Alla scoperta dei miei nutrigeni

Negli Stati Uniti e in Inghilterra i test genetici sono un argomento che interessa moltissimo la gente, ne è la prova il fatto che di recente alcuni blogger e giornalisti scientifici hanno deciso di commentare online i loro stessi risultati, ottenuti grazie ai servizi offerti dalle più note aziende di personal genomics. Ed Yong, che cura il blog Not Exactly Rocket Science, è stato testato dalla 23andMe e trovate il suo commento qui. Mark Henderson, invece, si è rivolto sia all’azienda californiana sia alla deCODEme, ma potrete leggere i suoi articoli solamente abbonandovi al Times. Per non essere da meno, anche io voglio comunicarvi quello che ho appreso dal test NutriGENE che ho effettuato di recente: sono soltanto una ventina di geni legati alla nutrizione, ma mi hanno comunque dato informazioni importanti.

INTOLLERANZE L’intolleranza al lattosio è un disturbo molto comune in Italia, dove si stima che il 70% circa delle persone possieda un genotipo CC nel polimorfismo rs4988235 del gene della lattasi. Avere una C in entrambi gli alleli provoca infatti serie difficoltà nella scissione del lattosio nei due monosaccaridi (glucosio e galattosio) che lo compongono. Fortunatamente, è sufficiente avere una T in uno dei due alleli per avere un buon rapporto con latte e derivati. Il mio genotipo CT esclude quindi la possibilità che sia intollerante al lattosio, il che non mi sorprende dato che non ho mai avuto questo problema. Non mi è andata altrettanto bene con un’altra forma di intolleranza, la celiachia: dal risultato del mio test è emerso che ho l’aplotipo DQ2 nel mio complesso maggiore di istocompatibilità. Questo genotipo aumenta la possibilità che possa soffrire del morbo celiaco: più precisamente, mentre nella popolazione generale l’incidenza è dell’1% circa, nel sottogruppo di persone con questo aplotipo la percentuale è quasi del 3%. Avere una predisposizione per questa intolleranza, però, non significa che mi ammalerò certamente, anzi, il rischio resta comunque molto basso. Qualcuno potrebbe chiedersi quale sia l’utilità del test, allora, dal momento che non esiste neppure una strategia di prevenzione efficace che abbassi il rischio. L’utilità c’è, invece, ed è che se un giorno dovessi avere qualche sintomo la celiachia sarà una delle prime ipotesi che valuterò con il mio medico: non è affatto un discorso banale, se considerate che spesso un paziente soffre per molto tempo, prima che l’intolleranza al glutine venga diagnosticata.

COLESTEROLO Il test NutriGENE analizza tre geni che possono influire sui livelli di colesterolo: APOC3, LPL ed ADH1C. Il mio gene APOC3 presenta un genotipo CC nel polimorfismo rs5128: ciò mi tranquillizza, perchè questo genotipo (presente nel 93% della popolazione europea) non è associato ad alti livelli di colesterolo LDL e di trigliceridi. Tuttavia, il mio genotipo CC nel gene LPL (rs328) mi porta ad avere meno colesterolo “buono” (HDL) e più trigliceridi. Fortunatamente, grazie al genotipo AG nel gene ADH1C (Ile349Val), ho da giocare una carta importante in questa battaglia: posso trarre infatti beneficio dal bere alcool in quantità moderate, in quanto la presenza della valina è correlata a livelli più alti di colesterolo buono in seguito all’assunzione di alcolici. Ovviamente, non devo esagerare perché con questo enzima metabolizzo l’alcool più lentamente.

PIU’ PALESTRA, MENO GRIGLIATE Uno dei suggerimenti che mi dà il mio report è di ridurre i carboidrati (in particolare gli zuccheri raffinati) e di fare esercizio fisico, almeno 45 minuti al giorno. Il motivo risiede nei miei geni PPARG e ACE. Il gene PPARG regola il deposito degli acidi grassi e il metabolismo del glucosio, e avere un genotipo CG nel polimorfismo rs1801282 (come nel mio caso) produce due effetti. Da una parte, ho una protezione contro il diabete di tipo 2, dall’altra sono più rapido a convertire gli zuccheri in grasso, il che si può tradurre in qualche chilo di troppo. Persino il mio gene ACE, con la mia doppia delezione nell’indel rs4646994, mi suggerisce di ridurre il carico glicemico aumentando le fibre e diminuendo gli zuccheri raffinati. Insomma, l’imperativo è iscriversi in palestra e mangiare meno pastasciutta. NutriGENE mi ha anche testato il gene CYP1A2, enzima del citocromo P450 che è coinvolto nella rimozione delle tossine contenute nei cibi. Sono AA per il polimorfismo rs762551, il che significa che ho un enzima molto efficiente. Devo quindi ridurre il consumo della carne grigliata, perché con questa forma di cottura si generano tossine cancerogene che, a causa del mio enzima rapidissimo, vengono immediatamente attivate. Per periodi come l’estate, dove le grigliate sono molto frequenti, il consiglio è di compensare assumendo molti antiossidanti: il suggerimento è doppiamente valido, perché dal test genetico è emerso anche un enzima SOD2 poco presente nel citoplasma. Questa proteina, che rappresenta la prima linea di difesa dell’organismo contro i radicali liberi, è associata infatti a un polimorfismo (rs4880) che determina la localizzazione cellulare dell’enzima: l’allele C “spinge” l’enzima nei mitocondri, l’allele T gli permette di circolare nel citoplasma e ne aumenta quindi l’attività antiossidante complessiva. Avendo un genotipo CT, mi trovo in una situazione intermedia e ho bisogno di integrare la mia dieta con vitamina A, C ed E.

Sono felice di aver fatto il test NutriGENE: ho imparato molte cose su me stesso che prima non sapevo, e che mi saranno molto utili per seguire una dieta e uno stile di vita più adatti al mio codice genetico. Non posso che consigliarvi di fare altrettanto, oltre a NutriGENE esistono numerose aziende che offrono test di nutrigenetica e nutrigenomica, e molte di esse le conoscerete anche leggendo il mio blog. Per ora vi do solo un consiglio: siate sempre critici, chiedete più informazioni possibili e non lasciatevi abbindolare dai soggetti che fanno promesse esagerate. Come regola generale, le società più trasparenti sono anche le più affidabili.

I successi della nutrigenetica: la dieta personalizzata funziona!

Quando si parla di diete, gli inglesi usano spesso l’espressione “one size does not fit all”: signfica che una stessa dieta può essere ottimale per una persona e non funzionare invece per un’altra. Perchè accade questo? Negli ultimi anni, la ricerca genomica ha provato a rispondere a questa domanda e sembra che il modo in cui un individuo si rapporta a quello che mangia dipenda in buona parte dal suo codice genetico. La nutrigenetica è una disciplina che sta finalmente cominciando ad affermarsi nel campo della nutrizione e che cerca proprio di spiegare come il modo in cui metabolizziamo e utilizziamo le sostanze che ingeriamo cambi a seconda dei nostri geni. L’intolleranza al lattosio o la celiachia sono solo i rappresentanti più conosciuti di questo ramo della ricerca in forte sviluppo, e la lista di geni associati in qualche modo alla nutrizione sta diventando sempre più lunga. La bella notizia è che queste nuove conoscenze scientifiche non restano fini a se stesse, ma trovano invece un riscontro nella realtà, come uno studio del 2007 ha dimostrato: una dieta personalizzata basata sulle indicazioni fornite da un test genetico funziona molto meglio di una dieta generica.

In un articolo pubblicato sul Nutrition Journal si spiega che vennero invitati a partecipare allo studio 93 pazienti di una clinica di Atene, pazienti che avevano cercato ripetutamente di perdere peso senza riuscirci. 43 di essi furono seguiti per diversi mesi da nutrizionisti che prescrivevano diete con il metodo classico, mentre i rimanenti 50 ricevettero delle indicazioni aggiuntive basate su un test genetico a cui si erano sottoposti. I 19 geni presi in esame dal test in questione erano relativi ad enzimi del metabolismo per i quali erano note associazioni tra specifiche varianti alleliche e alcuni stili alimentari, e le informazioni ottenute dal test hanno permesso di elaborare diete personalizzate che, come vedremo, hanno funzionato molto meglio.

Tra i tanti geni testati ce n’erano ad esempio quattro associati al metabolismo dell’acido folico. Questa vitamina interviene in un processo fondamentale dell’organismo, cioè la conversione dell’amminoacido omocisteina in una molecola innocua: quando l’omocisteina non viene adeguatamente smaltita, infatti, essa si accumula nel sangue e può provocare malattie cardiovascolari. Deputato a svolgere questa conversione è l’enzima MTHFR, il quale però può presentarsi in due varianti: chi ha la variante meno efficiente ha molto più bisogno di vitamine (e di acido folico in particolare) per riuscire a mantenere bassi i livelli di omocisteina. Altri enzimi, come GSTM1, sono coinvolti nell’eliminazione delle tossine, molecole pericolose che alla lunga possono favorire l’insorgere di tumori. Come nel caso dell’acido folico, anche qui alcuni di essi hanno varianti con una funzionalità limitata e se la persona ha la sfortuna di avere la forma “difettosa” di quel gene è necessario farsi aiutare nel processo di detossificazione. Molecole utili in questo senso sono i glucosinolati, contenuti soprattutto nelle crucifere (cavolfiori, broccoli, cavoli). Gli stessi discorsi valgono per tutti gli altri geni che rientravano nel test. Il gene SOD2 combatte i radicali liberi, ma in presenza di un polimorfismo particolare può diventare meno efficace nella sua attività anti-ossidante (per questa tipologia di pazienti servono dosi extra di antiossidanti e di vitamine). Gli Omega 3 contenuti nell’olio di pesce, invece, sono consigliati per chi ha una certa variante di geni coinvolti nei processi infiammatori, come il gene dell’interleuchina IL6.

Queste e altre informazioni derivanti dal test genetico vennero utilizzate per prescrivere diete ad hoc ai pazienti selezionati, che hanno potuto così alimentarsi nel modo più congeniale al proprio profilo genetico. Inizialmente questo non ha portato nessun vantaggio particolare, dal momento che entrambi i gruppi oggetto dello studio dimagrivano più o meno allo stesso modo, ma mentre dopo un anno di cura il 73% dei pazienti del gruppo nutrigenetico conservava la perdita di peso, la maggior parte di quelli che avevano seguito una dieta classica ingrassava nuovamente. La cosa interessante è che il test non era stato sviluppato specificatamente per influire sul peso dei pazienti, ma semplicemente per offrire consigli personalizzati su come nutrirsi in modo più sano.

Questo lavoro ha dimostrato che l’utilizzo delle informazioni genetiche può aiutare chi è sovrappeso a raggiungere e a mantenere per più tempo il proprio peso forma. Permette inoltre di conseguire uno stato di benessere maggiore, perché la dieta personalizzata interviene direttamente anche sulla prevenzione di diverse malattie. Sempre in questo stesso studio, è stato osservato che oltre a conservare più a lungo un peso ottimale, i pazienti del gruppo nutrigenetico a rischio diabete avevano drasticamente diminuito il livello di glucosio nel sangue. Quindi cosa state aspettando? Chiedete al vostro nutrizionista di fiducia maggiori informazioni: i test genetici sono sempre più diffusi, sono utili e non sono neppure costosissimi.

Arkadianos I et al. “Improved weight management using genetic information to personalize a calorie controlled diet” Nutrition Journal 2007, 6: 29