La grande famiglia dei Primati

ResearchBlogging.orgSulla rivista PLoS Genetics è appena stata pubblicata una nuova e più accurata versione della storia evolutiva dei Primati. Il team internazionale coordinato da Jill Pecon-Slattery l’ha ricostruita analizzando il DNA di 191 specie, e in particolare lo ha fatto sequenziando 54 geni: confrontando le differenze osservate per i vari animali, è stato possibile risalire ai vari gradi di parentela e disegnare l’albero filogenetico della grande famiglia dei Primati.

PARENTI ALLA LONTANA
Cominciamo col dire quali sono i parenti più prossimi dei Primati: sono i Dermotteri, un ordine di mammiferi che oggi è rappresentato dai colughi (o lemuri volanti). A dispetto del nome, non sono veri lemuri: i colughi vivono nel Sud-Est asiatico e sono caratterizzati da un’ampia membrana che consente loro di planare da un albero all’altro.

PICCOLO DOLCE LORI
L’ordine dei primati comparve 92 milioni di anni fa, separandosi presto in due sottordini: gli Strepsirrhini e gli Haplorrhini. Dai primi si staccò, circa 69 milioni di anni fa, il gruppo dei Lorisiformi, che oggi comprende il lori lento, il potto e l’agilissimo galagone. Sono tutti animali piuttosto bizzarri, ma il più strano di tutti è sicuramente il lori: guardate com’è tenero in questo video! Non fatevi però ingannare dai movimenti lenti di questa bestiolina. I lori sono infatti gli unici Primati dal morso velenoso: merito delle ghiandole nell’interno dei gomiti, basta una leccatina ed ecco che il vostro cucciolo diventa un terribile assassino. Dal punto di vista genetico i Lorisidi sono molto diversificati, probabilmente perché sono un gruppo molto antico e hanno avuto molto tempo per differenziarsi.

RE JULIEN E I SUOI AMICI
Sempre agli Strepsirrhini appartengono i primati endemici del Madagascar: arrivarono qui circa 60 milioni di anni fa, dividendosi poi in Chiromyiformi e Lemuriformi. Dei primi rimane oggi una sola, curiosissima, specie: l’aye aye. E’ un animale notturno che si nutre di larve: l’aye aye le estrae dai tronchi dopo averne individuato la posizione picchiettando con il suo sottilissimo dito medio, e ascoltando come riecheggia il suono con le sue enormi orecchie.

I primati del Madagascar più noti sono però i Lemuriformi, costituiti da quattro famiglie di lemuri: i Lemuridi (tra cui il celebre catta, o lemure dalla coda ad anelli), gli Indridi (con il lemure più grande – l’indri – i maki lanosi e i “ballerini” sifaka), i Lepilemuridi (con il lepilemure di Milne-Edwards) e i piccoli Cheirogaleidi (che annoverano tra gli altri il microcebo murino).

IL FOLLETTO DELL’INDONESIA
Cosa è successo invece all’altro ramo dei primati, quello degli Haplorrhini? Circa 81 milioni di anni fa hanno iniziato a differenziarsi i Tarsidi, una famiglia di piccoli animali arboricoli dagli occhi enormi, caratteristica tipica degli animali notturni. Oggi i tarsi vivono esclusivamente nel Sud-Est asiatico, ma i resti fossili dicono che un tempo questi Primati erano presenti oltre che in Asia anche in Europa e nel Nord America.

LA SCOPERTA DELL’AMERICA
Dopo aver lasciato i Tarsidi liberi di seguire il proprio percorso evolutivo, gli Haplorrhini si sono separati 43 milioni di anni fa in due grandi gruppi: i Catarrhini (o “scimmie del Vecchio Mondo”) e i Platyrrhini (o “scimmie del Nuovo Mondo”). Come questi ultimi siano giunti nelle Americhe non è ancora chiaro, sta di fatto che i Platyrrhini hanno iniziato a colonizzare tutta l’America Centro-Meridionale, differenziandosi in tre famiglie: i Pitecidi, gli Atelidi e i Cebidi. Appartengono ai Pitecidi lo uacari calvo, la pitecia dalla faccia bianca e i callicebi. Tra gli Atelidi gli esponenti più famosi sono le scimmie urlatrici e le scimmie ragno, mentre i Cebidi, oltre a cebi cappuccini, saimiri e tamarini, possono vantare la scimmia più piccola del mondo (lo uistitì pigmeo, appena 30 cm di lunghezza).

E ALLA FINE ARRIVO’ L’UOMO
Torniamo nel “Vecchio Mondo” per scoprire cosa hanno combinato, invece, i Catarrhini. Circa 32 milioni di anni fa hanno dato origine alla superfamiglia dei Cercopitecoidi, che oggi comprende Colobini e Cercopitecine. Al primo gruppo appartengono la buffa nasica e l’affascinante rinopiteco dorato, mentre le Cercopitecine annoverano babbuini, macachi, mandrilli e cercopitechi. Più o meno 20 milioni di anni fa dal ramo dei Catarrhini si formarono invece gli Ilobatidi, meglio conosciuti come gibboni. Dobbiamo aspettare ancora qualche milione di anni per vedere la famiglia a cui apparteniamo, gli Ominidi: da questa si differenziarono prima gli oranghi, poi i gorilla e infine siamo arrivati noi, dicendo addio a scimpanzé e bonobo circa 7 milioni di anni fa.

Questo studio è importante perché ha permesso di disegnare l’albero dei Primati con un livello di dettaglio e precisione mai raggiunti prima. Benché fondamentale per la nostra evoluzione, questo gruppo di animali non è stato ancora studiato come meriterebbe: solo 12 genomi di Primati sono stati completati fino a questo momento, e finora mancava una visione complessiva delle relazioni filogenetiche tra le varie famiglie. Non sapevamo, ad esempio, quali fossero i parenti più prossimi dei Primati (i Dermotteri), né a quale ramo appartenessero i Tarsidi (Haplorrhini). Abbiamo trovato un posto anche per l’aye aye: è un cugino dei lemuri. Infine, è stata fatta un po’ di chiarezza sulle relazioni di parentela che intercorrono tra le scimmie del Nuovo Mondo. L’origine geografica dei Primati resta però tuttora un mistero, anche se l’albero filogenetico sembra avere radici asiatiche: tutte le specie più antiche (Dermotteri, Tarsidi, Lorisidi) vivono infatti nell’Asia meridionale.

Le bellissime immagini di questo articolo, prelevate da Wikimedia e Flickr e liberamente pubblicabili secondo la licenza Creative Commons, sono rispettivamente di Lip Kee Yap, underwhelmer, Tom Julek, Chris Gin, wstera2, Ipaat, su neko e Thomas Lersch.


Perelman, P., Johnson, W., Roos, C., Seuánez, H., Horvath, J., Moreira, M., Kessing, B., Pontius, J., Roelke, M., Rumpler, Y., Schneider, M., Silva, A., O’Brien, S., & Pecon-Slattery, J. (2011). A Molecular Phylogeny of Living Primates PLoS Genetics, 7 (3) DOI: 10.1371/journal.pgen.1001342

Un database su cinque è contaminato da DNA umano

I tecnici di genetica forense sanno bene quanto è importante evitare contaminazioni mentre maneggiano i campioni da analizzare: basta una distrazione, ed ecco che ci si ritrova sul banco degli imputati a causa della “prova del DNA”. Per questo motivo, vengono adottati tutta una serie di accorgimenti che garantiscono che il risultato dell’analisi sia veramente affidabile. Purtroppo, non si usa altrettanta cura in tutte le altre analisi genetiche, ad esempio quando si deve sequenziare un nuovo genoma.

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Mark Longo dell’Università del Connecticut ha infatti scoperto che su 2749 database genomici da lui analizzati, ben 492 contengono sequenze contaminanti di DNA umano. I database oggetto della ricerca si riferiscono a batteri, piante, pesci: tutte specie che con gli esseri umani non hanno proprio niente a che vedere. Eppure, in un genoma su 5 sono stati trovati dei segni inequivocabili di una contaminazione: sono le sequenze ALU, sequenze di DNA presenti esclusivamente nei genomi dei primati. Longo le ha individuate sia nelle sequenze grezze prodotte dai sequenziatori, sia – ancora peggio – nei genomi completi, assemblati dai software bioinformatici.

Le contaminazioni in genere sono provocate da cellule della pelle, o da capelli che accidentalmente cadono nei campioni da sequenziare. Questa, almeno, è la spiegazione che si dà quando si parla di DNA umano, ma la ricerca ha rivelato anche casi più bizzarrì: i database del genoma dell’ornitorinco, ad esempio, contengono sequenze che sembrerebbero appartenere al wallaby tammar. Qualcuno potrebbe chiedersi come mai, visto che generalmente i wallaby non sono ammessi nei laboratori di ricerca. La risposta è che molti istituti possiedono librerie genomiche di molte specie diverse nello stesso momento, che attendono di essere analizzate: per vari motivi, può succedere che tracce di un campione finiscano per sbaglio dentro un altro.

La scoperta è molto preoccupante, per due motivi. Il primo è di tipo tecnico: se le cose stanno così, significa che i filtri dei software bioinformatici non funzionano, dal momento che queste sequenze dovrebbero essere eliminate prima di fare l’assemblaggio. Il secondo motivo riguarda il prossimo futuro. Arriverà il giorno in cui ognuno di noi potrà farsi sequenziare per pochi euro, al fine di ottenere cure mediche personalizzate: chi ci garantirà che il DNA analizzato sarà veramente il nostro? Distinguere una sequenza umana da una sequenza batterica è relativamente semplice, ma quando a confronto ci sono due genomi umani la faccenda è molto più complicata.

UPDATE: su suggerimento di un lettore (grazie Giovanni!) sono andato a leggere i commenti e le precisazioni fatte sull’articolo. Sì perché le riviste PLoS consentono di commentare e votare le pubblicazioni scientifiche, una cosa che trovo molto bella e utile. Nella sezione commenti si legge una precisazione dell’NCBI, che si è sentita in dovere di difendere i suoi database: “While we understand that there is some contamination in sequences submitted to the public databases, we do not believe that the problem is as widespread as reported in the paper. Most of the examples provided by the authors were of preliminary data submitted to the archives under rapid data release policies. Database users must understand that preliminary data are just that, preliminary, because they have not been screened and vetted the way finished data have.”


Longo, M., O’Neill, M., & O’Neill, R. (2011). Abundant Human DNA Contamination Identified in Non-Primate Genome Databases PLoS ONE, 6 (2) DOI: 10.1371/journal.pone.0016410

Breve aggiornamento dall’AGBT

Due settimane fa a Marco Island (Florida) si è tenuto l’AGBT (Advances in Genome Biology and Technology), cioè la conferenza internazionale dove ogni anno vengono presentate le novità tecnologiche nel settore della genomica, condite da qualche interessante risultato scientifico. Ecco un brevissimo resoconto del meeting.

Life Technologies – I sequenziatori SOLiD sono sempre più proiettati alla genomica del cancro. Si tratta dell’applicazione più promettente per uno strumento che può vantare un’accuratezza del 99.99%.

Illumina – I rappresentati dell’azienda californiana hanno mostrato con orgoglio la nuova macchina MiSeq che verrà messa in vendita quest’anno. Per quanto riguarda l’HiSeq 2000, gli uomini di Illumina sostengono di essere riusciti ad aumentare la produttività dello strumento, passando dai 200 Gb/run iniziali a 1 Tb/run.

Pacific Biosciences – Gli alfieri del single-molecule sequencing hanno annunciato di aver ottenuto un’accuratezza dell’85%, ancora ben lontana dal 99% della concorrenza. Tuttavia, l’azienda ha potuto dimostrare l’utilità di integrare le proprie sequenze lunghe con quelle più corte di Illumina per assemblare genomi de novo. I rappresentanti hanno anche mostrato un bel documentario che potete vedere qui.

Ion Torrent – L’azienda ha dichiarato di poter ottenere in una corsa di sequenziamento 300mila sequenze di 100 basi di lunghezza. La priorità per Ion Torrent sarà migliorare la qualità e dimezzare il tempo per la preparazione dei campioni.

Altri link:

Cromosomi che esplodono

Il cancro è una malattia del genoma. Si manifesta infatti quando il nostro DNA subisce mutazioni in geni chiave per la regolazione della crescita cellulare. Fino a poco tempo fa, si pensava che queste mutazioni si accumulassero in modo progressivo nel corso del tempo, danneggiando uno alla volta diversi meccanismi di controllo delle cellule. Grazie al sequenziamento genomico, un gruppo di ricerca inglese ha ora scoperto che i tumori possono insorgere anche secondo un’altra modalità, che interesserebbe il 2-3% dei casi: il cancro potrebbe infatti essere provocato anche da un unico catastrofico evento, in cui interi cromosomi vengono distrutti.

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Non solo un lento accumulo progressivo di piccole mutazioni del Dna, ma anche un unico, “catastrofico” evento in cui interi cromosomi vengono distrutti può portare allo sviluppo dei tumori. A suggerirlo è un nuovo studio apparso su Cell, che porta la firma dei ricercatori del Wellcome Trust Sanger Institute di Cambridge (Gb), guidati da Peter J. Campbell.

Analizzando una serie di campioni di tessuti tumorali, i ricercatori inglesi hanno individuato alcuni casi in cui uno solo dei 46 cromosomi che compongono il genoma umano appariva completamente danneggiato: alcuni geni mancavano, mentre altri erano presenti in più copie.

La particolare tipologia del danno fa pensare che esso non sia dovuto all’accumulo, nel tempo, di una serie di mutazioni, ma piuttosto a un singolo terribile evento (chiamato cromotripsi), in cui il cromosoma si è letteralmente polverizzato in decine o centinaia di frammenti, poi maldestramente riassemblati dalla cellula. Le conseguenze possono essere molto gravi per gli equilibri cellulari: geni che promuovono il cancro (oncogeni) possono essere improvvisamente amplificati, mentre possono perdersi quelli oncosoppressori.

Dalle analisi genetiche effettuate dai ricercatori, la cromotripsi sembra essere la causa del 2-3 per cento dei tumori. La si osserva in particolare nei tumori delle ossa: nel caso dell’osteosarcoma, infatti, ne sono interessati il 25 per cento circa dei campioni esaminati. Resta ancora da chiarire quale possa essere la causa scatenante di un danno così devastante. Tra le possibili ipotesi, gli studiosi stanno considerando le radiazioni ionizzanti come i raggi X.


Stephens, P., Greenman, C., Fu, B., Yang, F., Bignell, G., Mudie, L., Pleasance, E., Lau, K., Beare, D., & Stebbings, L. (2011). Massive Genomic Rearrangement Acquired in a Single Catastrophic Event during Cancer Development Cell, 144 (1), 27-40 DOI: 10.1016/j.cell.2010.11.055

Fonte: M. Colaiacovo – www.galileonet.it

Image credit: Cell

Mille dollari per un genoma? Ok, il prezzo è giusto!

Il costo per sequenziare un genoma umano è in costante discesa: ma quando arriverà alla fatidica soglia dei 1000 dollari? Secondo la rivista Nature potrebbe accadere già quest’anno, ma non tutti la pensano allo stesso modo. Matthew Herper, ad esempio, non è d’accordo. Il giornalista americano scrive su Forbes che il prezzo della tecnologia non è l’unica variabile da tenere in considerazione: ci sono costi aggiuntivi che andrebbero comunque sostenuti da una persona che volesse leggere il proprio codice genetico al fine di trarne informazioni utili per la propria salute. Innanzitutto, il genoma dovrebbe essere sequenziato più volte per garantire un risultato accurato. Inoltre, c’è tutta una fase di elaborazione computazionale del dato che andrà a pesare sul prezzo finale, e ovviamente non va dimenticato il fatto che i medici che interpreteranno i dati genetici dovranno comunque essere pagati.

Tuttavia, secondo Daniel MacArthur, autore del blog Genetic Future, questi costi peseranno solo su quei pazienti che vorranno analizzare il proprio codice genetico tramite il sistema sanitario tradizionale. Esiste infatti un’alternativa a basso costo, per la quale il traguardo dei 1000 dollari sarà certamente raggiunto in breve tempo: è la genomica fai-da-te. Non tutti hanno 10mila dollari da spendere per richiedere a un medico l’interpretazione del proprio genoma: alcuni, particolarmente curiosi e volenterosi, vorrebbero interpretare da soli i propri dati genetici, se solo gliene fosse data la possibilità. E il bello è che questa possibilità esiste, secondo MacArthur. Ecco come funziona.

Il mondo è pieno di aziende disponibili ad analizzare un campione di saliva e a trasformarlo in una sequenza genomica completa: forse le opzioni scarseggiano in Italia, ma non negli Stati Uniti o in Asia. Una volta ottenuto il dato grezzo, bisognerà validarlo. Questo potrebbe essere fatto attraverso una società come la 23andMe, che sebbene non fornisca il genoma completo, produce comunque dati genetici utili per un controllo incrociato. Arriva quindi il momento più delicato, quello dell’interpretazione. Al momento i software utili in questo senso sono ancora a uno stadio embrionale (Promethease, Enlis Genomics), ma ci si aspettano grandi progressi in questo settore: un giorno, grazie anche al cloud computing, chiunque potrà esaminare il proprio genoma con il computer di casa. Nel caso in cui si scoprisse qualche variante genetica con un effetto considerevole, sarà poi opportuno rianalizzarla in modo mirato rivolgendosi a qualsiasi laboratorio che offra analisi commerciali di piccole regioni di DNA. E’ solo alla fine di questo percorso che l’appassionato di genomica fai-da-te si rivolgerà a un medico, e lo farà per un’unica ragione: capire quali cambiamenti apportare al proprio stile di vita, per contrastare le varianti genetiche dannose che avrà scoperto.

La genomica fai-da-te, così come viene presentata da MacArthur, sarà molto meno costosa: in questa modalità, un genoma umano potrà veramente essere sequenziato e interpretato per una cifra vicina ai 1000 dollari. Certo, non sarà un’analisi accurata come quella che si otterrebbe rivolgendosi a un medico, ma nell’attesa – forse eterna – che i costi si abbassino anche lì, la genomica fai-da-te è pur sempre un’opzione da tenere in considerazione. E non solo per ragioni economiche: secondo MacArthur in questo modo le persone si sentiranno più responsabilizzate, e acquisiranno una maggiore consapevolezza delle scelte che faranno per tutelare la propria salute.

Il mio personale punto di vista è che la genomica fai-da-te può essere una buona opzione per chi avesse l’entusiasmo e l’interesse di metterla in pratica. Il problema è che, almeno in Italia, questo interesse sembra scarseggiare nella gente comune: chi non è del settore preferisce comunque rivolgersi al proprio medico di fiducia, e delegare a lui questo genere di analisi. Gli appassionati che intraprenderebbero volentieri la strada del fai-da-te sono una piccola minoranza, almeno da quello che ho potuto constatare io. Vi chiedo però di smentirmi, rispondendo – nel caso non l’aveste ancora fatto – al sondaggio qui a fianco: ritenete fondamentale la consulenza di un medico per interpretare i risultati di un test genetico? Il sondaggio resterà attivo fino a giovedì, poi analizzeremo i risultati.

Le previsioni di Nature per il 2011: sarà l’anno in cui la genomica diventa adolescente?

Mark Henderson scrive sul Times che il 2011 sarà l’anno in cui la medicina genomica raggiungerà l’età dell’adolescenza. Cosa significa esattamente? Forse potrebbero aiutarci a capirlo le previsioni che fa la rivista Nature per quanto riguarda le scoperte scientifiche dell’anno nuovo appena iniziato. Ecco le due che riguardano la genomica.

GWAS prove their worth Genome-wide association studies (GWAS) have uncovered plenty of links between diseases and particular regions of the genome, but frustratingly haven’t revealed much about the biochemistry behind these associations. In 2011, expect to see real mechanistic insights explaining how genes, and non-coding regions, affect the medical conditions they have been linked with. Metabolism, obesity and diabetes are among the hottest targets.

Genome-sequencing explosion This year should surely see the price of human-genome sequencing dropping to US$1,000 per genome. As next-generation sequencing machines reach the market, the number of fully sequenced human genomes will skyrocket.

Secondo Nature, quindi, vedremo il raggiungimento della fatidica soglia dei 1000 dollari per quanto riguarda il costo del sequenziamento di un genoma umano. Sappiamo che i prezzi stanno precipitando, e che il mercato sta iniziando ad affollarsi di nuove tecnologie sempre più rapide ed economiche (la cosiddetta “terza generazione”). Il traguardo dei 1000 dollari è sempre più vicino quindi, e sarebbe un momento storico, perché di colpo la genomica diventerebbe accessibile a tutti: ciascuno di noi potrà farsi sequenziare il proprio intero codice genetico. Il problema sarà semmai estrarre da questa sequenza delle informazioni utili per la nostra salute.

E’ qui che arriva in nostro soccorso la prima previsione, quella in cui si afferma che gli studi di associazione genome-wide (GWAS) dimostreranno finalmente il proprio valore. Secondo Nature, il lungo elenco di geni che sono stati visti associati alle malattie verranno studiati nel dettaglio, in modo da andare oltre la semplice associazione statistica e riuscire a capire perché quella specifica variante genetica rende più suscettibili a una certa patologia. Si delucideranno quindi i meccanismi cellulari nei quali i geni intervengono, e capiremo come una variazione nel DNA può destabilizzare questi meccanismi.

In conclusione, la lettura completa del nostro DNA costerà sempre meno e sarà sempre più utile. Ciò significa che Mark Henderson ha ragione: se Nature indovinerà le sue previsioni, la medicina genomica entrerà realmente nella fase dell’adolescenza. E io avrò una marea di articoli interessantissimi da scrivere su queste pagine.

Image credit: Chepko Danil Vitalevich/ShutterStock Images

I cugini asiatici dei Neanderthal

Svante Paabo, ormai riconosciuto come uno dei massimi esperti nello studio del DNA antico, ci offre un altro interessante tassello che va ad aggiungersi al complesso puzzle della storia dei primi uomini. Qualche mese fa aveva pubblicato il genoma dell’uomo di Neanderthal, che aveva consentito di ipotizzare uno scambio di geni tra i nostri antenati e questo gruppo di ominidi. Questa volta, Paabo si sposta a Oriente, nella Siberia meridionale, per scoprire l’esistenza dei cugini dei Neanderthal, soprannominati Denisovan. Anche in questo caso ci sarebbe stato uno scambio di materiale genetico con i primi esemplari di Homo sapiens, e il genoma degli abitanti della Melanesia ne porta ancora oggi le tracce.

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Lo scorso marzo, il ritrovamento di un piccolo fossile (una falange) nella cava di Denisova, nella Siberia Meridionale, aveva creato una grande aspettativa. Risale a 48-30 mila anni fa, ma non appartiene né ai Neandertal, né a sapiens: è possibile che sia di una terza specie finora sconosciuta (vedi Galileo). Svante Paabo, del Max Planck di Lipsia (Germania), aveva sequenziato il Dna mitocondriale e si aspettava con ansia il risultato dell’analisi di quello nucleare. Ora, grazie anche al lavoro di David Reich dell’Harvard Medical School di Boston, quel risultato è arrivato: quella piccola falange fossile prova l’esistenza di un gruppo di ominidi vissuti in Asia tra i 400.000 e i 50.000 anni fa, che sarebbero strettamente imparentati con gli uomini di Neandertal europei.

Secondo quanto Paabo riporta su Nature, il codice genetico del nuovo ominide (soprannominato Denisovan) è simile – ma non identico – a quello dei Neanderthal. L’ipotesi più accreditata è che circa 500.000 anni fa un antenato di H. neanderthalensis e di H. sapiens abbia lasciato l’Africa per spostarsi a Nord; successivamente, Neandertal e Denisovan si sarebbero separati: i primi avrebbero colonizzato l’Europa, i secondi si sarebbero spostati a Est, popolando il continente asiatico. Confrontando il genoma dei Denisovan con quello delle popolazioni di esseri umani moderni, i ricercatori hanno scoperto che gli attuali abitanti della Papua Nuova Guinea e di altre isole della Melanesia, in Oceania, devono ai Denisovan circa un ventesimo del proprio genoma. Questo dato può essere spiegato ipotizzando uno scambio di geni tra gli Homo sapiens in arrivo dall’Africa e le popolazioni di Denisovan autoctone; quando e dove questo scambio sia avvenuto non è ancora possibile stabilirlo.

Al momento, nella cava è stato anche ritrovato un dente, il cui genoma mitocondriale è molto simile a quello della falange; la morfologia, inoltre, è assai diversa da quella dei denti di entrambe le altre due specie: è una prima prova che il gruppo fosse possa davvero essere evolutivamente distinto dagli altri. Tuttavia, per riscrivere la storia dei primi uomini e dare ai cugini genetici dei Neanderthal il nome di una nuova specie sarà necessario attendere il ritrovamento e l’analisi di altri resti di Denisovan nel continente asiatico. Alcuni fossili in Cina, per esempio, non assomigliano né ai Neanderthal né a sapiens: Paabo intende scoprire, attraverso l’analisi genomica, se possano rappresentare o meno altri casi di Denisovan.


Reich, D., Green, R., Kircher, M., Krause, J., Patterson, N., Durand, E., Viola, B., Briggs, A., Stenzel, U., Johnson, P., Maricic, T., Good, J., Marques-Bonet, T., Alkan, C., Fu, Q., Mallick, S., Li, H., Meyer, M., Eichler, E., Stoneking, M., Richards, M., Talamo, S., Shunkov, M., Derevianko, A., Hublin, J., Kelso, J., Slatkin, M., & Pääbo, S. (2010). Genetic history of an archaic hominin group from Denisova Cave in Siberia Nature, 468 (7327), 1053-1060 DOI: 10.1038/nature09710

Fonte: M. Colaiacovo – www.galileonet.it