La comunicazione della scienza nell’era dei social: emozionare o informare?

Con l’articolo che ripubblico qui sotto inizia per me una nuova collaborazione con il sito “I Mille – Le cose cambiano”. Scriverò di ricerca, scienza e società. Venitemi a trovare anche qui ogni tanto! 😉


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Organismi geneticamente modificati, metodo Stamina, sperimentazione animale: il dibattito pubblico su temi scientifici è più acceso che mai. Incalzata dai media e dai gruppi di pressione, la politica si è trovata ad affrontare – spesso con scarsi risultati – problemi complessi, in cui l’aspetto scientifico e quello sociale si sono mescolati a tal punto da risultare molte volte indistinguibili. E se alla classe politica possiamo rimproverare di non aver affrontato razionalmente questi problemi, concedendo troppo alla demagogia, d’altra parte non si può dire che la popolazione avesse gli strumenti per valutare lucidamente le questioni che di volta in volta venivano sollevate: raramente i media hanno scelto di spiegare, quasi sempre hanno preferito scandalizzare, commuovere o spaventare. Impostare un dibattito sui binari dell’emotività è il modo più semplice per muovere le coscienze, soprattutto in un Paese come il nostro, dove la cultura scientifica è da sempre trattata con supponenza e sospetto. Parte di questa strategia ha a che fare con l’uso delle immagini. Puoi fare un discorso perfettamente logico e convincente, puoi presentare numeri e tabelle, ma il castello della razionalità crolla miseramente se dall’altra parte c’è un’immagine vincente. Con le immagini è tutto più facile: basta una foto per far scattare a piacimento sentimenti come la rabbia, l’indignazione, la paura, la pietà. E i tre temi menzionati all’inizio di questo articolo, in effetti, hanno tutti un denominatore comune: in tutti questi casi l’opinione pubblica è stata condizionata e plasmata anche grazie all’uso di immagini forti. Immagini che passano in TV e sui giornali, ma che diventano virali soprattutto sui social network, Facebook in particolare.

Nel caso degli OGM si è voluto spaventare. Basta cercare “OGM” su Google per rendersene conto: le immagini neutrali o favorevoli agli organismi geneticamente modificati sono una minima parte rispetto ai mostruosi fotomontaggi che hanno accompagnato questa tecnologia fin dalla sua nascita. Pensiamo alla fragola-pesce, una creatura mitologica che è ormai entrata a far parte dell’immaginario collettivo. Una vera e propria leggenda metropolitana che si è rivelata essere lo strumento perfetto per allontanare l’interlocutore dal sentiero della razionalità e spingerlo verso le pulsioni più istintive, che ci portano a fuggire da tutto ciò che è nuovo e sconosciuto, invitandoci ad approdare al porto sicuro della tradizione e dei bei tempi andati. Ovviamente non è mai esistita nessuna fragola-pesce, ma l’immagine era così evocativa da resistere ancora oggi, a distanza di anni dalla sua comparsa sui media. Cosa dire invece del metodo Stamina? Il caso è diventato di pubblico dominio grazie alle Iene, il cui messaggio è passato in gran parte attraverso la strumentalizzazione di immagini di bambini malati e sofferenti. Gli scienziati, dal canto loro, hanno dovuto subire l’accusa infamante di essere persone insensibili, fredde macchine razionali impossibili da scalfire persino con la più straziante delle tragedie umane. Eppure è esclusivamente con la razionalità e la lucidità che si può fare scienza, e trasformare le nuove conoscenze in soluzioni terapeutiche concrete ed efficaci. Ma quando dall’altra parte c’è il dolore di un bambino sbattuto in prima pagina (o in prima serata), qualunque considerazione ancorché giusta svanisce istantaneamente. Infine, la questione più scottante e attuale, quella relativa alla sperimentazione animale. Anche qui, la battaglia tra le due fazioni (perché di guerra si tratta, in molti casi) si è combattuta a suon di immagini. I movimenti animalisti hanno fatto abbondante uso di fotografie terribili, con animali costretti a subire tremende torture, ma non hanno disdegnato nemmeno sapienti fotomontaggi volti a screditare quei ricercatori che avevano difeso pubblicamente l’utilità della vivisezione (come viene impropriamente chiamata). Poco importa se le immagini cruente di animali straziati non corrispondano alla realtà, almeno non qui in Europa, e ancor meno importa il fatto che circa il 92% degli scienziati ritenga che purtroppo non si possa fare a meno della sperimentazione animale. L’impatto emotivo di quelle foto e di quei camici insanguinati è semplicemente devastante.

Le immagini sono uno strumento potentissimo all’interno di una discussione, specie se gli interlocutori non sono molto informati sul tema. Spesso raggiungono l’obiettivo, muovendo le masse verso una posizione piuttosto che un’altra. E ad avvantaggiarsene sono stati anche coloro che stanno dalla parte della scienza, come dimostra la recente vicenda di Caterina Simonsen, suo malgrado divenuta nel giro di poche settimane una celebrità della rete. Il coinvolgimento emotivo è un’arma micidiale, che può essere usato sia dagli oppositori della scienza, sia da quelli che dovrebbero esserne i paladini. Ma è davvero la strategia migliore? Dal punto di vista etico, sfruttare immagini di persone sofferenti per portare avanti una causa non sembra certo il massimo della correttezza. Tuttavia, non è a questo che mi riferisco, quanto piuttosto all’efficacia di questo approccio nel lungo periodo. Le immagini scioccanti sono perfette per orientare l’opinione pubblica in merito al singolo episodio (i movimenti animalisti hanno obiettivamente accusato il colpo dopo la vicenda di Caterina), ma hanno il difetto di mancare il bersaglio grosso, quello che un amante della scienza dovrebbe considerare come l’obiettivo prioritario: insegnare a valutare un problema in modo razionale, informandosi e pesando pro e contro. In teoria, viviamo in una democrazia moderna, relativamente colta e istruita. Dovremmo quindi smetterla di trattare le persone come un gregge da guidare da una valle all’altra ogni volta che si presenta un nuovo argomento di discussione. Oggi è la sperimentazione animale, domani potrebbe essere qualcos’altro. La verità è che esiste soltanto una bussola che permette di trovare sempre, in ogni circostanza, la via giusta: è la bussola del pensiero critico, della logica e della corretta informazione. Educare le persone a usarla le renderà cittadini liberi, e realmente consapevoli delle proprie opinioni. Fare informazione corretta paga. Prendiamo ad esempio il recentissimo sondaggio IPSOS sulla sperimentazione animale: la percentuale di favorevoli saliva dal 49% al 57% se agli intervistati venivano fornite informazioni di base sull’argomento. In modo analogo, all’ultimo Festival della Letteratura di Mantova, il ricercatore Dario Bressanini e la giornalista Beatrice Mautino erano riusciti a vincere un confronto Oxford-style sul tema degli OGM, convincendo molti scettici a passare dalla loro parte. Comunicare la scienza in modo pacato, chiaro e oggettivo rimane ancora la strategia vincente. Anche nell’era di Twitter e Facebook.

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United we stand: siamo pronti per fare network?

Nel mondo, in particolare in quello anglosassone, è forte lo stimolo dei blogger scientifici ad aggregarsi in vari network. Il capostipite è stato scienceblogs.com, dal quale poi sono partite molte e varie esperienze, come Field of Science o il recente network di Scientific American. Molti di questi blogger partecipano a più network o hanno anche un blog personale, spesso anche questo tarato sulla scienza. In Italia, invece, come in molti campi, siamo fermi da tempo al solo network degli autori de Le Scienze. Si prova a capire quali possono essere le possibilità di un network italiano e chi potrebbero essere i componenti di questo gruppo.

di Gianluigi Filippelli e Moreno Colaiacovo

[ Questo lavoro è stato presentato oggi da G. Filippelli a Comunicare Fisica 2012 ]


Il fenomeno dei weblog o più comunemente dei blog è in continua espansione: ad esempio dall’ottobre 2006 all’ottobre 2011, il numero di blog si è quasi quintuplicato (dati nielsen). All’interno di questo mondo in espansione una nicchia, più o meno consolidata, è occupata dai blog scientifici.

In generale un blog è di facile definizione: una pagina web aggiornata periodicamente attraverso un software apposito che permette anche l’interazione con i lettori attraverso i commenti agli aggiornamenti (i post) scritti e pubblicati dall’autore. Quando però si cerca di classificare i blog in grandi categorie, ci si trova di fronte a tutta una serie di sfumature, e a queste non sfuggono nemmeno i già citati blog scientifici.

Già Walker, che, oltre ad essere uno dei primi blogger scientifici, ha scritto, insieme con Torill, il primo (o comunque uno dei primi) articoli dedicati allo studio di questa sottocategoria di blog(11), in Blogging From Inside the Ivory Tower(1) distingueva tra due distinte tipologie: public intellectuals, che si occupa soprattutto del dibattito politico, e research blogs, centrato essenzialmente sul mondo della ricerca. In particolare questa seconda tipologia è oggi quella maggiormente identificata come blog scientifico in senso stretto, e anche quella che presenta tutta una serie di sfumature cui si accennava poc’anzi, come rivelato da molti studi e ribadito da Bora Zivkovic, blog editor di Scientific American, nel suo articolo “Science Blogs: definition, and a history“:

Usually it is meant to be a blog that satisfies one or more of these criteria: blog written by a scientist, blog written by a professional science writer/journalist, blog that predominantly covers science topics, blog used in a science classroom as a teaching tool, blog used for more-or-less official news and press releases by scientific societies, institutes, centers, universities, publishers, companies and other organizations.

Per gli scopi della discussione attuale, ha scarso interesse andarci ad occupare di blog scritti da scienziati ma che non trattano di scienza (vanno considerati blog scientifici anche questi?), ma potrebbe non essere così inutile distinguere il sottogruppo dei blog scritti da scienziati che però non si occupano della disciplina in cui si sono formati. Certo, in questi casi è buona norma, seguendo ad esempio i consigli di Peppe Liberti, avere come fonte preferenziale un bravo ricercatore che prova a raccontare ciò che succede nella sua disciplina, tuttavia il primo e più importante criterio per valutare se un blog è scientifico o meno sono l’approccio e il metodo scelti dal blogger.

Un buon modo per distinguere tra i vari blogger scientifici è l’aggregatore Research Blogging (RB), un progetto creato dal Seed Media Group, ora acquisito dal National Geographic, lo stesso del Seed Magazine e del famoso network di blog scientifici Science Blogs. RB è un aggregatore multilingue (a differenza di Scienceseeker, che è solo per i blog in lingua inglese, ma che funziona allo stesso modo se non meglio) che propone un portafoglio di blogger scientifici preventivamente valutati da una squadra di editor, che per l’Italia sono tre: il già citato Peppe Liberti insieme con Amedeo Balbi e Moreno Colaiacovo. Questa struttura dovrebbe garantire al lettore la serietà e la competenza del blogger innanzitutto nel trattamento degli argomenti strettamente legati con la disciplina di ciascuno degli iscritti, e più in generale imponendo agli autori delle norme e delle regole sul metodo e sull’approccio degli autori. Resarch Blogging, infatti, prevede che gli articoli aggregati siano dei commenti o degli approfondimenti strettamente legati alla letteratura scientifica accademica: in fondo a ogni post appaiono una o più citazioni ad articoli pubblicati su riviste scientifiche peer-reviewed, una caratteristica che rende RB sinonimo di serietà e professionalità.

Oltre agli aggregatori tematici, però, un’altra possibile garanzia di qualità e competenza dei blogger proviene dai network di blog scientifici, che possono a loro volta essere distinti in due grandi tipologie: quelli di supporto agli editori cartacei classici, come il network di Scientific American, o quelli per così dire indipendenti, come Science Blogs o Field of Science. In entrambi i casi i network sono realizzati, per quel che riguarda i contenuti, essenzialmente da dottorandi o giovani ricercatori o anche insegnanti delle scuole superiori e solo sporadicamente da professori.

D’altra parte utilizzare i blog per comunicare la scienza presenta degli indubbi vantaggi: permette una condivisione della conoscenza, che può essere sviluppata anche in modo collaborativo(2) (in questo caso attraverso ad esempio blog multi utente, network, o wiki), è un modo eccellente per comunicare la passione per il proprio campo di ricerca(2), permette di partecipare in qualche modo al dibattito pubblico e mantenere la cittadinanza informata(2), permette di restare in contatto con colleghi lontani o di stringere nuovi contatti(3), di migliorare la propria scrittura anche in funzione della stesura di un articolo di ricerca(3).

They are a perfect tool for informal interactive discussions by allowing the authors to post an article about any topic they want and having visitors interact through comments(4)

Nonostante tutti questi indubbi vantaggi, rilevati da vari studi basati più che altro su (poche) interviste a blogger scientifici che lavorano in ambito accademico, e malgrado il loro crescente successo, questa tipologia di comunicazione non sembra ancora riscuotere consensi all’interno delle istituzioni accademiche. Non è solo una questione legata al tempo che bisogna concedere all’attività di blogging e più in generale alla comunicazione (che già da sola non è una attività generalmente ben vista), ma probabilmente anche legata alla così detta caduta delle gerarchie che di fatto avviene con l’uso dei blog e la conseguente interazione(1):

In a well-known case study, Zuboff (1988) documented the tension created within a corporation when a computer-based electronic communication system was installed. The openness, inclusiveness, and anonymity of computer-mediated communication was antithetical to the organization’s hierarchical structure; it facilitated the rise of democratic dialogue among workers, thereby placing stress upon traditional hierarchical roles. (Stephen and Harrison 768-69)

In un certo senso i blog scientifici, che per comodità spesso vengono opposti ai soli giornalisti scentifici in una visione piuttosto semplicistica di una discussione più ampia(5), sono in effetti in contrapposizione anche con le stesse istituzioni accademiche non solo per le questioni poc’anzi accennate, ma anche per la preferenza di queste ultime a veicolare la comunicazione attraverso metodi standard come i comunicati stampa, senza prendersi quella responsabilità diretta ricordata nell’articolo di Ashlin e Ladle(2).

Ad ogni modo, una cosa è certa: l’efficacia dei blog sembra crescere quando questi riescono a fare rete, sia nel caso di un network vero e proprio, come quelli già descritti, sia nel caso di reti costruite attraverso interazioni basate sui link o sui carnevali scientifici (in Italia abbiamo i Carnevali della Matematica, Fisica, Chimica, e dei Libri di Scienza, oltre all’esperienza limitata nel tempo del Carnevale della Biodiversità) o sugli aggregatori.

Dei vari modi per creare una rete di discussione con altri blog, sicuramente l’utilizzo dei link è il più semplice e immediato. E’ interessante notare come María José Luzón Marco in Scholarly hyperwriting: The function of links in academic weblogs(6) abbia cercato di studiare proprio l’uso dei link nei blog accademici, determinando una serie di usi per questa pratica (via hyperlink): i link sono utilizzati per posizionarsi all’interno di una comunità e costruire delle relazioni; per distribuire e organizzare le informazioni; per collaborare nella costruzione della conoscenza; per creare una identità per il blogger e/o il suo blog; per conversare; per pubblicizzare la propria ricerca; per aumentare la visibilità del blog.

Tutti questi compiti possono essere supportati anche grazie ai già citati aggregatori, e in particolare in ambito scientifico il primo e di maggior successo è Research Blogging, che è stato studiato in maniera abbastanza esaustiva da ben due articoli, Groth e Gurney(7), concentratisi sui blog chimici, e Shema, Bar-Ilan e Thelwall(8), che hanno generalizzato quello studio a tutte le categorie (fino ad ora la quasi totalità degli articoli sui blog scientifici era o di tipo editoriale o basato su campioni piuttosto piccoli, poche decine di blogger, e quindi il campione raccolto da RB si presta per uno studio certamente più solido). E’ evidente, come ricordano Shema et al.(8), che non è possibile studiare l’intero gruppo dei blog scientifici, in ogni caso molto vasto, ma i criteri di selezione e gestione di RB rendono questo database un ottimo campione per esaminare lo stato di salute della blogosfera scientifica.

Dalla combinazione dei risultati dei due studi (con il secondo che conferma e generalizza il primo), risulta che la discussione scientifica tra i blog iscritti all’aggregatore è più immediata rispetto a quella della letteratura tradizionale (come ricorda Larry Moran A scientific journal is not the right vehicle for debate and discussion(9)), è più contestualmente rilevante, si concentra sulla scienza di alta qualità, si concentra sulle implicazioni non tecniche della scienza.

Nell’ottica di gettare le basi per un network vero e proprio di blog scientifici in lingua italiana, sulla falsariga di quelli citati in precedenza, noi crediamo che proprio RB possa rappresentare un ottimo punto di partenza per realizzare una rete che sia una fonte affidabile e dinamica di approfondimento sul mondo della ricerca. Per questo motivo, siamo andati a spulciare un po’ nelle statistiche dei blogger italiani presenti sul progetto RB. Dai dati raccolti emerge immediatamente una differenza rispetto all’analisi pubblicata su PLoS: la blogosfera italiana ha nella fisica, nella matematica e nelle discipline direttamente correlate i maggiori punti di forza. Questo dato si spiega da un lato con una maggiore presenza di blogger appartenenti a questa categoria, dall’altro anche con una maggiore prolificità degli stessi:



D’altra parte, nel periodo preso in esame (tutto il 2011), dopo una frequenza di utilizzo abbastanza elevata, l’uso della piattaforma si è stabilizzato su una cifra tra i 20 e i 30 post aggregati al mese (dato che per il 2012 sembra si debba correggere al ribasso):

Un altro dei possibili vantaggi che potrebbe portare l’apertura di un network di blog scientifici sta anche nella possibilità di poter semplificare i rapporti con le istituzioni accademiche e i loro uffici stampa da una parte, e con i giornalisti dall’altra. Per la loro natura di prodotto ibrido, spesso creato da esperti di scienza con il pallino della divulgazione, i blog scientifici si prestano infatti molto bene a svolgere il ruolo di intermediario tra le università e i media tradizionali. Un network di blog scientifici consentirebbe di sfruttare al meglio questo aspetto.

Parallelamente alla creazione del network, sarebbe opportuno interagire con il mondo dei social network e promuovere in questo modo le attività dei blogger iscritti: il supporto di un account social per tutto il progetto, così come le interazioni tra gli account dei singoli componenti della rete con altri blogger scientifici e con i propri lettori possono contribuire al successo e alla visibilità dell’iniziativa, come anche indirettamente mostrato dai dati pubblicati su PLoS(8) e più direttamente nel caso di articoli scientifici i dati raccolti da Melissa Terras(10). Sono tutti aspetti che vanno inevitabilmente curati, senza però dimenticare il punto centrale: i blog e i loro autori.

In quest’ottica il profilo ideale di ciascuno dei blogger sembra essere quello di ricercatori ed esperti (anche non afferenti al mondo accademico) nel proprio campo con un minimo di esperienza nel blogging scientifico. Gli iscritti a Research Blogging, ad esempio, sembrano incarnare perfettamente la figura del blogger richiesto per un simile progetto. Sono infatti proprio la qualità dei contenuti e la serietà dei componenti del network a determinare, secondo noi, il buon esito dell’iniziativa.

Con questo post intendiamo stimolare la blogosfera scientifica italiana, composta fino a questo momento da autori indipendenti, a prendere in considerazione l’ipotesi di aggregarsi in un network e fare rete. Ovviamente, il fatto che un simile progetto non sia ancora stato realizzato in tutti questi anni ci fa pensare che potrebbero esserci dei problemi e degli ostacoli intrinsecamente legati alla situazione italiana, ed è anche di questo che vorremmo discutere: quali sono queste difficoltà? Sono davvero insormontabili? Noi siamo convinti che fare rete possa essere importante per amplificare gli effetti positivi del blogging scientifico, già menzionati più volte in questo post, e vogliamo capire come fare per attuare un progetto che abbia buone possibilità di successo. Come cantavano i Judas Priest negli anni 80: United we stand, united we never shall fall.

Oppure, scritto in altri termini:

Our mission is to build a community of like-minded individuals who are passionate about science and its place in our culture, and give them a place to meet
(dal sito di ScienceBlogs via Eva Amsen)


(1) Jill Walker. Blogging From Inside the Ivory Tower, pages 127–138. Peter Lang, 2006.
(2) Alison Ashlin, Richard J. Ladle (2006). Environmental Science Adrift in the Blogosphere Science, 312 (5771) DOI: 10.1126/science.1124197
(3) Kjellberg, Sara. “I am a blogging researcher: Motivations for blogging in a scholarly context” First Monday [Online], Volume 15 Number 8 (14 July 2010)
(4) Eva Amsen (2008). Who Benefits From Science Blogging? Hypothesis, 4 (2), 10-14 DOI: 10.5779/hypothesis.v4i2.56
(5) Alice Bell, Has blogging changed science writing?. Journal of Science Communication, vol.11, n.1 (2012)
(6) María José Luzón (2009). Scholarly hyperwriting: The function of links in academic weblogs Journal of the American Society for Information Science and Technology, 60 (1), 75-89 DOI: 10.1002/asi.20937
(7) Groth, Paul and Gurney, Thomas (2010) Studying Scientific Discourse on the Web using Bibliometrics: A Chemistry Blogging Case Study. In: Proceedings of the WebSci10: Extending the Frontiers of Society On-Line, April 26-27th, 2010, Raleigh, NC: US.
(8) Hadas Shema, Judit Bar-Ilan, Mike Thelwall (2012). Research Blogs and the Discussion of Scholarly Information PLoS ONE, 7 (5), 1-8 DOI: 10.1371/journal.pone.0035869
(9) Laura Bonetta (2007). Scientists Enter the Blogosphere Cell, 129 (3), 443-445 DOI: 10.1016/j.cell.2007.04.032
(10) Melissa Terras, The Impact of Social Media on the Dissemination of Research: Results of an Experiment. Journal of Digital Humanities, vol.1, n.3, (2012)
(11) Torill Mortensen, Jill Walker. Blogging thoughts: personal publication as an online research tool in Researching ICTs in Context, University of Oslo (2002)

I blogger di scienza alla Blogfest di Riva del Garda

Se amate la scienza e abitate dalle parti di Riva del Garda, non perdetevi la Blogfest di quest’anno. Questo Sabato, 29 settembre, dalle ore 18 alle ore 20 debutterà ScienceCamp, il primo barcamp scientifico italiano. All’evento – aperto al pubblico, ovviamente – parteciperanno i più noti blogger scientifici, che discuteranno di temi succulenti come il difficile rapporto tra scienza e giornalismo, le bufale scientifiche e il ruolo dei blog nella comunicazione scientifica. Questo il programma dettagliato:

  • Stefano Bagnasco (Sentimento Cuorcontento) e Beatrice Mautino (Effetto Barnum): “Indagare i mysteri per capire la scienza, e viceversa” (o di che cosa abbiamo imparato in dieci anni passati a far le pulci a Voyager)
  • Renato Bruni (Erba volant) “Capirci un Acca” (il blog accademico come strumento di socializzazione della ricerca pubblica)
  • Sylvie Coyaud (Oca Sapiens) “Le due squadre di Piezopoli” (come smascherare le contraddizioni e perché vale la pena farlo)
  • Marco Ferrari (Leucophaea) “Due imprese divise dallo stesso linguaggio” (differenze di approccio e linguaggio e incompatibilità, almeno potenziale, tra scienza e giornalismo)
  • Paolo Gifh (Il Chimico Impertinente) “Una breve analisi della blogosfera scientifica italiana”
  • Livio Leoni (Mahengechromis “Il Carnevale della Biodiversità” (vita e miracoli di un Carnevale particolare)
  • Franco Rosso (Chimicare) “Contro il rischio dell’autoreferenzialità della blogosfera: autorevolezza e criticità dei blog scientifici nella percezione delle “Istituzioni” di riferimento”
  • Lisa Signorile (L’Orologiaio Miope) “Citare ed essere citati” (come citare informazioni prese da blog scientifici, spesso “copyrighted” in modi bizzarri, e come i blogger dovrebbero e potrebbero avere accesso alla letteratura scientifica)

Passeggiando per le vie di Riva del Garda avrete la possibilità di incontrare, oltre agli organizzatori (Marco Ferrari, Peppe Liberti, Beatrice Mautino e Stefano Dalla Casa), blogger straordinari come Dario Bressanini, Gianluigi Filippelli, Massimiliano Lincetto, Daniela Ovadia, Barbara Poli, Federica Sgorbissa e Andrea Zanni. Purtroppo io non potrò essere presente, e mi dispiace molto non poter salutare tutte queste persone con cui ho interagito per tanto tempo via web. Ad ogni modo voi non fate come me: siete tutti invitati a partecipare numerosi!

Grazie Prometeus!

Scrivo questo post per segnalarvi, se ancora non l’avete letta, l’intervista che ho rilasciato per Prometeus, la rivista ufficiale dell’Associazione Nazionale Biotecnologi Italiani (ANBI). Parlo del blog ma anche di comunicazione scientifica in generale, perciò se volete sapere come la penso andate a darci un’occhiata.

Approfitto dell’occasione anche per ringraziare la gentilissima Eleonora Viganò, che mi ha posto delle domande davvero stimolanti. Le auguro di fare strada nel campo della comunicazione scientifica, se lo merita. Potete trovare i suoi articoli su Galileo e su Prometeus, oltre che su Jekyll, il giornale degli studenti del master in comunicazione della scienza della SISSA di Trieste.

Piccoli blogger crescono: grazie Galileo!

Sono felice di annunciare che un mio articolo è stato pubblicato proprio oggi sulle pagine del giornale online Galileo. Tra tutti i siti italiani che fanno informazione scientifica, Galileo è quello che personalmente mi piace di più: i contributi sono interessanti, gli autori competenti e mai mi è capitato di scovare quegli errori grossolani che macchiano spesso i pezzi che parlano di scienza. Galileo Servizi Editoriali è un gruppo di persone serie e preparatissime, che fornisce servizi alle maggiori testate italiane (L’Espresso, Repubblica, Wired, LeScienze, Panorama), a università e case farmaceutiche.

E’ quindi un grandissimo onore, per me, aggiungere il mio nome tra quelli di giornalisti esperti quali sono gli autori di Galileo. La cosa bella è che questo articolo potrebbe non essere l’ultimo, e se riuscissi a scrivere con frequenza su Galileo sarebbe un grande passo per la mia carriera di comunicatore scientifico. Avrò la possibilità di migliorare il mio modo di fare divulgazione, imparando dai loro preziosi suggerimenti e soprattutto riducendo un po’ i tecnicismi del mio stile, per raggiungere un pubblico più vasto e generalista: Galileo non è myGenomiX, l’audience è molto diversa e ne dovrò tenere conto. Colgo l’occasione per ringraziare la redazione e in modo particolare il direttore di Galileo Elisa Manacorda e Tiziana Moriconi, le due giornaliste con cui ho avuto il piacere di comunicare in questi giorni.

myGenomix è su Wired (anche se l’hanno chiamato myGenomics)

E’ bello essere citati da una rivista che stimi moltissimo, anche se magari ti storpiano il nome. Questa volta nome e cognome l’hanno scritto giusto (e visto il mio cognome non era affatto scontato), purtroppo però hanno sbagliato a scrivere il nome del blog. Pazienza! Un grandissimo grazie a Riccardo Luna per aver pubblicato un mio piccolo appello per stimolare la comunicazione scientifica in Italia.

Mi avevano un po’ infastidito alcune critiche ricevute dalla rivista in merito all’articolo sul DNA di Eto’o, commentato anche da me. Come è possibile accusare Wired di aver scritto un banale pezzo sul calcio quando in realtà si trattava di personal genomics? Da dove deriva questo scarso interesse nei confronti della scienza? Sinceramente ci si aspetterebbe che i lettori di Wired siano mentalmente aperti e affamati di cose nuove. Certo non si è dei tipi “wired” solo perchè si è acquistato l’ultimo iPhone. Così ho preso le difese della rivista e ho scritto una mail al direttore. Eccola!

Caro direttore

voglio farti i complimenti per gli articoli scelti negli ultimi numeri di Wired. C’è un filo rosso che unisce i due pezzi sul DNA di Eto’o e sugli OGM (n°16) con l’intervista ad Adam Bly (n°17) a proposito della comunicazione scientifica. Ho letto infatti che avete ricevuto diverse critiche riguardo ai primi due, critiche ingiuste che dimostrano che in Italia manca proprio ciò che Bly è riuscito a creare in America: la comunicazione della scienza.

Negli USA i ricercatori utilizzano regolarmente Twitter e i blog per discutere e commentare le nuove scoperte. Esistono hub specializzati in blog scientifici (es. ScienceBlogs) e vengono addirittura organizzati premi per i migliori blog di settore. E’ grazie a tutto questo che la gente riesce a entrare in contatto con il mondo accademico e ad appassionarsi alla scienza senza pregiudizi!

La situazione italiana è ben diversa, non abbiamo idea di quanto siamo indietro sotto questo punto di vista! Qui da noi i bravi comunicatori di scienza scarseggiano, e di conseguenza le persone sono disinteressate o prevenute, con il risultato che un articolo di personal genomics viene scambiato per un pezzo sul calcio. Volendo contribuire a porre rimedio a questa situazione, due mesi fa ho lanciato un blog di genetica che aggiorno quotidianamente, myGenomix; è una piccola cosa, ma spero che altri seguiranno.

Mi auguro che Wired continui a parlare di questi argomenti così come fanno i vostri colleghi americani con Wired Science, e soprattutto invito ricercatori e appassionati di scienza che leggono la rivista a comunicare di più, attraverso Twitter e blog! In Italia abbiamo un grande bisogno di informazione scientifica di qualità: perchè non sfruttare le opportunità straordinarie che ci offrono i nuovi media?

Complimenti ancora e buon lavoro!

Moreno Colaiacovo – @emmecola

myGenomiX è il primo blog di genomica in Italia?

Questo blog ha ormai due mesi di vita. Decisi di aprirlo perché mi dispiaceva che un argomento così affascinante e di tendenza come la genomica fosse trattato dai media italiani con superficialità e incompetenza. Negli Stati Uniti, e più in generale nel mondo anglosassone, parlare e scrivere di genomica e di medicina personalizzata è normalissimo: provate a seguire su Twitter le persone giuste, e scoprirete che praticamente ogni giorno c’è almeno un quotidiano che pubblica una notizia riguardante la scoperta di nuove associazioni tra geni e malattie o un commento sulle analisi genetiche fornite da aziende come la 23andMe.

Qui da noi non è così: a volte, quando esce un nuovo studio di associazione su Science o su Nature, il giornalista di turno deve stare a spiegare perfino cos’è un gene! Il motivo per cui questo avvenga non lo so. C’è disinteresse da parte del pubblico? O addirittura diffidenza? I nostri comunicatori scientifici non sono abbastanza bravi? O semplicemente non sono abbastanza? Probabilmente è un po’ di tutto questo. Di una cosa sono però sicuro: è un circolo vizioso. Se la scienza viene comunicata male, i lettori non la capiscono. E quando una persona non capisce una cosa e non trova nessuno che sia in grado di spiegargliela, finisce che questa persona perde interesse. Se la scienza non interessa la gente, nessun giornalista si prenderà mai la briga di approfondire e migliorarsi per offrire un servizio di informazione migliore. Io credo che l’unico modo per spezzare questo circolo vizioso sia buttarsi nell’arena della comunicazione, e per questo motivo invito tutti gli appassionati a fare come me, aprire un blog e provare. Non è necessario essere esperti per parlare di scienza, molto spesso la visione più limpida su un argomento ce l’hanno proprio quelli che non ci lavorano, perché sono capaci di osservare le cose da prospettive nuove. Viviamo in un Paese dove si parla così poco di personal genomics che non esiste nemmeno una traduzione “ufficiale” di questa espressione: “genomica personale” e “genomica personalizzata” danno in Google lo stesso numero di risultati!

Ma allora mi chiedo: non è che per caso myGenomiX è il primo blog in italiano specializzato sulla genomica? La domanda è provocatoria, ma neanche troppo. Se la risposta fosse sì sarei ovviamente orgoglioso, ma anche profondamente triste: possibile che nel Paese che ha dato i natali a Rita Levi Montalcini e a Umberto Veronesi non ci sia un giovane dottorando che tra una PCR e l’altra scriva la sua opinione in merito a, non so, l’ultimo articolo sui geni dei centenari? So che ci siete, uscite allo scoperto! Non ho scelto a caso questo titolo: se in Italia esiste qualcuno che come me cerca blog di genomica, digitando “blog genomica” in Google probabilmente finirà su questo post. Se sei un blogger e tratti argomenti simili al mio segnala il tuo link nei commenti, ci faremo pubblicità reciproca e grazie al confronto e allo scambio di opinioni potremo contribuire a divulgare sempre meglio quella cosa bellissima che si chiama scienza.

PS: un blog c’è, è Nutrigene di Keith Grimaldi. Ma è molto orientato alla nutrizione, perciò secondo me rientra in una categoria a parte. In ogni caso, leggetelo: Keith è una specie di guru della genomica nutrizionale. Ha alle spalle una esperienza pluriennale all’estero, e ora sta cercando di portare le sue competenze anche nella nostra piccola Italia. In bocca al lupo!