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Pillole di scienza dal discorso di Enrico Letta

enrico-letta (1)Nel suo primo, lungo discorso, il nuovo Presidente del Consiglio Enrico Letta ha parlato di lavoro, economia e riforma delle istituzioni, ma ad un certo punto ha passato in rassegna anche alcune tematiche che toccano da vicino la scienza, pur senza mai nominarla esplicitamente. D’altra parte è inevitabile: le conquiste della ricerca scientifica, con le sue scoperte e le sue applicazioni tecnologiche, influiscono pesantemente sulla società moderna, come sanno bene i membri del gruppo Dibattito Scienza, che quotidianamente hanno modo di discutere e commentare eventi e notizie che mettono in stretto contatto la ricerca scientifica e la società italiana. Vi riporto quindi i passaggi del discorso programmatico di Letta in cui si accenna a questioni che in qualche modo hanno a che fare con la scienza.

Scuola e Università – Il nuovo Ministro del MIUR Maria Chiara Carrozza (PD) dovrà lavorare molto su questi punti, e l’ex-rettore della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa sembra già avere le idee chiare. Per Enrico Letta, l’istruzione dei giovani è una priorità: “La società della conoscenza e dell’integrazione si costruisce sui banchi di scuola e nelle università. Dobbiamo ridare entusiasmo e mezzi idonei agli educatori che in tante classi volgono il disagio in speranza e dobbiamo ridurre il ritardo rispetto all’Europa nelle percentuali di laureati e nella dispersione scolastica.” Il concetto di uguaglianza sociale – valore di sinistra per eccellenza – viene espresso con chiarezza dal Presidente del Consiglio, anche quando si parla di istruzione universitaria: “In Italia c’è una nuova questione sociale, segnata dall’aumento delle disuguaglianze. Solo il 10% dei giovani italiani con il padre non diplomato riesce a laurearsi, mentre sono il 40% in Gran Bretagna, il 35% in Francia, il 33% in Spagna. Bisogna finalmente dare piena attuazione all’art. 34 della Costituzione, per il quale “i capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno il diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”. L’uguaglianza più piena e destinata a durare nelle generazioni è oggi più che mai l’uguaglianza delle opportunità.” A onor del vero, come dimostrato dall’efficientissimo staff di Pagella Politica, le percentuali reali sono un po’ più basse: in Italia siamo al 9%, mentre gli altri Paesi citati – pur andando meglio di noi – sono comunque sotto il 30%.

Ricerca e Innovazione – Toccherà invece all’ex-sindaco di Padova Flavio Zanonato (PD), neo-Ministro dello Sviluppo Economico dare attuazione agli ambiziosi progetti di Letta per quanto riguarda la ricerca e lo sviluppo delle imprese italiane. “Per rilanciare il futuro industriale del Paese, bisogna scommettere sullo spirito imprenditoriale e innovare e investire in ricerca e sviluppo. Per questo intendiamo lanciare un grande piano pluriennale per l’innovazione e la ricerca, finanziato tramite project bonds. La ricerca italiana può e deve rinascere nei nuovi settori di sviluppo, come ad esempio l’agenda digitale, lo sviluppo verde, le nanotecnologie, l’aerospaziale, il biomedicale. Si tratta di fare una politica industriale moderna, che valorizzi i grandi attori ma anche e soprattutto le piccole e medie imprese che sono e rimarranno il vero motore dello sviluppo italiano.”

Ambiente ed Energia – Quando il discorso di Letta vira sulla questione energetica, entrano inevitabilmente in gioco anche il nuovo Ministro dell’Ambiente Andrea Orlando (PD) e il Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Maurizio Lupi (PDL). Dice Letta: “Oltre all’alta tecnologia bisogna investire su ambiente ed energia. Le nuove tecnologie – fonti rinnovabili ed efficienza energetica – vanno maggiormente integrate nel contesto esistente, migliorando la selettività degli strumenti esistenti di incentivazione, in un’ottica organica con visione di medio e lungo periodo. Sempre con riguardo ai settori energetici, va completato il processo di integrazione con i mercati geografici dei Paesi europei confinanti. Questo implica, per l’energia elettrica, il completamento del cosiddetto market coupling e, per il gas, il completo riallineamento dei nostri prezzi con quelli europei e la trasformazione del nostro Paese in un hub. E’ chiaro che episodi come quello dell’ILVA di Taranto non sono più tollerabili.”

Sarà interessante vedere all’opera anche gli altri Ministri che in un modo o nell’altro dovranno fare i conti con la scienza. Penso ad esempio al Ministro dell’Agricoltura Nunzia De Girolamo (PDL) o al Ministro della Salute Beatrice Lorenzin (PDL). Quale sarà l’atteggiamento della De Girolamo nei confronti degli OGM? E come si comporterà invece la Lorenzin, quando dovrà trattare questioni delicate come le terapie prive di validità scientifica? Ad agricoltura e salute, Letta dedica giusto dei rapidissimi accenni (uno in particolare riguarda la prevenzione dell’obesità attraverso la pratica sportiva), ma sono sicuro che questi settori avranno un ruolo rilevante nell’esperienza di governo che sta iniziando. Non ci resta che stare a vedere!

 
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Pubblicato da su 30 aprile 2013 in Aziende italiane, Salute, Scienza, Varie

 

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I saggi e la scienza

20130412_saggi1023Ricordate l’iniziativa Dibattito Scienza? Prima delle elezioni politiche il gruppo fondato da me e dal giornalista Marco Ferrari aveva posto dieci domande su temi scientifici ai principali candidati alla Presidenza del Consiglio. Ebbene, sfogliando la corposa relazione redatta dai famosi “dieci saggi” convocati dal Presidente Napolitano, ho scoperto che una parte non irrilevante del documento (qui la versione integrale) risponde proprio ad alcune delle dieci domande che a suo tempo avevamo posto ai candidati premier. A quanto pare, le diverse forze politiche che i saggi erano chiamati a rappresentare hanno trovato dei punti di convergenza anche sui temi tanto cari a noi di Dibattito Scienza. Pensando di fare cosa gradita, ho estratto dalla relazione del gruppo di lavoro in materia economico-sociale ed europea, quei passaggi che potremmo considerare a tutti gli effetti come le risposte della politica ad alcune delle nostre dieci domande. Il testo è molto lungo, ma d’altra parte un vero saggio sa bene quanto la scienza e la ricerca siano importanti per lo sviluppo di un Paese!

Investimenti, meritocrazia, trasparenza: quali provvedimenti intende adottare per il rilancio di università e ricerca pubblica?

La mobilità sociale si è drasticamente ridotta, al punto che le generazioni nate negli anni ’80 hanno molte meno opportunità di evolvere nella scala sociale rispetto alle generazioni precedenti. La condizione della famiglia di origine condiziona pesantemente l’esito scolastico e i percorsi di vita. Si iscrive all’università solo il 14 per cento dei figli di operai, a fronte di un valore pari al 59 per cento per i figli della borghesia. Parallelamente, i finanziamenti per il “diritto allo studio” sono stati drasticamente ridotti negli ultimi anni.

Questa tendenza va immediatamente invertita. Si suggerisce, quindi, che la Conferenza Stato-Regioni vari, quanto prima, il decreto sulla definizione dei livelli essenziali delle prestazioni e dei requisiti di eleggibilità per il diritto allo studio universitario. Inoltre, il Fondo Integrativo Statale delle borse di studio, recentemente ridotto a livelli minimi, va aumentato in modo consistente, anche per sottolineare che lo Stato intende offrire reali opportunità verso gli studenti meritevoli provenienti da famiglie meno abbienti. Per questo, tale Fondo deve essere portato a 250 milioni di euro annui, il che corrisponde ad un raddoppio della posta dedicata a questa materia prima dei drastici tagli operati per il biennio 2013-2014.

L’attuale sistema degli enti pubblici di ricerca rappresenta, insieme al sistema universitario, un’infrastruttura essenziale per lo sviluppo del Paese. Uno sviluppo che non può che avvenire attraverso l’avanzamento e la diffusione della conoscenza, il miglioramento del contenuto qualitativo delle produzioni di beni e servizi, la creazione continua di capitale umano di eccellenza. Tuttavia, l’efficacia e l’efficienza del sistema degli enti pubblici di ricerca appare limitata da un insieme di regole che, ideate per la generalità della pubblica amministrazione, mal si adattano a disciplinare l’attività di ricerca. Il rafforzamento del controllo della buona amministrazione deve essere accompagnato da una pianificazione certa a medio termine delle risorse umane e finanziarie. Inoltre, l’attuale limite per le nuove assunzioni (20% delle uscite, un valore identico a quello imposto su tutte le altre pubbliche amministrazioni), unito all’allungamento della vita lavorativa, sta già determinando un invecchiamento precoce delle risorse impegnate negli enti di ricerca, condizionando la capacità di innovazione. Di conseguenza, si propone di:

  • definire un nuovo sistema di assegnazione da parte dello Stato delle risorse agli enti pubblici di ricerca, basato su: a) budget pluriennali specifici per ciascun ente basati su piani di attività dettagliati e discussi non solo con i ministeri vigilanti, ma anche con le competenti commissioni parlamentari; b) un monitoraggio continuo dell’attività, i cui risultati siano resi disponibili al pubblico; c) rendicontazione finale da parte dell’ente;
  • aumentare la quota del turn-over per i ricercatori, tecnologi e le altre figure tecniche degli enti pubblici di ricerca e delle università, conservando per queste ultime il limite delle disponibilità finanziarie già disponibili (il che vorrebbe dire che solo gli atenei più virtuosi potrebbero procedere a reclutamenti aggiuntivi rispetto alla situazione attuale);
  • prevedere una maggiore flessibilità e autonomia nella definizione della struttura interna degli enti, selezionando i dirigenti delle strutture di ricerca con procedure pubbliche, sulla base delle migliori pratiche disponibili a livello internazionale;
  • consentire una totale mobilità (anche temporanea) dei ricercatori tra enti di ricerca e università, all’interno dei vincoli di bilancio predefiniti. Anche in questa prospettiva, che consentirebbe di creare, in analogia a quanto già avviene in altri paesi europei, un “sistema nazionale della ricerca”, sarebbe importante ridefinire lo stato giuridico dei ricercatori degli enti di ricerca.

Quali provvedimenti concreti intende adottare per favorire l’innovazione e l’investimento in ricerca delle imprese private?

La spesa in Ricerca e Sviluppo (R&S) delle imprese italiane è, in rapporto al PIL, più bassa del 50% rispetto alla media europea, pari alla metà di quella francese e a poco più di un terzo di quella tedesca. Inoltre, gran parte delle innovazioni realizzate dalla moltitudine di piccole imprese italiane che dichiarano di non svolgere attività esplicita di R&S tendono a essere marginali: queste imprese sono meno capaci di brevettare, registrare disegni industriali, marchi o diritti di autore rispetto a quelle che fanno R&S; anche la loro quota di fatturato da prodotti innovativi per il mercato è decisamente più bassa. Per accrescere il potenziale innovativo delle imprese si può agire su almeno due fronti, nel rispetto delle regole UE sugli aiuti statali alle imprese: promuovere una finanza ad hoc, stabilire agevolazioni dirette.

Finanza per l’innovazione e la crescita delle imprese

Numerose analisi mostrano come l’incidenza del capitale di rischio nella struttura finanziaria delle imprese e la loro attività innovativa siano variabili positivamente correlate. Lo strumento elettivo per sospingere, tramite questa relazione, i processi innovativi è il sistema dei fondi di private equity e di venture capital. Questo sistema è nettamente sottodimensionato in Italia rispetto agli altri paesi avanzati: in rapporto al PIL vale circa un terzo della media europea e un decimo di quella nord-americana. Sono già stati compiuti passi per cercare di colmare questo divario, modificando gli incentivi fiscali a favore di un aumento della capitalizzazione delle imprese. Con l’ACE (Aiuto alla Crescita Economica) dal 2011 è consentito dedurre dal reddito d’impresa il rendimento figurativo associato a un dato apporto di capitale. Sono previsti anche incentivi fiscali per chi investe in fondi di venture capital e nel capitale di rischio di imprese start-up innovative, il che avvicinerebbe l’Italia alla normativa di altri paesi europei. Purtroppo, però, non sono stati ancora emanati i decreti attuativi; inoltre, la definizione di start-up è probabilmente troppo restrittiva: aver posto un limite temporale ravvicinato alla vigenza dell’incentivo (2015) rende la misura poco efficace, perché incoerente con gli orizzonti temporali necessariamente più lunghi di imprenditori e investitori. Queste sono altrettante linee d’intervento urgente per rendere la misura più incisiva. L’esperienza di altri paesi indica come il mercato del venture capital possa beneficiare di una azione pubblica volta a rendere più “spesso” il mercato, a condizione che essa poggi su prassi virtuose: in particolare, è essenziale che la selezione degli investimenti sia lasciata agli intermediari finanziari specializzati, ai quali deve essere richiesta una diretta partecipazione ai rischi. Una opportuna modalità di intervento nel caso italiano può consistere nella costituzione di un Fondo di investimento a compartecipazione pubblica e privata (sul modello del Fondo Italiano di Investimento) che operi come fondo di fondi nel settore del venture capital. Oltre che fra capitalizzazione e innovatività, un’altra correlazione forte empiricamente verificata è fra dimensione aziendale e innovatività. In Italia, com’è noto, le piccole imprese sono di gran lunga più diffuse che negli altri paesi avanzati e tendono a persistere nel tempo nella piccola dimensione con più probabilità che in altri paesi. Tra le ragioni di questo fenomeno vi è la carenza di risorse manageriali e organizzative, spesso legata alla natura prevalentemente familiare delle imprese italiane. Le imprese familiari non sono da noi più diffuse che in altri paesi: ciò che differenzia il caso italiano è la bassa propensione della famiglia proprietaria a ricorrere a dirigenti di provenienza esterna: nella manifattura le imprese familiari in cui il management è interamente espresso della famiglia sono due terzi in Italia, un terzo in Spagna, un quarto in Francia e in Germania, soltanto il 10 per cento nel Regno Unito. Vi si associano pratiche manageriali inefficienti (scarsa propensione alla delega e a sistemi di remunerazione individuale incentivanti) e minore propensione all’innovazione e all’internazionalizzazione. Pur consapevoli delle radici profonde della cultura imprenditoriale che sostiene questo assetto, è necessaria un’azione pubblica per cercare di cambiarlo. Il private equity è una risposta a questa esigenza, ma va sospinto sia dal lato dell’offerta sia da quello della domanda. Il Fondo Italiano di Investimento e il Fondo Strategico Italiano, istituiti presso CDP, sono nati proprio con la vocazione di facilitare l’incontro fra una domanda riottosa da parte delle imprese e un’offerta svogliata da parte dei grandi fondi multinazionali, poco interessati all’Italia per l’insufficiente dimensione del business potenziale. La loro operatività può essere rafforzata, rimuovendo alcuni vincoli normativi e regolamentari.

Politiche di incentivazione della R&S

L’attività innovativa delle imprese va promossa anche per via diretta, riducendo la frammentazione delle politiche di incentivazione attualmente in vigore e migliorandone il disegno con meccanismi tendenzialmente automatici, che implichino semplicità e stabilità nel tempo delle norme, rapida erogazione dei fondi in tempi certi, monitoraggio e valutazione da parte di soggetti indipendenti. In particolare, si propone l’introduzione di un credito di imposta alla spesa in R&S che preveda: a) una quota di investimento da portare in detrazione del 30-40 per cento (come nel Regno Unito), più alta del 10-15 per cento previsto da norme passate; b) spese ammissibili iscritte a bilancio secondo gli appropriati principi contabili, così da disincentivarne l’utilizzo per progetti poco connessi con gli obiettivi. Si ricorda che, per non pesare sui conti pubblici, almeno in un’ottica pluriennale, occorre che il credito d’imposta stimoli spese che altrimenti non sarebbero state effettuate, ad esempio applicandolo solo alla parte di spesa in eccesso rispetto al livello medio realizzato dall’impresa nei tre anni precedenti.

Migliorare la capacità di accesso ai fondi erogati dall’Unione europea

Da sempre le imprese e i centri di ricerca italiani risultano vincitori di gare per i fondi UE per la ricerca e lo sviluppo tecnologico in misura inferiore alla teorica quota cui potrebbero aspirare. Non di rado, ciò dipende dalle difficoltà che incontrano con i bandi di gara UE le realtà di piccola, media e micro dimensione, frequenti nel nostro Paese. Strutture di specifica assistenza vanno rapidamente attivate, per non continuare a perdere fondi e importanti occasioni di collaborazione internazionale. Il Governo e le Regioni possono valutare se istituirle direttamente a livello centrale e regionale ovvero se promuovere a tale scopo forme di partenariato pubblico-privato, coinvolgendo le associazioni di categoria.

Migliorare la capacità di accesso ai fondi erogati dall’Unione europea

Da sempre le imprese e i centri di ricerca italiani risultano vincitori di gare per i fondi UE per la ricerca e lo sviluppo tecnologico in misura inferiore alla teorica quota cui potrebbero aspirare. Non di rado, ciò dipende dalle difficoltà che incontrano con i bandi di gara UE le realtà di piccola, media e micro dimensione, frequenti nel nostro Paese. Strutture di specifica assistenza vanno rapidamente attivate, per non continuare a perdere fondi e importanti occasioni di collaborazione internazionale. Il Governo e le Regioni possono valutare se istituirle direttamente a livello centrale e regionale ovvero se promuovere a tale scopo forme di partenariato pubblico-privato, coinvolgendo le associazioni di categoria.

Le direttive 20-20-20 definiscono le politiche energetiche europee. Quali azioni concrete intende adottare per garantire all’Italia un piano energetico in grado di migliorare l’efficienza e minimizzare l’impatto ambientale e il costo dell’energia?

Il settore energetico è cruciale per lo sviluppo del Paese. Tra le varie priorità c’è quella di ridurre i costi dell’energia, in un contesto di salvaguardia ambientale. Il mercato elettrico è un mercato liberalizzato, ma nel settore della vendita al dettaglio esiste ancora un grado di concorrenza modesto. I nuovi operatori nel mercato libero si contendono meno del 6 per cento del mercato. Occorre, quindi, perseguire interventi di forte impatto, finalizzati allo sviluppo del mercato libero retail. Ad esempio, dovrebbe essere definita per via normativa la data oltre la quale uscire definitivamente dal regime di maggior tutela ed affidare alla sole forze di mercato il sistema delle offerte di vendita al dettaglio.

Sul versante della generazione, esiste una forte capacità produttiva di operatori termoelettrici, che hanno investito negli ultimi dieci anni circa 25 miliardi di euro per l’ammodernamento del parco centrali. Di fronte alla stagnazione della domanda ed al crescente ingresso nel mercato di impianti alimentati da fonti rinnovabili, si stanno registrando forti sofferenze finanziarie che spingono alcuni operatori a mettere in conservazione parte della loro capacità produttiva, con la conseguenza che il mercato elettrico potrebbe tornare a concentrarsi. Questa situazione può essere trasformata in opportunità, sfruttando la maggiore flessibilità che caratterizza il sistema italiano rispetto a quella di altri Paesi europei come Francia e Germania, dove prevalgono forme rigide di produzione basate sul nucleare e il carbone. Emerge nell’Unione europea una carenza di capacità e di flessibilità della generazione di energia elettrica che per l’Italia deve tradursi in un’opportunità economica, diventando un esportatore netto dei servizi di flessibilità.

Il mercato del gas soffre delle gravi carenze di flessibilità dei sistemi di approvvigionamento. Il nostro Paese è fortemente dipendente dalla fornitura via condotte, e quindi dai produttori esteri. La rigidità dell’offerta di gas “a monte” mantiene i prezzi alti e ostacola la concorrenza nei mercati “a valle”. Ne risente il prezzo dell’energia, stante la prevalenza nel mix produttivo di centrali a gas, e la possibilità che la concorrenza nei mercati all’ingrosso e al dettaglio – rafforzata dalla recente separazione della rete dall’Eni – possa dispiegare i suoi effetti benefici. Pertanto, andrebbero attuati subito gli indirizzi contenuti nella Strategia Energetica Nazionale, che insiste sulla necessità di creare abbondanza di offerta di gas, attraverso i terminali di rigassificazione già costruiti o autorizzati. E’ da sottolineare, inoltre, che l’uso di tali tecnologie permetterebbe di massimizzare i benefici derivanti dalla crescente diffusione di gas non convenzionale.

Il settore energetico è uno di quelli in cui è possibile coniugare meglio salvaguardia ambientale e crescita. La Strategia Energetica Nazionale, approvata l’8 marzo 2013, ha indicato la promozione dell’efficienza energetica e lo sviluppo sostenibile delle energie rinnovabili tra le priorità d’azione che devono essere adottate. L’accrescimento dell’efficienza energetica può consentire di abbassare il costo dell’energia, di migliorare la qualità dell’ambiente e di attivare una massa di investimenti che potrebbero stimolare la crescita, soprattutto delle economie locali. Per raggiungere questi obiettivi si propone di:

  • rivedere il rapporto tra incentivi all’efficienza energetica e quelli allo sviluppo di energie rinnovabili: nel 2012 in Italia si sono spesi solamente 500 milioni di euro per incentivi all’efficienza energetica, a fronte dei 6,5 miliardi di euro impiegati per incentivare le fonti energetiche rinnovabili;
  • mantenere la detrazione fiscale del 55 per cento accordata agli investimenti effettuati nella riqualificazione energetica degli edifici. Tale detrazione, che è vicina alla scadenza, dovrebbe essere quantomeno prorogata o, meglio, resa permanente;
  • introdurre o rafforzare standard qualitativi minimi degli edifici in termini di efficienza energetica;
  • definire direttive precise per aumentare l’efficienza energetica degli edifici pubblici e promuovere politiche di green-government, alle quali collegare incentivi, ad esempio consentendo di reimpiegare parte dei risparmi conseguiti nel sistema premiale del personale;
  • sviluppare il sistema dei “titoli di efficienza energetica” (noti come “Certificati bianchi”), il quale prevede che i distributori di energia elettrica e di gas naturale debbano raggiungere annualmente determinati obiettivi di risparmio di energia primaria e che possano adempiere tale obbligo anche acquistando “certificati bianchi” da altri soggetti nell’apposito mercato organizzato dal Gestore del mercato elettrico.

Perseguire il risparmio energetico non significa certamente abbandonare la promozione ed il sostegno delle energie rinnovabili, i cui meccanismi di incentivazione andrebbero però razionalizzati. Infatti, la forte incentivazione ha comportato notevoli oneri per gli utenti finali. Se quindi è opportuna una revisione delle voci di bolletta costituite da “altri oneri di sistema”, occorre però evitare la retroattività di tali revisioni che comprometterebbe l’equilibrio finanziario di investimenti già effettuati. La profonda revisione degli incentivi andrebbe controbilanciata dalla semplificazione delle procedure e dalla contestuale riduzione degli oneri burocratici sopportati attualmente dalle imprese nel processo di autorizzazione per i nuovi impianti. In ogni caso, va assicurata la piena integrazione degli impianti da fonte rinnovabile nel sistema elettrico complessivo. Il conseguimento di tale obiettivo passa attraverso lo sviluppo delle infrastrutture di rete ed il miglioramento delle modalità di dispacciamento.

Come intende occuparsi della produzione, gestione e smaltimento dei rifiuti solidi urbani, per migliorare l’impatto su ambiente e qualità della vita?

Se la promozione della raccolta differenziata costituisce il presupposto per la trasformazione del rifiuto in merce dotata di valore economico, si potrebbe prevedere la destinazione di una parte dei ricavi derivanti dalla vendita del materiale differenziato all’abbattimento del costo della raccolta dei rifiuti pagato dai cittadini e dalle imprese. Questo provvedimento aumenterebbe gli incentivi a comportamenti virtuosi, favorendo lo sviluppo di una cultura diffusa orientata al riciclo dei rifiuti.

D’altra parte, si dovrebbe procedere ad una liberalizzazione di tutte le fasi della filiera della gestione dei rifiuti, che non devono essere necessariamente svolte in regime di privativa: in pratica, tutte le fasi che si situano a valle delle attività collegate alla raccolta urbana dei rifiuti dovrebbero essere liberalizzate. Inoltre, un impulso all’utilizzo dei materiali provenienti dal recupero e riciclaggio dei rifiuti potrebbe derivare dall’imposizione alle pubbliche amministrazioni dell’obbligo di acquistare prodotti realizzati con materiale riciclato.

Infine, non può essere taciuto che nell’ultimo anno è stato impresso un deciso impulso sulla strada del definitivo smantellamento delle centrali nucleari nel nostro Paese. Tuttavia, occorre implementare un programma di interventi sulle centrali esistenti, completare il trasporto di rifiuti nucleari per essere riprocessati all’estero, definendo con chiarezza il cronoprogramma ed i costi, così da giustificare la relativa quota prevista in bolletta a carico dei cittadini. E’ altresì da affrontare la sistemazione definitiva e condivisa della generalità dei rifiuti radioattivi sul territorio nazionale.

Quali misure concrete intende adottare per la messa in sicurezza del territorio nazionale dal punto di vista sismico e idrogeologico? E quali per stimolare il settore edilizio conciliandolo con la salvaguardia del territorio e la lotta alla criminalità organizzata?

L’ambiente non è solo qualcosa da proteggere. Va migliorato continuamente. In questo modo non solo si eleva la qualità della vita dei cittadini, ma si rafforzano le opportunità di far crescere l’Italia sul piano economico e sociale, rendendolo un Paese attraente nel panorama mondiale, dove vivere bene e di cui apprezzare i prodotti e i servizi. Per questo, si deve puntare a realizzare le possibilità offerte dalla cosiddetta green economy e assicurare la messa in sicurezza e la tutela del territorio e del paesaggio.

In Italia si verificano mediamente sette eventi disastrosi all’anno, con vittime, feriti, migliaia di senzatetto e danni economici ingentissimi, connessi anche alla distruzione di beni culturali ed ambientali. Lo Stato spende in media circa un miliardo all’anno per riparare i danni causati dal dissesto, mentre per la prevenzione vengono spesi in media 400 milioni di euro all’anno. Il Ministero dell’Ambiente ha stimato che, per mitigare il dissesto idrogeologico e idraulico, sarebbero necessari investimenti pari a 40 miliardi di euro in 15 anni (circa 2,7 miliardi all’anno).

Questi dati mostrano come solo integrando la dimensione economica dello sviluppo e quella ambientale si possa promuovere un salto culturale e una maggiore sinergia tra interventi infrastrutturali e di politica industriale e quelli di natura ambientale, nell’ottica del perseguimento di quello sviluppo sostenibile sostenuta a livello globale, su cui l’Italia ha assunto impegni precisi anche nella recente Conferenza dell’ONU “Rio+20”.

Rivedere la normativa sul consumo del suolo

Negli ultimi dieci anni l’Italia ha consumato molto più territorio rispetto agli altri paesi europei. La spinta ad arrestare questa tendenza è apparsa evidente nella scorsa legislatura, con la risoluzione della Commissione territorio e ambiente del Senato e due disegni di legge, il primo approvato dal Governo in materia di valorizzazione delle aree agricole e di contenimento del consumo di suolo, il secondo dall’Intergruppo parlamentare per l’Agenda urbana.

Si raccomanda, quindi, di ripartire da tali testi per affrontare con decisione e urgentemente la questione, al fine di fissare e conseguire obiettivi pluriennali di contenimento quantitativo del consumo di suolo attraverso la pianificazione territoriale e urbanistica, da fissare d’intesa tra lo Stato e le Regioni sulla base di un Rapporto annuale al Parlamento. In particolare, la proposta prevede l’introduzione di un contributo per la tutela del suolo e la rigenerazione urbana legato alla perdita di valore ecologico, ambientale e paesaggistico determinato dal consumo di suolo, contributo che si dovrebbe aggiungere agli obblighi di pagamento connessi con gli oneri di urbanizzazione e con il costo di costruzione. Il contributo esistente per interventi su aree edificate o comunque utilizzate ad usi urbani e da riqualificare andrebbe contestualmente ridotto o soppresso.

Vanno poi rafforzate le condizionalità previste dalla politica agricola comune, garantendo lo scambio tra aiuti comunitari e manutenzione idraulico forestale e dei reticoli idrografici minori delle superfici agricole che generano l’aiuto stesso. Priorità di accesso ai fondi e incentivi per la produzione elettrica da fonti rinnovabili potrebbero essere assicurati alle aziende agricole che si impegnano nella manutenzione del territorio di propria pertinenza.

Infine, da più parti è stata proposta l’introduzione di un sistema assicurativo misto pubblico-privato di cui lo Stato dovrebbe garantire l’equilibrio, il controllo, la riassicurazione e l’intervento di ultima istanza. Nella valutazione del premio dovrebbe essere considerata anche l’esposizione al rischio, così favorendo la percezione di quest’ultimo tra i cittadini e le amministrazioni locali, in modo da stimolare un percorso virtuoso per la costruzione di comunità resilienti. Il Gruppo di lavoro non ha avuto modo di analizzare in dettaglio tale proposta, ma ritiene utile suggerire un approfondimento della questione.

La tutela delle acque e l’economia dei servizi idrici

La tutela delle acque e l’economia dei servizi idrici vanno realizzate salvaguardando le aspettative ed i diritti delle generazioni future a fruire di un integro patrimonio idrico e ambientale. Peraltro, l’acqua è un bene scarso, di rilevanza economica e sociale, da preservare anche attraverso la cura del territorio, la manutenzione dei bacini idrografici, la tutela dei corpi idrici e delle aree di salvaguardia.

I servizi idrici relativi al consumo di acqua per uso umano devono avere carattere di accesso universale, ma devono anche realizzare il proprio equilibrio economico e la propria sostenibilità ambientale attraverso gestioni definite su ambiti territoriali ottimali. La realizzazione e la manutenzione straordinaria delle opere e degli impianti può essere sostenuta da risorse pubbliche nazionali o comunitarie e da una quota della tariffa, ambedue concorrenti alla dotazione di un Fondo pubblico costituito a tal fine.

Qual è la sua opinione sull’Agenda Digitale approvata dal precedente governo e quali sono le sue proposte concrete per la diffusione della banda larga in tutto il Paese?

… E’ necessaria la diffusione delle tecnologie digitali. Esse riducono i costi, favoriscono la semplificazione e, facendo dell’amministrazione una “casa di vetro”, agevolano il controllo e la partecipazione dei cittadini. Pertanto, va data sollecita attuazione all’Agenda digitale nelle pubbliche amministrazioni secondo quanto previsto alla fine della scorsa legislatura dal d.l. 179/2012 convertito nella legge 221/2012.

Il cambiamento della scuola passa anche attraverso la capacità di sfruttare quello che le nuove tecnologie offrono, soprattutto per la costruzione degli ambienti di apprendimento. Per far questo è indispensabile il miglioramento dell’infrastruttura di rete delle scuole, attualmente dimensionata per la gestione amministrativa, anche in vista dell’adozione dei libri digitali, prevista progressivamente dal 2014, la quale stimolerà una forte domanda di formazione e di innovazione attraverso i linguaggi digitali.

Inoltre, con il miglioramento dell’accesso ai dati va sviluppata una nuova cultura della decisione basata sui dati, che superi le barriere disciplinari e apra la strada agli approcci sistemici e quantitativi che sono ora possibili e necessari. Ogni cittadino può oggi contribuire a piattaforme partecipative per la raccolta dei dati, fungendo come sensore volontario per la creazione di osservatori digitali della società, dell’economia, e della salute pubblica, così generando quelli che si chiamano i Big Data. La capacità di questi osservatori di coinvolgere i cittadini come partecipanti attivi dipende dallo sviluppo, a partire dal livello scolastico, di una cultura attiva del dato, che predisponga i cittadini di domani ad un ruolo attivo nei confronti del proprio ambiente e delle proprie condizioni socio-economiche.

 
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Pubblicato da su 13 aprile 2013 in Scienza, Tecnologia, Varie

 

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Cos’è il DNA? Lo spiega un video della BBC

Grazie Paolo Pascucci (Questione della decisione) per avermi fatto scoprire questo bel video!

 
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Pubblicato da su 8 aprile 2013 in Senza categoria

 

DNA, brevetti, privacy e il diritto di (non) sapere

Abstract – Genetic information is one of the most precious and personal data that we have: it can reveal our identity and the identity of our family. It can disclose our diseases and our physical traits. Because of this, everyone is interested in getting his hands on it: research, industry, insurance companies and employers. Recently, three publications have shown how complicated the management of genetic data can be. Scientists have published the genome sequence of HeLa cells, one of the most used cell line in biomedical research. The cells derive from a tumour sample that was taken (without explicit consent) from a black woman, Henrietta Lacks, who lived in Virginia in the 40s. Those cells have travelled across the world, they have been sold and bought as a common laboratory reagent, and they led to extraordinary scientific results such as polio vaccine and in vitro fertilization. Now that the HeLa genome is available, not only her privacy has been violated once again, but also the privacy of her family members, who share some DNA with Henrietta. And we must always keep in mind that when our DNA is online, it will be forever. Strikingly, a recent study showed that even anonymous genetic data are potentially able to reveal a person’s identity. But what about our right to know what’s written in our genome? According to another publication, also this right is at risk, just like our right to privacy. The reason for this is an overly broad interpretation of what gene patents are. The US Supreme Court has recently supported that such patents can cover not only the gene itself, but also every one of its possible subsquence of at least 15 nt. If this is going to be the general rule, no diagnostic lab will be able to analyze anything: the study found that some gene patents already covers more than 10% of human genes. And if the right to know your genome may be soon in danger, the right NOT to know it is at risk too. The American College of Medical Genetics and Genomics has recently recommended that incidental findings in clinical genome sequencing should be reported to the patient. These guidelines provide also a list of genetic mutations that a lab must check every time that a new genomic sequence is requested. What is striking here is the fact that patients have no choice: they must allow their physician to report the results of this “opportunistic” screening, otherwise they cannot obtain the sequencing. The management of genetic data, from their acquisition to their public release, is a delicate matter where legal and ethical issues meet often in a conflictive way, and I can’t offer any solution to these problems. But I can remind that these issues exist, and that we have to tackle them as soon as possible.


ResearchBlogging.orgIl genoma umano è un gran casino, comunque lo si guardi. Con l’esplosione della ricerca genomica, iniziata a cavallo del 2000 con il Progetto Genoma Umano e proseguita con gli studi di associazione genome-wide e il sequenziamento di seconda e terza generazione, nuove opportunità e nuove sfide hanno cominciato ad affacciarsi nel mondo della ricerca medico-scientifica, e alcune di queste stanno avendo un impatto rilevante sulla nostra società. Forse non è questo il caso delle questioni più tecniche, come le difficoltà insite nell’interpretazione della varabilità genetica e la relazione tra geni e malattie, o anche più semplicemente i problemi legati alle risorse computazionali necessarie per analizzare e gestire l’enorme mole di dati generati, ma quando si parla di normative, brevetti e tutela della privacy, ecco che la genomica entra prepotentemente nella nostra vita di tutti i giorni, con il suo carico di complessità da gestire e affrontare. Tre articoli pubblicati nelle ultime settimane ci fanno riflettere molto in questo senso: la gestione dei dati genetici, dalla loro acquisizione alla loro diffusione, è materia delicatissima, dove si intersecano questioni normative ed etiche, e finiscono per incontrarsi – spesso in modo conflittuale – le esigenze dell’industria, quelle della ricerca e quelle dei cittadini.

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Henrietta Lacks e il diritto alla privacy – Il primo articolo è stato pubblicato sulla rivista G3: Genes, Genomes, Genetics e annuncia il sequenziamento del genoma di una delle linee cellulari più utilizzate nei laboratori di ricerca di tutto il mondo: le cellule HeLa. Non ci sarebbe nulla di sconvolgente in questa notizia, se non fosse che queste cellule derivano da un campione di tessuto tumorale prelevato – senza esplicito consenso – da una donna morta nel 1951. La storia di Henrietta Lacks è stata racccontata in un libro della giornalista Rebecca Skloot, che negli USA ha venduto moltissime copie (un caso eccezionale per un libro che parla di scienza). Henrietta era una donna di colore che negli anni ’40 lavorava nei campi di tabacco della Virginia; mentre cercavano di curarla da un cancro che l’aveva colpita e che poi l’avrebbe uccisa, i medici prelevarono un campione del tessuto malato, scoprendo successivamente che le cellule erano in grado di moltiplicarsi autonomamente per un tempo virtualmente infinito. Il contributo che le cellule HeLa hanno dato alla ricerca biomedica è inestimabile: dal vaccino per la poliomielite alla fecondazione in vitro, sono moltissimi i risultati scientifici conseguiti negli ultimi decenni che sono legati in qualche misura a questa linea cellulare. Il libro della Skloot si focalizza su un punto cruciale della vicenda, che in passato era stato ignorato dai più: le cellule di Henrietta sono state prelevate e diffuse senza che la sua proprietaria avesse mai firmato una autorizzazione o un consenso informato. Per questo la pubblicazione del genoma delle cellule HeLa ha destato tanto scalpore pochi giorni fa: non soltanto le sue cellule sono state utilizzate, vendute e acquistate come un comune reagente di laboratorio senza il permesso della Lacks, ma addirittura l’informazione genetica in esse codificata è stata resa liberamente disponibile a tutti. Certo, gli autori lo hanno fatto a fin di bene: per un ricercatore che usa le HeLa per i propri esperimenti, la loro sequenza genomica è sicuramente una risorsa preziosa. Ed è altrettanto vero che il genoma pubblicato è molto diverso da quello della giovane donna afro-americana: il genoma di una cellula tumorale è caratterizzato da ogni genere di aberrazioni, e quello delle cellule HeLa non fa certo eccezione. Tuttavia, queste attenuanti non bastano a giustificare un gesto che va contro le più basilari norme di tutela della privacy. Già, perché così come accaduto sessant’anni fa, anche questa volta non è stato chiesto alcun permesso. Ovviamente la diretta interessata non avrebbe potuto comunque concederlo, ma i suoi diretti discendenti sì, o quantomeno avrebbero dovuto essere informati dello studio prima che questo fosse pubblicato sulle pagine di una rivista scientifica. Anche perché, condividendo con Henrietta parte del patrimonio genetico, la violazione della sua privacy ha toccato in una certa misura anche i membri della sua famiglia. Le critiche non sono tardate ad arrivare (qui trovate un resoconto aggiornato), e naturalmente si è fatta sentire anche la stessa Rebecca Skloot sul New York Times. Ma il problema non riguarda solo il genoma di Henrietta Lacks. Oggi, con i dati di un genoma in mano, si possono ricostruire genealogie, scoprire l’esistenza di patologie genetiche, e chissà cos’altro sarà possibile fare in futuro. Ne siano consapevoli coloro che scelgono volontariamente di rendere pubblica la propria sequenza genomica: quando il tuo DNA è online, lo è per sempre! E faccia attenzione anche chi sceglie di partecipare personalmente a progetti di ricerca: uno studio recente ha dimostrato che nemmeno l’anonimato è una protezione sufficiente quando il proprio DNA finisce in rete.

dnapatent

I brevetti e il diritto di sapere – La faccenda rimane ingarbugliata anche quando si parla di acquisizione dei propri dati genetici, e del “diritto di sapere” cosa c’è scritto nel proprio genoma. E non mi riferisco alla diatriba su quali test genetici debbano essere accessibili al grande pubblico: anche ipotizzando uno Stato totalmente libertario, che non si interpone tra il cittadino e il suo genoma, esiste comunque la possibilità che questa informazione sia di fatto inaccessibile, e la colpa è dei brevetti. Premessa: non è possibile brevettare un gene umano in quanto tale, altrimenti ciascuno di noi – in quanto esseri umani utilizzatori di quel gene – dovremmo pagare delle royalties all’azienda che detiene il brevetto. E’ però possibile per una società brevettare l’analisi di quel gene per scopi diagnostici, e non solo: la legislazione americana più recente permette anche di brevettare le sottosequenze di quel gene, fino a una lunghezza minima di 15 nucleotidi. In questo modo, il detentore del brevetto non solo può impedire ad un altro laboratorio di analizzare quello specifico gene, ma anche di testare qualsiasi altro gene umano che contenga una qualsiasi delle sottosequenze del gene brevettato. La domanda allora viene spontanea: quante sono le probabilità di prendere una sequenza di 15 nucleotidi, e di trovarne più di una copia all’interno degli oltre 20mila geni umani? A questa domanda risponde uno studio pubblicato su Genome Medicine, dove viene descritta una procedura bioinformatica semplice ma molto elegante, grazie alla quale gli autori sono riusciti a scoprire quanti geni umani è possibile “coprire” depositando un brevetto su un singolo gene. Ebbene, gli autori hanno scoperto 58 brevetti che coprono almeno il 10% dei geni umani (uno addirittura arriva al 92%). Persino brevetti che dovrebbero riguardare altre specie finiscono per coprire geni umani: c’è un brevetto per il miglioramento genetico dei bovini che ad esempio ne copre l’84%! E’ una situazione paradossale che potrebbe portare al blocco di qualsiasi analisi genetica. Immaginate di voler analizzare un gene legato a qualche forma famigliare di cancro, e per semplicità immaginate che questo gene non sia coperto da brevetto. Ebbene, anche in questa situazione potreste non avere modo di soddisfare la vostra curiosità: si dà il caso, infatti, che il gene in questione abbia una piccola sottosequenza in comune con un altro gene brevettato! Evento molto probabile, come abbiamo visto, anzi, quasi certo. Scrivono gli autori: “If patent claims that use these 15mer or other short k-mer sizes are enforced, it could potentially create a situation where a piece of every gene in the human genome is patented by a phalanx of competing patents, with potentially harmful consequences for genetic testing laboratories and research groups performing targeted sequencing on any gene, in virtually all species”. In altre parole, avremmo una paralisi totale e nessun laboratorio potrebbe analizzare nulla senza infrangere (almeno) un brevetto. Uno scenario da brividi, non c’è che dire.

Le scoperte accidentali e il diritto di non sapere – Se il “diritto di sapere” è messo in discussione dalla disciplina che regola i brevetti, anche il “diritto di non sapere” non se la passa bene. Pochi giorni fa, infatti, l’American College of Medical Genetics and Genomics (ACMG) ha pubblicato delle raccomandazioni ufficiali (PDF) in base alle quali un cittadino americano che richiede il sequenziamento del proprio genoma in un contesto clinico, è tenuto ad autorizzare il proprio medico di riferimento a rivelargli eventuali scoperte “accidentali” che potrebbero essere fatte durante l’analisi del suo genoma. Non è una scelta facoltativa: se vuoi analizzare il tuo genoma per scoprire se possiedi la mutazione X, beh sei obbligato a dare questa autorizzazione. Sarà poi il tuo medico a decidere se comunicarti soltanto il risultato per la mutazione X o se invece rivelarti anche quello per le eventuali mutazioni Y e Z. Nel suo comunicato, l’ACMG pubblica persino una tabella di mutazioni che il laboratorio di analisi sarebbe obbligato ad analizzare ogni volta che effettua un’analisi genomica. Nella maggior parte dei casi, si tratta di malattie che è possibile curare o prevenire, ma ci sono anche varianti genetiche che non sempre provocano la malattia. Sul blog Genomes Unzipped c’è un commento molto critico a questo proposito. Se un genitore volesse conoscere la causa genetica di una rara malattia neurologica che affligge suo figlio, per quale motivo dovrebbe ricevere anche altre informazioni non richieste, magari di dubbia utilità? Come si comporterebbe se scoprisse che il bambino ha una mutazione legata a una forma di cancro che però non sempre si traduce in malattia? Sono tutte questioni che l’ACMG ha affrontato forse con troppa leggerezza e che vanno a negare il diritto di non sapere cosa c’è scritto nel nostro DNA, un diritto sacrosanto tanto quanto quello opposto.

Tra i dati considerati “sensibili”, l’informazione genetica è uno dei più preziosi e personali che abbiamo: può rivelare la nostra identità e quella dei nostri famigliari, e può svelare le malattie da cui siamo affetti. Proprio per questo gli interessi che ruotano attorno a una sequenza di DNA sono molteplici: ricerca, industria, assicurazioni, datori di lavoro, ognuno di questi soggetti potrebbe essere interessato a curiosare nel nostro patrimonio genetico. In attesa che i governi regolino l’accesso a questi dati tanto preziosi, spetta a noi decidere che cosa farne e a chi affidarli. Lo so, in questo post ho messo in luce soltanto i problemi legati alla gestione dei dati genetici, e non ho proposto soluzioni, ma la materia è complessa e forse non sono la persona più adatta a proporre soluzioni in questo ambito. La cosa importante – credo – è sapere che questi problemi esistono, e che devono essere affrontati al più presto.

Photo Credit: Proimos (Flickr)


Landry, J., Pyl, P., Rausch, T., Zichner, T., Tekkedil, M., Stutz, A., Jauch, A., Aiyar, R., Pau, G., Delhomme, N., Gagneur, J., Korbel, J., Huber, W., & Steinmetz, L. (2013). The Genomic and Transcriptomic Landscape of a HeLa Cell Line G3: Genes|Genomes|Genetics DOI: 10.1534/g3.113.005777

 

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L’Italia si prepara alla rivoluzione genomica

test_dnaI miei lettori lo sanno bene: i test genetici e la medicina personalizzata stanno per cambiare profondamente il modo in cui ci occuperemo della nostra salute. Magari qualcuno di voi ha anche acquistato i servizi di 23andMe, l’azienda americana leader nel settore della genetica personale; e forse qualcuno di voi ha anche condiviso i propri risultati con il medico di fiducia, sperando di ottenere consigli e rassicurazioni. Se lo avete fatto, sarete consapevoli di quanto sia difficile parlare di genetica personale con il proprio medico di base: i medici italiani (e non solo loro) sono ancora poco preparati ad affrontare la rivoluzione genomica, e il più delle volte liquidano questi test come delle truffe senza alcuna base scientifica. Viene quindi spontaneo chiedersi quale sia la linea dell’Italia per quanto riguarda la genetica personale. Qual è il livello di consapevolezza a proposito di queste nuove tecnologie? C’è la volontà di trasferirle nella sanità pubblica?

Una prima risposta viene dal Piano Nazionale della Prevenzione 2010-2012, dove la medicina predittiva è menzionata come una delle quattro macroaree in cui il Ministero della Salute e le Regioni si sono impegnate a intervenire. Un ulteriore passo avanti è arrivato pochi giorni fa, con le Linee di Indirizzo sulla Genomica in Sanità Pubblica (GSP) (PDF), un documento predisposto dal Ministero che delinea le misure concrete da adottare per promuovere l’integrazione della genomica nel nostro sistema sanitario. Il Ministero dimostra di essere ben consapevole delle potenzialità e dei limiti della genomica. Nella premessa, molto equilibrata, gli autori segnalano la “crescente e incontrollata disponibilità di test genetici per patologie non solo monogenetiche ma anche complesse” e riconoscono che “l’impatto a breve e medio termine della genomica sulle applicazioni in medicina è stato probabilmente sovrastimato”. Ammettono tuttavia che occorre “affrontare il tema in modo sistematico, sia per regolare l’attuale situazione, sia per preparare e gestire i futuri sviluppi di tale settore”. Sempre nello stesso documento si legge che “è quindi possibile immaginare un futuro nel quale la prevenzione delle malattie e i piani di trattamento saranno programmati sul singolo paziente o su gruppi di pazienti, in base alle loro caratteristiche genetiche”. Tali piani di trattamento si baseranno su sistemi di sorveglianza medica precoce, sulla modificazione degli stili di vita e sull’implementazione di terapie farmacologiche mirate. Le opportunità offerte dalla genomica e dalla medicina personalizzata sono evidentemente molto chiare al Ministero, che con questo documento vuole quindi fornire delle linee di indirizzo che permettano di “trasferire in maniera responsabile, efficace ed efficiente in sanità pubblica tutte le conoscenze e le tecnologie utili all’analisi del genoma per il miglioramento della salute della popolazione”. Le parole chiave per realizzare questo trasferimento sono tre: valutazione, ricerca e informazione.

peer reviewValutazione – Il documento è molto preciso nel descrivere la situazione attuale dal punto di vista della ricerca genomica. Si dice infatti che “una parte della comunità scientifica è scettica sull’eventualità che i test genetici possano in prospettiva migliorare la qualità dell’assistenza sanitaria”; allo stesso tempo, però, la genomica predittiva ha già trovato alcune applicazioni pratiche, ed è lecito attendersi che, nel prossimo futuro, queste tecnologie avranno un forte impatto nella pratica medica e nella sanità pubblica. Anzi, dicono gli autori, l’integrazione della genomica offrirà numerosi potenziali benefici al Sistema Sanitario: i nuovi trattamenti saranno più efficaci, avranno minori effetti collaterali e si potranno adottare programmi di screening e strategie di prevenzione stratificando la popolazione in base al rischio genetico. C’è però un problema: la valutazione delle evidenze scientifiche. Al momento manca un’infrastruttura deputata a raccogliere nella letteratura scientifica tali evidenze, e mancano criteri condivisi per stabilire l’utilità dei test genetici. Secondo gli autori delle linee guida, è quindi fondamentale realizzare nel nostro Paese una infrastruttura di raccolta e analisi delle evidenze scientifiche, che potrà essere gestita dall’AGENAS (Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali) in collaborazione con il network EBP (Evidence based Prevention). Questa rete di esperti dovrà produrre dei rapporti periodici che verranno poi passati alla Commissione LEA, la quale a sua volta stabilirà se le analisi genetiche meriteranno di entrare a far parte dei Livelli Essenziali di Assistenza, cioè l’insieme delle prestazioni sanitarie che il cittadino ha diritto di ricevere dallo Stato. Al di là di chi operativamente effettuerà queste valutazioni, rimane però il problema dei criteri di valutazione. Nel documento si legge che a oggi sono disponibili diversi approcci che però, presi singolarmente, presentano delle lacune. L’obiettivo è quindi elaborare un approccio integrato che permetta di valutare complessivamente la qualità degli studi, la validità analitica e clinica, l’utilità clinica, la sicurezza, l’efficacia e l’impatto economico-organizzativo sul Sistema Sanitario Nazionale. Inoltre, vista la complessità della materia, non potranno mancare anche analisi di natura etica, sociale e legale. Un ruolo attivo in questo senso potrebbe averlo GENISAP, un network costituito nel 2006 che ha lo scopo di “implementare, in maniera responsabile ed efficace, il trasferimento delle conoscenze e tecnologie basate sul genoma nella sanità pubblica per la prevenzione, diagnosi e cura.”

Ricerca – Di notevole importanza sarà anche la ricerca scientifica di base e applicata nel campo della genomica, che dovrà essere stimolata e promossa prevedendo, nell’ambito dei programmi di ricerca pubblica, delle apposite linee di sviluppo per la GSP (Genomica in Sanità Pubblica). In questo contesto si sottolinea l’importanza della cooperazione tra tutti i soggetti coinvolti (scienziati, medici, pazienti, industria e policy-makers), in virtù del fatto che la GSP (o Public Health Genomics in inglese) presenta aspetti problematici non solo di natura scientifica ma anche etica, legale e sociale. Bisognerà definire – dice il documento – un programma pluriennale di ricerca transazionale e applicata nel campo della genomica, che identifichi gli attori coinvolti e i compiti specifici dei diversi enti di ricerca.

personal-medicineInformazione – Il terzo elemento è quello della sensibilizzazione dei cittadini a proposito dei vantaggi e dei limiti dell’uso della genomica. I test genetici in commercio oggi sono ormai diventati una vera e propria giungla, nella quale è difficile orientarsi per il cittadino privo delle conoscenze adatte: è quindi importante avviare iniziative per informare la cittadinanza sui risultati della ricerca scientifica in questo settore. Gli autori del documento ipotizzano la creazione di un canale web dedicato indirizzato sia ai cittadini fruitori dei servizi genetici, sia agli stessi operatori sanitari. Occorre infatti potenziare il flusso di informazioni che va dalla ricerca ai pazienti anche attraverso la formazione dei medici: nel documento si legge che i medici italiani mostrano “attitudini positive verso i test genetici predittivi, anche se il livello di conoscenze non è del tutto adeguato”. Interventi formativi per i medici e alfabetizzazione del pubblico alla genomica (“empowerment dei cittadini”) sono i due pilastri che agevoleranno il processo di integrazione di queste nuove tecnologie nel nostro sistema sanitario. Particolare attenzione viene data al ruolo dei medici di base e dei pediatri, che avendo un contatto diretto con i cittadini avranno il compito di informare i cittadini e al tempo stesso di valutare gli effetti clinici, economici e tecnico-organizzativi degli interventi di medicina predittiva.

L’Italia si sta dunque preparando alla rivoluzione genomica, che cambierà il nostro approccio alla cura della salute, rendendolo più personalizzato e spostando l’accento dalla cura alla prevenzione. Le linee guida predisposte dal Ministero elencano con chiarezza quali sono i punti critici per realizzare il passaggio epocale tra due modi concettualmente diversi di vivere la sanità pubblica. La strada, insomma, è tracciata. Ma quali sono le misure concrete che l’Italia già ora sta portando avanti? Quello che alcune Regioni stanno facendo, in questo momento, è raccogliere dati sull’uso corrente dei test genetici predittivi. La Regione Emilia Romagna, ad esempio, ha proposto un sistema di codifica delle prestazioni di genetica che dovrebbe consentire di raccogliere dati sull’esecuzione dei test non solo in termine di numero, ma anche in relazione alle specifiche patologie per le quali il test viene richiesto. Sono piccoli passi, forse, ma sono necessari per portare concretamente ai cittadini, in modo efficace ed etico, le opportunità offerte dalla genomica. Ma cosa dicono le linee guida del Ministero a proposito dei test genetici commerciali offerti direttamente ai consumatori, i cosiddetti test DTC? L’approccio è ancora una volta equilibrato, lontano dall’eccessivo paternalismo che in passato alcune associazioni di medici hanno manifestato. Non si trovano nel documento accenni a un eventuale divieto di questa modalità di vendita, ciò che conta è “assicurare la trasparenza e la veridicità nella pubblicizzazione dei DTC”. Permettetemi un giudizio personale: queste linee guida mi piacciono, anche perché in diversi punti ricalcano quello che io e il dott. Keith Grimaldi abbiamo scritto in un recente articolo pubblicato su Personalized Medicine. Anche per noi, infatti, le priorità erano la valutazione dell’utilità dei test, la trasparenza delle aziende DTC e la formazione dei medici. Sono felice di notare che questi punti siano considerati importanti anche dal Ministero della Salute.

 
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Pubblicato da su 18 marzo 2013 in Business, Genetica personale, Medicina, Salute, Scienza

 

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Scienza e politica, un dialogo è possibile!

dibattitosiSono state da poco pubblicate le risposte dei leader politici alle domande di Dibattito Scienza, il gruppo di cui sono cofondatore e coordinatore che vuole portare la scienza e la ricerca nel dibattito politico. Le domande erano state scelte tramite un sondaggio e discussioni in rete, e sono state poste ai leader delle principali forze politiche che parteciperanno alle prossime elezioni. Dei sei politici interpellati, soltanto tre hanno risposto entro il termine previsto, cosa che mi ha un po’ deluso: venti giorni mi sembravano un tempo sufficiente anche in un periodo impegnativo come la campagna elettorale, soprattutto perché ricerca, innovazione, ambiente, bioetica non sono affatto dei temi secondari. Hanno risposto all’appello Pierluigi Bersani, Oscar Giannino e Antonio Ingroia: trovate le loro risposte in questa fantastica grafica interattiva realizzata da Alessio Cimarelli. Ci ho messo parecchio a leggere tutto (Ingroia è stato molto sintetico, ma gli altri due non si sono risparmiati). In questo post commenterò le risposte dei tre leader secondo le mie competenze, e lo farò a titolo personale, in quanto Dibattito Scienza ha scelto di non commentare né giudicare le dichiarazioni dei politici.

1) Investimenti, meritocrazia, trasparenza: quali provvedimenti intende adottare per il rilancio di università e ricerca pubblica?

oscargianninoQuello che si chiede in questa domanda è di fondamentale importanza: chi si candida a governare un Paese come l’Italia, che investe in ricerca poco più dell’1% del PIL (fonte ISTAT), deve avere le idee chiare su come rilanciare ricerca e innovazione. Purtroppo non è questo il caso di Ingroia, che espone dei princìpi anche condivisibili (“vogliamo affermare il valore universale di scuola, università e ricerca”), ma non va oltre lo slogan. Fanno meglio Bersani e soprattutto Giannino. Bersani vuole “riattivare gli investimenti”, ma non specifica quanto vuole investire, anche perché dice che prima bisogna “conoscere in dettaglio i dati della finanza pubblica”. Giannino intende “aumentare la dotazione finanziaria per l’università”, tagliando spesa pubblica in altri settori e agevolando fiscalmente chi investe in ricerca. Anche lui, però, non si sbilancia troppo sui numeri. Sul capitolo meritocrazia, Bersani sembra quasi spaventarsi e dice che “Il merito per noi è la necessità di entrare nel merito dei problemi”. Beh? Io ho l’impressione che molti uomini politici (soprattutto di sinistra) preferiscano sorvolare su questo argomento, alcuni sono addirittura infastiditi dalla parola stessa “meritocrazia”. Cionostante, Bersani propone di istituire un non meglio precisato “Programma per il merito e il diritto allo studio”. Giannino si scaglia contro la proliferazione delle sedi universitarie e dei corsi di laurea, e propone di ridurne il numero agendo sulla selezione e la valorizzazione degli istituti più meritevoli. Su questo aspetto il leader di Fare per Fermare il Declino sembra avere le idee chiare e presenta diversi criteri che potrebbero essere adottati per rendere più meritocratica la distribuzione delle risorse, sia a livello di università e istituti, sia a livello individuale del singolo docente o ricercatore. Per come la vedo io, quello di Giannino è l’approccio corretto: gli sforzi vanno concentrati sull’elaborazione di efficaci metodi di valutazione, non su prese di posizione ideologiche (merito sì, merito no). In altre parole, non dobbiamo temere la meritocrazia, quanto piuttosto riflettere su quale sia la strategia migliore e più equa per ottenerla. Un altro punto interessante del discorso di Giannino riguarda il valore legale del titolo di studio: lui vorrebbe abolirlo, io non mi sono ancora fatto un’opinione precisa.

2) Quali provvedimenti concreti intende adottare per favorire l’innovazione e l’investimento in ricerca delle imprese private?

pierluigibersaniL’investimento in ricerca delle imprese private è un altro punto cruciale, perché la ricerca produce innovazione, che a sua volta migliora la qualità dei prodotti e rimette in moto l’economia. Un aspetto importante di cui spesso ci si dimentica è il fatto che, a differenza di altri Paesi europei, in Italia la maggior parte delle aziende sono di piccole dimensioni, o addirittura appartengono alla categoria delle micro-imprese (fonte ISTAT). In questo contesto risulta chiaramente più complicato investire in ricerca e sviluppo, per questo era interessante conoscere le opinioni dei candidati. Bersani sostiene (giustamente, a mio avviso) che il sostegno pubblico è necessario per aiutare le piccole aziende italiane a investire in ricerca, e occorre mobilitare risorse pubbliche e private per spingere su settori strategici quali digitale, green economy, made in Italy, cultura e scienze della vita. Il leader del PD vorrebbe eliminare gli incentivi tradizionali per sostituirli con aiuti mirati a chi investe in ricerca, attraverso strumenti finanziari misti pubblico-privato. Giannino sottolinea altri aspetti del problema, come la normativa italiana ostile all’innovazione, la mentalità antiscientifica del nostro Paese e la scarsa collaborazione tra pubblico e privato. Stupisce l’invito di Giannino a puntare sulle biotecnologie, invito che stona con le parole pronunciate dal suo socio Zingales poco tempo fa (“L’Italia non ha un futuro nelle biotecnologie”). Ingroia propone di introdurre agevolazioni fiscali per le imprese che investono in ricerca. Personalmente, credo che tutte queste misure sarebbero benefiche per le imprese che scelgono di innovare, mi auguro di vederne realizzata almeno qualcuna.

3) Le direttive 20-20-20 definiscono le politiche energetiche europee. Quali azioni concrete intende adottare per garantire all’Italia un piano energetico in grado di migliorare l’efficienza e minimizzare l’impatto ambientale e il costo dell’energia?

pierluigibersaniLe risposte dei tre candidati hanno un denominatore comune: l’efficienza energetica. Ingroia vuole un Piano Energetico Nazionale Sostenibile che tracci la road map di uscita dai combustibili fossili, mentre Bersani, pur riconoscendo l’importanza delle fonti rinnovabili, ricorda che le fonti fossili sono ancora indispensabili e si propone di risanarne il mercato con un mix di liberalizzazioni e nuove infrastrutture. Non stupisce che Giannino si opponga all’intervento dello Stato: basta con gli incentivi discrezionali – dice – introduciamo una carbon tax onnicomprensiva e lasciamo che sia il mercato a scegliere il giusto mix di tecnologie energetiche. Ecco, in questo caso, pur apprezzando l’attenzione all’efficienza energetica dei tre leader e il realismo di Bersani, mi dispiace non aver trovato in nessuna delle risposte una visione precisa sul futuro energetico del Paese. Mi spiego meglio. Secondo quanto scrive Jeremy Rifkin nel suo libro “La terza rivoluzione industriale”, sul fronte delle rinnovabili l’Europa è molto più avanti rispetto agli Stati Uniti; proprio per questo motivo, mi aspettavo che i candidati avrebbero delineato un progetto più chiaro in questa direzione, in modo da sfruttare questo vantaggio. Nella visione di Rifkin, diversi fattori concorrono a determinare un futuro sostenibile, fatto di efficienza energetica, rinnovabili, impianti di microgenerazione e quella che lui chiama “internet dell’energia”. Ecco, mi sarebbe piaciuto intravedere la visione di Rifkin nelle risposte dei politici, ma forse avevo aspettative esagerate.

4) Come intende occuparsi della produzione, gestione e smaltimento dei rifiuti solidi urbani, per migliorare l’impatto su ambiente e qualità della vita?

pierluigibersaniSu questo punto ogni candidato ha le sue priorità. Per Giannino, la soluzione sta tutta nel libero mercato: sia per quanto riguarda lo smaltimento, sia per quanto riguarda la raccolta, lo Stato deve stare in un angolo e limitarsi a un ruolo di controllore, punendo chi non rispetta le norme di sicurezza e ambientali. Ingroia dice che bisogna puntare sul riciclo e ridurre la produzione di rifiuti, estendendo la responsabilità estesa del produttore al settore alimentare e a quello delle costruzioni; ricorda inoltre il pericolo dell’infiltrazione mafiosa nell’affare rifiuti. Dimentica però di spiegare come smaltire i rifiuti non riciclabili. La risposta di Bersani, infine, è molto articolata e prevede tutta una serie di misure volte a costruire la “società del riciclaggio” prefigurata dalla Direttiva Europea 2008/98/CE: al leader del PD non sfugge nulla, persino la lotta allo spreco alimentare entra nel suo progetto. Quanto allo smaltimento, Bersani si dichiara favorevole all’incenerimento, tecnologia ritenuta consolidata e in grado di ridurre l’uso delle discariche. In conclusione, il candidato premier del centrosinistra sembra avere una visione a 360 gradi sul problema, e risulta nel complesso più convincente.

5) Quali misure concrete intende adottare per la messa in sicurezza del territorio nazionale dal punto di vista sismico e idrogeologico? E quali per stimolare il settore edilizio conciliandolo con la salvaguardia del territorio e la lotta alla criminalità organizzata?

pierluigibersaniIl famoso slogan “Prevenire è meglio che curare” trova una perfetta rappresentazione nella risposta di Bersani, che ricorda l’importanza di “spendere i soldi prima delle tragedie, non provare a farlo dopo, sempre in una situazione di emergenza”. Bersani cita i soldi (pochi) investiti finora per la difesa del suolo, e quelli (tanti) spesi per rimediare alle emergenze che si sono verificate negli ultimi decenni. Si scaglia contro i condoni edilizi varati da Berlusconi, e propone diverse misure per la messa in sicurezza del territorio, tra cui, ad esempio, l’istituzione di un fondo pluriennale per la difesa del suolo, la trasparenza e la semplificazione nelle procedure di appalto per combattere le infiltrazioni della criminalità organizzata. Bersani e Ingroia sono d’accordo sul voler bloccare il consumo di suolo e sul voler puntare piuttosto sulla riqualificazione degli edifici esistenti, migliorandone ad esempio l’efficienza energetica. Secondo i due politici di sinistra sarebbe questa la strada da seguire anche per rilanciare il settore dell’edilizia. Di diverso avviso Oscar Giannino, che se la prende con la normativa vigente e i vincoli urbanistici troppo restrittivi. Per Giannino questo ha provocato la crisi del settore delle costruzioni e l’aumento dei prezzi dei terreni. Da buon liberista, si oppone alla logica pianificatoria, e suggerisce ad esempio di offrire uno sconto IMU per le abitazioni con alta efficienza energetica, in modo da stimolare risorse private nella riqualificazione degli edifici. Su questo argomento i tre leader sembrano piuttosto preparati, ma la logica di Giannino non mi convince: la qualità delle nostre città è un bene comune troppo importante, e non può essere lasciata al libero mercato.

6) Qual è la sua opinione sull’Agenda Digitale approvata dal precedente governo e quali sono le sue proposte concrete per la diffusione della banda larga in tutto il Paese?

pierluigibersaniCome nella domanda precedente, anche qui si nota la distanza che separa la sinistra (Bersani e Ingroia) dal liberista Giannino. Tutti riconoscono il limite dell’infrastruttura di rete italiana, soprattutto Bersani che snocciola numeri e statistiche sul digital divide, ma mentre lui e Ingroia parlano di “infrastruttura strategica di interesse nazionale” e pensano a un intervento dello Stato per indirizzare i singoli operatori, Giannino ribadisce che lo Stato dovrebbe limitarsi a controllare che non si creino situazioni di monopolio, e a creare un clima “amichevole” per le aziende che vogliono investire. Un altro punto importante che sta a cuore sia di Bersani sia di Giannino è la digitalizzazione della Pubblica Amministrazione, un tema che secondo il leader di Fare meritava maggiore attenzione da parte del governo Monti. Ancora una volta Bersani si dimostra molto preparato, è infatti l’unico a sottolineare come l’infrastruttura di rete sia fondamentale per il rilancio delle PMI, che senza accesso alla rete sono tagliate fuori dal mercato. Sempre Bersani è l’unico a evidenziare la scarsa alfabetizzazione digitale degli italiani.

7) La legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita è stata messa in discussione più volte negli ultimi mesi, con diverse sentenze tra cui quella della Corte di Strasburgo. Si impegnerà ad adeguare questa legge alla giurisprudenza italiana ed europea? Qual è invece la sua posizione a proposito del testamento biologico?

antonioingroiaLa risposta di Ingroia inizia con una frase lapidaria che non lascia alcun dubbio sulle intenzioni dell’ex magistrato: “La laicità dello Stato, le libertà individuali e collettive sono un punto cardine del nostro programma di governo.” Il che fa pensare che in materia di bioetica l’approccio di Rivoluzione Civile sarà molto liberale, e non condizionato da considerazioni religiose. Anche Giannino, pur ricordando che per il suo movimento la priorità è l’economia e che all’interno di Fare convivono diverse sensibilità, riconosce la necessità di adeguare la legge 40 ai princìpi del diritto europeo; inoltre, sul testamento biologico si chiede un “passo indietro” del legislatore, che restituisca questa materia al rapporto diretto tra medico e paziente. Stranamente, il più cauto dei tre sembra essere Bersani, che si dichiara contrario a una eutanasia con un ruolo attivo da parte del medico e che, pur promettendo di cambiare la legge 40 per porre fine al “turismo procreativo”, non dice chiaramente ad esempio se è favorevole o meno alla diagnosi pre-impianto. Nessuno dei tre è chiarissimo su quest’ultimo punto, a dire il vero, tuttavia l’impostazione di Ingroia e quella di Giannino mi sembrano più marcatamente laiche rispetto a quella di Bersani.

8) Data l’importanza della scienza e della tecnologia nella società contemporanea, quali misure intende adottare, anche a livello scolastico, per favorirne lo sviluppo e contrastare anche il diffuso analfabetismo scientifico e matematico?

oscargianninoA mio modo di vedere, questa domanda era molto utile per capire la considerazione della scienza che hanno in generale i tre candidati. Bersani dice una cosa fondamentale, che gli fa sicuramente guadagnare punti agli occhi della comunità scientifica: “In ogni idea di sviluppo portata avanti da un governo autorevole, il primo punto all’ordine del giorno deve essere la ricerca, perché scienza e ricerca sono la base essenziale della competitività del Paese”. Il leader del Partito Democratico si impegnerà a contrastare l’analfabetismo scientifico-matematico fin dalle giovani generazioni, e in modo molto intelligente sottolinea l’importanza della multidisciplinarietà, che deve essere perseguita rimuovendo le barriere didattiche e permettendo di costruire curricula flessibili. Giannino intende promuovere la cultura scientifica puntando sulla divulgazione (festival, riviste, programmi TV); poi amplia il discorso criticando la qualità del sistema educativo italiano in generale, e punta il dito contro una scuola che a suo modo di vedere “è stata costruita attorno agli insegnanti e non attorno agli studenti”. Nella sua visione, meritocrazia e autonomia degli istituti sono le parole d’ordine. Vanno poi rivalutati gli istituti professionali e rivisti i programmi scolastici, per insegnare ai bambini ad applicare fin da piccoli il metodo scientifico. Ingroia ribadisce il valore della scuola pubblica, promette di cancellare la riforma Gelmini e di portare a 18 anni l’obbligo scolastico. In pratica, non ha nessuna risposta specifica a proposito dell’analfabetismo scientifico. Per questa domanda il mio punto va a Oscar Giannino, sicuramente più concreto e sul pezzo rispetto altri due.

9) Come pensa che il suo governo si debba occupare di modifiche climatiche causate dall’uomo? Quali interventi metterà in atto per la mitigazione e/o prevenzione dell’innalzamento dei gas serra?

pierluigibersaniPierluigi Bersani si conferma anche in questa domanda particolarmente preparato, e mostra una notevole sensibilità ambientale: le sue politiche climatiche prevedono l’uso sempre più massiccio delle fonti rinnovabili (dall’elettrico al termico), l’efficienza energetica degli edifici e la mobilità sostenibile. Per Ingroia occorre ridurre le emissioni e istituire una carbon tax a livello europeo. Giannino ricorda che la sfida al cambiamento climatico non si vince da soli: l’Italia deve giocare con le regole europee, che tuttavia finora non lo hanno soddisfatto. Secondo Giannino, porsi obiettivi di breve termine serve a poco, bisogna piuttosto concentrarsi su obiettivi di medio termine relativi all’intensità carbonica dell’economia, promuovendo innovazione e sviluppo.

10) Qual è la sua posizione in merito all’uso di animali nella ricerca biomedica? Pensa sia corretto limitare l’uso di alcune specie animali a scopo di ricerca?

oscargianninoSu questo tema, Ingroia è il più animalista di tutti. Il leader di Rivoluzione Civile sottolinea che “ogni essere vivente merita rispetto”. Bersani e Giannino sono meno ideologici e più realisti, e ricordano che senza sperimentazione animale la ricerca biomedica non va da nessuna parte. C’è però una differenza significativa tra i due approcci: Bersani si limita a constatare che non si può fare a meno della sperimentazione animale, ma non dà molto peso alla ricerca di metodi alternativi. Giannino, al contrario, dice chiaramente che un obiettivo da perseguire è la riduzione del numero di animali sacrificati per il bene della scienza. Sono d’accordo con lui: se è vero come è vero che la sperimentazione animale è un elemento essenziale nella ricerca biomedica, dobbiamo sempre trattare gli animali con rispetto e investire nello studio di metodologie alternative. Anche questa, dopotutto, è ricerca scientifica.

Vorrei concludere dicendo alcune cose. La prima è che dobbiamo essere grati a tutti e tre i candidati che hanno deciso di rispondere alle domande di Dibattito Scienza: non importa quanto avete scritto, o come avete risposto, il solo fatto di aver preso in considerazione la nostra iniziativa merita stima e rispetto. Viceversa, i tre politici che mancano all’appello sono stati una grande delusione. Eravamo molto curiosi di conoscere le opinioni di tutti e tre, ma personalmente ero molto curioso di leggere le risposte di Beppe Grillo, che in passato con la scienza ha avuto un rapporto per così dire conflittuale. Riguardo alle risposte ricevute, invece, a mio giudizio personale Bersani ha dimostrato una visione piuttosto completa sulle diverse questioni (principalmente sull’ambiente e sulle infrastrutture), il che mi conforta dal momento che la sua coalizione è quella con maggiori chance di vittoria alle prossime elezioni. Tuttavia, non mi ha convinto completamente sul tema ricerca e università, sulla bioetica e sulla sperimentazione animale. Su quest’ultima mi è piaciuto di più Giannino, che mi ha convinto anche sul rilancio di università e ricerca pubblica, soprattutto perché ha dimostrato di voler parlare di meritocrazia in modo serio e non propagandistico. Ingroia è stato molto sintetico (poteva oggettivamente sforzarsi di più), mostra di avere buone idee ma non le sviluppa adeguatamente, e finisce per mancare di concretezza; ad ogni modo, il suo approccio laico e liberale in materia di bioetica è quello più convincente.

Permettemi in chiusura giusto due parole come coordinatore di Dibattito Scienza. E’ stata un’esperienza fantastica, che ha coinvolto centinaia di persone (siamo oltre 1500 nel gruppo Facebook) tutte accomunate dalla passione per la scienza. E’ stata proprio questa la cosa meravigliosa: ognuna di queste persone aveva idee politiche diverse, a volte inconciliabili tra loro, eppure ci siamo ritrovati tutti a fare fronte comune per raggiungere il nostro obiettivo. Poteva andare meglio, potevano rispondere tutti i candidati ad esempio, ma è solo il primo passo del nostro cammino, un cammino che ci porterà un giorno a vedere finalmente riconosciuto – anche in Italia – il valore straordinario della scienza e della ricerca scientifica. Dibattito Scienza continuerà a portare avanti la sua battaglia anche dopo le elezioni, agendo da sentinella delle promesse fatte. Seguiteci sul nostro sito internet, su Facebook e su Twitter! Vi aspettiamo!

ps: benché fossi molto impegnato con Dibattito Scienza, sono riuscito a trovare una mezzoretta per discutere la mia tesi di dottorato. Ora vediamo se avete il coraggio di contestare i commenti di un Dottore di Ricerca! :-)

 
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Pubblicato da su 7 febbraio 2013 in Scienza, Tecnologia, Varie

 

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Ecco le domande di Dibattito Scienza per i candidati delle prossime elezioni

Dopo il grande successo ottenuto in occasione delle primarie del centrosinistra, Dibattito Scienza ci riprova con le elezioni politiche. L’iniziativa, nata su Facebook e promossa da Le Scienze, ha scelto dieci domande di natura scientifica per i leader delle principali coalizioni che si affronteranno nelle prossime elezioni politiche. Berlusconi, Bersani, Giannino, Grillo, Ingroia e Monti sono invitati a inviare le loro risposte all’indirizzo info@dibattitoscienza.it entro il 31 gennaio. Per evitare i trattati in stile Tabacci abbiamo imposto un limite di lunghezza alle risposte (6000 battute). :-)

1) Investimenti, meritocrazia, trasparenza: quali provvedimenti intende adottare per il rilancio di università e ricerca pubblica?

2) Quali provvedimenti concreti intende adottare per favorire l’innovazione e l’investimento in ricerca delle imprese private?

3) Le direttive 20-20-20 definiscono le politiche energetiche europee. Quali azioni concrete intende adottare per garantire all’Italia un piano energetico in grado di migliorare l’efficienza e minimizzare l’impatto ambientale e il costo dell’energia?

4) Come intende occuparsi della produzione, gestione e smaltimento dei rifiuti solidi urbani, per migliorare l’impatto su ambiente e qualità della vita?

5) Quali misure concrete intende adottare per la messa in sicurezza del territorio nazionale dal punto di vista sismico e idrogeologico? E quali per stimolare il settore edilizio conciliandolo con la salvaguardia del territorio e la lotta alla criminalità organizzata?

6) Qual è la sua opinione sull’Agenda Digitale approvata dal precedente governo e quali sono le sue proposte concrete per la diffusione della banda larga in tutto il Paese?

7) La legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita è stata messa in discussione più volte negli ultimi mesi, con diverse sentenze tra cui quella della Corte di Strasburgo. Si impegnerà ad adeguare questa legge alla giurisprudenza italiana ed europea? Qual è invece la sua posizione a proposito del testamento biologico?

8) Data l’importanza della scienza e della tecnologia nella società contemporanea, quali misure intende adottare, anche a livello scolastico, per favorirne lo sviluppo e contrastare anche il diffuso analfabetismo scientifico e matematico?

9) Come pensa che il suo governo si debba occupare di modifiche climatiche causate dall’uomo? Quali interventi metterà in atto per la mitigazione e/o prevenzione dell’innalzamento dei gas serra?

10) Qual è la sua posizione in merito all’uso di animali nella ricerca biomedica? Pensa sia corretto limitare l’uso di alcune specie animali a scopo di ricerca?

 
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Pubblicato da su 11 gennaio 2013 in Medicina, Nutrizione, Salute, Scienza, Tecnologia, Varie

 

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