poco tempo per scrivere di scienza. Ogni tanto, però, capita l’occasione della vita a cui è impossibile dire di no. Sul numero di Le Scienze in edicola c’è un lungo articolo che porta la mia firma, e che descrive il sequenziamento del genoma del frumento tenero, pubblicato quest’estate su Science. Vi invito a leggerlo e a comunicarmi le vostre impressioni. Sapete, non è stato facile trovare lo stile giusto per una rivista di alto profilo come Le Scienze. Troppo tecnico? Troppo divulgativo? Sono curioso di scoprire se ho indovinato, fatemi sapere. 😉

genomagrano