Genetica a tavola: così il DNA influisce sui nostri gusti e le nostre abitudini alimentari

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Il nostro codice genetico determina, almeno in parte, le nostre abitudini alimentari: cosa preferiamo mangiare, quanto ne mangiamo e quanto spesso lo facciamo. Tutti gli studi fatti in merito allo strettissimo legame tra nutrizione e genetica sono molto più che semplice curiosità scientifica, perché dalla nostra alimentazione dipendono molti disturbi come obesità, diabete e malattie cardiovascolari. Spesso i geni importanti non sono collegati direttamente a queste patologie, ma influenzando il nostro comportamento a tavola ci indirizzano verso di esse, finché queste non si manifestano: non c’è infatti solo il gene FTO, sicuramente il più famoso tra quelli associati all’obesità, ma anche molti altri legati al gusto o all’appetito.

Amaro vero, ma leggero
Gli esseri umani sono in grado di distinguere cinque gusti: amaro, dolce, aspro, salato e umami. Un recettore molto studiato è quello che ci consente di percepire i sapori amari: ne esistono diverse versioni, codificate dai geni TAS2R, che sono sensibili a migliaia di composti differenti. Una di queste versioni è il TAS2R38, che risponde al propiltiouracile e ai tiocianati, sostanze amare contenute nei broccoli e nei cavoletti di Bruxelles. Particolari varianti genetiche di questo recettore provocano una maggiore sensibilità all’amaro: chi le ha tende ad evitare le verdure sopra menzionate, così come la birra, il caffè e le sigarette. Il problema è che, oltre ad escludere dalla propria dieta alimenti importanti come i broccoli, queste persone ripiegano su cibi dolci e bevande zuccherate, che hanno quindi un maggior contenuto di calorie. A lungo andare, queste preferenze alimentari possono portare a prendere qualche chilo di troppo. Vale il discorso inverso per chi invece ha una elevata sensibilità al dolce: degli studi hanno infatti dimostrato che chi percepisce in maniera forte i gusti dolci tende ad avere un minore indice di massa corporea (IMC). Ma tutti questi recettori non influiscono sulla nostra alimentazione solo attraverso le nostre papille gustative: sono infatti presenti anche nella mucosa gastrointestinale, e sono capaci di modulare il nostro appetito attraverso la secrezione di alcuni ormoni.

Questione di appetito
In anni di ricerche, la scienza ha scoperto che anche la quantità e la frequenza dei pasti sono in parte sotto il controllo dei nostri geni. Uno di questi è il gene GHRL, che conduce alla sintesi della grelina: essa è un piccolo peptide di 28 aminoacidi, prodotto principalmente dallo stomaco e dal pancreas, che stimola l’appetito agendo su alcuni recettori dell’ipotalamo; i suoi livelli nel sangue si alzano infatti prima dei pasti e scendono dopo aver mangiato. La variante Leu72Met del gene GHRL è stata associata al binge eating disorder, che in italiano si può tradurre con “sindrome da alimentazione incontrollata”. Chi ha questa variante, insomma, tende a fare delle grandi abbuffate, mangiando velocemente e con voracità fino a provare sensi di colpa per l’accaduto: non stupisce quindi che molti di questi soggetti siano sovrappeso. Funzionano invece in maniera opposta altri due ormoni, la leptina e la colecistochinina (CCK): esse promuovono infatti la sazietà. La letteratura scientifica riporta varianti del gene della leptina legate a una frequenza elevata di snack e spuntini, mentre alcune versioni del gene per la colecistochinina sono associate a pasti particolarmente abbondanti.

Il gene dell’obesità
Se proprio deve esistere un “gene dell’obesità” questo è sicuramente il gene FTO, che se presente in certe varianti può alzare di molto il rischio di ingrassare: uno studio del 2007 che ha coinvolto quasi 40mila europei ha rivelato che avere una A nel polimorfismo rs9939609 produceva in media un incremento di 1,2 chili nei soggetti eterozigoti e di 3 chili in quelli omozigoti. Il gene FTO si trova sul cromosoma 16 ed è espresso negli adipociti, nel pancreas e nell’ipotalamo; agisce sulla sensazione di sazietà, andando a ridurre la concentrazione di leptina, ed è associato a una maggior assunzione di calorie.

Altri link:


Grimm ER, & Steinle NI (2011). Genetics of eating behavior: established and emerging concepts. Nutrition reviews, 69 (1), 52-60 PMID: 21198635

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