I geni umani non sono brevettabili – Un commento sul caso Myriad

patentpendingI geni umani non sono brevettabili. Lo hanno deciso all’unanimità i nove giudici che compongono la Corte Suprema degli Stati Uniti d’America. La notizia ha avuto una notevole risonanza mediatica, arrivando anche sui quotidiani italiani, il che non stupisce data l’importanza della materia in oggetto. La decisione della Corte (pdf) ha una lunga storia alle spalle, iniziata nel 1997 quando la Myriad Genetics sequenziò e brevettò i geni BRCA (geni fortemente associati al cancro a seno e ovaie). Nel 2001 l’Ufficio Brevetti americano stabilì i requisiti affinché una sequenza di DNA potesse essere brevettata: il DNA deve essere “isolato dal suo stato naturale e processato attraverso step di purificazione che separino il gene dalle altre molecole ad esso naturalmente associate”. Tutto è filato liscio per diversi anni, per la gioia di Myriad che ha potuto vendere a prezzi esorbitanti i suoi test genetici, ma nel 2010 un tribunale del distretto di New York ha scompaginato i piani dell’azienda americana, dichiarando non più validi i brevetti dei geni BRCA. Ma non è finita qui: quest’ultima sentenza è stata nuovamente ribaltata nel 2011 dalla Corte d’Appello Federale, che ha definito “significativamente diverso” il DNA isolato tramite procedure di laboratorio rispetto al DNA nel suo stato naturale. E si arriva all’ultima decisione, quella della Corte Suprema, che dichiara invece non brevettabili i geni umani, anche se isolati dal loro stato naturale. I brevetti di Myriad Genetics non sono quindi più validi (sarebbero comunque decaduti nel 2015), e altre aziende possono ora offrire i test dei geni BRCA, ovviamente a un prezzo molto più basso. Ma la faccenda è più complicata di quanto sembri: la Corte Suprema distingue infatti due tipologie di DNA, il DNA genomico e il cDNA. E secondo l’ultima decisione, il cDNA (che non è altro che una copia dell’RNA messaggero, il quale è a sua volta una copia del DNA genomico privato degli introni) è brevettabile, in quanto molecola “artificiale” fabbricata dall’uomo. Questo significa che tutti quei brevetti (di Myriad ma anche di altre aziende) che riguardano il cDNA restano ancora validi. Vi suona strano vero? Beh, in effetti la decisione della Corte fa sorgere qualche dubbio.

Non sono un esperto di brevetti, ma due cose vorrei dirle. La prima riguarda gli errori di biologia molecolare presenti nel testo firmato dalla Corte (leggete qui). Mi chiedo: è possibile legiferare in modo corretto su un argomento che non si conosce perfettamente? Faccio un esempio. I giudici americani hanno scritto che cDNA sta per “composite DNA”, quando invece tutti gli studenti di biologia sanno che la “c” sta per “complementary”. Ora, il giudizio sarebbe stato differente se la Corte avesse dato il nome corretto a questa molecola? Forse (ma non ne sono sicuro), la parola “complementare” avrebbe segnalato ai giudici che in realtà il cDNA, pur essendo creato artificialmente dall’uomo, è una semplice copia di qualcosa che in natura esiste già. Magari, questo avrebbe portato la Corte a vietare i brevetti anche per il cDNA.

La seconda cosa che mi sento di sottolineare è che il DNA è sicuramente una molecola, e nemmeno troppo complessa, ma è anche e soprattutto “informazione”. Dice bene Iddo Friedberg su Byte Size Biology. Ha senso brevettare un’informazione? Anche i libri sono entità fisiche molto concrete, sono fatti di molecole anch’essi, ma quando pensiamo a un libro non pensiamo a dei fogli di carta con delle macchie d’inchiostro. Pensiamo alla storia che raccontano, alle informazioni che ci trasmettono. E infatti i libri, così come i cd musicali, non si possono brevettare. Romanzi e canzoni vengono protetti da un’altra forma di tutela, il diritto d’autore. Invece di associarlo a una lunga molecola di acido desossiribonucleico, dovremmo pensare al DNA come a una poesia o a un racconto. Se facessimo così, ci verrebbe naturale dire che né il DNA genomico presente in natura, né quello isolato in laboratorio, e nemmeno il cDNA possono essere brevettati: dovrebbero semmai essere protetti dal diritto d’autore. In quel caso, le aziende come Myriad Genetics, avrebbero però un grosso problema: sui geni umani troveremmo infatti la scritta “Copyright: Evolution”. E davanti a un autore così illustre, non c’è Corte d’Appello che tenga.

Nota a margine: considerando il DNA come informazione, ci sarebbe comunque la possibilità di proteggere con una forma di tutela simile al diritto d’autore i geni realmente “sintetici”. Non il cDNA, quindi, ma geni (o combinazioni di geni) completamente nuovi, magari dotati di funzioni particolari che in natura non esistono, e che sicuramente usciranno dai laboratori di synthetic biology nei prossimi anni. Su questi ultimi, le aziende potranno ancora farci dei soldi. E io non avrei nulla in contrario: i prodotti dell’ingegno umano – se lo sono veramente – devono essere protetti.

Annunci

Un test non per tutti – Il caso di Barbara Mariani

Oggi ho letto questa notizia che mi ha fatto riflettere: “Ho una mutazione genetica e ho elevate possibilità di avere il cancro”. L’articolo parla di una donna, Barbara Mariani, a cui sono stati diagnosticati tre tumori al seno nel giro di otto anni. Si legge infatti:

Barbara Mariani ha 42 anni. Undici anni fa le diagnosticarono il suo primo tumore al seno. Dopo tre anni i medici ne scoprirono un altro e nel 2008 il terzo: « A quel punto il chirurgo mi propose di fare un controllo: avevo una mutazione genetica. Il mio gene BRCA2 era diverso ed era l’elemento scatenante del cancro».

Dunque Barbara ha una mutazione nel gene BRCA2, notoriamente associato al cancro al seno e alle ovaie. Quello che più mi ha colpito, però, è stato leggere la frase seguente:

La mutazione dei geni BRCA1/2 provoca nel 60-80% dei casi un tumore al seno o all’ovaio. Sottoporsi a un test permette di scoprire questa propensione e prevenire, grazie agli strumenti che offre la medicina, l’insorgere del tumore. Di solito, il test viene proposto a chi ha precedenti parentali: madri, sorelle, nonne, ma, come nel caso di Barbara, anche a chi si scopre facile vittima strada facendo.

Perché un test altamente predittivo e così utile in ottica preventiva non viene offerto a tutti coloro che ne facciano richiesta? Perché testare solo chi ha avuto casi di cancro in famiglia? Perché una donna deve avere tre tumori al seno prima che le venga proposto di eseguire un test genetico? Certo, analizzare i propri geni BRCA al di fuori del sistema sanitario è comunque possibile. Basti pensare al fatto che aziende come 23andMe vendono un’analisi simile per poche decine di euro, è sufficiente acquistare il test sul loro sito internet e spedire negli USA un po’ di saliva. Ma è questo il modo migliore per scoprire di essere portatori di una mutazione così grave? Credo che lo Stato possa e debba fare di più per tutelare la salute dei suoi cittadini. So bene che commercializzare test genetici su internet non è la soluzione ottimale, ma se non si offre un’alternativa con che coraggio si può chiedere a queste aziende di chiudere?

Le mie riflessioni prima dello sputo

Non ho resistito, l’ultima offerta della 23andMe era troppo ghiotta. Sono andato sul sito e ho fatto il mio ordine, spendendo circa 120 euro comprese le spese di spedizione. In attesa di avere davanti a me il kit e di spedire la mia saliva (e quindi il mio DNA) al laboratorio convenzionato che effettuerà l’analisi, vorrei condividere con i lettori del blog alcune riflessioni. Niente di complicato comunque: il DNA Dilemma di Mary Carmichael era tutta un’altra cosa.

Innanzitutto, perché voglio fare questo test? Certamente non per scoprire di cosa morirò, e nemmeno per conoscere le malattie che mi attendono in futuro. Queste cose la 23andMe non me le dirà, così come non me le dirà praticamente nessun altro test genetico attualmente sul mercato. E’ vero, sul sito dell’azienda americana è riportato un lungo elenco di patologie per le quali è possibile calcolare un “rischio genetico”, basato su studi di associazione pubblicati su prestigiose riviste scientifiche internazionali. Tuttavia, è bene ricordare che sebbene le varianti genetiche testate siano davvero presenti in modo significativo negli individui malati, da qui a dire che la variante trovata predice l’insorgenza della malattia, beh, di strada da fare ce n’è parecchia. Sinceramente sono già più che soddisfatto del test Nutrigene che ho fatto qualche tempo fa, e non ci sono molte cose utili che la 23andMe potrà dirmi in più a proposito della mia salute.

L’unica cosa che sarà veramente interessante scoprire è la mia sensibilità ai farmaci: nel caso sfortunato in cui ne dovessi avere bisogno, grazie ai risultati del test conoscerò la dose ottimale per il mio genotipo, basata sulle capacità di assorbimento e di metabolismo che il mio corpo ha nei confronti del singolo medicinale. Questo mi permetterà di massimizzare l’efficacia di un eventuale trattamento, minimizzando la sua tossicità e i suoi effetti collaterali. A volerla dire tutta, per quanto riguarda la salute ci sarebbe un altro aspetto utile nei test offerti dalla 23andMe: si tratta di quei geni che vengono analizzati per scoprire se si è portatori di malattie a connotazione fortemente genetica (il cosiddetto “carrier status“). Non è qualcosa che riguarda direttamente me, ma i miei futuri figli: quasi sempre si tratta infatti di malattie genetiche recessive, che si manifestano cioè solo quando si hanno due copie del gene malfuzionante. Il punto è che si tratta perlopiù di mutazioni rare nel gruppo etnico a cui apparteniamo sia io sia la donna con cui prevedo di avere dei figli, perciò posso stare relativamente tranquillo.

Un caso particolare di carrier status è quello per i geni BRCA1 e BRCA2, coinvolti nel cancro al seno e all’ovaio, per i quali la 23andMe testa tre mutazioni. Anche qui si tratta di varianti comuni negli ebrei Ashkenazi, ma rare negli europei. Il problema è che in questo caso specifico basta una sola copia difettosa di uno di questi geni per aumentare di molto le possibilità di avere il cancro. Se scoprissi di avere una di queste mutazioni come reagirei? Per quello che riguarda me stesso, non sarei particolarmente preoccupato: queste mutazioni sono molto più rischiose per le donne che per gli uomini, benché il rischio di cancro alla prostata effettivamente ci sia. Anche qui, la questione si sposta più che altro su una eventuale figlia che potrei avere in futuro: se sfortunatamente ereditasse questa mutazione (la possibilità di trasmettergliela sarebbe del 50%), il cancro al seno o all’ovaio diventerebbero per lei molto più probabili rispetto a una donna con dei geni BRCA perfettamente funzionanti. Leggendo nella scheda della 23andMe, però, scopro che le percentuali di rischio aumentano in modo veramente preoccupante solo a partire dai 40-50 anni, e allora faccio questa riflessione: è possibile che nel 2060 il cancro non sia ancora stato sconfitto? O che non siano state messe a punto delle strategie di prevenzione efficaci? Beh, sarò eccessivamente ottimista forse, ma ho troppa fiducia nella scienza per credere che tra cinquant’anni saremo ancora tormentati da questo problema. Avremo altri guai, senz’altro, ma il cancro non ci sarà più. Io ne sono sicuro.

La verità è che il test della 23andMe io lo faccio per un solo motivo: curiosità. Pura e semplice curiosità. Probabilmente avrei pagato quei 120 euro anche soltanto per avere la lista del milione di SNP che possono essere esaminati dal nuovo chip, senza pretendere nessun tipo di interpretazione. Me la sarei fatta da solo l’interpretazione, andando a controllare il mio genoma ogni volta che sarebbe stata scoperta una nuova variante genetica associata a questa o a quella condizione. Ce l’ho, ce l’ho, mi manca. Come le figurine insomma. Banalizzo troppo dite? Beh il mio approccio alla vita è questo. E finché la scienza alla base di queste scoperte non sarà più solida, continuerò a prenderle per quello che sono, senza drammi esistenziali e ricordandomi sempre che nel DNA non c’è scritto il nostro destino. Ah, dimenticavo, sono molto curioso anche per la parte di genealogia genetica: da quali aree del mondo arrivano i miei cromosomi? Ho qualche lontano cugino genetico?

Mi rendo conto che per molti la curiosità non sarebbe un motivo sufficiente per fare un test del genere, e infatti ho scelto di acquistarlo solo nel momento in cui il costo era tagliato dell’80%. A prezzo pieno non l’avrei mai comprato: troppo costoso per un test di utilità modesta. Ma a parte questo, esiste forse una spiegazione logica e razionale per cui uno dovrebbe spendere 700 euro per comprare l’ultimo modello di iPhone avendo già la versione precedente, perfettamente funzionante? Ovviamente no, eppure il mondo è pieno di geek del genere. Ecco, consideratemi un geek del DNA, un genegeek!

Altri link: