Senza scienza

Per arricchire la mia cultura personale, ultimamente mi sono messo in testa di studiare come si è evoluto nel tempo il rapporto tra scienza e società, in particolare la società italiana. Ho iniziato a riflettere sulla questione quando ho letto l’ultimo libro di Piero Angela, “A cosa serve la politica?”. Sfogliando quelle pagine ho avuto l’ennesima conferma di un mio sospetto, cioè che l’italiano medio ha una scarsissima cultura scientifica. Qualcuno potrebbe obiettare che l’italiano medio ha una cultura scarsa in generale, ma i dati dicono che la situazione è ancora più grave – se possibile – per quanto riguarda le materie scientifiche. Il libro di Angela sottolinea le performance deludenti dei nostri studenti quando si trovano ad affrontare test di valutazione internazionali. A giudicare dai numeri, siamo effettivamente un popolo di ignoranti. Soprattutto quando si parla di scienza.

Viene spontaneo dunque chiedersi come si possa cambiare la situazione, quali azioni possiamo intraprendere come società per ampliare la nostra cultura scientifica. In Inghilterra il giornalista Mark Henderson ha appena pubblicato un libro, “The Geek Manifesto – Why science matters”, in cui si invitano i geek – cioè tutti coloro che credono nel valore della scienza e nella tecnologia – a intraprendere iniziative concrete per portare la scienza nella società. Henderson vorrebbe che la classe politica inglese governasse facendo un maggiore uso dei dati e del metodo scientifico, perché quando è la scienza a guidarti è più facile prendere le decisioni giuste. Un movimento come quello dei geek inglesi sarebbe possibile qui da noi? Esiste nella cultura italiana la convinzione che la scienza e la tecnologia possano davvero migliorare il mondo in cui viviamo?

Tormentato da questo dubbio e armato di buona volontà, ho deciso di acquistare il saggio “La scienza negata” di Enrico Bellone. Per leggere questo testo la buona volontà è fondamentale: a differenza di Piero Angela, Bellone usa uno stile piuttosto elevato, con ripetute citazioni a pensatori del passato. Ho scelto di cimentarmi nell’impresa perché quando si vuole risolvere un problema, il primo passo è comprendere quali fattori lo hanno provocato, e “La scienza negata” è un’ottima risorsa da questo punto di vista. Il libro ripercorre tutte le fasi del processo che ha condotto la nostra società al punto in cui si trova ora, una società disinteressata alla scienza quando va bene, addirittura ostile quando va male. Tutto è iniziato quando la ricerca scientifica, nel tentativo di spiegare il funzionamento del mondo, ha iniziato a produrre risultati importanti, attirando su di sé curiosità e attenzioni che prima di allora erano riservate ad altre categorie. Come i filosofi (gli unici depositari del sapere), che sentendo forse la propria autorità minacciata, hanno iniziato a screditare la scienza e gli scienziati. Sono iniziate a circolare voci secondo cui la scienza fosse una cultura di serie B adatta agli “ingegni minuti”, mentre a ben più elevati compiti erano chiamate le menti superiori come quelle dei filosofi. La negazione della scienza è iniziata proprio con questa espressione, “ingegni minuti”, pronunciata da Giambattista Vico nel 700 e ripresa da Benedetto Croce agli inizi del 900. Potrei sbagliarmi, ma penso sia anche un po’ colpa loro se oggi le notizie scientifiche non trovano spazio nei quotidiani o in televisione, e quando lo trovano stanno a fatica tra il meteo e l’oroscopo del giorno. Sono stati dunque questi filosofi i primi nemici della scienza, con la loro pretesa di stabilire gerarchie culturali. Ma non sono gli unici.

L’impoverimento scientifico della nostra società, figlio di quelle bizzarre teorie, ha toccato da vicino la scuola (chi ha avuto un bravo insegnate di matematica alzi la mano) e ha ridotto drasticamente gli investimenti del nostro Paese nella ricerca: ovvio, nessuno investe del denaro in qualcosa che non stima. Ma tutto ciò ha prodotto anche un altro risultato. L’ignoranza produce diffidenza, scetticismo e rifiuto verso ciò che non si comprende. Ed ecco che sono apparsi gli amanti del complotto, i negazionisti (ne fa un bel ritratto Beatrice Mautino su Wired). Gli uomini si sono sempre fatti domande sul significato di ciò che li circonda, domande a cui la scienza può in gran parte rispondere. Purtroppo, però, queste risposte sono rimaste sepolte sotto tutto il fango che è stato gettato sulla cultura scientifica. Molta gente non crede alla scienza tradizionale: è roba troppo complicata, principalmente perché richiede delle conoscenze di base che la nostra società ha scelto di non dare. E’ molto più facile dare credito a un nuovo santone che sostiene di poter guarire il cancro con l’imposizione delle mani, piuttosto che farsi venire il mal di testa a leggere un articolo che parla di oncogeni e progressione tumorale. Non dico che dovremmo essere tutti scienziati, ci mancherebbe, ma in un mondo come quello di oggi, dominato dalla scienza e dalla tecnologia, non possiamo non avere gli strumenti necessari per affrontare in modo critico un dibattito scientifico. Basti pensare a tutte le sfide che ci pongono di continuo le biotecnologie: OGM, clonazione, fecondazione assistita. Come possiamo esprimere un’opinione se non sappiamo di cosa si sta parlando?

Il successo di programmi come Kazzenger deriva tutto da qui, secondo me: il metodo scientifico, l’emozione della scoperta, il senso stesso del fare scienza, sono concetti che ci sono stati strappati via da un sistema sociale ed educativo incredibilmente miope. Va da sé che senza queste competenze è dura accettare passivamente le risposte della scienza. A volerla dire tutta c’erano altre discipline che potevano dare queste risposte: la filosofia e la religione, ovvero i primi a prendere a picconate la cultura scientifica. Ma la verità è che sono entrambe estinte o in via di estinzione, e hanno ormai ben poche risposte da dare. Ben venga dunque Kazzenger, i complotti, le dietrologie, la (pseudo)scienza alternativa: dopotutto ci è rimasto solo questo.

La metafora che tutti usano, ma nessuno capisce

Quando si ha un blog si cerca di mantenerlo sempre aggiornato, con argomenti d’attualità e notizie fresche fresche che arrivano dalla rete. E l’unico modo per essere sicuri di non perdersi nemmeno un link interessante è quello di utilizzare un sacco di social network e servizi vari tutti insieme. Io, ad esempio, uso nell’ordine Google Reader, Twitter, Google Plus, Facebook e… e una cosa divertentissima che si chiama Google Alert. La considero divertente perché, oltre ai contenuti interessanti che questo tool recupera effettivamente dal web, ti permette di scoprire anche in quali modi assurdi viene utilizzata una parola che dovrebbe avere un significato ben preciso. Chiedendo a Google Alert di segnalarmi ogni giorno tutti gli articoli che contenessero la parola “genetica”, ho scoperto che…

…La fama è un tratto ereditabile:
…Per Nicola Tardelli, figlio dell’ex calciatore Marco Tardelli e della giornalista Stella Pende, la notorietà era una questione genetica, ma nessuno avrebbe mai immaginato che più che per blasone la fama gli sarebbe arrivata per meriti propri…

…Per alcuni la riproduzione è genetica, per altri no:
La legge sugli ordini professionali … perpetua la riproduzione genetica di una casta, impedisce la concorrenza a favore dei consumatori ma soprattutto è una vera e propria umiliazione per le nuove generazioni.

…Le coincidenze possono essere genetiche:
Il Premio Letterario Basilicata … nacque quasi contemporaneamente alla Regione Basilicata. La coincidenza genetica non fu casuale.

…Esistono i geni della conquista e dell’estetica. E ce li ha entrambi Berlusconi:
L’eredità genetica del Cavaliere non salta una generazione, e il gene della conquista, e dell’estetica si tramanda di padre in figlia.

…La cultura può essere geneticamente modificata: state attenti alla cultura che scegliete!
Forse stiamo assistendo a una sorta di mutazione genetica della cultura occidentale, della nostra tradizione.

…I leghisti fanno esperimenti genetici:
Vincenzo Novari è un esperimento riuscito di genetica federalista.

Spero sarete d’accordo con me sul fatto che tutte queste espressioni che vedono la presenza della parola “genetica” siano in realtà delle metafore, delle figure retoriche che hanno lo scopo di qualificare meglio ciò di cui si sta parlando. Il problema è che le metafore dovrebbero essere utilizzate per rendere più semplici e comprensibili concetti che invece sono complicati: ad esempio, io potrei decidere di spiegare la genetica utilizzando delle metafore, ma non mi pare molto sensato fare il contrario, cioè scomodare la genetica per parlare di premi letterari e di Berlusconi.

Io la trovo una cosa molto curiosa. Sembra che la nostra società abbia iniziato a utilizzare la parola “genetica” senza averne mai colto il suo significato primigenio. Quante persone in Italia sanno esattamente cos’è il DNA? O cos’è un gene? Non è obbligatorio saperlo, chiaramente, ma mi fa sorridere pensare che siano utilizzate metafore prese in prestito da un contesto che il lettore non conosce. E’ esattamente l’opposto di ciò che una metafora dovrebbe fare: chiarire, non confondere. Poiché però questa metafora si usa, immagino che qualche messaggio passi comunque al destinatario. Allora la domanda diventa: qual è questo messaggio? Che informazione arriva alla gente quando sente pronunciare la parola “genetica”?