Metti un OGM all’EXPO

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Discutere con un oppositore degli OGM è una delle esperienze più estenuanti che possa capitare a un comunicatore scientifico. Anni di disinformazione e propaganda ideologica hanno contaminato il dibattito pubblico con così tanti luoghi comuni e falsi miti che soltanto i divulgatori più pazienti e capaci riescono ad averla vinta. Come prima cosa, devi rispondere all’ambientalista che mette sullo stesso piano OGM e pesticidi. A questa bizzarra critica si può replicare agevolmente, ricordando che alcune colture geneticamente modificate permettono al contrario di ridurre l’uso di insetticidi, perché in grado – per così dire – di difendersi da sé. Ma non appena rispondi al primo contestatore, ecco arrivare un tale con in mano il famigerato studio di Eric Séralini, secondo il quale un particolare mais OGM sarebbe cancerogeno nei topi. Con un po’ di tempo a disposizione, si riuscirà magari a convincere l’interlocutore del fatto che quello studio sia stato duramente criticato dall’intera comunità scientifica internazionale per le sue gravi lacune metodologiche, e che lo scorso novembre sia stato addirittura ritrattato. Ma il duello dialettico non finirà certamente qui, perché – si sa – OGM significa multinazionali, significa i contadini indiani che si suicidano, significa monocolture, significa essere contrari al Made in Italy, e che gli OGM non ci servono, e che noi italiani dobbiamo puntare sulla qualità e sull’eccellenza. E così via, all’infinito.

Il punto è che gli OGM non ci piacciono, e siamo bravissimi a trovare nuove motivazioni e scusanti per dire no a questa tecnologia ormai diffusa in tutto il mondo. Bisognerebbe invece fare esattamente il contrario, e seguire un approccio rigorosamente scientifico: partire dai dati, da ciò che sappiamo, e solo dopo decidere da che parte stare. Non ho intenzione di entrare nel merito della sicurezza degli OGM per la salute umana, anche perché si tratta di una domanda poco sensata. Non possiamo infatti affermare che gli OGM siano in assoluto sicuri, né che siano dannosi: ogni nuova varietà geneticamente modificata deve essere valutata e approvata singolarmente, a livello europeo, ed esiste un ente (l’EFSA) che si occupa proprio di questo. Vorrei invece sfatare un altro mito molto diffuso in Italia, un mito tenuto in vita soprattutto dalle periodiche dichiarazioni dei nostri politici. Sto parlando della presunta incompatibilità tra gli OGM e il Made in Italy.

In occasione delle primarie del centrosinistra del 2012, il gruppo “Dibattito Scienza” chiese ai candidati – tra le altre cose – un parere sugli OGM. A questo proposito, il politico più in voga del momento – Matteo Renzi – risposte così: “Se è vero che molti dei prodotti agricoli che finiscono nelle nostre tavole sono varietà figlie di incroci e selezioni avvenute nei secoli, e che la ricerca in campo agroalimentare è comunque un fattore positivo e una strada da perseguire, altra cosa è aprire l’Italia a produzioni transgeniche che non hanno nulla a che fare con la qualità e la forza economica dei nostri prodotti agricoli.” E ancora: “Va scelta quindi la via dell’eccellenza, della salvaguardia delle nostre eccellenze agroalimentari e della sicurezza alimentare.”. La convinzione che le biotecnologie siano in contrasto con la tradizione agroalimentare italiana è davvero molto radicata, se anche un politico considerato da molti come un innovatore cade ancora in questi luoghi comuni. Sì, perché la salvaguardia delle eccellenze di cui parla Renzi si ottiene anche attraverso le biotecnologie. Non è una provocazione, ma un dato di fatto. È vero, quando si parla di OGM la mente corre subito alla Monsanto, ai grandi appezzamenti di terreno coltivati a mais e soia, ideali per il business di una multinazionale più interessata alla quantità che alla qualità. Ma questa associazione di idee è fuorviante: gli OGM non sono affatto un’invenzione di proprietà esclusiva delle multinazionali (a parte i brevetti su prodotti specifici, ovviamente), bensì una tecnologia a disposizione di tutti, anche della ricerca pubblica italiana. A questo punto, ci si potrebbe legittimamente chiedere: “Ma l’agricoltura italiana ha davvero bisogno degli OGM?”. E la risposta, fatalmente, è sì. Per due motivi, principalmente: innanzitutto, alcuni dei nostri prodotti tipici devono fare i conti con patologie che ne riducono le produzioni a volte in modo drammatico, e le biotecnologie potrebbero essere fondamentali per salvarli; in secondo luogo, proprio in quanto prodotti del territorio, non sono interessanti per le grandi aziende sementiere multinazionali. In altre parole, la responsabilità di salvare queste colture, preservando così la ricchezza del nostro patrimonio agroalimentare, ricade tutta sulle spalle dei nostri ricercatori.

Se l’accostamento tra Made in Italy e OGM suona ancora strano alle vostre orecchie, prendetevi un po’ di tempo per leggere queste schede tecniche (pdf) redatte nel 2003 dall’Università di Milano. Nell’elenco appaiono varietà famose, come il pomodoro San Marzano, il riso Carnaroli o l’uva Barbera, tutte colpite da malattie che incidono a volte in modo drammatico sui raccolti. E non sempre esiste una soluzione efficace. Per risolvere il problema delle larve di maggiolino che attaccano il melo della Val d’Aosta, ad esempio, viene contemplata tra le soluzioni possibili la rimozione manuale delle larve (sì, avete letto bene!); nessuna soluzione, invece – almeno fino a qualche anno fa – per i virus che infettano i carciofi, le zucchine e il Nero d’Avola. In molti altri casi, si riesce a fronteggiare i patogeni solo facendo uso massiccio di insetticidi. Ma non sempre c’è una patologia di mezzo. Prendete il basilico: la tradizione vuole che nel pesto ligure si utilizzino piante giovani, che però sono sfortunatamente ricche di una sostanza cancerogena, il metileugenolo. In tutte queste situazioni potrebbero venirci in soccorso le biotecnologie. In alcuni casi, la soluzione biotecnologica era già a portata di mano nel 2003. Grazie al lavoro svolto da centri pubblici e privati, era stato infatti possibile mettere a punto un San Marzano transgenico resistente ai tre virus che tormentano questa varietà di pomodoro, un tempo molto diffusa in Campania e in altre regioni del Sud Italia. La resistenza ai virus era stata anche verificata in campo, ma la forte opposizione nei confronti degli OGM ne ha di fatto impedito l’ingresso sul mercato. Un discorso analogo si può fare per il riso Carnaroli, attaccato da un fungo, per il quale la ricerca pubblica aveva già sviluppato una varietà resistente più di dieci anni fa. Questi sono gli esempi forse più eclatanti, ma i progetti di ricerca in questa direzione sono moltissimi. Il problema è che sono rimasti chiusi in un cassetto, nei nostri laboratori pubblici e privati.

Se il settore delle biotecnologie agrarie è oggi in mano alle perfide multinazionali, quindi, la colpa è anche nostra. Ne è responsabile la nostra classe politica, colpevole di aver emanato leggi prive di fondamento scientifico che hanno azzoppato la ricerca pubblica frenando la sperimentazione in campo aperto; ne sono responsabili le associazioni ambientaliste, che nelle loro battaglie hanno spesso mescolato la tecnologia degli OGM, i pesticidi e l’agricoltura intensiva, come se fossero la stessa cosa; ne sono responsabili le lobby del Made in Italy, che pensando di tutelare i nostri prodotti ne hanno quasi decretato la scomparsa (vedi il San Marzano). E potremmo continuare: mai come in questo caso il banco degli imputati è stato tanto affollato. Quel che è certo è che, alla fine, questo clima da caccia alle streghe ha danneggiato sia la ricerca pubblica (gli olivi dell’Università della Tuscia gridano ancora vendetta), sia gli stessi agricoltori italiani che hanno coraggiosamente tentato la strada degli OGM (due nomi su tutti: Giorgio Fidenato e Silvano Dalla Libera). Persino le aziende che producono prodotti DOP come il prosciutto San Daniele oggi giustamente protestano, chiedendo alla Regione Lombardia di poter utilizzare mais OGM coltivato sul territorio italiano, invece che importarlo dall’estero.

Paradossalmente, è stata proprio la forte ostilità dell’opinione pubblica nei confronti di questa tecnologia a spianare la strada alle multinazionali. La richiesta di standard di qualità e di sicurezza sempre più elevati (molto più elevati di quelli normalmente richiesti per i cibi “tradizionali”) ha di fatto creato barriere normative insormontabili per le piccole aziende: solo i soggetti più forti economicamente possono sostenere le sperimentazioni e i test richiesti e ottenere l’approvazione dell’EFSA. E mentre continuano le battaglie tra favorevoli e contrari agli OGM, a suon di decreti regolarmente bocciati dall’Europa, l’EXPO di Milano si avvicina. Sono attesi oltre 20 milioni di visitatori, in gran parte stranieri, che arriveranno nel capoluogo lombardo nel periodo che va da maggio a ottobre del 2015. Con un tema come “Nutrire il pianeta”, la manifestazione meneghina avrebbe potuto rappresentare una straordinaria vetrina del genio italico, testimoniato non solo dalle eccellenze del nostro sistema agroalimentare, ma anche dalle capacità dei nostri ricercatori di valorizzarle con strumenti innovativi. Purtroppo, la paura di quel terribile mostro che va sotto il nome di biotecnologie ci costringerà a riproporre i soliti cliché su quanto fosse buono e naturale il cibo di una volta. D’altra parte, uno dei nostri difetti è proprio questo: affascinati dal passato e spaventati dall’innovazione, noi italiani siamo bravissimi a frenare quando tutti gli altri accelerano.

Foto di Francesco SgroiLicenza CC BY 2.0
Articolo pubblicato su iMille.org

Tutta la verità sugli OGM: intervista al biotecnologo Federico Baglioni

fedebaglioniOggi parliamo di un argomento che non ho affrontato praticamente mai (abbastanza disonorevole per un blog che si chiama myGenomiX): gli organismi geneticamente modificati. Per rimediare a questa terribile mancanza, ho pensato di rivolgermi a qualcuno che sicuramente ne sa molto più di me, uno che non avrà anni di ricerca alle spalle, ma che sugli OGM si è informato parecchio. Federico Baglioni è un giovane biotecnologo attivo su molti fronti: ha un blog molto seguito, Fedebiotech, e soprattutto è stato in prima fila nell’organizzazione di Italia unita per la corretta informazione scientifica, un evento che ha coinvolto diverse città italiane e ha fatto parlare di sè persino su Science (con tanto di intervista al nostro Federico). Ho deciso di parlare di OGM dopo aver letto l’ultima intervista della ministra Nunzia De Girolamo, rilasciata al Corriere della Sera pochi giorni fa. La nostra ministra delle Politiche Agricole è così convinta che gli OGM siano pericolosi per il sistema agroalimentare italiano che è intenzionata a scrivere un decreto che ne vieti la coltivazione nel nostro Paese, esponendo deliberatamente l’Italia a una procedura di infrazione dell’Unione Europea. Con Federico Baglioni parliamo anche di questo.

Rompiamo il ghiaccio parlando subito di un argomento “scottante”. Gli OGM sono pericolosi per la salute umana? In base alle evidenze scientifiche attualmente disponibili, possiamo dire che non esistono rischi di alcun tipo relativi al consumo di OGM?
Iniziamo col dire che per la legge è OGM qualsiasi organismo non umano modificato con tecniche di ingegneria genetica; dunque dal punto di vista legislativo non vengono contemplate le caratteristiche dei prodotti OGM, siano essi piante o meno, e per questo motivo ogni OGM andrebbe analizzato caso per caso. Ad ogni modo tutti gli OGM commercializzati finora hanno passato severi controlli di sicurezza che non sono richiesti per i prodotti “convenzionali” e da più di dieci anni vengono costantemente utilizzati sia nell’alimentazione umana che, soprattutto, nella zootecnia, senza che sia stato riscontrato alcun problema correlabile specificatamente agli OGM. Nonostante questi dati confortanti non esiste il concetto di rischio zero né per gli OGM, dove l’unico caso di reazione allergica è avvenuto prima della commercializzazione e ha decretato l’abbandono di quel prodotto, né tanto meno per prodotti di cui giornalmente ci cibiamo e che consideriamo “tradizionali”. Questi ultimi, infatti, oltre ad essere frutto di modifiche grossolane e spesso più invadenti di quelle provocate con l’ingegneria genetica, contengono composti tossici noti (prezzemolo, caffè ecc.) e causano in individui sensibili reazioni allergiche accertate (noci, nocciole, fragole..). In conclusione, come confermato da centinaia di studi effettuati nell’ultimo decennio, i prodotti OGM commercializzati finora sono da considerarsi sicuri almeno quanto quelli convenzionali. Poiché ogni nuovo prodotto OGM messo in commercio richiede opportuni controlli, che non vengono effettuati sulle nuove varietà convenzionali, si può concludere che possiamo stare sufficientemente tranquilli. L’opposizione agli OGM è dunque sproporzionata al reale rischio.

Una delle obiezioni poste dai detrattori degli OGM si riferisce all’effettiva utilità di questa tecnologia per l’agricoltura italiana. Secondo molti esponenti politici, gli OGM non ci servono, e anzi potrebbero danneggiare l’immagine all’estero del settore agroalimentare italiano, fatto di eccellenze e prodotti locali. Tu cosa ne pensi?
Intanto un fatto di realtà: ad oggi importiamo milioni di tonnellate di derrate alimentari per la zootecnia, provenienti principalmente dal Sud America, che sono per la gran parte OGM. Dunque dire che “non ci servono” significa non sapere quanto siamo dipendenti da questi prodotti. Il made in Italy, di cui ci facciamo vanto all’estero, deriva proprio dall’utilizzo di questi mangimi e conferma la buona qualità dei prodotti OGM utilizzati. Dunque non solo abbiamo bisogno di OGM, ma sarebbe molto più sensato utilizzare la filiera italiana, e produrre gli OGM qui, valorizzando il settore tecnologico e i cervelli italiani, piuttosto che dover importare il prodotto finale dall’estero, pagando anche tutti i costi di filiera straniera. La paura che l’agricoltura italiana possa venir danneggiata dagli OGM ha origine da due questioni di fondo. La prima è quella per cui gli OGM sarebbero sinonimo di prodotti di scarsa qualità e di monocoltura; questo fa credere che l’uso di OGM renderebbe l’Italia un recipiente di prodotti standardizzati e omologati a quelli esteri. Questa correlazione è però sballata, sia perché l’utilizzo ad oggi è limitato al settore zootecnico, sia perché un OGM è tale per via della tecnica utilizzata e non per le caratteristiche del prodotto: ciò significa che un OGM non deve corrispondere per forza a quello coltivato su larga scala, ma può venire incontro alle esigenze del coltivatore italiano. E’ chiaro, quindi, che l’utilità delle colture transgeniche dovrà essere considerata caso per caso: un OGM costruito su varietà locali per resistere a infestazioni da un insetto specifico della pianura padana sarà molto più interessante di una pianta transgenica progettata in Nord America. La seconda questione, intimamente legata alla prima, riguarda la credenza che l’“inquinamento genetico” possa danneggiare le altre colture, o addirittura che basti un singolo seme OGM per trasformare tutti i campi convenzionali o biologici in transgenici. Diciamo subito che ogni coltura ha un grado di contaminazione inevitabile con altre varietà e altre colture non OGM e che sono spesso tollerati valori fino al 2 o al 4%, senza che se ne consideri pregiudicata la “qualità”. Dunque la soglia dello 0,9% fissata per gli OGM, non solo è facilmente rispettabile seguendo appositi protocolli di confinamento, ma è già molto più restrittiva di quanto consideriamo accettabile normalmente. E, generalmente, la coltura OGM differisce da quella convenzionale solo per la resistenza a un insetto o un erbicida, non per le caratteristiche organolettiche: un pomodoro San Marzano OGM che resiste a un virus è sempre un pomodoro San Marzano! In altre parole il problema della “contaminazione” è fittizio perché non riguarda un problema di qualità, ma una questione di immagine ed etichetta dove, a causa della confusione e dei luoghi comuni perpetuati e diffusi da chi osteggia la tecnologia, è la sigla stessa OGM a rappresentare un prodotto di seconda categoria, che non andrebbe quindi in alcun modo mischiato con i prodotti “di qualità” del made in Italy.

fidenatoRecentemente abbiamo assistito alla storia di Fidenato, agricoltore italiano che si sta battendo per poter coltivare del mais GM. Puoi riassumerci le tappe principali di questa vicenda? Chi decide cosa può essere coltivato nell’Unione Europea?
In un paese normale la storia non avrebbe niente di clamoroso: Fidenato è un normale agricoltore che nel 2010 ha semplicemente seminato una varietà OGM autorizzata in Europa (MON810) sui suoi campi. Fine della storia. Quello a cui abbiamo assistito qui in Italia è, invece, una guerra, cominciata con la distruzione dei campi seminati e proseguita con sedute nei tribunali e ricorsi al TAR con lo scopo di condannare l’agricoltore per aver causato ipotetiche contaminazioni irreversibili dei campi vicini, avere infranto le leggi nazionali e aver messo a rischio le tipicità italiane. Per quanto riguarda le contaminazioni, come già detto, senza un’opposizione così cieca non vi sarebbero particolari problemi di coesistenza: ad esempio per il mais bastano meno di 50 metri per avere una contaminazione minore dello 0,9% e, considerato che la stragrande maggioranza del mais è ibrido (il mais “naturale” in Europa di fatto non esiste) e viene utilizzato per lo più in aziende che già fanno uso di mangimi OGM, è un rischio di davvero poca rilevanza. Per quanto riguarda le infrazioni, invece, è bene ricordare che secondo le normative europee uno stato membro non può vietare la coltivazione di un prodotto OGM, a meno che non vi siano danni ambientali o sanitari conclamati che, nel caso degli OGM, e in particolare del MON810, non sono mai stati osservati. I singoli paesi, semmai, devono impegnarsi a rendere noti i protocolli di coesistenza tra colture OGM e non OGM per rendere più serena la convivenza tra agricoltori che vogliono fare scelte diverse. L’Italia, invece, non solo non ha rispettato le leggi europee, ma ha anche volutamente tardato nella definizione di quei protocolli, in modo che questa mancanza potesse essere usata come motivo per bloccare ulteriori semine. Dopo più di due anni in cui Fidenato ha rischiato seriamente di dover pagare multe molto salate gli è stata riconosciuta la legittimità di coltivazione grazie alla recente sentenza della corte di giustizia europea. Forte di questo consenso, Fidenato ha recentemente seminato nuovamente mais MON810. Nell’Unione Europea una nuova varietà “convenzionale” può essere commercializzata senza che si incontrino particolari resistenze, mentre l’approvazione di un OGM è lunga e laboriosa. Sono necessari innanzitutto degli studi costosi per verificare la sicurezza del prodotto e l’effetto eventuale su organismi non target, ambiente ecc. A questo punto l’EFSA ha il compito di fornire un parere scientifico e solo in caso positivo la commissione formulerà una bozza da inviare al Comitato Permanente per la Catena Alimentare e la Salute degli Animali, comitato di tecnici dei vari paesi. Finora, però, non si è mai raggiunta una maggioranza qualificata (e cioè i 2/3 favorevoli o contrari) e quindi la decisione è sempre dovuta passare attraverso il Consiglio dei Ministri competenti dei diversi stati membri. Qualora non si trovi un accordo nemmeno in questo caso, la decisione spetta nuovamente alla Commissione Europea che, in genere, si rimette a quanto affermato in precedenza dall’EFSA. A questo punto, se tutto va bene, si potrà venderlo e coltivarlo per 10 anni, sempre sotto stretto controllo e sempre che nel frattempo non sia cambiato il Ministro!

Fino a questo momento quali colture OGM sono state autorizzate dall’Europa? Quali vantaggi offrono rispetto alle colture tradizionali?
A livello mondiale sono parecchie le colture ingegnerizzate e le caratteristiche inserite e tantissimi i prodotti in fase di sperimentazione, ma attualmente l’unica pianta transgenica approvata e commercializzata in Europa di una certa rilevanza è il mais MON810. L’unica altra coltura approvata, utile solo a livello industriale, era la patata Amflora che la BASF ha recentemente ritirato dal commercio (in Europa). Il mais MON810 ha la caratteristica di resistere alle infestazioni di una specifica classe di insetti (in particolare la Piralide). Questo è possibile grazie all’inserimento in pianta di un gene batterico (Cry1Ab) proveniente dal Bacillus Thuringensis, batterio le cui spore sono comunemente usate anche in agricoltura biologica. La tossina che viene espressa è innocua per l’uomo perché specificatamente attivata dalla digestione basica di questi insetti. Queste colture permettono di ridurre le perdite dovute alle infestazioni che, normalmente, possono anche azzerare i raccolti e limitare l’utilizzo di insetticidi con conseguenti minori costi e minor impatto su ambiente e sulla salute degli agricoltori. Essendo la resistenza all’insetto l’unica caratteristica specifica di questo OGM, la sua efficacia dipenderà dal livello di infestazione zona per zona e sarà compito dell’agricoltore, quindi, valutare se e quanto la sua adozione sarà conveniente.

monsantoUn’altra critica mossa dagli oppositori degli OGM ha a che fare con lo strapotere delle multinazionali in questo settore. Esiste davvero questo problema? Come rispondi a chi fa questo genere di obiezioni?
Lo strapotere delle multinazionali è un dato di fatto, ma va affrontato in maniera razionale e coerente: gran parte dei prodotti di cui disponiamo provengono da multinazionali e la stragrande maggioranza anche dei prodotti agricoli in commercio, siano essi OGM o meno, sono venduti da multinazionali (a volte in competizione con quelle biotech, a volte le stesse). Dunque stupisce che venga riservata tale feroce opposizione solo nei confronti degli OGM e non verso tutti gli altri prodotti. C’è poi la tendenza, sbagliata, ad accomunare gli OGM alle multinazionali, dimenticandosi che ci sono tantissimi enti ed università pubbliche che fanno ricerca sugli OGM e hanno sviluppato in tempi passati e recenti prodotti transgenici di indubbio interesse, sia a livello commerciale che a livello umanitario. Per quale motivo, allora, a parte la papaya hawaiiana resistente a un virus, nessun prodotto di origine pubblica è stato messo in commercio? I motivi sono molteplici: innanzitutto la normativa è terribilmente sbilanciata poiché pretende, solo per gli OGM e non per le nuove varietà ottenute per modifiche di tipo “convenzionale”, una quantità di studi, tempo e soldi esagerata. Solo questo rende infattibili gran parte dei progetti di ricerca pubblica, e consegna di fatto il monopolio a chi, come le multinazionali, ha i soldi per potersi permettere studi e costi normativi. L’ingente quantità di risorse necessaria per le regolamentazioni spinge, inoltre, a sviluppare colture che possano essere coltivate su terreni estesi, che abbiano un mercato redditizio e consolidabile. Prodotti di nicchia come il pomodoro tipico San Marzano resistente al virus che lo sta facendo scomparire, sono però molto più adatti a realtà locali e frammentarie come quelle italiane; questi prodotti, però, avendo un bassissimo ritorno economico, nonostante siano stati sviluppati da tempo, non hanno mai visto la luce per via dei costi di approvazione smisurati (il San Marzano OGM è stato sviluppato dall’azienda Metapontum Agrobios, in Basilicata). Un secondo importante motivo sta nell’opposizione ideologica alla tecnologia, che in Italia è particolarmente forte. Una multinazionale riesce a mantenere ed espandere il proprio mercato, nonostante forti opposizioni, grazie a proprie risorse finanziarie che le consente di mettere in commercio e promuovere prodotti che sono molto competitivi e redditizi. Un’università pubblica, specie se carente di risorse come quella italiana, si trova a dover abbandonare progetti dai fini più nobili per via dei costi troppi elevati e per la mancanza di sostegno da parte di istituzioni, aziende e consumatori. In altre parole un prodotto OGM, anche laddove presenti caratteristiche eccezionali e inattaccabili, è decisamente sfavorito solo per il fatto di essere OGM. Questa paura pregiudiziale non fa che rendere le università, gli enti pubblici e le piccole aziende sempre meno incentivate a spendere le poche risorse in una tecnologia che, seppur valida e promettente, rischia di risultare fallimentare a livello di mercato e di immagine per i boicottaggi che seguirebbero. Dunque è proprio la mala informazione e la cattiva abitudine di associare una tecnologia a un singolo prodotto o, peggio ancora, a un singolo produttore, che limita enormemente le potenzialità della tecnologia stessa. Cattiva abitudine che sono soliti utilizzare coloro che si oppongono agli OGM per via delle multinazionali e che non si rendono conto che è proprio questo atteggiamento ad aver spianato loro la strada.

In Italia si fa ricerca pubblica sugli OGM? E con che risultati? La situazione è diversa negli altri Paesi Europei?
Certamente. Anche se poca rispetto alle potenzialità. Nonostante gli indubbi problemi di risorse dell’università e degli enti pubblici, vi sono numerosi progetti di ricerca che vanno dallo sviluppo di biofuels, allo studio di colture arricchite. Esistono diversi gruppi che lavorano sulle principali colture italiane come frumento, riso, pomodoro, melo ecc. Gran parte di questi progetti, purtroppo, per via dei motivi descritti sopra, son stati parzialmente o totalmente abbandonati perché non se ne vede un futuro: i prodotti che eventualmente verranno sviluppati, infatti, difficilmente potranno essere testati in campo, non potranno probabilmente venir commercializzati e, qualora ci fossero industrie disposte a farsi carico delle spese, non troverebbero un mercato che li accoglierebbe. All’estero c’è probabilmente maggior ricerca per via dei maggiori investimenti, ma vi sono problemi simili. Ad esempio in Austria le prove di campo sono impossibili e in altri paesi come la Germania alcuni campi son stati distrutti. In generale, comunque, i costi di autorizzazione e regolamentazione sono un’arma formidabile per inibire in modo significativo la sperimentazione e anche le prove di laboratorio. Questo clima è, purtroppo, la ricetta migliore per affossare ulteriormente la ricerca pubblica: le università sono sempre meno stimolate a investire in ricerche che sono di fatto ostacolate e il clima di sfiducia stronca ulteriormente le speranze di quei pochi giovani che ancora credono di poter fare ricerca in Italia, senza dover fuggire all’estero.

AGRICOLTURA:GIOVANI CIA A DE GIROLAMO, DATECI TERRE DEMANIOSecondo te, per quale motivo l’opposizione ideologica agli OGM è così trasversale dal punto di vista politico?
La risposta è molto complessa. Trovo che nel caso degli OGM l’opposizione, così radicata da destra a sinistra, abbia origine da un lato dalla necessità di soddisfare i corrispondenti elettori e, dall’altro, dalla varietà delle questioni in gioco: una persona “di sinistra” è generalmente attenta al dramma sociale del piccolo agricoltore indiano contro la multinazionale simbolo del capitalismo occidentale e mostra una certa superiorità nel professarsi contro il sistema, contro i poteri forti e i dogmi della scienza (qualsiasi cosa voglia dire). Poco importa se gli agricoltori indiani ricomprano i semi ogni anno perché conviene o se gli ipotetici suicidi indiani non c’entrano nulla con il kiwi resistente alle malattie sviluppato dall’Università pubblica della Tuscia. Gli OGM sono simbolo del potente Golia e, in quanto tali, vanno osteggiati. Una persona di “destra”, invece, è facile che trovi sacro il legame con la propria terra, con la natura e reputi imprescindibile e immutabile la tradizione dei prodotti agricoli, in quanto simbolo della propria cultura e del proprio popolo. Non importa che tutti questi prodotti siano stati originati da mutazioni profonde e incroci con specie di altri continenti, non importa se quello che oggi è tradizione una volta era tecnologia a sua volta osteggiata e magari ripudiata. Gli OGM sono simbolo della distruzione della propria storia e origine e non possono venire accettati. Credo che queste due visioni, per quanto volutamente estreme e non per forza fedeli alla realtà, abbiano dei punti in comune, tali per cui la battaglia contro gli OGM pare non avere colore politico. Anche per questo in politica non esiste un vero dibattito sulla questione OGM. Questo atteggiamento rassicura da un lato chi non ha conoscenze in materia (ed è timoroso a prescindere), ma al tempo stesso, essendoci un unico coro, costringe chi di scienza si interessa a escludere la scienza stessa (e in questo caso gli OGM) dall’essere ago della bilancia per la scelta del proprio candidato e del proprio partito. Questo pare essere, purtroppo, coerente con il poco interesse della politica nei confronti della scienza e della cultura scientifica (ma anche la cultura in generale); cultura scientifica, infatti, significa anche non vivere di luoghi comuni, pregiudizi e dogmi; è un mezzo che consente di verificare le fonti, ovvero quello che le persone, politici compresi, dicono.

Pillole di scienza dal discorso di Enrico Letta

enrico-letta (1)Nel suo primo, lungo discorso, il nuovo Presidente del Consiglio Enrico Letta ha parlato di lavoro, economia e riforma delle istituzioni, ma ad un certo punto ha passato in rassegna anche alcune tematiche che toccano da vicino la scienza, pur senza mai nominarla esplicitamente. D’altra parte è inevitabile: le conquiste della ricerca scientifica, con le sue scoperte e le sue applicazioni tecnologiche, influiscono pesantemente sulla società moderna, come sanno bene i membri del gruppo Dibattito Scienza, che quotidianamente hanno modo di discutere e commentare eventi e notizie che mettono in stretto contatto la ricerca scientifica e la società italiana. Vi riporto quindi i passaggi del discorso programmatico di Letta in cui si accenna a questioni che in qualche modo hanno a che fare con la scienza.

Scuola e Università – Il nuovo Ministro del MIUR Maria Chiara Carrozza (PD) dovrà lavorare molto su questi punti, e l’ex-rettore della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa sembra già avere le idee chiare. Per Enrico Letta, l’istruzione dei giovani è una priorità: “La società della conoscenza e dell’integrazione si costruisce sui banchi di scuola e nelle università. Dobbiamo ridare entusiasmo e mezzi idonei agli educatori che in tante classi volgono il disagio in speranza e dobbiamo ridurre il ritardo rispetto all’Europa nelle percentuali di laureati e nella dispersione scolastica.” Il concetto di uguaglianza sociale – valore di sinistra per eccellenza – viene espresso con chiarezza dal Presidente del Consiglio, anche quando si parla di istruzione universitaria: “In Italia c’è una nuova questione sociale, segnata dall’aumento delle disuguaglianze. Solo il 10% dei giovani italiani con il padre non diplomato riesce a laurearsi, mentre sono il 40% in Gran Bretagna, il 35% in Francia, il 33% in Spagna. Bisogna finalmente dare piena attuazione all’art. 34 della Costituzione, per il quale “i capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno il diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”. L’uguaglianza più piena e destinata a durare nelle generazioni è oggi più che mai l’uguaglianza delle opportunità.” A onor del vero, come dimostrato dall’efficientissimo staff di Pagella Politica, le percentuali reali sono un po’ più basse: in Italia siamo al 9%, mentre gli altri Paesi citati – pur andando meglio di noi – sono comunque sotto il 30%.

Ricerca e Innovazione – Toccherà invece all’ex-sindaco di Padova Flavio Zanonato (PD), neo-Ministro dello Sviluppo Economico dare attuazione agli ambiziosi progetti di Letta per quanto riguarda la ricerca e lo sviluppo delle imprese italiane. “Per rilanciare il futuro industriale del Paese, bisogna scommettere sullo spirito imprenditoriale e innovare e investire in ricerca e sviluppo. Per questo intendiamo lanciare un grande piano pluriennale per l’innovazione e la ricerca, finanziato tramite project bonds. La ricerca italiana può e deve rinascere nei nuovi settori di sviluppo, come ad esempio l’agenda digitale, lo sviluppo verde, le nanotecnologie, l’aerospaziale, il biomedicale. Si tratta di fare una politica industriale moderna, che valorizzi i grandi attori ma anche e soprattutto le piccole e medie imprese che sono e rimarranno il vero motore dello sviluppo italiano.”

Ambiente ed Energia – Quando il discorso di Letta vira sulla questione energetica, entrano inevitabilmente in gioco anche il nuovo Ministro dell’Ambiente Andrea Orlando (PD) e il Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Maurizio Lupi (PDL). Dice Letta: “Oltre all’alta tecnologia bisogna investire su ambiente ed energia. Le nuove tecnologie – fonti rinnovabili ed efficienza energetica – vanno maggiormente integrate nel contesto esistente, migliorando la selettività degli strumenti esistenti di incentivazione, in un’ottica organica con visione di medio e lungo periodo. Sempre con riguardo ai settori energetici, va completato il processo di integrazione con i mercati geografici dei Paesi europei confinanti. Questo implica, per l’energia elettrica, il completamento del cosiddetto market coupling e, per il gas, il completo riallineamento dei nostri prezzi con quelli europei e la trasformazione del nostro Paese in un hub. E’ chiaro che episodi come quello dell’ILVA di Taranto non sono più tollerabili.”

Sarà interessante vedere all’opera anche gli altri Ministri che in un modo o nell’altro dovranno fare i conti con la scienza. Penso ad esempio al Ministro dell’Agricoltura Nunzia De Girolamo (PDL) o al Ministro della Salute Beatrice Lorenzin (PDL). Quale sarà l’atteggiamento della De Girolamo nei confronti degli OGM? E come si comporterà invece la Lorenzin, quando dovrà trattare questioni delicate come le terapie prive di validità scientifica? Ad agricoltura e salute, Letta dedica giusto dei rapidissimi accenni (uno in particolare riguarda la prevenzione dell’obesità attraverso la pratica sportiva), ma sono sicuro che questi settori avranno un ruolo rilevante nell’esperienza di governo che sta iniziando. Non ci resta che stare a vedere!

L’agricoltura ce la portarono i Turchi: c’è la prova del DNA

Secondo una ricerca condotta dal professor Alan Cooper dell’Università di Adelaide, in Australia, l’agricoltura sarebbe stata portata in Europa da gruppi provenienti dal Vicino Oriente.

I ricercatori australiani sono giunti a questa conclusione studiando il DNA di una antica comunità di agricoltori, i cui resti si trovano nello scavo archeologico di Derenburg, nella Germania Centrale. Il materiale genetico, risalente a circa 8000 anni fa, è stato estratto e analizzato con tecniche innovative estremamente accurate, al fine di evitare contaminazioni con DNA umano attuale. Confrontando questo DNA antico con quello delle popolazioni di oggi, si è scoperto che i primi contadini europei erano geneticamente molto più simili agli odierni abitanti di Turchia, Iraq e altre nazioni del Vicino Oriente di quanto non lo fossero rispetto agli europei.

I nuovi dati, pubblicati sulla rivista PLoS Biology, smentiscono quindi la teoria secondo la quale a introdurre l’agricoltura nel Neolitico furono comunità autoctone di cacciatori e raccoglitori di bacche, che già vivevano nel nostro continente da epoche precedenti. A quanto pare, le tecniche agricole, che si svilupparono 11000 anni fa nell’Anatolia e nel Vicino Oriente, furono importate da comunità originarie di quei territori, comunità che si spostarono in Europa Centrale passando dall’attuale Ungheria.

Fino a poco tempo fa, il profilo genetico di individui vissuti migliaia di anni fa veniva ricostruito sulla base delle popolazioni attuali, un procedimento di inferenza che non necessariamente garantisce di ottenere dei risultati corretti. Oggi, grazie al grande sviluppo delle tecniche del DNA antico, è possibile conoscere il codice genetico dei nostri antenati studiando direttamente il loro DNA, dopo averlo estratto dai reperti archeologici e averlo successivamente amplificato in laboratorio, al fine di ottenere materiale in quantità sufficienti per poter essere analizzato.

Haak W et al “Ancient DNA from European Early Neolithic Farmers Reveals Their Near Eastern Affinities” PLoS Biology 2010, 8(11): e1000536