Le mie riflessioni prima dello sputo

Non ho resistito, l’ultima offerta della 23andMe era troppo ghiotta. Sono andato sul sito e ho fatto il mio ordine, spendendo circa 120 euro comprese le spese di spedizione. In attesa di avere davanti a me il kit e di spedire la mia saliva (e quindi il mio DNA) al laboratorio convenzionato che effettuerà l’analisi, vorrei condividere con i lettori del blog alcune riflessioni. Niente di complicato comunque: il DNA Dilemma di Mary Carmichael era tutta un’altra cosa.

Innanzitutto, perché voglio fare questo test? Certamente non per scoprire di cosa morirò, e nemmeno per conoscere le malattie che mi attendono in futuro. Queste cose la 23andMe non me le dirà, così come non me le dirà praticamente nessun altro test genetico attualmente sul mercato. E’ vero, sul sito dell’azienda americana è riportato un lungo elenco di patologie per le quali è possibile calcolare un “rischio genetico”, basato su studi di associazione pubblicati su prestigiose riviste scientifiche internazionali. Tuttavia, è bene ricordare che sebbene le varianti genetiche testate siano davvero presenti in modo significativo negli individui malati, da qui a dire che la variante trovata predice l’insorgenza della malattia, beh, di strada da fare ce n’è parecchia. Sinceramente sono già più che soddisfatto del test Nutrigene che ho fatto qualche tempo fa, e non ci sono molte cose utili che la 23andMe potrà dirmi in più a proposito della mia salute.

L’unica cosa che sarà veramente interessante scoprire è la mia sensibilità ai farmaci: nel caso sfortunato in cui ne dovessi avere bisogno, grazie ai risultati del test conoscerò la dose ottimale per il mio genotipo, basata sulle capacità di assorbimento e di metabolismo che il mio corpo ha nei confronti del singolo medicinale. Questo mi permetterà di massimizzare l’efficacia di un eventuale trattamento, minimizzando la sua tossicità e i suoi effetti collaterali. A volerla dire tutta, per quanto riguarda la salute ci sarebbe un altro aspetto utile nei test offerti dalla 23andMe: si tratta di quei geni che vengono analizzati per scoprire se si è portatori di malattie a connotazione fortemente genetica (il cosiddetto “carrier status“). Non è qualcosa che riguarda direttamente me, ma i miei futuri figli: quasi sempre si tratta infatti di malattie genetiche recessive, che si manifestano cioè solo quando si hanno due copie del gene malfuzionante. Il punto è che si tratta perlopiù di mutazioni rare nel gruppo etnico a cui apparteniamo sia io sia la donna con cui prevedo di avere dei figli, perciò posso stare relativamente tranquillo.

Un caso particolare di carrier status è quello per i geni BRCA1 e BRCA2, coinvolti nel cancro al seno e all’ovaio, per i quali la 23andMe testa tre mutazioni. Anche qui si tratta di varianti comuni negli ebrei Ashkenazi, ma rare negli europei. Il problema è che in questo caso specifico basta una sola copia difettosa di uno di questi geni per aumentare di molto le possibilità di avere il cancro. Se scoprissi di avere una di queste mutazioni come reagirei? Per quello che riguarda me stesso, non sarei particolarmente preoccupato: queste mutazioni sono molto più rischiose per le donne che per gli uomini, benché il rischio di cancro alla prostata effettivamente ci sia. Anche qui, la questione si sposta più che altro su una eventuale figlia che potrei avere in futuro: se sfortunatamente ereditasse questa mutazione (la possibilità di trasmettergliela sarebbe del 50%), il cancro al seno o all’ovaio diventerebbero per lei molto più probabili rispetto a una donna con dei geni BRCA perfettamente funzionanti. Leggendo nella scheda della 23andMe, però, scopro che le percentuali di rischio aumentano in modo veramente preoccupante solo a partire dai 40-50 anni, e allora faccio questa riflessione: è possibile che nel 2060 il cancro non sia ancora stato sconfitto? O che non siano state messe a punto delle strategie di prevenzione efficaci? Beh, sarò eccessivamente ottimista forse, ma ho troppa fiducia nella scienza per credere che tra cinquant’anni saremo ancora tormentati da questo problema. Avremo altri guai, senz’altro, ma il cancro non ci sarà più. Io ne sono sicuro.

La verità è che il test della 23andMe io lo faccio per un solo motivo: curiosità. Pura e semplice curiosità. Probabilmente avrei pagato quei 120 euro anche soltanto per avere la lista del milione di SNP che possono essere esaminati dal nuovo chip, senza pretendere nessun tipo di interpretazione. Me la sarei fatta da solo l’interpretazione, andando a controllare il mio genoma ogni volta che sarebbe stata scoperta una nuova variante genetica associata a questa o a quella condizione. Ce l’ho, ce l’ho, mi manca. Come le figurine insomma. Banalizzo troppo dite? Beh il mio approccio alla vita è questo. E finché la scienza alla base di queste scoperte non sarà più solida, continuerò a prenderle per quello che sono, senza drammi esistenziali e ricordandomi sempre che nel DNA non c’è scritto il nostro destino. Ah, dimenticavo, sono molto curioso anche per la parte di genealogia genetica: da quali aree del mondo arrivano i miei cromosomi? Ho qualche lontano cugino genetico?

Mi rendo conto che per molti la curiosità non sarebbe un motivo sufficiente per fare un test del genere, e infatti ho scelto di acquistarlo solo nel momento in cui il costo era tagliato dell’80%. A prezzo pieno non l’avrei mai comprato: troppo costoso per un test di utilità modesta. Ma a parte questo, esiste forse una spiegazione logica e razionale per cui uno dovrebbe spendere 700 euro per comprare l’ultimo modello di iPhone avendo già la versione precedente, perfettamente funzionante? Ovviamente no, eppure il mondo è pieno di geek del genere. Ecco, consideratemi un geek del DNA, un genegeek!

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Citizen science per la genealogia genetica: intervista all’ideatore del progetto Cromosoma Y

E’ bello quando scopri che esistono altre persone che condividono il tuo interesse per la genetica, ed è ancora più bello quando non sono genetisti, ma semplici appassionati che di mestiere fanno tutt’altro. E’ il caso di Adriano Squecco, laureato in Scienze dell’Informazione, che attualmente lavora per una società americana leader nella produzione di software gestionali per grandi aziende. Adriano ha una grande passione, la genealogia genetica, e una decina di giorni fa mi ha contattato via mail, per segnalarmi il progetto che lui stesso aveva avviato alcuni fa: il cuore del progetto è l’analisi del cromosoma Y, analisi che è resa possibile dall’entusiasmo di centinaia di appassionati, i quali, su invito di Adriano, hanno scelto di condividere i propri dati genetici relativi a questo cromosoma. Si tratta di vera e propria citizen science, o scienza dei cittadini: persone comuni che, unite da una grande passione per la genealogia e per il DNA, stanno contribuendo a caratterizzare meglio la storia genetica del cromosoma Y. Adriano ha accettato di rispondere ad alcune mie domande, lo ha fatto in modo esauriente, e spero che la sua intervista risulterà interessante anche per voi. Se le parole di Adriano stuzzicheranno la vostra curiosità, potete ottenere maggiori informazioni cliccando sui link che ho inserito in fondo al post.

Quando è iniziata la tua passione per la genealogia genetica? Che cosa ti ha attirato di questo settore?
Il mio interesse per i test genetici è nato poco più di dieci anni fa leggendo alcuni articoli di divulgazione scientifica. La genetica ed i test ad essa legati venivano indicati come possibile strumento ed in parte erano già utilizzati per ottenere informazioni utili per molte ricerche scientifiche, come le indagini sull’origine della specie umana e sul popolamento della terra, sull’origine e la diffusione delle varie lingue, sulle caratteristiche di specie animali estinte ma tuttora conservate nei musei, sull’individuazione precoce delle malattie genetiche. Leggevo anche di clonazione e di individuazione certa dei colpevoli di crimini e delitti tramite test del DNA. Questi argomenti avevano fornito ottimi spunti sia a scrittori che al cinema di quegli anni, basti a pensare a titoli come Gattaca, Jurassic Park, Il Sesto Giorno ed altri ancora. Per quello che mi riguardava, interpretavo queste letture come l’avvicinarsi di un futuro prossimo dove a prezzi accessibili avrei avuto la possibilità di conoscere prima ancora di ammalarmi a quali malattie ero predisposto geneticamente ed anche di sapere qualcosa di più su chi erano e da dove venivano i miei antenati. Nei primi anni del 2000 quando sono venuto a conoscenza della presenza sul mercato dei primi test genetici commerciali ho deciso quindi immediatamente di utilizzarli.

Quali informazioni possiamo ricavare da queste analisi?
Inizialmente i test genetici commerciali riguardavano il DNA Mitocondriale che si trasmette per via materna. Successivamente sono apparsi i test sul cromosoma Y che definisce la linea paterna ed infine i test di ultima generazione che interessano tutti i cromosomi. L’informazione restituita da questi test è la misurazione del valore letto nella porzione di DNA testato. Questa informazione è del tutto affidabile vista la grandissima precisione della tecnologia utilizzata per questi test. La parte di questi test soggetta ad errore è l’eventuale scambio dei campioni testati, come succede a volte anche nei test medici generici. La parte controversa è invece spesso costituita dall’interpretazione dei valori (precisi) misurati dai test. Proprio con l’avanzare degli studi genetici si è infatti scoperto che non è semplice ad esempio legare una malattia conclamata a certi valori genetici (mutazioni), anzi è a volte difficile dedurre persino delle caratteristiche fisiche a partire dai risultati genetici. Per dare un’idea dello stato attuale di precisione di questi test commerciali, al momento uno di essi stabilisce il colore dei miei occhi con queste percentuali: 87% blu, 12% verdi and 1% marroni. L’interpretazione dei risultati si basa attualmente sugli studi che di volta in volta vengono pubblicati dalla comunità scientifica e tali interpretazioni vengono espresse in termini di probabilità (di incorrere in una malattia o di avere un certo tratto fisico). Lasciando l’ambito medico ed entrando in quello genealogico, puo’ valere lo stesso principio. In base ai test si viene classificati in modo preciso in un determinato gruppo materno (test DNA Mitocondriale) e/o paterno (test del Cromosoma Y) ma sulla base di questa classificazione dire chi erano e da dove venivano i nostri antenati lontani è ancora a tutt’oggi ambito di accese discussioni e di ipotesi. L’ambito più certo di applicazione dei test genetici commerciali è secondo me quello che consente in certe condizioni di stabilire la parentela biologica tra due individui testati. E’ questo il risultato più concreto che ho ottenuto da questi test nell’ambito della mia personale ricerca genealogica, nel momento in cui, in assenza di documenti genealogici, ho deciso di trovare una risposta certa alla domanda: omonimia o parentela? A qualcuno può sembrare che questi risultati siano deludenti se confrontati con le premesse fatte all’inizio, ma bisogna considerare che si tratta di una scienza che è nata da pochissimo e che è destinata a progredire enormemente nel tempo. Ed il bello è che a questo progresso possiamo in piccolissima parte contribuire anche noi semplici appassionati. I risultati dei test genetici commerciali possono essere a volte utili anche per gli studi scientifici: ad esempio il risultato del test del mio DNA Mitocondriale e’ stato utilizzato per uno studio sul DNA di Oetzi, la mummia del Similaun: uno dei 115 genomi mitocondriali del gruppo K citati nello studio è il mio. E nel 2006 sono stato il primo italiano ad essere individuato dalla società EthnoAncestry come appartenente al gruppo U152+ del cromosoma Y.

Parlaci un po’ del tuo progetto. Quando è partito? In cosa consiste? Quale obiettivo ti sei posto?
Dopo aver effettuato un test genetico, in molti c’è la voglia di estrarre dai risultati ottenuti tutte le possibili informazioni in essi contenuti. L’utente è ovviamente aiutato in questo dalle società che hanno effettuato il test, ma a volte queste società si concentrano su alcune informazioni trascurandone altre. Ad esempio 23andMe e deCODEme hanno posizionato il loro prodotto evidenziando principalmente l’aspetto medico dell’analisi genetica ed è quindi comprensibile che le informazioni fornite agli utenti a partire dai risultati del test siano principalmente di carattere medico. In questo modo vengono considerate di secondo piano le informazioni che possiamo definire genealogiche, ossia relative al legame genetico tra noi ed i nostri antenati. Pertanto, già al loro apparire sul mercato, alcuni di questi test fornivano dei risultati in parte non completamente utilizzati per ricavarne tutte le informazioni in essi contenuti. Il mio progetto raccoglie alcuni dei risultati “sotto utilizzati” di questi test, quelli relativi al cromosoma Y, per metterli a disposizione di chiunque voglia analizzarli meglio di quanto attualmente facciano le società che producono questi stessi dati. Questa esigenza era già diffusa tra alcuni dei primi clienti di questi test ed il progetto è nato come risposta spontanea a questa esigenza diffusa. Il progetto è partito agli inizi del 2008 direi ad uso personale, ossia dopo aver effettuato il test deCODEme, ho inserito in un excel i miei risultati del cromosoma Y per poterli confrontare con i risultati di altri persone. A questo scopo ho contattato altre persone che si erano sottoposte allo stesso test per chiedere i loro risultati e la mia iniziativa nel tempo ha determinato l’aumento dei risultati disponibili e raccolti nel progetto. Il confronto di questi risultati ha portato in alcuni casi alla scoperta di differenze presenti tra persone che in quel momento venivano classificate come appartenenti allo stesso gruppo paterno e questo ha determinato la nascita ufficiale di nuovi sottogruppi ed anche di nuovi prodotti offerti da altre società (EthnoAncestry e Family Tree DNA fra tutte) per consentire ad altri clienti di testare l’appartenenza a questi nuovi sottogruppi a prezzo più economico. Nello stesso anno ho effettuato anche il test 23andMe ed ho iniziato a raccogliere anche i risultati del cromosoma Y prodotti da questo test, contribuendo nel tempo alla nascita di ulteriori nuovi sottogruppi. Al momento il progetto raccoglie i risultati di più di 800 test tra deCODEme e 23andMe e consente in modo semplice ed intuitivo di confrontare i risultati raccolti e di individuare in cosa questi risultati differiscono tra loro. Il mio obiettivo principale è quello di coinvolgere il maggior numero di persone in questo progetto. Se consideriamo che lo scopo principale di chi acquista i test deCODEme/23andMe è quello di approfondire l’aspetto medico dei risultati ottenuti e che la maggioranza di questi clienti non è interessata al momento all’aspetto genealogico di questi test, si spiega il rapporto tra le decine di migliaia di clienti che hanno effettuato questi test e le poche centinaia che partecipano al progetto. Spazio per migliorare esiste di sicuro, ma resto comunque in fiduciosa attesa che queste aziende prima o poi utilizzino pienamente in prima persona tutti i dati che loro stesse producono, soddisfacendo così direttamente e con mezzi superiori le esigenze che hanno determinato la nascita di questo progetto amatoriale. Chiunque desiderasse saperne di più sul progetto può fare riferimento alle seguenti pagine: Y-Chromosome Genome Comparison e YDNA SNPs Comparison Project.

Come giudichi la risposta della gente? Sono molte le persone, e in particolare gli italiani, che condividono la tua passione?
Sono in contatto soprattutto con persone che sono interessate all’aspetto genealogico della genetica (non all’aspetto medico quindi) e nella maggioranza dei casi si tratta di persone che non hanno affiancato a questa ricerca genetica una tradizionale ricerca genealogica. Se vogliamo semplificare il loro approccio, potremmo dire che per loro la genealogia genetica è un modo di fare genealogia sugli antenati lontani millenni fa nel tempo. Esiste anche un gruppo numeroso di appassionati che si occupa principalmente di genealogia tradizionale (e quindi si occupa di un passato molto più recente) e che usa la genetica per superare la mancanza di dati genealogici. Questo tipo di approccio è soprattutto diffuso nel mondo anglosassone, americano soprattutto, viste le migrazioni che hanno interessato gli Stati Uniti nei secoli scorsi. Molti sono comunque gli italiani che si interessano al progetto e molti di loro sono proprio italoamericani per le precedenti ragioni. A titolo di curiosità aggiungo che per le mie personali ricerche genealogiche tradizionali (basate sui registri parrocchiali e comunali per intenderci) sono in contatto anche con diversi genealogisti che non si interessano di genetica. Pur avendo spiegato a molti di loro l’utilità dei test genetici come ausilio alla ricerca tradizionale, come testimoniato dalla mia ricerca sul mio cognome, non sono riuscito ancora ad avvicinare nessuno di loro alla genetica.

Parliamo un po’ del discorso privacy. Viene richiesto di firmare qualche documento prima di depositare i propri dati? Non avete nessuna paura di mettere online il vostro DNA?
I dati genetici del cromosoma Y forniti dalle società di cui ho fatto cenno in precedenza non contengono allo stato attuale delle mie conoscenze alcuna informazione che abbia implicazioni mediche. I miei risultati personali (contenuti nel progetto) sono inoltre identici a quelli di altre persone appartenenti al mio gruppo, con le quali la parentela paterna risale come minimo a qualche millenno fa. In altre parole la “risoluzione” di questi risultati spesso non consente di distinguere una persona da tantissime altre persone che distano nel tempo decine e decine di generazioni da lui. I dati inoltre sono relativi ad un unico cromosoma e quindi personalmente non vedo alcun problema di privacy, anche tenendo conto che si puo’ partecipare al progetto in forma anonima.

Tu hai provato sia i test della deCODEme che quelli della 23andMe. Come giudichi la tua esperienza con la genomica direct-to-consumer? Ti è stato utile? E quali sono invece gli aspetti in cui questo settore dovrebbe migliorare?
La mia esperienza diretta con questi prodotti mi ha permesso di rendermi conto che allo stato attuale delle nostre conoscenze, tranne in casi sfortunati, il nostro destino non è al momento scritto nei geni ma è ancora deciso dai nostri comportamenti. La predisposizione ad una malattia, ammesso che si possa determinare con certezza, fornisce il suo contributo all’eventuale insorgere della malattia ma spesso un contributo uguale e maggiore viene fornito dal nostro stile di vita. Questi test inoltre testano una porzione ridottissima del nostro patrimonio genetico e la strada per l’analisi completa del nostro genoma è ancora molto lunga. Quindi quando leggo di persone che non vogliono fare questi test perché non vogliono conoscere di cosa moriranno oppure che non vogliono condividere i propri risultati per paura di essere clonati, penso che forse c’è qualcosa di sbagliato nel modo in cui questi test e la genetica in generale vengono presentati alle persone. Le società che offrono questi test sono molto professionali e disponibili nel rapporto con il cliente finale. Come detto in precedenza, potrebbero migliorare nella gestione dei dati genetici genealogici ma lo faranno solo se vedranno crescere l’interesse dei clienti verso queste informazioni, cosa che al momento non avviene.

Consiglieresti ad altre persone di fare la stessa tua scelta? E cosa rispondi a chi invece ritiene che i test genetici venduti su internet siano soltanto un grande imbroglio?
Personalmente suggerisco i test genetici a persone che hanno precise esigenze (ricerca genealogica, medica, voglia di testare tecnologie all’avanguardia) e che si sono informati almeno un minimo sulle potenzialità di questi strumenti, su quanto possono offrire e su quali siano le attuali reali possibilità della genetica dei nostri tempi. E’ un discorso quindi di aspettative e di informazione: se un cliente legge ad esempio nell’interpretazione dei risultati del proprio test che probabilmente ha i capelli rossi ma lui li ha in realtà neri, deve accettare il fatto che non è il test che ha sbagliato ma è la genetica (intesa come scienza) che non è al momento adeguata ad interpretare correttamente il risultato del test. A questo proposito bisogna aggiungere che questi prodotti aggiornano periodicamente l’interpretazione dei risultati di ogni cliente in base alla pubblicazione di nuovi studi scientifici correlati ed avvisano via mail i clienti di questi aggiornamenti.

Link utili:

Nel DNA le tracce dei nostri antenati: appello ai clienti italiani della 23andMe!

Nel nostro DNA è possibile scovare le tracce delle nostre origini genetiche: è proprio questo quello che si propone di fare chi studia la genealogia genetica. Dienekes Pontikos è un grande esperto in questo ramo, e nel suo blog si diverte a mettere in relazione le varie popolazioni umane a seconda della percentuale di codice genetico che queste condividono. Giusto per avere un’idea, questo è il grafico che si ottiene al termine di un’analisi di questo genere, che nel caso specifico è stata effettuata con il software ADMIXTURE. Le tre popolazioni italiane presenti (sardi, toscani e abitanti del Nord Italia) hanno caratteristiche genetiche ben distinte: i sardi, in particolare, perdono quasi del tutto la componente nordeuropea (in arancio chiaro) e dell’Asia occidentale (in azzurro), in favore dell’Europa meridionale (verde chiaro).

Va da sè che tante più popolazioni sono rappresentate nei dati di partenza, tanto più accurate saranno le analisi; purtroppo, gli italiani sono sottorappresentati nei dataset pubblici utilizzati da ADMIXTURE. Per questo motivo, Diekenes Pontikos ha da poco inaugurato un nuovo progetto, chiamato Dodecad Ancestry Project, che si propone di arricchire le popolazioni al fine di ottenere risultati più affidabili: nel blog aperto per l’occasione, l’autore chiede a tutti coloro che sono stati clienti della 23andMe di inviargli via mail i loro dati genetici. In cambio, i partecipanti riceveranno un’analisi dettagliata delle proprie origini, che potranno mettere a confronto con tutte le altre popolazioni ed etnie del mondo, man mano che il progetto andrà avanti. L’unico requisito è di appartenere a uno dei 12 gruppi presenti nella lista indicata, che comprende oltre agli italiani in generale, anche gli Ebrei che vivono nel nostro Paese (fanno gruppo a sé). Forza, affrettatevi: avete tempo fino alla fine del mese per mandare i vostri dati.