Cambiare la medicina con la nutrigenomica – Intervista al dottor Filippo Ongaro, medico degli astronauti e autore del libro “Mangia che ti passa”

“Prevenzione e personalizzazione sono i pilastri della nuova medicina”. Così si presenta sul suo blog il dottor Filippo Ongaro, laureato in Medicina e Chirurgia presso l’Università di Ferrara e specializzato in medicina funzionale e anti-invecchiamento. Ha lavorato come medico degli astronauti presso l’Agenzia Spaziale Europea (ESA), frequentando anche la NASA negli Stati Uniti. E’ co-fondatore dell’Istituto Ismerian di Treviso (Istituto di Medicina Rigenerativa e Anti-Aging), del quale è tuttora direttore sanitario. Nel 2008 pubblica “Le 10 Chiavi della Salute”, un vero e proprio manifesto della nuova medicina che il dott.Ongaro sogna di realizzare. Con il nuovo libro “Mangia che ti passa” ci parla invece di nutrizione, e in particolar modo di nutrigenomica. Sono sicuro che questa intervista sarà accolta con piacere da molti dei miei lettori, interessati sia alla nutrizione applicata alla genetica, sia alle tecnologie anti-invecchiamento.

Dott. Ongaro, qual è il messaggio principale che vuole comunicare con il suo ultimo libro “Mangia che ti passa”?
Il messaggio principale è che se in una vita di 80 anni mangiamo circa 50 tonnellate di cibo, non possiamo continuare a non preoccuparci di cosa ingeriamo, della provenienza del cibo, di come è stato prodotto e lavorato e degli effetti che esso ha nel nostro organismo e nelle cellule. La nutrigenomica, scienza che studia l’interazione tra nutrienti e DNA, offre al clinico una nuova comprensione dell’effetto preventivo e curativo che ha il cibo, e di come l’alimentazione moderna sia lontana dalle esigenze del nostro organismo.

Secondo lei, molte delle nostre malattie e dei nostri problemi di stress dipendono dal fatto che il nostro stile di vita e la nostra alimentazione siano cambiati più rapidamente di quanto abbia fatto il nostro organismo. Tuttavia, è innegabile che sotto certi aspetti oggi stiamo molto meglio di un tempo. Come riappropriarci delle nostre “origini” senza però rinunciare al progresso? Sono conciliabili le due cose?
Credo proprio di sì, ed è il mio obiettivo come clinico proporre proprio questo ai pazienti. Stiamo vivendo in un’epoca in cui per la prima volta iniziamo ad ammalarci di troppo progresso. La soluzione non è il regresso, ovviamente, ma una correzione di rotta che ci permetta di vivere più a lungo, ma soprattutto meglio. L’obiettivo dunque non è la longevità ma quello che si chiama disability free longevity, cioè gli anni vissuti senza malattia. Se si considera questo parametro si deve purtroppo riconoscere che la medicina ha avuto un successo molto più limitato di quello che sembra. La nuova medicina che sta emergendo punta proprio ad una gestione della salute, più che ad una tardiva e parziale soppressione dei sintomi.

Fino ad ora il medico si è principalmente occupato della cura delle malattie, piuttosto che della loro prevenzione. Crede che i medici di oggi siano pronti ad attuare il cambiamento di paradigma che lei auspica, o sono ancora troppo ancorati al vecchio approccio? Per quanto riguarda il settore della prevenzione, c’è spazio anche per altre categorie professionali, come i biologi nutrizionisti?
Il medico si occupa di ciò che gli viene insegnato di occuparsi. Le facoltà di medicina non sono cambiate di una virgola dal 1900, sono impostate per dare strumenti potenti per curare gli episodi acuti. In questo la medicina di oggi è incredibilmente efficace e ha fatto enormi passi avanti. Il problema è che la graduale degenerazione legata all’età e le malattie croniche che essa provoca non vengono gestite nel loro insieme, ma semplicemente come una somma di episodi acuti. Malattie cardiovascolari e tumori, per esempio, sono le principali cause di morte nei paesi industrializzati. In entrambi i casi si tratta di processi che richiedono decine di anni per diventare clinicamente rilevanti. Questi anni, in cui si dovrebbe intervenire con una prevenzione personalizzata, vengono invece persi. Inoltre, la medicina iperspecialistica ha fatto perdere di vista il paziente come persona. Ognuno si occupa del suo organo. Ognuno vede e cura una fetta, come se l’organismo umano fosse semplicemente la somma di organi disconessi tra loro. In realtà la ricerca ci indica esattamente il contrario. Oggi si comincia a comprendere l’immensa rete di reazioni biochimiche e molecolari che connette tutto ciò che ci riguarda, incluso mente e corpo. In altre parole, esistono dei processi fisiopatologici trasversali che caratterizzano la base comune di malattie che poi si manifestano in organi tra loro lontani. E questi processi possono diventare oggetto di terapie preventive e curative più efficaci e meno rischiose delle attuali. Allargando cosi la sfera di azione della medicina, emerge anche il ruolo di vari operatori della salute che a pieno titolo devono contribuire al progetto di prevenzione e cura che si sviluppa per un paziente. Chi si ostina a delegittimare altre figure professionali ha evidentemente paura di perdere potere.

Perché secondo lei c’è così tanta confusione a proposito di prevenzione, specialmente quando si parla di nutrizione e integratori? Sembra che alcune volte gli interventi funzionino, altre volte no: tutto ciò non aiuta il pubblico a capire. Anzi, potrebbe minare la fiducia della gente nella scienza e diventare una scusante per non seguirne i consigli e mantenere le cattive abitudini.
Purtroppo anche qui c’è chi si ostina a prendere come verità alcuni studi disegnati appositamente per dimostrare l’inefficacia di sostanze non farmacologiche. Gli interessi dietro sono evidenti. Se si ha una visione d’insieme della letteratura si arriva a conclusioni invece molto chiare. Poi ogni tanto viene pubblicato uno studio che i media subito riprendono e che sembra smentire tutto. Il più delle volte se si analizza lo studio si trovano numerose falle. E’ un po’ come voler studiare l’universo con il microscopio o la cellula con il telescopio. Si usano strumenti inadatti. Per esempio gli studi randomizzati sono perfetti per studiare l’effetto di un farmaco su una malattia, ma sono altrettanto inadatti a comprendere gli effetti più complessi e lenti di interventi naturali.

La nutrigenomica ci dice in che modo il cibo influenza i nostri geni. Cosa pensa invece della nutrigenetica, cioè del fatto che un singolo individuo possa avere esigenze nutrizionali differenti in base al proprio DNA? Crede cioè nella personalizzazione della prevenzione?
Certamente. E’ un passo ulteriore. Prima si lavora sulle caratteristiche comuni del DNA (il 99,9% del nostro DNA è identico), e poi si può personalizzare l’intervento studiano le piccole differenze genetiche inter-individuali.

Il settore dei test genetici applicati alla nutrizione sta vivendo un vero e proprio boom in questo periodo, anche nel nostro Paese. Ritiene che la scienza che supporta questi test sia abbastanza matura per un utilizzo commerciale? Come può la persona comune riconoscere un test scientificamente valido da uno che non lo è?
In questo caso il ruolo di un medico preparato in materia è essenziale. Test genetici “fai da te” sono secondo me poco utili. Forse c’è stata troppa fretta a mettere sul mercato analisi ancora poco validate. Ora le cose sono più mature, ma è sempre bene che vi sia un medico a suggerire quali test fare e ad interpretare i risultati.

Recentemente l’azienda spagnola Life Length ha annunciato di voler vendere un test che, misurando la lunghezza dei telomeri, sarebbe in grado di rivelare la reale età biologica di un individuo. Cosa pensa di questo test?
Maria Blasco, la ricercatrice che ha ideato il test, è una delle maggiori esperte internazionali di telomeri. Il test è serio, si tratta di capire che ruolo avrà sul piano clinico. E’ bene chiarire comunque che non è informazione fine a se stessa, in quanto la velocità con cui i telomeri si accorciano è modulabile, come dimostrato da numerosi studi tra cui quelli di Dean Ornish, che ha dimostrato come un corretto regime alimentare, esercizio fisico moderato e meditazione siano in grado di attivare significativamente la telomerasi, l’enzima che “riallunga” i telomeri.

Ringraziando il dott. Ongaro per l’intervista, ricordo che potete acquistare il libro in tutte le librerie e anche su Amazon.it. Se invece siete ancora dubbiosi, potete leggere l’estratto in PDF disponibile gratuitamente sul blog dell’autore e scaricabile a questo indirizzo. E se volete saperne ancora di più, ecco una video-intervista che ho trovato su Youtube.

Link: www.filippo-ongaro.it

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Piovono critiche sulla scoperta del DNA dei centenari: chi avrà ragione?

L’articolo sui geni dei centenari pubblicato venerdì scorso su Science è stato riportato da tutti i giornali del mondo, a dimostrazione che si tratta di un lavoro di importanza straordinaria per la comprensione dei segreti dell’invecchiamento. E i risultati ottenuti sono veramente sensazionali, forse troppo, tanto che molti esperti li hanno accolti con sospetto, persino dubitando dei metodi utilizzati per arrivare ad essi. Le critiche e i dubbi emersi dai commenti del mondo accademico possono essere schematizzati in tre punti che riporto qui sotto:

1) ACCURATEZZA DEL MODELLO
Critica: Il modello realizzato da Sebastiani et al. individua i centenari con un’accuratezza del 77%, che è un risultato notevolissimo. Il problema è che il 15% degli individui controllo (cioè i non centenari) ha nel proprio DNA le stesse precise varianti genetiche che dovrebbero conferire una longevità eccezionale, mentre invece si sa che la capacità di vivere oltre i 100 anni è un evento molto meno probabile (1 su 6000).
Risposta di Thomas Perls, uno degli autori: Avere un DNA ottimale per vivere a lungo non è sufficiente per raggiungere i cento anni, soprattutto se si è accaniti fumatori o se si viene investiti da un bus.

2) GWAS
Critica di Jeffrey Barrett (Wellcome Trust Institute) e Kari Stefansson (deCODE Genetics): Lo studio di associazione effettuato ha coinvolto appena 2000 individui, mentre per un GWAS che si rispetti i numeri dovrebbero essere molto più alti, con gruppi di decine di migliaia (o centinaia di migliaia) di persone. Per essere statisticamente significative con gruppi così poco numerosi, le varianti individuate dovrebbero avere un effetto fortissimo sulla condizione studiata; al contrario, nei GWAS vengono abitualmente scoperte molte varianti con un effetto piuttosto debole, oppure poche molto forti (certo non 70 come nel caso di questo lavoro).
Risposta di Paola Sebastiani, primo autore: I GWAS che richiedono gruppi così numerosi sono quelli che vanno a studiare patologie piuttosto comuni, nel caso dei centenari si ha a che fare invece con una condizione veramente eccezionale di estrema rarità. E’ questo il motivo per cui è stato possibile trovare varianti genetiche con un effetto così forte.

3) TECNOLOGIE
Critica di David Goldstein (Duke University) e David Altschuler (Broad Institute): I test sul DNA dei centenari e degli individui controllo sono stati effettuati in laboratori diversi utilizzando tecnologie differenti, quindi i risultati non sono confrontabili tra loro.
Risposta di Paola Sebastiani: Entrambi gli esperimenti sono stati svolti con dei chip Illumina.
Replica di Goldstein: I chip erano realizzati dalla stessa azienda (Illumina), ma si trattava di versioni differenti dei chip. E questo può cambiare notevolmente le cose: certe varianti possono apparire come significative solo perché si utilizzano chip diversi.

Concludendo, di questi tempi sembra che nemmeno pubblicare su Science sia garanzia di qualità. Dopo mesi di revisioni e validazioni da parte dei referee della rivista scientifica più prestigiosa al mondo, la comunità scientifica esprime ancora dubbi e perplessità. Da quanto ho letto, mi pare che i critici non abbiano poi tutti i torti a mettere in discussione i risultati ottenuti, ma d’altra parte ho fiducia in chi ha dato il benestare per la pubblicazione di questo lavoro. In futuro verrano eseguite ulteriori analisi per confermare o smentire questi dati, nel frattempo diffidate da chi vorrà vendervi il test genetico della longevità: se volete vivere a lungo, fareste meglio a mangiare bene e a vivere in modo sano. Accantonate il discorso DNA, per il momento.