Dialogo sulla complessità

qpkoap2quxts6eftkrs5“Hai visto la pubblicità a favore dell’olio di palma? Accidenti, ci vuole un bel coraggio, eh?”

“In che senso?”

“Ci stanno vendendo un veleno e hanno addirittura la faccia tosta di spiattellarcelo in faccia, nemmeno la dignità di nasconderlo!”

“Non esagerare, veleno addirittura?”

“Ma certo, l’olio di palma provoca il cancro, il diabete, e non so cos’altro. Ma dove sei stato negli ultimi mesi? Le merendine e i dolci che compri al supermercato sono tutti pieni di questa schifezza.”

“Ne sei sicuro? No, perché l’Istituto Superiore di Sanità ha appena pubblicato un rapporto in cui si dice che non è vero niente.”

“Certo, allora è stato alzato tutto questo polverone per nulla? Stai a vedere che ora l’olio di palma è diventato un prodotto nutriente e salutare! Magari inizieranno a venderlo anche in farmacia.”

“Un attimo, non passare da un estremo all’altro. L’olio di palma non è certo la cosa più salutare al mondo, ma non è nemmeno un veleno. Il problema dell’olio di palma è che è ricco di grassi saturi, se ne assumi troppi aumenta il rischio di malattie cardiovascolari.”

“Vedi allora che fa male? Bisognerebbe boicottare le aziende che ne fanno uso, così magari inizierebbero a usare ingredienti più sani.”

“Beh, fa male come tutti i cibi che contengono grassi saturi. Se la mettiamo su questo piano, il burro fa malissimo! Eppure non vedo in giro campagne allarmistiche contro il burro.”

“Va beh, che c’entra, basta non esagerare.”

“Appunto! Basta non esagerare. Le calorie derivanti da grassi saturi devono essere meno del 10% rispetto alle calorie giornaliere totali, che arrivino dall’olio di palma, dal burro, dal latte o da qualsiasi altro cibo. Questo dicono i medici.”

“Mmm. E va bene. Ma la sostenibilità dell’olio di palma dove la metti? Ho sentito che nel sudest asiatico stanno bruciando le foreste per coltivarci le palme. Non ti interessa la salvaguardia dell’ambiente?”

“Veramente l’olio di palma è quello con la resa più alta: significa che serve meno terreno per produrre la stessa quantità di olio. La colza e il girasole hanno una resa di 5-6 volte più bassa! Cosa succederebbe se le aziende fossero costrette a smettere di coltivare palme da olio? Chissà, magari inizierebbero a coltivare colza o girasole, e per le tue amate foreste sarebbe molto peggio!”

“In effetti hai ragione. Ma cosa ne so io di cosa combinano nel sudest asiatico? Mica voglio incentivare i disboscamenti.”

“Per questo esiste una certificazione apposita, la RSPO. Se vai sul loro sito trovi tutti i nomi delle aziende che coltivano palma da olio in modo sostenibile, e i produttori che lo usano. Persino il WWF ne ha parlato bene!”

“Sarà.. Certo che di quello che gira intorno all’agricoltura ne sappiamo proprio poco, eh? Ad esempio, quella storia degli ulivi pugliesi! Li stanno bruciando perché c’è un batterio che li fa ammalare e vogliono fermare l’epidemia. In realtà, questo è quello che vogliono farci credere. La Procura ha messo sotto sequestro gli ulivi, pare che non sia il batterio la causa della malattia. E ci sono pure dei ricercatori indagati!”

“Ah sì, la Xylella. Perché dici che non è il batterio la causa dell’epidemia?”

“Dicono che in Puglia ci siano nove ceppi diversi di questo batterio! Vuol dire che è lì da chissà quanti anni, ormai si è adattato. Non può essere quella la causa!”

“Forse non sei aggiornato sulle ultime novità. Il CNR di Bari ha appena pubblicato uno studio che dimostra che il ceppo di Xylella è in realtà uno solo: hanno prelevato campioni un po’ ovunque, e tutti rimandano a un unico ceppo insediatosi nel Salento e proveniente dal Costarica.”

“Ok ma questo non dimostra che il colpevole sia per forza Xylella.”

“No, è vero. In effetti nessuno ha ancora dimostrato in modo inequivocabile che sia il batterio a provocare la malattia degli ulivi, anche se molti indizi lasciano pensare che sia proprio così. (*)”

“Vedi? Stiamo devastando l’economia della Puglia senza neanche conoscere la causa della malattia!”

“Beh, vedila in un altro modo. Se non eliminiamo le piante infette, e il responsabile fosse davvero il batterio, l’epidemia si diffonderà sempre più velocemente. Rischiamo di devastare l’economia italiana ed europea, non solo quella pugliese! Nel dubbio, meglio non rischiare. Non credi?”

“Effettivamente.. Ma nulla mi toglie dalla testa che dietro ci sia lo zampino di Monsanto. A proposito, che ne pensi degli OGM?”

“Quali OGM?”

“Come quali OGM? Quelli che fa Monsanto, no? Quelli che hanno i semi sterili, che bisogna pagare i brevetti e i contadini indiani si ammazzano.”

“Aspetta, aspetta. Una cosa alla volta. Gli OGM non sono sterili, questa è una vecchia leggenda senza fondamento. Ci sono gli ibridi come il mais i cui semi devono essere ricomprati ogni volta per avere le stesse caratteristiche, ma questo non c’entra con gli OGM: è un problema di tutti gli ibridi, OGM e non OGM. E anche quella storia dei contadini indiani, è una bufala. Sui brevetti invece hai ragione, ma non è un problema che riguarda solo gli OGM. Tutte le nuove varietà possono essere tutelate e protette come proprietà intellettuale, cerca su Google “mela Pink Lady”. Se sei contro i brevetti, va bene, ne parliamo. Ma è un altro discorso, con gli OGM non c’entra.”

“Sì ma lo studio che dice che gli OGM provocano il cancro non l’hai letto?”

“Quello di Séralini? Maddai, è stato ritirato da un pezzo. Aveva fatto un sacco di errori sperimentali, giusto per dimostrare che gli OGM erano pericolosi e per promuovere il documentario che sarebbe uscito dopo la pubblicazione dell’articolo.”

“Sì, ma finché non dimostrano che gli OGM sono sicuri io non mi fido.”

“Gli americani li mangiano da vent’anni e non hanno mai avuto problemi. Comunque qui il punto è un altro: non sono “gli” OGM a essere sicuri o non sicuri, bisogna valutare ogni singolo OGM! In Europa lo fa l’EFSA, e quelli autorizzati a livello europeo sono molto pochi. Per questo ti ho chiesto quali OGM poco fa: esistono un sacco di OGM diversi, ognuno con caratteristiche diverse.”

“Sì, ma – guarda caso! – sono venduti tutti dalle grandi multinazionali. Dai, è solo un grande business!”

“Forse ti stupirà sapere che anche la ricerca pubblica italiana ha lavorato sugli OGM, e non per fare enormi distese di monocolture che danneggiano la biodiversità. No, lo scopo era salvare i nostri prodotti tipici, come il pomodoro San Marzano o il riso Carnaroli. Leggi il libro Contro Natura, di Bressanini/Mautino, scoprirai tante cose interessanti! Se non hai tempo va bene anche questa puntata di Presa Diretta.”

“E perché non sono in commercio tutti questi prodotti?”

“Per due motivi. Primo, l’EFSA chiede un sacco di controlli per dare il via libera a un nuovo OGM. Questi controlli costano, e solo le multinazionali possono permettersi di farli. Il secondo motivo, che riguarda in particolare l’Italia, è molto semplice: qui non si può fare ricerca in campo aperto, è vietato per legge. Ma se non puoi fare ricerca, come puoi capire se un OGM è sicuro oppure no? Che peccato, vero? Pensare che potremmo anche ridurre l’uso di pesticidi, grazie alle colture OGM!”

“A proposito di pesticidi, ho sentito che in Italia usano un erbicida che provoca il cancro, il glifosato. Dovrebbe essere vietato! Che infami, ci stanno avvelenando.”

“Ehm. Un momento. Che il glifosato sia probabilmente cancerogeno lo ha detto l’OMS, ma l’EFSA non è d’accordo. Ma anche se lo fosse, sai che anche la carne rossa è probabilmente cancerogena? E quindi dovremmo forse vietarla?”

“Sì, va beh, che c’entra? Dipende da quanta ne mangi. Se segui una dieta equilibrata non c’è pericolo!”

“Appunto, il rischio – se esiste – dipende dalla dose! Se vale per la carne, perché non deve valere per il glifosato?”

“Sì ok, ma che ti costa eliminare il glifosato? Almeno siamo più tranquilli, no?”

“Ti darei ragione se avessimo un altro diserbante più sicuro e altrettanto efficace. Ma al momento non esiste, a sentire gli agricoltori! Vuoi strappare le erbacce a mano?”

“Ok, ok. Ma non voglio veleni in quello che mangio! Ho letto che hanno trovato glifosato in diverse marche di birra. Dovrebbero aumentare i controlli!”

“Su questo siamo d’accordo! Infatti bisogna stabilire delle soglie di sicurezza e soprattutto farle rispettare, non vietare l’uso del glifosato! Vedo che finalmente stai iniziando a ragionare. Sono questioni complesse, non si può cavarsela con un sì o con un no. Ogni nostra scelta ha delle conseguenze di cui dobbiamo tenere conto. Che succede se vieto la ricerca pubblica sugli OGM? Che le multinazionali si arricchiscono. Se tolgo il glifosato dal commercio verrà sostituito da un altro erbicida, magari più pericoloso. Se boicotto l’olio di palma sostituiranno le palme con qualcos’altro di meno redditizio, e le foreste spariranno più velocemente. Se non elimino gli ulivi malati, rischio di peggiorare l’epidemia di Xylella. Non dare retta a chi ti vende verità semplici, non ti fidare degli slogan.”

“E va bene. Mi hai quasi convinto. Quasi. Ma tu comunque non mi piaci, non mi piaci per niente. Per me nascondi qualcosa. Chi ti paga?”

*Il rapporto di causalità tra Xylella e malattia degli ulivi è stato confermato da uno studio dell’EFSA pubblicato il 22 marzo 2016.

La comunicazione della scienza nell’era dei social: emozionare o informare?

Con l’articolo che ripubblico qui sotto inizia per me una nuova collaborazione con il sito “I Mille – Le cose cambiano”. Scriverò di ricerca, scienza e società. Venitemi a trovare anche qui ogni tanto! 😉


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Organismi geneticamente modificati, metodo Stamina, sperimentazione animale: il dibattito pubblico su temi scientifici è più acceso che mai. Incalzata dai media e dai gruppi di pressione, la politica si è trovata ad affrontare – spesso con scarsi risultati – problemi complessi, in cui l’aspetto scientifico e quello sociale si sono mescolati a tal punto da risultare molte volte indistinguibili. E se alla classe politica possiamo rimproverare di non aver affrontato razionalmente questi problemi, concedendo troppo alla demagogia, d’altra parte non si può dire che la popolazione avesse gli strumenti per valutare lucidamente le questioni che di volta in volta venivano sollevate: raramente i media hanno scelto di spiegare, quasi sempre hanno preferito scandalizzare, commuovere o spaventare. Impostare un dibattito sui binari dell’emotività è il modo più semplice per muovere le coscienze, soprattutto in un Paese come il nostro, dove la cultura scientifica è da sempre trattata con supponenza e sospetto. Parte di questa strategia ha a che fare con l’uso delle immagini. Puoi fare un discorso perfettamente logico e convincente, puoi presentare numeri e tabelle, ma il castello della razionalità crolla miseramente se dall’altra parte c’è un’immagine vincente. Con le immagini è tutto più facile: basta una foto per far scattare a piacimento sentimenti come la rabbia, l’indignazione, la paura, la pietà. E i tre temi menzionati all’inizio di questo articolo, in effetti, hanno tutti un denominatore comune: in tutti questi casi l’opinione pubblica è stata condizionata e plasmata anche grazie all’uso di immagini forti. Immagini che passano in TV e sui giornali, ma che diventano virali soprattutto sui social network, Facebook in particolare.

Nel caso degli OGM si è voluto spaventare. Basta cercare “OGM” su Google per rendersene conto: le immagini neutrali o favorevoli agli organismi geneticamente modificati sono una minima parte rispetto ai mostruosi fotomontaggi che hanno accompagnato questa tecnologia fin dalla sua nascita. Pensiamo alla fragola-pesce, una creatura mitologica che è ormai entrata a far parte dell’immaginario collettivo. Una vera e propria leggenda metropolitana che si è rivelata essere lo strumento perfetto per allontanare l’interlocutore dal sentiero della razionalità e spingerlo verso le pulsioni più istintive, che ci portano a fuggire da tutto ciò che è nuovo e sconosciuto, invitandoci ad approdare al porto sicuro della tradizione e dei bei tempi andati. Ovviamente non è mai esistita nessuna fragola-pesce, ma l’immagine era così evocativa da resistere ancora oggi, a distanza di anni dalla sua comparsa sui media. Cosa dire invece del metodo Stamina? Il caso è diventato di pubblico dominio grazie alle Iene, il cui messaggio è passato in gran parte attraverso la strumentalizzazione di immagini di bambini malati e sofferenti. Gli scienziati, dal canto loro, hanno dovuto subire l’accusa infamante di essere persone insensibili, fredde macchine razionali impossibili da scalfire persino con la più straziante delle tragedie umane. Eppure è esclusivamente con la razionalità e la lucidità che si può fare scienza, e trasformare le nuove conoscenze in soluzioni terapeutiche concrete ed efficaci. Ma quando dall’altra parte c’è il dolore di un bambino sbattuto in prima pagina (o in prima serata), qualunque considerazione ancorché giusta svanisce istantaneamente. Infine, la questione più scottante e attuale, quella relativa alla sperimentazione animale. Anche qui, la battaglia tra le due fazioni (perché di guerra si tratta, in molti casi) si è combattuta a suon di immagini. I movimenti animalisti hanno fatto abbondante uso di fotografie terribili, con animali costretti a subire tremende torture, ma non hanno disdegnato nemmeno sapienti fotomontaggi volti a screditare quei ricercatori che avevano difeso pubblicamente l’utilità della vivisezione (come viene impropriamente chiamata). Poco importa se le immagini cruente di animali straziati non corrispondano alla realtà, almeno non qui in Europa, e ancor meno importa il fatto che circa il 92% degli scienziati ritenga che purtroppo non si possa fare a meno della sperimentazione animale. L’impatto emotivo di quelle foto e di quei camici insanguinati è semplicemente devastante.

Le immagini sono uno strumento potentissimo all’interno di una discussione, specie se gli interlocutori non sono molto informati sul tema. Spesso raggiungono l’obiettivo, muovendo le masse verso una posizione piuttosto che un’altra. E ad avvantaggiarsene sono stati anche coloro che stanno dalla parte della scienza, come dimostra la recente vicenda di Caterina Simonsen, suo malgrado divenuta nel giro di poche settimane una celebrità della rete. Il coinvolgimento emotivo è un’arma micidiale, che può essere usato sia dagli oppositori della scienza, sia da quelli che dovrebbero esserne i paladini. Ma è davvero la strategia migliore? Dal punto di vista etico, sfruttare immagini di persone sofferenti per portare avanti una causa non sembra certo il massimo della correttezza. Tuttavia, non è a questo che mi riferisco, quanto piuttosto all’efficacia di questo approccio nel lungo periodo. Le immagini scioccanti sono perfette per orientare l’opinione pubblica in merito al singolo episodio (i movimenti animalisti hanno obiettivamente accusato il colpo dopo la vicenda di Caterina), ma hanno il difetto di mancare il bersaglio grosso, quello che un amante della scienza dovrebbe considerare come l’obiettivo prioritario: insegnare a valutare un problema in modo razionale, informandosi e pesando pro e contro. In teoria, viviamo in una democrazia moderna, relativamente colta e istruita. Dovremmo quindi smetterla di trattare le persone come un gregge da guidare da una valle all’altra ogni volta che si presenta un nuovo argomento di discussione. Oggi è la sperimentazione animale, domani potrebbe essere qualcos’altro. La verità è che esiste soltanto una bussola che permette di trovare sempre, in ogni circostanza, la via giusta: è la bussola del pensiero critico, della logica e della corretta informazione. Educare le persone a usarla le renderà cittadini liberi, e realmente consapevoli delle proprie opinioni. Fare informazione corretta paga. Prendiamo ad esempio il recentissimo sondaggio IPSOS sulla sperimentazione animale: la percentuale di favorevoli saliva dal 49% al 57% se agli intervistati venivano fornite informazioni di base sull’argomento. In modo analogo, all’ultimo Festival della Letteratura di Mantova, il ricercatore Dario Bressanini e la giornalista Beatrice Mautino erano riusciti a vincere un confronto Oxford-style sul tema degli OGM, convincendo molti scettici a passare dalla loro parte. Comunicare la scienza in modo pacato, chiaro e oggettivo rimane ancora la strategia vincente. Anche nell’era di Twitter e Facebook.

Idee a tutela della ricerca scientifica italiana. Because we love science!

Ultimamente, forse ve ne sarete accorti, i post strettamente legati alla genomica scarseggiano un po’. In effetti di recente la mia attenzione è stata catturata da altre faccende che riguardano la scienza in generale e il modo in cui questa si relaziona con la società. Credo siano temi importanti, perché a poco servono le scoperte scientifiche se poi queste non trovano applicazione nella quotidianità del mondo che ci circonda.

Ieri è stato un triste giorno per la ricerca italiana: è iniziata la distruzione di un campo sperimentale di alberi transgenici, che erano lì da 30 anni come parte di un progetto di ricerca dell’Università della Tuscia. L’appello dell’ANBI non è servito a fermare le ruspe, nonostante abbia ormai raggiunto oltre mille sostenitori. E il caso di Viterbo non è l’unico, ora è il turno dell’INRAN, l’istituto che fa ricerca in campo alimentare: in seguito alla decisione del governo di riorganizzare gli enti pubblici, c’è il rischio che questo istituto chiuda i battenti (anche qui c’è una petizione attiva). Non sono belle notizie per il nostro Paese: la ricerca è uno dei fattori principali che guida lo sviluppo di una società. Dove saremmo adesso senza i risultati conseguiti dalla ricerca scientifica? Forse nel Medioevo, esattamente l’epoca storica in cui certi espertoni vorrebbero rispedirci.

In mezzo a questo scenario sconfortante, però, c’è qualche segnale positivo. Le petizioni in difesa della ricerca stanno raccogliendo moltissime adesioni, fortunatamente sembra che gli italiani riconoscano il suo valore e non esitino a schierarsi dalla parte dei ricercatori quando gliene viene data l’occasione. Ma queste iniziative sporadiche sono in grado di raggiungere il bersaglio? Non lo so. Io credo che un gruppo unito di persone appassionate di scienza potrebbe ottenere risultati migliori di tante voci isolate.

Quello che ci vorrebbe, secondo me, è un’associazione culturale aperta a tutti, indipendentemente dalla professione: l’interesse per la ricerca e la difesa del metodo scientifico sono trasversali. Tuttavia, per funzionare, questa associazione dovrebbe essere anche influente dal punto di vista politico, da qui la necessità di avere tra i suoi membri fondatori qualche personaggio di spicco nel mondo della scienza, magari un giornalista scientifico conosciuto (un Piero Angela?) oppure un ricercatore stimato in Italia e all’estero. Ecco, credo che se si riuscisse a mettere in piedi un’associazione del genere potrebbe essere un primo passo per fare massa critica e far sentire finalmente la voce della ricerca anche in Parlamento. Nell’attesa che questo progetto possa realizzarsi, ho creato un gruppo Facebook: si chiama We love Science! ed è aperto a tutti. L’idea è di raccogliere in unico posto le persone che credono nella scienza e nelle opportunità che essa ci può offrire, spero diventi un luogo di dibattito che possa stimolare nuove proposte e idee. Magari da qui nascerà qualcosa di più concreto, chissà!

La metafora che tutti usano, ma nessuno capisce

Quando si ha un blog si cerca di mantenerlo sempre aggiornato, con argomenti d’attualità e notizie fresche fresche che arrivano dalla rete. E l’unico modo per essere sicuri di non perdersi nemmeno un link interessante è quello di utilizzare un sacco di social network e servizi vari tutti insieme. Io, ad esempio, uso nell’ordine Google Reader, Twitter, Google Plus, Facebook e… e una cosa divertentissima che si chiama Google Alert. La considero divertente perché, oltre ai contenuti interessanti che questo tool recupera effettivamente dal web, ti permette di scoprire anche in quali modi assurdi viene utilizzata una parola che dovrebbe avere un significato ben preciso. Chiedendo a Google Alert di segnalarmi ogni giorno tutti gli articoli che contenessero la parola “genetica”, ho scoperto che…

…La fama è un tratto ereditabile:
…Per Nicola Tardelli, figlio dell’ex calciatore Marco Tardelli e della giornalista Stella Pende, la notorietà era una questione genetica, ma nessuno avrebbe mai immaginato che più che per blasone la fama gli sarebbe arrivata per meriti propri…

…Per alcuni la riproduzione è genetica, per altri no:
La legge sugli ordini professionali … perpetua la riproduzione genetica di una casta, impedisce la concorrenza a favore dei consumatori ma soprattutto è una vera e propria umiliazione per le nuove generazioni.

…Le coincidenze possono essere genetiche:
Il Premio Letterario Basilicata … nacque quasi contemporaneamente alla Regione Basilicata. La coincidenza genetica non fu casuale.

…Esistono i geni della conquista e dell’estetica. E ce li ha entrambi Berlusconi:
L’eredità genetica del Cavaliere non salta una generazione, e il gene della conquista, e dell’estetica si tramanda di padre in figlia.

…La cultura può essere geneticamente modificata: state attenti alla cultura che scegliete!
Forse stiamo assistendo a una sorta di mutazione genetica della cultura occidentale, della nostra tradizione.

…I leghisti fanno esperimenti genetici:
Vincenzo Novari è un esperimento riuscito di genetica federalista.

Spero sarete d’accordo con me sul fatto che tutte queste espressioni che vedono la presenza della parola “genetica” siano in realtà delle metafore, delle figure retoriche che hanno lo scopo di qualificare meglio ciò di cui si sta parlando. Il problema è che le metafore dovrebbero essere utilizzate per rendere più semplici e comprensibili concetti che invece sono complicati: ad esempio, io potrei decidere di spiegare la genetica utilizzando delle metafore, ma non mi pare molto sensato fare il contrario, cioè scomodare la genetica per parlare di premi letterari e di Berlusconi.

Io la trovo una cosa molto curiosa. Sembra che la nostra società abbia iniziato a utilizzare la parola “genetica” senza averne mai colto il suo significato primigenio. Quante persone in Italia sanno esattamente cos’è il DNA? O cos’è un gene? Non è obbligatorio saperlo, chiaramente, ma mi fa sorridere pensare che siano utilizzate metafore prese in prestito da un contesto che il lettore non conosce. E’ esattamente l’opposto di ciò che una metafora dovrebbe fare: chiarire, non confondere. Poiché però questa metafora si usa, immagino che qualche messaggio passi comunque al destinatario. Allora la domanda diventa: qual è questo messaggio? Che informazione arriva alla gente quando sente pronunciare la parola “genetica”?

myGenomiX alla ricerca delle aziende di genomica italiane

Nel mio blog parlo spesso di aziende americane (23andMe, Pathway Genomics, Illumina..) ed è anche comprensibile, dal momento che gli Stati Uniti sono il Paese che più di ogni altro al mondo sta puntando sulla genomica e sulle opportunità che essa può offrire da un punto di vista clinico e commerciale. Tuttavia, diciamoci la verità: non sarebbe bello scoprire che anche qui in Italia si sta muovendo qualcosa in questo senso? Ovviamente non saremo mai al livello degli americani, ma sono sicuro che esistano piccole aziende, sparse sul nostro territorio, che a modo loro stanno dando un contributo allo sviluppo della genomica.

Per questa ragione ho deciso di dare il via a una nuova iniziativa, con la quale vorrei intraprendere un viaggio tra le realtà imprenditoriali italiane che si stanno occupando in un modo o nell’altro di genomica, intervistandone i protagonisti che coraggiosamente e con lungimiranza si sono lanciati in questo nuovissimo settore. L’idea sarebbe quella di contattare le aziende o i laboratori che vendono prodotti o servizi nell’ambito della genomica in tutte le sue possibili applicazioni: da chi offre servizi di sequenziamento e genotipizzazione a chi vende software per l’analisi dati, passando per i laboratori che fanno test genetici.

E’ un progetto sicuramente ambizioso per un blog poco conosciuto come il mio, ma sono quasi altrettanto sicuro di essere l’unico blogger italiano che tratta questi argomenti in modo specifico e dettagliato: un’iniziativa come questa porterà probabilmente più visite a myGenomix, ma allo stesso tempo farà pubblicità alle aziende che intervisterò. Io mi sono già messo alla ricerca delle piccole imprese italiane che si stanno dando da fare in questo campo, ma invito le stesse aziende interessate che capitino su questa pagina a contattarmi via mail. Ovviamente, accetto volentieri anche le segnalazioni da parte dei lettori!