Dialogo sulla complessità

qpkoap2quxts6eftkrs5“Hai visto la pubblicità a favore dell’olio di palma? Accidenti, ci vuole un bel coraggio, eh?”

“In che senso?”

“Ci stanno vendendo un veleno e hanno addirittura la faccia tosta di spiattellarcelo in faccia, nemmeno la dignità di nasconderlo!”

“Non esagerare, veleno addirittura?”

“Ma certo, l’olio di palma provoca il cancro, il diabete, e non so cos’altro. Ma dove sei stato negli ultimi mesi? Le merendine e i dolci che compri al supermercato sono tutti pieni di questa schifezza.”

“Ne sei sicuro? No, perché l’Istituto Superiore di Sanità ha appena pubblicato un rapporto in cui si dice che non è vero niente.”

“Certo, allora è stato alzato tutto questo polverone per nulla? Stai a vedere che ora l’olio di palma è diventato un prodotto nutriente e salutare! Magari inizieranno a venderlo anche in farmacia.”

“Un attimo, non passare da un estremo all’altro. L’olio di palma non è certo la cosa più salutare al mondo, ma non è nemmeno un veleno. Il problema dell’olio di palma è che è ricco di grassi saturi, se ne assumi troppi aumenta il rischio di malattie cardiovascolari.”

“Vedi allora che fa male? Bisognerebbe boicottare le aziende che ne fanno uso, così magari inizierebbero a usare ingredienti più sani.”

“Beh, fa male come tutti i cibi che contengono grassi saturi. Se la mettiamo su questo piano, il burro fa malissimo! Eppure non vedo in giro campagne allarmistiche contro il burro.”

“Va beh, che c’entra, basta non esagerare.”

“Appunto! Basta non esagerare. Le calorie derivanti da grassi saturi devono essere meno del 10% rispetto alle calorie giornaliere totali, che arrivino dall’olio di palma, dal burro, dal latte o da qualsiasi altro cibo. Questo dicono i medici.”

“Mmm. E va bene. Ma la sostenibilità dell’olio di palma dove la metti? Ho sentito che nel sudest asiatico stanno bruciando le foreste per coltivarci le palme. Non ti interessa la salvaguardia dell’ambiente?”

“Veramente l’olio di palma è quello con la resa più alta: significa che serve meno terreno per produrre la stessa quantità di olio. La colza e il girasole hanno una resa di 5-6 volte più bassa! Cosa succederebbe se le aziende fossero costrette a smettere di coltivare palme da olio? Chissà, magari inizierebbero a coltivare colza o girasole, e per le tue amate foreste sarebbe molto peggio!”

“In effetti hai ragione. Ma cosa ne so io di cosa combinano nel sudest asiatico? Mica voglio incentivare i disboscamenti.”

“Per questo esiste una certificazione apposita, la RSPO. Se vai sul loro sito trovi tutti i nomi delle aziende che coltivano palma da olio in modo sostenibile, e i produttori che lo usano. Persino il WWF ne ha parlato bene!”

“Sarà.. Certo che di quello che gira intorno all’agricoltura ne sappiamo proprio poco, eh? Ad esempio, quella storia degli ulivi pugliesi! Li stanno bruciando perché c’è un batterio che li fa ammalare e vogliono fermare l’epidemia. In realtà, questo è quello che vogliono farci credere. La Procura ha messo sotto sequestro gli ulivi, pare che non sia il batterio la causa della malattia. E ci sono pure dei ricercatori indagati!”

“Ah sì, la Xylella. Perché dici che non è il batterio la causa dell’epidemia?”

“Dicono che in Puglia ci siano nove ceppi diversi di questo batterio! Vuol dire che è lì da chissà quanti anni, ormai si è adattato. Non può essere quella la causa!”

“Forse non sei aggiornato sulle ultime novità. Il CNR di Bari ha appena pubblicato uno studio che dimostra che il ceppo di Xylella è in realtà uno solo: hanno prelevato campioni un po’ ovunque, e tutti rimandano a un unico ceppo insediatosi nel Salento e proveniente dal Costarica.”

“Ok ma questo non dimostra che il colpevole sia per forza Xylella.”

“No, è vero. In effetti nessuno ha ancora dimostrato in modo inequivocabile che sia il batterio a provocare la malattia degli ulivi, anche se molti indizi lasciano pensare che sia proprio così. (*)”

“Vedi? Stiamo devastando l’economia della Puglia senza neanche conoscere la causa della malattia!”

“Beh, vedila in un altro modo. Se non eliminiamo le piante infette, e il responsabile fosse davvero il batterio, l’epidemia si diffonderà sempre più velocemente. Rischiamo di devastare l’economia italiana ed europea, non solo quella pugliese! Nel dubbio, meglio non rischiare. Non credi?”

“Effettivamente.. Ma nulla mi toglie dalla testa che dietro ci sia lo zampino di Monsanto. A proposito, che ne pensi degli OGM?”

“Quali OGM?”

“Come quali OGM? Quelli che fa Monsanto, no? Quelli che hanno i semi sterili, che bisogna pagare i brevetti e i contadini indiani si ammazzano.”

“Aspetta, aspetta. Una cosa alla volta. Gli OGM non sono sterili, questa è una vecchia leggenda senza fondamento. Ci sono gli ibridi come il mais i cui semi devono essere ricomprati ogni volta per avere le stesse caratteristiche, ma questo non c’entra con gli OGM: è un problema di tutti gli ibridi, OGM e non OGM. E anche quella storia dei contadini indiani, è una bufala. Sui brevetti invece hai ragione, ma non è un problema che riguarda solo gli OGM. Tutte le nuove varietà possono essere tutelate e protette come proprietà intellettuale, cerca su Google “mela Pink Lady”. Se sei contro i brevetti, va bene, ne parliamo. Ma è un altro discorso, con gli OGM non c’entra.”

“Sì ma lo studio che dice che gli OGM provocano il cancro non l’hai letto?”

“Quello di Séralini? Maddai, è stato ritirato da un pezzo. Aveva fatto un sacco di errori sperimentali, giusto per dimostrare che gli OGM erano pericolosi e per promuovere il documentario che sarebbe uscito dopo la pubblicazione dell’articolo.”

“Sì, ma finché non dimostrano che gli OGM sono sicuri io non mi fido.”

“Gli americani li mangiano da vent’anni e non hanno mai avuto problemi. Comunque qui il punto è un altro: non sono “gli” OGM a essere sicuri o non sicuri, bisogna valutare ogni singolo OGM! In Europa lo fa l’EFSA, e quelli autorizzati a livello europeo sono molto pochi. Per questo ti ho chiesto quali OGM poco fa: esistono un sacco di OGM diversi, ognuno con caratteristiche diverse.”

“Sì, ma – guarda caso! – sono venduti tutti dalle grandi multinazionali. Dai, è solo un grande business!”

“Forse ti stupirà sapere che anche la ricerca pubblica italiana ha lavorato sugli OGM, e non per fare enormi distese di monocolture che danneggiano la biodiversità. No, lo scopo era salvare i nostri prodotti tipici, come il pomodoro San Marzano o il riso Carnaroli. Leggi il libro Contro Natura, di Bressanini/Mautino, scoprirai tante cose interessanti! Se non hai tempo va bene anche questa puntata di Presa Diretta.”

“E perché non sono in commercio tutti questi prodotti?”

“Per due motivi. Primo, l’EFSA chiede un sacco di controlli per dare il via libera a un nuovo OGM. Questi controlli costano, e solo le multinazionali possono permettersi di farli. Il secondo motivo, che riguarda in particolare l’Italia, è molto semplice: qui non si può fare ricerca in campo aperto, è vietato per legge. Ma se non puoi fare ricerca, come puoi capire se un OGM è sicuro oppure no? Che peccato, vero? Pensare che potremmo anche ridurre l’uso di pesticidi, grazie alle colture OGM!”

“A proposito di pesticidi, ho sentito che in Italia usano un erbicida che provoca il cancro, il glifosato. Dovrebbe essere vietato! Che infami, ci stanno avvelenando.”

“Ehm. Un momento. Che il glifosato sia probabilmente cancerogeno lo ha detto l’OMS, ma l’EFSA non è d’accordo. Ma anche se lo fosse, sai che anche la carne rossa è probabilmente cancerogena? E quindi dovremmo forse vietarla?”

“Sì, va beh, che c’entra? Dipende da quanta ne mangi. Se segui una dieta equilibrata non c’è pericolo!”

“Appunto, il rischio – se esiste – dipende dalla dose! Se vale per la carne, perché non deve valere per il glifosato?”

“Sì ok, ma che ti costa eliminare il glifosato? Almeno siamo più tranquilli, no?”

“Ti darei ragione se avessimo un altro diserbante più sicuro e altrettanto efficace. Ma al momento non esiste, a sentire gli agricoltori! Vuoi strappare le erbacce a mano?”

“Ok, ok. Ma non voglio veleni in quello che mangio! Ho letto che hanno trovato glifosato in diverse marche di birra. Dovrebbero aumentare i controlli!”

“Su questo siamo d’accordo! Infatti bisogna stabilire delle soglie di sicurezza e soprattutto farle rispettare, non vietare l’uso del glifosato! Vedo che finalmente stai iniziando a ragionare. Sono questioni complesse, non si può cavarsela con un sì o con un no. Ogni nostra scelta ha delle conseguenze di cui dobbiamo tenere conto. Che succede se vieto la ricerca pubblica sugli OGM? Che le multinazionali si arricchiscono. Se tolgo il glifosato dal commercio verrà sostituito da un altro erbicida, magari più pericoloso. Se boicotto l’olio di palma sostituiranno le palme con qualcos’altro di meno redditizio, e le foreste spariranno più velocemente. Se non elimino gli ulivi malati, rischio di peggiorare l’epidemia di Xylella. Non dare retta a chi ti vende verità semplici, non ti fidare degli slogan.”

“E va bene. Mi hai quasi convinto. Quasi. Ma tu comunque non mi piaci, non mi piaci per niente. Per me nascondi qualcosa. Chi ti paga?”

*Il rapporto di causalità tra Xylella e malattia degli ulivi è stato confermato da uno studio dell’EFSA pubblicato il 22 marzo 2016.

Nell’Europa di Juncker c’è ancora spazio per la scienza?

JunckerÈ sicuramente troppo presto per giudicare l’operato di Jean-Claude Juncker, da poche settimane alla guida della Commissione Europea. Ma per la comunità scientifica, il nuovo Presidente è partito con il piede sbagliato: sono infatti diversi, ormai, i segnali che fanno capire che difficilmente le rinnovate istituzioni europee saranno particolarmente favorevoli alla ricerca e alla scienza.

Il primo segnale è arrivato l’11 novembre, quando la Commissione Ambiente ha approvato con un’ampia maggioranza la nuova normativa in merito all’autorizzazione di coltivazioni OGM sul territorio europeo. Quando le nuove regole diventeranno ufficiali, i Paesi membri saranno liberi di vietare la coltivazione di varietà geneticamente modificate entro i propri confini, anche di quelle approvate a livello europeo. Mentre finora era necessario dimostrare, dati scientifici alla mano, che le varietà fossero pericolose per l’ambiente o la salute umana, con la nuova normativa sarà sufficiente addurre motivazioni di tipo socio-economico. Ovviamente, l’EFSA continuerà a svolgere il suo lavoro di valutazione scientifica, e se una varietà sarà ritenuta non sicura non verrà autorizzata. Da questo punto di vista, quindi, niente di nuovo: la voce della scienza sarà comunque ascoltata. Tuttavia, se rigiriamo il discorso, significa anche che sarà possibile bandire dal commercio un prodotto definito sicuro, e vanificare di conseguenza il parere degli esperti. Non sono in grado di valutare gli effetti distorsivi che queste nuove misure avranno sul mercato comune europeo, ma di sicuro si trasmette il messaggio che non devono essere necessariamente le evidenze scientifiche a guidare le scelte europee. Le critiche degli scienziati non si sono fatte attendere. Intervistato da Science, il professor Stefan Jansson, docente di biologia vegetale presso l’Università di Umea in Svezia, ha dichiarato in modo molto efficace che “Se si dimostra che un prodotto è sicuro lo usiamo, se non è sicuro non lo usiamo”. Continua Jansson: “Se iniziamo a dire che ci sono altri motivi per bandire un prodotto, mettiamo in pericolo le basi scientifiche di tutto il sistema”.

Quasi a confermare questi timori, è arrivata il giorno dopo la notizia che il ruolo di Chief Scientific Advisor non sarà più presente nell’organigramma della Commissione Europea. La posizione di consulente scientifico, voluta dal predecessore di Juncker Manuel Barroso, è stata ricoperta dalla biologa scozzese Anne Glover, che lascerà quindi l’incarico a fine gennaio. A nulla sono serviti gli appelli di svariate associazioni di scienziati e giornalisti scientifici, che hanno chiesto a Juncker di mantenere questo ruolo così essenziale per i processi decisionali europei: il presidente della Commissione ha deciso diversamente. E non sono rassicuranti le parole della portavoce Lucia Caudet, secondo cui “Il presidente Juncker crede nell’importanza di una consulenza scientifica indipendente, ma non ha ancora deciso in che modo istituzionalizzare questa consulenza”. Un triste epilogo per la Glover, che – contestata da Greenpeace per le sue dichiarazioni sugli OGM – ha finito per perdere il suo posto dopo essersi battuta per una politica evidence-based. Nel racconto dei suoi 1000 giorni come consulente scientifico, la scienziata scozzese ha evidenziato le notevoli difficoltà incontrate durante il suo incarico, sostenendo che invece di essere utilizzate per orientare le politiche della Commissione, molto spesso le evidenze scientifiche erano strumentalizzate per dare sostegno a questa o quella decisione. Certo non una novità per noi italiani, abituati a questo genere di strumentalizzazioni, ma per una anglosassone come la Glover deve essere stato frustrante.

Inquadrata in questo contesto, anche la recente decisione di tagliare una quota dei fondi previsti per Horizon 2020 desta preoccupazione. Nell’annunciare il nuovo piano di investimenti per la crescita da 315 miliardi di euro, Juncker ha rivelato che intende sottrarne 2,7 al programma di ricerca settenale coordinato dall’Unione Europea. Si tratta di una piccola percentuale rispetto al totale previsto per il programma (70 miliardi), e Juncker sostiene che grazie agli investimenti degli Stati membri e dei privati, questo taglio sarà ricompensato abbondantemente. “Ogni singolo euro che entra nel nuovo fondo per la crescita genererà 15 euro per gli stessi progetti di ricerca. – ha rassicurato Juncker davanti al Parlamento Europeo – Non stiamo spostando soldi da un posto all’altro, stiamo facendo un investimento”. Sarà, ma i ricercatori europei storcono il naso, e lo scetticismo è giustificato: degli oltre 300 miliardi che si spera di ottenere, solo 21 sono già pronti sul piatto. Tutti auspicano che il fondo crescerà, ma non ci sono garanzie: i soldi sottratti a Horizon 2020, purtroppo, sono invece molto reali.

Articolo pubblicato su iMille.org

Gli OGM di Repubblica

Lectio magistralis di Elena Cattaneo sulle cellule staminaliA volte ritornano. In questi ultimi giorni, grazie a una serie di articoli e interviste pubblicati su Repubblica, si è riacceso il dibattito attorno agli OGM, quegli Organismi Geneticamente Modificati che in Italia e in gran parte dell’Europa continuano a dividere l’opinione pubblica. Le schermaglie tra pro- e anti-OGM sono iniziate con un pezzo pubblicato il 24 settembre che sembrava mostrare finalmente un approccio serio e razionale al tema (pdf), con interventi di Dario Bressanini e Roberto Defez. Venerdì c’è stata l’intervista di Federico Rampini a Vandana Shiva, a cui ha replicato il giorno dopo la senatrice Elena Cattaneo. Immediata la risposta di Carlo Petrini, fondatore di Slow Food, e anche oggi non ci siamo fatti mancare la nostra dose quotidiana di OGM, con un appello firmato da Umberto Veronesi. Prima di entrare nel merito, permettetemi di esprimere la mia perplessità sulle scelte del quotidiano. Ben venga il dibattito, ma qual è il senso di questo botta e risposta continuo, che in uno schizofrenico alternarsi di opinioni dice tutto e il contrario di tutto? Personalmente credo che un quotidiano debba seguire una linea editoriale, dando voce certamente a punti di vista diversi, ma guidando in qualche modo il dibattito, controllando almeno la veridicità di certe affermazioni. L’impressione è invece che Repubblica sia diventata in questa circostanza una sorta di bacheca su cui chiunque può pubblicare i propri pensieri sull’argomento; non sono certo un esperto di comunicazione, ma penso che così facendo si perda la funzione informativa che un quotidiano dovrebbe svolgere nei confronti dei propri lettori, e si finisca per fare da megafono a quelle che appaiono come schermaglie personali incidentalmente diventate di dominio pubblico.

Visto che però il dibattito c’è stato, proviamo a capire almeno come è stato affrontato. Inizialmente volevo concentrarmi sull’intervento della Cattaneo, ma l’articolo di oggi di Veronesi offre l’occasione per mettere a confronto due stili di comunicazione differenti. Gli scienziati sono spesso accusati di sbagliare approccio, di mettersi su un piedistallo e sottolineare l’enorme distanza che separa loro – gente “studiata” – dalla plebe ignorante, vittima dell’emotività. Proviamo ad analizzare l’intervento della senatrice Cattaneo, per capire se anche questa volta è stato commesso questo errore. La prima cosa che colpisce, e in positivo, è il fatto che la senatrice non si limiti ad affermare che gli OGM non sono pericolosi, ma ammetta con umiltà di stare studiando l’argomento. Dice infatti la Cattaneo: “Sono ancora in cerca di prove contro l’impiego di OGM (mais, soia, cotone). Li sto studiando uno a uno. E’ un impegno.” Questa, a mio avviso, è un’ottima partenza. Non c’è nessun piedistallo qui, nessun principio di autorità: la ricercatrice di fama internazionale studia prima di esprimere giudizi, e così dovrebbero fare tutti. Subito dopo arriva un’altra mossa vincente: la Cattaneo riconosce infatti che per alcuni OGM (la colza) non esistono ancora prove convincenti che ne dimostrino la salubrità per l’ambiente e la sicurezza per la salute umana. Distinguere caso per caso, dire che un OGM è buono ma l’altro chissà, sottolinea l’importanza di valutare la singola varietà in relazione alla letteratura scientifica disponibile, e di nuovo mostra l’umiltà dello scienziato che si piega di fronte all’evidenza e non porta avanti battaglie ideologiche. La senatrice si merita un altro applauso per aver spostato il dibattito su un tema, quello dei prodotti tipici italiani, che notoriamente è l’arma preferita degli oppositori degli OGM. La Cattaneo sa che OGM e “Made in Italy” non sono affatto in contrapposizione tra loro, e sfida gli avversari sul loro stesso terreno, colpendoli in contropiede. Infine, la ricerca pubblica: le multinazionali cattive sono l’altro grande cavallo di battaglia nella retorica di Slow Food e compagnia, ribadire che gli OGM sono una tecnologia che appartiene a tutti e non a poche grandi aziende straniere è un’altra tattica efficace. Non me ne voglia il professor Veronesi, di cui ho grande stima e ammirazione, ma la strategia comunicativa che egli usa nel suo articolo odierno è secondo me molto meno efficace di quella adottata dalla senatrice Cattaneo, la quale dimostra di aver capito quali corde toccare per provare a convincere gli scettici. Lo spettro della fame del mondo risolta dagli OGM non funziona più, professor Veronesi. Andiamo, stavo per fare l’esame di maturità quando dicevano che gli OGM avrebbero sfamato il mondo (mi iscrissi a biotecnologie anche per questo!). Se non ha funzionato allora, dubito possa sortire qualche effetto oggi: viviamo in un’epoca in cui gli egoismi nazionalistici spingono all’autarchia e all’odio verso gli immigrati, sfamare i bambini del terzo mondo è un nobile obiettivo che tuttavia è percepito come non prioritario. Oggi ci stanno più a cuore i nostri prodotti locali, le “eccellenze agroalimentari che all’estero ci invidiano”: è questa la retorica che funziona oggi, e fa bene la Cattaneo a inserirsi in questo discorso parlando del recupero di varietà quasi scomparse come il San Marzano, proprio grazie alle biotecnologie.

L’approccio di Elena Cattaneo può funzionare, secondo me. Ci stiamo avvicinando al bersaglio, e la replica di Petrini, vaga e non priva di imprecisioni, dimostra che forse abbiamo colpito nei punti giusti. Bisogna insistere su questa strada, mostrando al pubblico che il “modello di agricoltura, alimentazione, ecologia, solidarietà, sviluppo, cultura ed economia” di cui parla Petrini non è affatto in antitesi con gli OGM, i quali possono anzi essere una via per realizzarlo. Tutto bene quindi? Non completamente. Resto convinto infatti che il dibattito a distanza sui quotidiani serva a ben poco, oltre a scaldare gli animi dei più interessati all’argomento. La strategia più efficace è quella del confronto diretto, in un piccolo auditorium davanti a poche centinaia di persone o in uno studio televisivo in prima serata. Lo hanno fatto Dario Bressanini e Beatrice Mautino qualche tempo fa, e i risultati sono stati sorprendenti.

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Elezioni europee: politica e scienza a confronto

DS_sfondochiaroManca pochissimo alle elezioni europee, e i leader dei principali partiti politici si fronteggiano ormai quotidianamente nelle piazze e sui media, lanciandosi frecciatine velenose e tentando di screditare l’avversario con polemiche spesso sterili. Come da tradizione, infatti, anche questa campagna elettorale vive più di attacchi personali tra i leader che non di un confronto serio sui programmi e sulle strategie europee delle diverse forze politiche. Fortunatamente, c’è qualcuno che prova a dare un senso a queste elezioni. Il sondaggio “Voi siete qui” dell’associazione Open Polis, ad esempio, è un’iniziativa pregevole, perché consente di avere un’idea precisa dei posizionamenti delle varie liste su temi di rilevanza nazionale ed europea, annullando il rumore di fondo e dando pari dignità a tutti gli attori in gioco. Al netto delle polemiche, tu elettore, con le tue idee e le tue convinzioni, da che parte stai? Con il quiz di Open Polis è possibile scoprirlo.

Se invece sei maggiormente interessato a questioni riguardanti la scienza e la ricerca, non hai molte alternative. I partiti parlano pochissimo di queste cose, non hanno presa sull’elettorato e non portano voti. Un cittadino particolarmente volenteroso ha passato in rassegna tutti i candidati delle diverse circoscrizioni, alla ricerca di personaggi interessanti per le posizioni espresse in merito a biotecnologie e sperimentazione animale. Ma se volete conoscere il punto di vista ufficiale dei partiti in gara su temi di rilevanza scientifica, non potete che rivolgervi a Dibattito Scienza (e qui mi faccio un po’ di pubblicità, in quanto fondatore e coordinatore di questa iniziativa). Come alle ultime elezioni politiche, il gruppo nato due anni fa ha posto alcune domande a tutti i partiti candidati, interrogandoli su OGM, ambiente, energia, sperimentazione animale e vaccini. Trovate tutte le domande e le risposte pervenute sul sito di Dibattito Scienza e su quello della rivista Le Scienze, che promuove il progetto fin dalle origini. In questa sede (sperando di non annoiarvi) vorrei fare alcune considerazioni generali e qualche commento più specifico entrando nel merito delle diverse risposte.

Da un punto di vista generale, è interessante notare che ancora una volta – era già successo con le elezioni politiche – il centro-destra di matrice berlusconiana è il grande assente. Né Forza Italia, né gli ex alleati di Nuovo Centro Destra, UDC, Lega Nord e Fratelli d’Italia hanno risposto al questionario, che riguardava la normativa sugli OGM, le politiche ambientali ed energetiche, la sperimentazione animale e il programma europeo sui vaccini. Altro grande assente è il Movimento Cinque Stelle, che decide di non aderire all’iniziativa dopo il pasticcio delle ultime politiche. Insomma, gli unici a non mancare mai all’appello sono il PD e Fare per Fermare il Declino, ai quali questa volta si aggiunge la lista dei Green Italia – Verdi Europei. Il successo dell’iniziativa dipende in gran parte dal numero di risposte ricevute, ovviamente, ma credo sia importante sottolineare che in casi come questo, una non-risposta vale come una risposta. Denota scarso interesse nei confronti della scienza, se non in assoluto quanto meno rispetto ad altre questioni ritenute prioritarie. So bene che le campagne elettorali sono impegnative per chi vi partecipa in prima linea, ma non riesco a credere che partiti con una struttura e un’organizzazione consolidata non riescano a trovare il tempo e le persone per rispondere a cinque domande tutto sommato neanche troppo difficili. Perciò, la prima cosa da dire è: bravi PD, Fare e Verdi, indipendentemente da tutto. Ma entriamo nel merito delle risposte.

La prima domanda riguardava la normativa vigente sulle colture OGM, e l’opportunità o meno di modificarla ampliando l’autonomia degli Stati Membri. Cominciamo dicendo che nelle risposte non si rilevano castronerie scientifiche evidenti (niente fragola-pesce, per intenderci). L’avversione nei confronti degli OGM da parte di PD e Verdi sembra motivata più da ragioni economico-sociali e dalla volontà di venire incontro ai bisogni dei cittadini, che non da motivazioni più o meno strampalate di natura ambientale o sanitaria. Certo, non si può dire che la popolazione europea sia stata correttamente informata sull’argomento in tutti questi anni, ma sorvoliamo. Una cosa però è sicura: chiedere addirittura che l’intera Europa sia OGM-free, come fanno i Verdi, è francamente esagerato e ingiustificato da un punto di vista scientifico. Al contrario, la risposta di Fare per Fermare il Declino – favorevole agli OGM – è ben documentata e articolata, anche se perde clamorosamente in chiarezza proprio sul finale. Risulta infatti poco comprensibile la volontà, in ottica federalista, di dare libertà di scelta agli Stati Membri, quando fino a poche righe prima si elogiava la normativa attualmente in vigore, che prevede una gestione “centralizzata” della questione OGM.

La domanda sulle emissioni di CO2 mette tutti d’accordo su un punto: ridurre le emissioni è cosa buona e giusta. Non mancano ovviamente le sfumature: il PD sembra soddisfatto della linea intrapresa dall’Europa, i Verdi vorrebbero imporre obiettivi ancora più ambiziosi, mentre Fare è più cauta e ritiene che i produttori di automobili dovrebbero comunque avere voce in capitolo sulla questione. Tutti e tre i partiti sono convinti della necessità di spostare il traffico merci da gomma a rotaia, anche se poi, nel caso dei Verdi, questo obiettivo contrasta un po’ con l’opposizione nei confronti della TAV. In generale, sembra che PD e Verdi considerino il tema ambientale come prioritario, mentre Fare è più attento alle ripercussioni che le misure anti-CO2 (positive e negative) stanno avendo sull’industria e sull’economia del continente.

Considerando più globalmente la strategia energetica europea, il PD e i Verdi sono concordi nel chiedere obiettivi più ambiziosi rispetto a quelli proposti dalla Commissione. Fare, al contrario, frena bruscamente sulle energie rinnovabili: da buoni liberisti, ritengono che non si debba forzare il mercato verso un tipo di fonte energetica piuttosto che un’altra, e preferiscono misure meno invadenti come una carbon tax onnicomprensiva. Sull’argomento sarebbe interessante assistere a un confronto tra il partito di Boldrin e i Verdi, che nella loro risposta attaccano in modo molto diretto i “difensori dello status quo”, accusati di essersi avvantaggiati per anni degli stessi sussidi che ora sono rinfacciati ai produttori di rinnovabili. Un altro punto importante che differenzia i partiti è la consapevolezza di avere a che fare con un problema mondiale: il PD sa di dover andare a trattare con Stati Uniti, Cina e gli altri grandi produttori di gas serra; un po’ come Fare per Fermare il Declino, che però pone addirittura questo accordo come conditio sine qua non per perseguire la strategia energetica europea.

Sulla quarta domanda, la risposta dei Verdi farà la felicità delle associazioni animaliste. Con il richiamo all’iniziativa Stop Vivisection e la richiesta di assegnare i fondi europei soltanto ai progetti di ricerca che non fanno uso di animali, la lista ecologista non lascia proprio dubbi sulla sua posizione. Altrettanto netta, ma in senso opposto, è la posizione di Fare, mentre il PD appare incerto e timoroso di sbilanciarsi troppo. D’altra parte, in occasione delle precedenti domande di Dibattito Scienza, il candidato premier Pierluigi Bersani si era schierato decisamente a favore della sperimentazione animale, poi però il partito non oppose molta resistenza davanti alle restrizioni introdotte dal Parlamento nel recepimento della direttiva UE. Insomma, su questo punto pare che il PD non abbia ancora deciso da che parte stare. Infine, i vaccini. Mentre i Verdi hanno preferito non rispondere, non avendo una posizione unitaria sul tema, PD e Fare danno risposte molto simili e fortunatamente vicine al punto di vista della comunità scientifica.

In conclusione, siamo di fronte a una politica ancora distante dal mondo della scienza, come confermano le poche risposte ricevute. E anche tra chi ha risposto, si percepisce l’esistenza di “forze” che i partiti sentono come prioritarie rispetto alla razionalità e alle evidenze scientifiche: la demagogia tende a prendere il sopravvento nei partiti di sinistra, soprattutto per quanto riguarda gli OGM e la sperimentazione animale; l’economia sembra essere invece la priorità assoluta per i liberisti, talvolta anche a costo di danneggiare l’ambiente. In altre parole, benché in alcune risposte si intravedano razionalità e buon senso, resta forte la sensazione che la scienza sia troppo spesso strumentalizzata per dare credito a questa o quella ideologia politica. Si può migliorare questa situazione? Forse sì, ma il cambiamento deve partire innanzitutto da noi cittadini, che dobbiamo essere più esigenti nei confronti della classe politica, iniziare a fare domande scomode e a pretendere risposte precise e puntuali. Forse allora anche i politici capiranno che la scienza va presa sul serio.

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Metti un OGM all’EXPO

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Discutere con un oppositore degli OGM è una delle esperienze più estenuanti che possa capitare a un comunicatore scientifico. Anni di disinformazione e propaganda ideologica hanno contaminato il dibattito pubblico con così tanti luoghi comuni e falsi miti che soltanto i divulgatori più pazienti e capaci riescono ad averla vinta. Come prima cosa, devi rispondere all’ambientalista che mette sullo stesso piano OGM e pesticidi. A questa bizzarra critica si può replicare agevolmente, ricordando che alcune colture geneticamente modificate permettono al contrario di ridurre l’uso di insetticidi, perché in grado – per così dire – di difendersi da sé. Ma non appena rispondi al primo contestatore, ecco arrivare un tale con in mano il famigerato studio di Eric Séralini, secondo il quale un particolare mais OGM sarebbe cancerogeno nei topi. Con un po’ di tempo a disposizione, si riuscirà magari a convincere l’interlocutore del fatto che quello studio sia stato duramente criticato dall’intera comunità scientifica internazionale per le sue gravi lacune metodologiche, e che lo scorso novembre sia stato addirittura ritrattato. Ma il duello dialettico non finirà certamente qui, perché – si sa – OGM significa multinazionali, significa i contadini indiani che si suicidano, significa monocolture, significa essere contrari al Made in Italy, e che gli OGM non ci servono, e che noi italiani dobbiamo puntare sulla qualità e sull’eccellenza. E così via, all’infinito.

Il punto è che gli OGM non ci piacciono, e siamo bravissimi a trovare nuove motivazioni e scusanti per dire no a questa tecnologia ormai diffusa in tutto il mondo. Bisognerebbe invece fare esattamente il contrario, e seguire un approccio rigorosamente scientifico: partire dai dati, da ciò che sappiamo, e solo dopo decidere da che parte stare. Non ho intenzione di entrare nel merito della sicurezza degli OGM per la salute umana, anche perché si tratta di una domanda poco sensata. Non possiamo infatti affermare che gli OGM siano in assoluto sicuri, né che siano dannosi: ogni nuova varietà geneticamente modificata deve essere valutata e approvata singolarmente, a livello europeo, ed esiste un ente (l’EFSA) che si occupa proprio di questo. Vorrei invece sfatare un altro mito molto diffuso in Italia, un mito tenuto in vita soprattutto dalle periodiche dichiarazioni dei nostri politici. Sto parlando della presunta incompatibilità tra gli OGM e il Made in Italy.

In occasione delle primarie del centrosinistra del 2012, il gruppo “Dibattito Scienza” chiese ai candidati – tra le altre cose – un parere sugli OGM. A questo proposito, il politico più in voga del momento – Matteo Renzi – risposte così: “Se è vero che molti dei prodotti agricoli che finiscono nelle nostre tavole sono varietà figlie di incroci e selezioni avvenute nei secoli, e che la ricerca in campo agroalimentare è comunque un fattore positivo e una strada da perseguire, altra cosa è aprire l’Italia a produzioni transgeniche che non hanno nulla a che fare con la qualità e la forza economica dei nostri prodotti agricoli.” E ancora: “Va scelta quindi la via dell’eccellenza, della salvaguardia delle nostre eccellenze agroalimentari e della sicurezza alimentare.”. La convinzione che le biotecnologie siano in contrasto con la tradizione agroalimentare italiana è davvero molto radicata, se anche un politico considerato da molti come un innovatore cade ancora in questi luoghi comuni. Sì, perché la salvaguardia delle eccellenze di cui parla Renzi si ottiene anche attraverso le biotecnologie. Non è una provocazione, ma un dato di fatto. È vero, quando si parla di OGM la mente corre subito alla Monsanto, ai grandi appezzamenti di terreno coltivati a mais e soia, ideali per il business di una multinazionale più interessata alla quantità che alla qualità. Ma questa associazione di idee è fuorviante: gli OGM non sono affatto un’invenzione di proprietà esclusiva delle multinazionali (a parte i brevetti su prodotti specifici, ovviamente), bensì una tecnologia a disposizione di tutti, anche della ricerca pubblica italiana. A questo punto, ci si potrebbe legittimamente chiedere: “Ma l’agricoltura italiana ha davvero bisogno degli OGM?”. E la risposta, fatalmente, è sì. Per due motivi, principalmente: innanzitutto, alcuni dei nostri prodotti tipici devono fare i conti con patologie che ne riducono le produzioni a volte in modo drammatico, e le biotecnologie potrebbero essere fondamentali per salvarli; in secondo luogo, proprio in quanto prodotti del territorio, non sono interessanti per le grandi aziende sementiere multinazionali. In altre parole, la responsabilità di salvare queste colture, preservando così la ricchezza del nostro patrimonio agroalimentare, ricade tutta sulle spalle dei nostri ricercatori.

Se l’accostamento tra Made in Italy e OGM suona ancora strano alle vostre orecchie, prendetevi un po’ di tempo per leggere queste schede tecniche (pdf) redatte nel 2003 dall’Università di Milano. Nell’elenco appaiono varietà famose, come il pomodoro San Marzano, il riso Carnaroli o l’uva Barbera, tutte colpite da malattie che incidono a volte in modo drammatico sui raccolti. E non sempre esiste una soluzione efficace. Per risolvere il problema delle larve di maggiolino che attaccano il melo della Val d’Aosta, ad esempio, viene contemplata tra le soluzioni possibili la rimozione manuale delle larve (sì, avete letto bene!); nessuna soluzione, invece – almeno fino a qualche anno fa – per i virus che infettano i carciofi, le zucchine e il Nero d’Avola. In molti altri casi, si riesce a fronteggiare i patogeni solo facendo uso massiccio di insetticidi. Ma non sempre c’è una patologia di mezzo. Prendete il basilico: la tradizione vuole che nel pesto ligure si utilizzino piante giovani, che però sono sfortunatamente ricche di una sostanza cancerogena, il metileugenolo. In tutte queste situazioni potrebbero venirci in soccorso le biotecnologie. In alcuni casi, la soluzione biotecnologica era già a portata di mano nel 2003. Grazie al lavoro svolto da centri pubblici e privati, era stato infatti possibile mettere a punto un San Marzano transgenico resistente ai tre virus che tormentano questa varietà di pomodoro, un tempo molto diffusa in Campania e in altre regioni del Sud Italia. La resistenza ai virus era stata anche verificata in campo, ma la forte opposizione nei confronti degli OGM ne ha di fatto impedito l’ingresso sul mercato. Un discorso analogo si può fare per il riso Carnaroli, attaccato da un fungo, per il quale la ricerca pubblica aveva già sviluppato una varietà resistente più di dieci anni fa. Questi sono gli esempi forse più eclatanti, ma i progetti di ricerca in questa direzione sono moltissimi. Il problema è che sono rimasti chiusi in un cassetto, nei nostri laboratori pubblici e privati.

Se il settore delle biotecnologie agrarie è oggi in mano alle perfide multinazionali, quindi, la colpa è anche nostra. Ne è responsabile la nostra classe politica, colpevole di aver emanato leggi prive di fondamento scientifico che hanno azzoppato la ricerca pubblica frenando la sperimentazione in campo aperto; ne sono responsabili le associazioni ambientaliste, che nelle loro battaglie hanno spesso mescolato la tecnologia degli OGM, i pesticidi e l’agricoltura intensiva, come se fossero la stessa cosa; ne sono responsabili le lobby del Made in Italy, che pensando di tutelare i nostri prodotti ne hanno quasi decretato la scomparsa (vedi il San Marzano). E potremmo continuare: mai come in questo caso il banco degli imputati è stato tanto affollato. Quel che è certo è che, alla fine, questo clima da caccia alle streghe ha danneggiato sia la ricerca pubblica (gli olivi dell’Università della Tuscia gridano ancora vendetta), sia gli stessi agricoltori italiani che hanno coraggiosamente tentato la strada degli OGM (due nomi su tutti: Giorgio Fidenato e Silvano Dalla Libera). Persino le aziende che producono prodotti DOP come il prosciutto San Daniele oggi giustamente protestano, chiedendo alla Regione Lombardia di poter utilizzare mais OGM coltivato sul territorio italiano, invece che importarlo dall’estero.

Paradossalmente, è stata proprio la forte ostilità dell’opinione pubblica nei confronti di questa tecnologia a spianare la strada alle multinazionali. La richiesta di standard di qualità e di sicurezza sempre più elevati (molto più elevati di quelli normalmente richiesti per i cibi “tradizionali”) ha di fatto creato barriere normative insormontabili per le piccole aziende: solo i soggetti più forti economicamente possono sostenere le sperimentazioni e i test richiesti e ottenere l’approvazione dell’EFSA. E mentre continuano le battaglie tra favorevoli e contrari agli OGM, a suon di decreti regolarmente bocciati dall’Europa, l’EXPO di Milano si avvicina. Sono attesi oltre 20 milioni di visitatori, in gran parte stranieri, che arriveranno nel capoluogo lombardo nel periodo che va da maggio a ottobre del 2015. Con un tema come “Nutrire il pianeta”, la manifestazione meneghina avrebbe potuto rappresentare una straordinaria vetrina del genio italico, testimoniato non solo dalle eccellenze del nostro sistema agroalimentare, ma anche dalle capacità dei nostri ricercatori di valorizzarle con strumenti innovativi. Purtroppo, la paura di quel terribile mostro che va sotto il nome di biotecnologie ci costringerà a riproporre i soliti cliché su quanto fosse buono e naturale il cibo di una volta. D’altra parte, uno dei nostri difetti è proprio questo: affascinati dal passato e spaventati dall’innovazione, noi italiani siamo bravissimi a frenare quando tutti gli altri accelerano.

Foto di Francesco SgroiLicenza CC BY 2.0
Articolo pubblicato su iMille.org

La comunicazione della scienza nell’era dei social: emozionare o informare?

Con l’articolo che ripubblico qui sotto inizia per me una nuova collaborazione con il sito “I Mille – Le cose cambiano”. Scriverò di ricerca, scienza e società. Venitemi a trovare anche qui ogni tanto!😉


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Organismi geneticamente modificati, metodo Stamina, sperimentazione animale: il dibattito pubblico su temi scientifici è più acceso che mai. Incalzata dai media e dai gruppi di pressione, la politica si è trovata ad affrontare – spesso con scarsi risultati – problemi complessi, in cui l’aspetto scientifico e quello sociale si sono mescolati a tal punto da risultare molte volte indistinguibili. E se alla classe politica possiamo rimproverare di non aver affrontato razionalmente questi problemi, concedendo troppo alla demagogia, d’altra parte non si può dire che la popolazione avesse gli strumenti per valutare lucidamente le questioni che di volta in volta venivano sollevate: raramente i media hanno scelto di spiegare, quasi sempre hanno preferito scandalizzare, commuovere o spaventare. Impostare un dibattito sui binari dell’emotività è il modo più semplice per muovere le coscienze, soprattutto in un Paese come il nostro, dove la cultura scientifica è da sempre trattata con supponenza e sospetto. Parte di questa strategia ha a che fare con l’uso delle immagini. Puoi fare un discorso perfettamente logico e convincente, puoi presentare numeri e tabelle, ma il castello della razionalità crolla miseramente se dall’altra parte c’è un’immagine vincente. Con le immagini è tutto più facile: basta una foto per far scattare a piacimento sentimenti come la rabbia, l’indignazione, la paura, la pietà. E i tre temi menzionati all’inizio di questo articolo, in effetti, hanno tutti un denominatore comune: in tutti questi casi l’opinione pubblica è stata condizionata e plasmata anche grazie all’uso di immagini forti. Immagini che passano in TV e sui giornali, ma che diventano virali soprattutto sui social network, Facebook in particolare.

Nel caso degli OGM si è voluto spaventare. Basta cercare “OGM” su Google per rendersene conto: le immagini neutrali o favorevoli agli organismi geneticamente modificati sono una minima parte rispetto ai mostruosi fotomontaggi che hanno accompagnato questa tecnologia fin dalla sua nascita. Pensiamo alla fragola-pesce, una creatura mitologica che è ormai entrata a far parte dell’immaginario collettivo. Una vera e propria leggenda metropolitana che si è rivelata essere lo strumento perfetto per allontanare l’interlocutore dal sentiero della razionalità e spingerlo verso le pulsioni più istintive, che ci portano a fuggire da tutto ciò che è nuovo e sconosciuto, invitandoci ad approdare al porto sicuro della tradizione e dei bei tempi andati. Ovviamente non è mai esistita nessuna fragola-pesce, ma l’immagine era così evocativa da resistere ancora oggi, a distanza di anni dalla sua comparsa sui media. Cosa dire invece del metodo Stamina? Il caso è diventato di pubblico dominio grazie alle Iene, il cui messaggio è passato in gran parte attraverso la strumentalizzazione di immagini di bambini malati e sofferenti. Gli scienziati, dal canto loro, hanno dovuto subire l’accusa infamante di essere persone insensibili, fredde macchine razionali impossibili da scalfire persino con la più straziante delle tragedie umane. Eppure è esclusivamente con la razionalità e la lucidità che si può fare scienza, e trasformare le nuove conoscenze in soluzioni terapeutiche concrete ed efficaci. Ma quando dall’altra parte c’è il dolore di un bambino sbattuto in prima pagina (o in prima serata), qualunque considerazione ancorché giusta svanisce istantaneamente. Infine, la questione più scottante e attuale, quella relativa alla sperimentazione animale. Anche qui, la battaglia tra le due fazioni (perché di guerra si tratta, in molti casi) si è combattuta a suon di immagini. I movimenti animalisti hanno fatto abbondante uso di fotografie terribili, con animali costretti a subire tremende torture, ma non hanno disdegnato nemmeno sapienti fotomontaggi volti a screditare quei ricercatori che avevano difeso pubblicamente l’utilità della vivisezione (come viene impropriamente chiamata). Poco importa se le immagini cruente di animali straziati non corrispondano alla realtà, almeno non qui in Europa, e ancor meno importa il fatto che circa il 92% degli scienziati ritenga che purtroppo non si possa fare a meno della sperimentazione animale. L’impatto emotivo di quelle foto e di quei camici insanguinati è semplicemente devastante.

Le immagini sono uno strumento potentissimo all’interno di una discussione, specie se gli interlocutori non sono molto informati sul tema. Spesso raggiungono l’obiettivo, muovendo le masse verso una posizione piuttosto che un’altra. E ad avvantaggiarsene sono stati anche coloro che stanno dalla parte della scienza, come dimostra la recente vicenda di Caterina Simonsen, suo malgrado divenuta nel giro di poche settimane una celebrità della rete. Il coinvolgimento emotivo è un’arma micidiale, che può essere usato sia dagli oppositori della scienza, sia da quelli che dovrebbero esserne i paladini. Ma è davvero la strategia migliore? Dal punto di vista etico, sfruttare immagini di persone sofferenti per portare avanti una causa non sembra certo il massimo della correttezza. Tuttavia, non è a questo che mi riferisco, quanto piuttosto all’efficacia di questo approccio nel lungo periodo. Le immagini scioccanti sono perfette per orientare l’opinione pubblica in merito al singolo episodio (i movimenti animalisti hanno obiettivamente accusato il colpo dopo la vicenda di Caterina), ma hanno il difetto di mancare il bersaglio grosso, quello che un amante della scienza dovrebbe considerare come l’obiettivo prioritario: insegnare a valutare un problema in modo razionale, informandosi e pesando pro e contro. In teoria, viviamo in una democrazia moderna, relativamente colta e istruita. Dovremmo quindi smetterla di trattare le persone come un gregge da guidare da una valle all’altra ogni volta che si presenta un nuovo argomento di discussione. Oggi è la sperimentazione animale, domani potrebbe essere qualcos’altro. La verità è che esiste soltanto una bussola che permette di trovare sempre, in ogni circostanza, la via giusta: è la bussola del pensiero critico, della logica e della corretta informazione. Educare le persone a usarla le renderà cittadini liberi, e realmente consapevoli delle proprie opinioni. Fare informazione corretta paga. Prendiamo ad esempio il recentissimo sondaggio IPSOS sulla sperimentazione animale: la percentuale di favorevoli saliva dal 49% al 57% se agli intervistati venivano fornite informazioni di base sull’argomento. In modo analogo, all’ultimo Festival della Letteratura di Mantova, il ricercatore Dario Bressanini e la giornalista Beatrice Mautino erano riusciti a vincere un confronto Oxford-style sul tema degli OGM, convincendo molti scettici a passare dalla loro parte. Comunicare la scienza in modo pacato, chiaro e oggettivo rimane ancora la strategia vincente. Anche nell’era di Twitter e Facebook.

Schiaffo alla scienza: il Parlamento delle larghissime intese dice no agli OGM

OGM freeSui media generalisti non se n’è parlato moltissimo, ma chi frequenta il mondo della comunicazione scientifica online o gruppi come Dibattito Scienza, è sicuramente a conoscenza di ciò che hanno combinato pochi giorni fa in Parlamento. La Camera ha approvato all’unanimità (neanche un voto contrario) una mozione che impegna il governo a chiedere all’Unione Europea la possibilità di adottare la clausola di salvaguardia per la coltivazione di OGM sul territorio italiano (impegno già mantenuto). Quando l’Unione Europea dà il suo via libera per la coltivazione e il commercio di una coltura OGM, lo fa dopo attente valutazioni a cura dell’EFSA, e solo in presenza di nuove evidenze scientifiche che dimostrino qualche rischio associato alla coltivazione di quel prodotto, uno Stato membro può ottenere la clausola di salvaguardia. Queste nuove evidenze scientifiche, però, non ci sono, anche perché lo studio di Séralini et al. citato anche nella mozione è stato smontato dalla comunità scientifica internazionale, e addirittura è già stato bocciato dalla stessa EFSA. Benché consapevoli di avere poche possibilità di successo, i nostri parlamentari hanno deciso di provarci comunque, spinti dalle ragioni più diverse, ma tutte quante in contrasto con la razionalità e il parere della scienza. Come Dibattito Scienza abbiamo provato a sollecitare almeno i parlamentari con una formazione scientifica (qui trovate il testo del nostro appello), ma senza nessun risultato.

La presa di posizione unanime del nostro Parlamento in materia di OGM suscita interessanti interrogativi. Perché, da sinistra a destra, tutti si sono trovati d’accordo nel mettere al bando le colture geneticamente modificate? Perché la sinistra, che dovrebbe essere portatrice dei valori dell’ambientalismo, finge di non sapere che le colture OGM possono portare a una riduzione nell’uso dei pesticidi? E perché la destra, che dovrebbe difendere in primo luogo la libertà individuale e la competitività dei nostri agricoltori, sceglie di sostenere una misura illiberale e retrograda? In altre parole, perché la scienza e la razionalità non interessano a nessuno? Da quando è nato il gruppo Dibattito Scienza, mi sono ritrovato diverse volte a pensare al rapporto tra scienza e politica, e più in generale a quali fossero i valori di riferimento di sinistra e destra. L’articolo di Silvia Bencivelli sul suo blog mi ha dato modo di mettere insieme i miei pensieri sull’argomento. La conclusione a cui sono arrivato è che la razionalità non è qualcosa che caratterizza l’una o l’altra fazione politica: può essere più o meno accentuata a seconda dello specifico partito, ma in nessun caso è un valore imprescindibile. E non essendo un valore di riferimento, non deve essere perseguita ad ogni costo, ma al contrario può essere sfruttata per appoggiare quelli che invece sono davvero i princìpi fondanti delle due ideologie.

Per la sinistra il bene della collettività viene prima del bene dell’individuo. Per questa ragione, essa cerca di ottenere l’uguaglianza sociale, spesso attraverso un maggiore intervento dello Stato, volto a riequilibrare le ingiustizie e a impedire che qualcuno si appropri di maggiore ricchezza o di più diritti rispetto a tutti gli altri. Questa ricerca dell’uguaglianza si associa naturalmente al femminismo, e contrasta ogni forma di razzismo; ma non si limita alla specie umana. Per la sinistra, i diritti degli animali, e anche – perdonate la forzatura – i diritti dell’ambiente devono essere in egual modo tutelati. Per questo la sinistra è terreno fertile per l’ambientalismo e l’animalismo. La destra, al contrario, predilige una gerarchia di valori per così dire centripeta, dove i diritti e le libertà aumentano andando dall’esterno verso l’interno: il singolo individuo gode di maggior libertà e ha più diritti rispetto alla comunità locale in cui vive, che a sua volta gode di maggiori diritti rispetto alla Nazione che la ospita, e analogamente gli stranieri sono meno tutelati rispetto ai cittadini italiani. Va da sé che, nell’ottica antropocentrica di destra, i diritti degli animali e quelli dell’ambiente sono secondari rispetto alle esigenze umane. Infine, proprio perché la visione individualista della destra è più appetibile da parte di chi già gode di una buona condizione sociale, i partiti di destra finiscono per essere definiti partiti conservatori, o i partiti dei ricchi, perché portavoce di quella parte di popolazione maggiormente interessata a mantenere lo status quo. Quindi come si inseriscono la scienza (e in senso lato la razionalità) in queste due visioni del mondo? Detto molto banalmente, la sinistra e la destra prendono dalla scienza ciò che fa loro comodo. Se gli scienziati denunciano il riscaldamento globale, ecco che i politici di sinistra accettano ben volentieri questo fatto e lo fanno proprio, perché consente di giustificare la loro battaglia contro il capitalismo industriale, che inquina l’ambiente e accelera il fenomeno del global warming. Al contrario, se la scienza dice che la sperimentazione animale è essenziale per la ricerca biomedica, è la destra ad appropriarsi di questo concetto. E non sto parlando della Brambilla, ma di quella che personalmente ritengo in questo momento la destra più autentica, cioè i liberisti di Giannino(*), che alla relativa domanda postagli da Dibattito Scienza rispose così: “Oggi i successi della ricerca medico-scientifica rappresentano la ragione singolarmente più importante per l’allungamento dell’aspettativa e della qualità di vita. È dunque necessario creare condizioni che siano favorevoli all’avanzamento della scienza. La sperimentazione su animali è una parte fondamentale di questo processo.”. Alla politica, insomma, interessa soltanto il fine da perseguire. La razionalità e il metodo scientifico sono semplicemente degli strumenti come tanti altri per dare sostegno e plausibilità alla visione del mondo in cui si crede.

Che cos’è accaduto allora con gli OGM? Beh, io credo che, per la politica, l’OGM sia una tecnologia problematica sotto una serie di aspetti. Alcune colture OGM consentono di utilizzare meno pesticidi, a tutto vantaggio dell’ambiente: il MON810, ad esempio, necessita di meno insetticida, perché in grado di produrre da solo la tossina che lo protegge dagli attacchi di alcuni lepidotteri come la piralide. Ma se è meno dannoso per l’ambiente, perché la sinistra lo ha osteggiato? D’altra parte, sempre lo stesso MON810 permette agli agricoltori di ottenere rese maggiori e incrementare i guadagni. Ma se aumenta la competitività e la produttività delle aziende agricole, perché anche la destra lo ha contrastato? La risposta è diversa per le due fazioni politiche. Quando un politico di sinistra vede una pannocchia di mais MON810 pensa immediatamente alle multinazionali e ai brevetti, dimenticando che è stata proprio l’avversione ideologica nei confronti degli OGM ad aprire la strada alle multinazionali (cioè gli unici soggetti ad avere la forza economica di superare le barriere ideologiche e normative che sono state imposte a questa tecnologia). Quando un politico di destra pensa agli OGM, invece, prova irritazione al pensiero del cambiamento (tendenzialmente la destra è conservatrice), e ci vede un pericolo per il buon vecchio Made in Italy che tanto apprezzano all’estero. Per favore, qualcuno può dire a questi politici che gran parte della carne e dei formaggi italiani derivano da animali alimentati con mangimi OGM? E che è possibile migliorare geneticamente anche prodotti tipici locali come il San Marzano? Leggete questa scheda, ad esempio. Esistono quindi sentimenti contrastanti e valutazioni di senso opposto, che potrebbero far pendere l’ago della bilancia verso un sì o verso un no agli OGM, sia per la sinistra sia per la destra. Ma ecco che nel sistema irrompono due variabili determinanti, che improvvisamente annullano qualsiasi disquisizione sui pro e i contro degli OGM. La prima è il consenso elettorale, che interessa tanto alla sinistra tanto alla destra (e la maggior parte degli italiani è contraria agli OGM). La seconda variabile sono le lobby anti-OGM, che hanno il potere di far cambiare idea a qualsiasi politico, di qualsiasi natura politica, nel momento stesso in cui entra in Parlamento. E con due fattori così forti a spingere contro gli OGM, ogni altra considerazione viene meno.

Sinceramente non so se la mia analisi sia giusta o sbagliata. Non sono un esperto di politica, potrei aver sottovalutato o sopravvalutato degli elementi. Quel che è certo, però, è che i nostri Parlamentari hanno deciso di prendere una posizione senza considerare minimamente l’opinione della scienza, e anzi utilizzando argomentazioni prive di fondamento scientifico per sostenere le proprie tesi. Ora, per coerenza con il loro “no”, i nostri politici non dovrebbero limitarsi a proibire la coltivazione di OGM, ma dovrebbero anche proibirne l’importazione dall’estero, o almeno pretendere che le aziende alimentari segnalino sui loro prodotti l’eventuale utilizzo di mangime geneticamente modificato. Lo faranno? Io ne dubito.

* = per dovere di cronaca, Giannino e i Radicali sono stati gli unici a esprimersi in modo favorevole agli OGM. D’altra parte sono forze politiche che godono di un consenso elettorale limitato, probabilmente anche per questi punti di vista un po’ scomodi.