Italia unita per la corretta informazione scientifica

italiaunitaSono tempi difficili per quelli che – come me – amano la scienza. Sembra infatti che, negli ultimi mesi, in Italia ci si diverta a smontare pezzo per pezzo tutto quello che di buono la ricerca scientifica ha costruito negli anni. I terremoti non sono prevedibili, dice la scienza. Invece sì, risponde il tribunale dell’Aquila. Prima di somministrarla ai pazienti, una terapia, pur sperimentale, deve soddisfare certi requisiti di sicurezza e basarsi su un minimo di pubblicazioni scientifiche, dice la scienza. Invece no, risponde il Parlamento (anzi, merita di ricevere 3 milioni di euro pubblici). E che dire dell’irruzione degli animalisti nei laboratori dell’Università di Milano? O della distruzione dei campi sperimentali di OGM dell’Università della Tuscia? Sono tutti eventi in apparenza scollegati, ma hanno un comune denominatore: nessuno sembra minimamente interessato ad ascoltare le ragioni della scienza. Si dirà che la scienza non ha tutte le risposte, ma il bello sta proprio qui: è l’ignoranza che guida noi scienziati, e che ci permette di ampliare le nostre conoscenze. Questo, però, non significa che, in ragione di questa ignoranza, accettiamo per buone le teorie più strampalate, soltanto perché “potrebbero” essere vere: abbiamo scelto di seguire delle regole ben precise, che vanno sotto il nome di metodo scientifico e di revisione tra pari (peer review). Se una terapia non ha un protocollo riproducibile, non è scienza. Se una scoperta non è pubblicata su riviste scientifiche peer-reviewed, non è scienza. Ma evidentemente, a giudicare dai fatti, in Italia tutto ciò ha poca importanza.

Fortunatamente, arriva ora una boccata d’aria fresca. Questo sabato 8 giugno, in diverse città italiane si terrà l’evento Italia unita per la corretta informazione scientifica. In tutta Italia ci saranno conferenze, fiaccolate, e addirittura un flash-mob che avranno l’obiettivo di sensibilizzare la gente su temi importanti, temi che negli ultimi mesi sono stati sotto l’obiettivo dei media: OGM, sperimentazione animale, staminali, vaccini, terremoti. Ce n’è davvero per tutti i gusti: non vi resta che andare sul sito internet dell’iniziativa e trovare la città più vicina a voi. Sperando che serva a qualcosa.

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Altrimenti ci arrabbiamo

E’ un periodo impegnativo per chi si occupa di comunicazione scientifica. Certo, i negazionisti e i complottisti ci sono sempre stati, con la loro scia di giornalisti e scienziati che invano cercano di difendere il buon vecchio metodo scientifico. Ma nelle ultime due settimane ci siamo davvero superati. Tutto è partito da un articolo che osava definire “necessaria” la sperimentazione animale, apparso sulla rivista Panorama e accessibile a questo indirizzo. La giornalista Barbara Gallavotti se ne è sentita dire di tutti i colori, prendendosi insulti e minacce semplicemente per aver parlato in modo obiettivo della faccenda.

Poi è stata la volta di un articolo pubblicato sul sito di Wired, in cui l’autrice Valentina Arcovio elencava le bufale scientifiche di cui si è reso protagonista Beppe Grillo nel corso della sua carriera. I primi a scaldarsi sono stati gli stessi commentatori di Wired, che hanno scritto in massa per difendere il comico o per congratularsi con la giornalista. L’articolo ha ricevuto un sacco di visite, e almeno inizialmente i lettori sembravano dividersi equamente tra chi lo valutava “wired” e chi invece lo bocciava (i primi hanno poi preso il sopravvento). Le reazioni e le proteste che quell’articolo ha suscitato non sono passate inosservate, e mentre Silvia Bencivelli pubblicava le sue lezioni di giornalismo scientifico, Beatrice Mautino su Effetto Barnum faceva l’identikit del negazionista medio, un caso umano con il quale è meglio non iniziare mai una discussione.

Ma non è mica finita lì. Il fisico/blogger Peppe Liberti su Rangle ci segnala che più di 4000 utenti di Facebook hanno cliccato “Mi piace” su una pagina dal titolo: “Il governo USA è responsabile del terremoto in Emilia Romagna”. Tanta ignoranza scientifica non può che far arrabbiare chi in questo campo ci lavora, come il giornalista Emanuele Perugini, che chiede rispetto per la scienza. E’ intervenuto quindi Marco Ferrari, che dalle pagine di Leucophaea prova a raffreddare gli animi, invitando i protagonisti del dibattito a dialogare piuttosto che a scannarsi a vicenda. Ma proprio quando sembrava che la situazione stesse tornando alla normalità, ecco che ci risiamo. E c’entra ancora una volta Beppe Grillo. Sul blog del comico appare un’intervista a Giampaolo Giuliani, il famoso esperto che dice di essere in grado di prevedere i terremoti: nessuno aveva ascoltato i suoi avvertimenti, e ora l’Emilia ne paga le conseguenze. Voce di uno che grida nel deserto, si direbbe. Peccato che, come sottolinea Marco Cattaneo dal blog Made in Italy, sul sito dell’esperto non appaiano allarmi di nessun genere precedenti l’evento sismico. Nel frattempo la Bencivelli continua a dare lezioni di giornalismo scientifico, ma a quanto pare c’è qualche studente che proprio non si applica.*

E poi basta, almeno per adesso. Io comunque avrei alcune cose da dire, a ognuno dei soggetti coinvolti. La prima è per i complottisti, i negazionisti e per tutti coloro che sputano sulla scienza “tradizionale” senza sapere ciò di cui stanno parlando: siate responsabili. Soprattutto se vi chiamate Beppe Grillo e avete un blog visitato da milioni di persone. Riflettete prima di aizzare il popolo contro lo scienziato cattivo che tortura gli animali, che è schiavo delle multinazionali e che vuole estromettere il brillante genio incompreso di turno (sì, proprio quel tale che ha in tasca la soluzione per ogni problema). Quello che dite può avere delle conseguenze sociali tremende, magari non domani e neppure dopodomani, ma certi messaggi di sfiducia che circolano tra la gente, prima o poi, finiranno per affascinare anche qualche uomo importante, magari un politico dalle cui decisioni dipende il destino di un Paese. E se poi si scopre che la fonte di partenza era inattendibile, se salta fuori che il genio incompreso non era né genio né incompreso, beh, il danno potrebbe essere già stato fatto. La seconda cosa che voglio dire è per i miei amici giornalisti e blogger scientifici: rilassatevi. Take it easy. Condivido il vostro fastidio verso chi cerca di distruggere il vostro lavoro e getta fango su un sistema in cui credete (crediamo), ma alzare i toni non serve. Sono d’accordo con Marco Ferrari quando dice che stiamo “predicando al coro”. I nostri sfoghi di rabbia, le nostre risposte piccate sono dei messaggi chiari e inequivocabili per chi la pensa come noi, ma lasciano indifferenti tutti gli altri. Proviamo a dialogare con i dubbiosi, i confusi, gli scettici. Chiediamo loro che cosa non li convince della nostra versione dei fatti, e perché cercano altrove le risposte di cui hanno bisogno. Infine, a tutti gli altri dico: informatevi. Non prendete per oro colato quello che vi si dice, esigete delle prove. Rompete le scatole sia al santone di turno sia al ricercatore affermato, chiedendo una lista di articoli scientifici a supporto di questa o quest’altra teoria. Quando si parla di scienza, la verità è nei numeri, nelle statistiche, nella letteratura scientifica. Tenete acceso il cervello. E ragionate.

* mentre scrivevo questo post Beatrice Mautino ha pubblicato su Effetto Barnum un articolo in cui spiega in modo molto chiaro perché non possiamo fidarci di chi dice di prevedere i terremoti. Vi consiglio di leggerlo perché è esattamente questo quello che intendo quando chiedo ai giornalisti di dialogare con i dubbiosi.

Senza scienza

Per arricchire la mia cultura personale, ultimamente mi sono messo in testa di studiare come si è evoluto nel tempo il rapporto tra scienza e società, in particolare la società italiana. Ho iniziato a riflettere sulla questione quando ho letto l’ultimo libro di Piero Angela, “A cosa serve la politica?”. Sfogliando quelle pagine ho avuto l’ennesima conferma di un mio sospetto, cioè che l’italiano medio ha una scarsissima cultura scientifica. Qualcuno potrebbe obiettare che l’italiano medio ha una cultura scarsa in generale, ma i dati dicono che la situazione è ancora più grave – se possibile – per quanto riguarda le materie scientifiche. Il libro di Angela sottolinea le performance deludenti dei nostri studenti quando si trovano ad affrontare test di valutazione internazionali. A giudicare dai numeri, siamo effettivamente un popolo di ignoranti. Soprattutto quando si parla di scienza.

Viene spontaneo dunque chiedersi come si possa cambiare la situazione, quali azioni possiamo intraprendere come società per ampliare la nostra cultura scientifica. In Inghilterra il giornalista Mark Henderson ha appena pubblicato un libro, “The Geek Manifesto – Why science matters”, in cui si invitano i geek – cioè tutti coloro che credono nel valore della scienza e nella tecnologia – a intraprendere iniziative concrete per portare la scienza nella società. Henderson vorrebbe che la classe politica inglese governasse facendo un maggiore uso dei dati e del metodo scientifico, perché quando è la scienza a guidarti è più facile prendere le decisioni giuste. Un movimento come quello dei geek inglesi sarebbe possibile qui da noi? Esiste nella cultura italiana la convinzione che la scienza e la tecnologia possano davvero migliorare il mondo in cui viviamo?

Tormentato da questo dubbio e armato di buona volontà, ho deciso di acquistare il saggio “La scienza negata” di Enrico Bellone. Per leggere questo testo la buona volontà è fondamentale: a differenza di Piero Angela, Bellone usa uno stile piuttosto elevato, con ripetute citazioni a pensatori del passato. Ho scelto di cimentarmi nell’impresa perché quando si vuole risolvere un problema, il primo passo è comprendere quali fattori lo hanno provocato, e “La scienza negata” è un’ottima risorsa da questo punto di vista. Il libro ripercorre tutte le fasi del processo che ha condotto la nostra società al punto in cui si trova ora, una società disinteressata alla scienza quando va bene, addirittura ostile quando va male. Tutto è iniziato quando la ricerca scientifica, nel tentativo di spiegare il funzionamento del mondo, ha iniziato a produrre risultati importanti, attirando su di sé curiosità e attenzioni che prima di allora erano riservate ad altre categorie. Come i filosofi (gli unici depositari del sapere), che sentendo forse la propria autorità minacciata, hanno iniziato a screditare la scienza e gli scienziati. Sono iniziate a circolare voci secondo cui la scienza fosse una cultura di serie B adatta agli “ingegni minuti”, mentre a ben più elevati compiti erano chiamate le menti superiori come quelle dei filosofi. La negazione della scienza è iniziata proprio con questa espressione, “ingegni minuti”, pronunciata da Giambattista Vico nel 700 e ripresa da Benedetto Croce agli inizi del 900. Potrei sbagliarmi, ma penso sia anche un po’ colpa loro se oggi le notizie scientifiche non trovano spazio nei quotidiani o in televisione, e quando lo trovano stanno a fatica tra il meteo e l’oroscopo del giorno. Sono stati dunque questi filosofi i primi nemici della scienza, con la loro pretesa di stabilire gerarchie culturali. Ma non sono gli unici.

L’impoverimento scientifico della nostra società, figlio di quelle bizzarre teorie, ha toccato da vicino la scuola (chi ha avuto un bravo insegnate di matematica alzi la mano) e ha ridotto drasticamente gli investimenti del nostro Paese nella ricerca: ovvio, nessuno investe del denaro in qualcosa che non stima. Ma tutto ciò ha prodotto anche un altro risultato. L’ignoranza produce diffidenza, scetticismo e rifiuto verso ciò che non si comprende. Ed ecco che sono apparsi gli amanti del complotto, i negazionisti (ne fa un bel ritratto Beatrice Mautino su Wired). Gli uomini si sono sempre fatti domande sul significato di ciò che li circonda, domande a cui la scienza può in gran parte rispondere. Purtroppo, però, queste risposte sono rimaste sepolte sotto tutto il fango che è stato gettato sulla cultura scientifica. Molta gente non crede alla scienza tradizionale: è roba troppo complicata, principalmente perché richiede delle conoscenze di base che la nostra società ha scelto di non dare. E’ molto più facile dare credito a un nuovo santone che sostiene di poter guarire il cancro con l’imposizione delle mani, piuttosto che farsi venire il mal di testa a leggere un articolo che parla di oncogeni e progressione tumorale. Non dico che dovremmo essere tutti scienziati, ci mancherebbe, ma in un mondo come quello di oggi, dominato dalla scienza e dalla tecnologia, non possiamo non avere gli strumenti necessari per affrontare in modo critico un dibattito scientifico. Basti pensare a tutte le sfide che ci pongono di continuo le biotecnologie: OGM, clonazione, fecondazione assistita. Come possiamo esprimere un’opinione se non sappiamo di cosa si sta parlando?

Il successo di programmi come Kazzenger deriva tutto da qui, secondo me: il metodo scientifico, l’emozione della scoperta, il senso stesso del fare scienza, sono concetti che ci sono stati strappati via da un sistema sociale ed educativo incredibilmente miope. Va da sé che senza queste competenze è dura accettare passivamente le risposte della scienza. A volerla dire tutta c’erano altre discipline che potevano dare queste risposte: la filosofia e la religione, ovvero i primi a prendere a picconate la cultura scientifica. Ma la verità è che sono entrambe estinte o in via di estinzione, e hanno ormai ben poche risposte da dare. Ben venga dunque Kazzenger, i complotti, le dietrologie, la (pseudo)scienza alternativa: dopotutto ci è rimasto solo questo.